I Puritani di Scozia, vol. 2

Part 5

Chapter 53,795 wordsPublic domain

»Vi si trova parimente, continuò Poundtext, quel vecchio partigiano della monarchia, Miles Bellenden di Charnwood, che nelle passate guerre, ha sempre impugnate l'armi contra i nostri fratelli.»

»Oh quanto a Miles Bellenden, fratello di sir Artur, soggiunse Burley, questi è ben uomo, che se fa tanto di sguainare la spada, non è facile il fargliela rimettere nel fodero.»

»Vi dirò anzi, aggiugneva un altro arrivato in quell'istante, essere voce divulgata per tutto il paese, che dopo la sconfitta dei Reali furono introdotti nel castello e soldati e vittovaglie, indi ne è stata chiusa la porta.»

»Non sarà mai per mio avviso, disse allora Burley, che noi perderemo il tempo ad assediare un castello. Ne fa d'uopo correre innanzi, e trar partito de' vantaggi ottenuti per occupare Glascow. Non so immaginarmi che, o gli avanzi del reggimento da noi sconfitto o il reggimento medesimo di lord Ross, pensino neanco ad aspettarci colà di piè fermo.»

»Almeno, rispose Poundtext, potremmo spiegare il nostro stendardo dinanzi a Tillietudlem e fare un'intimazione al castello. So bene che vi sta dentro una schiatta di refrattari; ma chi sa? potrebbero anche arrendersi; ed in allora faremmo prigionieri gli uomini, e muniremmo di salvocondotto le donne perchè potessero trasferirsi a Edimburgo.»

»Chi ardisce parlare di pace e salvocondotti?» si udì allora una voce stridula e acuta che venia dal mezzo di quella folla.

»Tacete, fratello Abacucco, tacete» soggiugneva in tuono pressocchè supplichevole Macbriar.

»No che non tacerò, continuava la precedente voce. È egli momento di parlare di pace e di salvocondotti, quando la terra è scossa fino nelle sue viscere? quando i rigagnoli divengono fiumi di sangue? quando il coltello a due tagli è uscito del fodero?»

Così favellando questo nuovo oratore pervenne ad avanzarsi in mezzo al consesso, e offerse ai sorpresi occhi di Morton la vista d'un personaggio, il cui aspetto conformava affatto alla voce e ai discorsi che avea fatti udire. Coperto d'un abito, altra volta nero, che andava a brani, portava sovr'esso i frammenti d'un vecchio mantelletto qual l'usano i montanari Scozzesi; aggiustamento di vesti che non bastavano al certo a guarentir dal freddo chi le portava, e a fatica adempievano i riguardi voluti dalla modestia. Gli ondeggiava sul petto una lunga barba, bianca come la neve; e capelli della stessa bianchezza che non avevan mai conosciuto pettine gli cadeano disordinatamente e dinanzi e sopra le spalle. I lineamenti del volto dimagrato dai digiuni appena il lasciavano scernere per un uomo. Feroce erane il guardo; e i suoi occhi errabondi ed acuti ad un tempo davan segno d'una mente sconcertata. Brandiva una sciabola arrugginita e tinta di sangue. Le unghie di costui cogli artigli d'un'aquila avean somiglianza.

»In nome del cielo, chi è costui?» chiese sommessamente a Poundtext il giovane Morton, fatto stupido a tale aspetto come se avesse veduto un sacerdote cannibale, toltosi allora dal sagrificar vittime umane.

»Egli è Abacucco Mucklewrath, rispose parimente sotto voce il ministro Poundtext; uomo che ha sofferto assai nelle passate guerre, e che indi è stato lungo tempo in prigione: la mente sua era alienata da lui fin quando egli ne uscì, e temo veramente sia posseduto dallo spirito maligno. Nondimeno l'entusiasmo ch'ei dimostra gli ha fatti molti partigiani, nè vorrei...»

Ma la voce di Poundtext fu soperchiata da quella di Abacucco che ripetè in tuono da far tremare la soffitta di quella stanza: »Chi ardisce parlar di pace e salvocondotti? Chi di pietà verso le case de' malvagi? Non istà forse scritto: _voi infrangerete contro le selci i capi de' lor fanciulli: precipitate dall'alto delle torri la madre e la figlia; si nudriscano i cani del loro sangue come di quello di Gezabelle?_»[4]

[4] Tutti coloro che mossi, o da entusiasmo siccome i Puritani, o anche da fini più scaltri, vollero dare significato a loro modo alle Sacre Carte, confusero le minacce de' gastighi divini annunziati in tuon profetico da' suoi ministri con una sanzione di que' delitti che, sebbene compiessero tali minacce, acquistavano ben altro che merito a chi li commetteva. — _N. del T._

»Com'ei parla giusto! sclamavano parecchie voci dietro di lui. In verità non sarebbe servire a dovere la buona causa il risparmiarne i nemici.»

»Ah! quest'è un abbominio, un'empietà che fa nausea, proruppe Morton che non potea più frenare la sua indignazione. E credete voi meritarvi la protezione del cielo ascoltando i consigli orribili dell'atrocità e della follìa?»

»Zitto là, giovine inesperto! zitto là! prese a dir Kettledrumle, tu censuri quello che non intendi. Spetta a te forse giudicare il vaso entro cui il cielo ha versate le sue inspirazioni?»

»Noi giudichiamo l'albero da' suoi frutti, rispose Poundtext, nè crediamo che una contravvenzione alle leggi divine possa essere figlia d'una inspirazione del cielo.»

Kettledrumle si apparecchiava a rispondergli, ma fece per lui la strillante voce di Abacucco che tutte le voci spegnea.

»Perchè vi ho parlato? Perchè mi son io tratto fra voi? Perchè ho veduto; perchè ho inteso. Che cosa ho veduto? L'angelo sterminatore che brandiva la spada fiammeggiante. Che cosa ho inteso? Una voce che gridava _Ferite, ferite! che i vostri occhi sian chiusi! che le vostre mani non conoscan pietà! L'uomo, e il fanciullo, la giovinetta e la vecchia dai capelli grigi, tutti cadano percossi dal fendente della vostra sciabola, che i ruscelli si cambino in fiumi di sangue!_»

»Così comanda Dio. Sclamarono molte voci. Non può dubitarsene; poichè sono sei giorni che l'uomo divino non ha nè mangiato nè parlato. Noi ubbidiremo alla inspirazione.»

Compreso d'orrore sopra quanto aveva inteso ed udito Morton, s'allontanò dal consesso, e uscì fuori di quel tugurio. Burley che non dipartiva gli occhi da lui, lo seguì; e afferratolo per un braccio: »Ove andate?» gli disse.

»Nol so — Di nulla mi cale. — Basta ch'io qui non rimanga più lungo tempo.»

»Giovane! ti stancasti sì presto? Mettesti appena la mano all'aratro, e divisi già abbandonarlo? È questo il tuo consacrarti alla causa che un giorno tuo padre ha difesa?»

»Non v'è causa giusta, rispose Morton, che potesse prosperare sotto sì fatti auspici. Vedo una parte che vuole ubbidire ai sogni d'un mentecatto sitibondo di sangue. Vedo tra i capi di questa banda un prete ignorante quanto orgoglioso. Ne vedo un altro....» e qui fermossi un istante.

»Continua, disse Burley, continua. Ti ascolterò senza scompigliarmi. Un altro, vuoi tu dire, che è un assassino, un Balfour di Burley. Ma tu, o giovine, non pensi a tutto: in questi giorni di vendetta non sono gli uomini amanti sol di se stessi, gli uomini che ragionano a mente fredda, coloro che sorgono ad eseguire i giudizi del cielo, a compiere la liberazione d'un popolo. Se ti fosse toccato il vedere gli eserciti d'Inghilterra sotto il parlamento del 1642, allorchè tutte le lor file ringorgavano di settari e di entusiasti più feroci degli anabatisti di Munster, ben avresti avuto altro argomento di maraviglia. Ma cotesti uomini erano invincibili, e le lor mani operarono prodigi per la libertà del proprio paese.»

»I lor consigli però si tenevano con saggezza, e a malgrado della violenza del loro zelo e della stravaganza delle loro opinioni, eseguivano gli ordini de' propri capi nè si trasportavano ad atti inutili di crudeltà. Venti volte l'ho udito dire a mio padre. I vostri conciliaboli in vece sono l'immagine vera del caos.»

»Abbi pazienza, Enrico Morton! Tu non devi abbandonare la causa della religione e della patria per un discorso stravagante, o per un'azione che sembra a te riprovevole. Ascoltami. Io già ho fatto comprendere ad alcuni de' nostri amici che abbiamo un consiglio soverchiamente numeroso; e sembran d'accordo nella massima di ridurlo a sei de' capi principali. Tu sarai un di questi; tu avrai in esso una voce; tu potrai favorire, quando il crederai convenevole, la parte dei moderati. Sei contento?»

»Il sarò senza dubbio, quand'io veda veramente la mia presenza essere utile a temperare gli orrori d'una civile discordia; nè abbandonerò la carica che accettai se non se allor quando io veda vincer partiti, contra i quali si ribelli la mia coscienza. No: non vedrò mai imperterrito la strage d'un inimico che domanda quartiere al cessare della battaglia: non consentirò mai ad un'esecuzione, cui non abbia preceduto un giudizio. Voi potete star certi che a provvisioni di tal natura io mi opporrò costantemente e con tutto il potere che mi attribuiste.»

»Sei giovine, o Morton, te lo ripeto, nè comprendi ancora che poche gocce di sangue son nulla, se giovano ad estinguere tutto un incendio. Ma non quindi ti prenda spavento. Avrai in tutti i casi voce al consiglio, e può darsi che ci troviamo sempre del medesimo avviso.»

Nè tai detti erano assai per rendere Morton tranquillo: pure non giudicò in quell'istante prudenza il tirar più a lungo un tale colloquio. Burley si tolse da lui, consigliandolo a prendere un po' di riposo, tanto più necessario per la probabilità che alla domane l'esercito si ponesse in cammino.

»Non andate a dormire anche voi?» Enrico gli chiese.

»No, rispose Burley: i miei occhi non si possono ancora chiudere al sonno. Egli è d'uopo che la scelta del nuovo consiglio venga fatta in questa notte medesima. Domani vi chiamerò per prendervi luogo alle deliberazioni.»

Partito Burley, Morton si fece ad esaminare il sito ove trovavasi, nè credè rinvenirne un più opportuno per trascorrervi quella notte. Coperto di musco erane il suolo, e una punta di roccia lo difendea dal vento di tramontana. Avviluppatosi nel mantello datogli fin sulle prime dell'arresto suo dal dragone, una stanchezza, figlia delle fatiche del corpo e dell'animo sofferte in quella giornata, lo vinse; talchè prima di aver tempo di meditare sullo stato deplorabile del suo paese e sul bivio dilicato in mezzo a cui trovavasi posto, fu preso dal sonno.

L'esercito puritano dormì a campo. In questo mezzo i principali duci ebbero con Burley un parlamento sullo stato de' comuni affari, e le sentinelle poste alla sicurezza di quell'accampamento si tennero deste a furia d'intonar cantici tutta la notte.

CAPITOLO VII.

»Tra 'l sonno ancor fortuna i prodi aggiunge. »Ve' i corsier pronti! In sull'arcion, miei fidi!» _Enrico IV._

Al primo albeggiare, Enrico si vide a canto il fedele Cuddy, che portava sotto il braccio una valigia.

»Ho dato ordine alle cose vostre aspettando che vi svegliaste, sig. Enrico. Nè ho fatto in ciò che il mio dovere, poichè acconsentiste prendermi al vostro servigio.»

»Io, Cuddy! Ve lo siete sognato.»

»No, mio signore. Quando io me ne stava ieri colle mani legate sul mio cavallo, vi ho detto, se tornavamo liberi, di volere divenir vostro servo. Voi non mi rispondeste nulla. Se questo non è acconsentire, straccio tutti i miei libri. È ben vero che non mi deste caparra, ma questa non me la deste neanco a Milnwood.»

»Ebbene dunque, Cuddy, se non temete far lega colla mia cattiva fortuna...»

»Non dite così, sig. Enrico, non dite così. La nostra fortuna prenderà buona andatura, semprechè però non venga a traversarla mia madre. — Già ho cominciato bene la mia milizia, e vedo che non è un cattivo mestiere la guerra.»

»Me n'accorgo. A quest'ora avete fatto una correria. D'onde vi deriva quella valigia?»

»Qui non entrano nè correria nè saccheggio. L'ebbi in guisa la più legittima, e mercè d'un commercio lecitissimo. Osservai che i nostri spogliavano i dragoni morti, lasciandoli nudi come bambini nati in quel punto. Laonde quando li vidi tutti intesi ad ascoltare le prediche di Kettledrumle e dell'altro ciarlatano di cui non so il nome, mi posi in cammino, e giunti ad un luogo, che nessuno ancora avea visitato, indovinate chi trovai ivi steso sul suolo? l'antico nostro conoscente, il sergente Bothwell.»

»Morto!»

»Oh daddovero morto. Ferito da due grandi colpi di sciabola, senza contare non so quante altre ferite, e cogli abiti traforati in tal guisa che non v'era il prezzo dell'opera a levarglieli di dosso. Ma gli ho prestato il servigio, ch'ei prestò vivendo a molti altri assai più di lui galantuomini; gli ho rinversate le saccocce, entro cui stava la borsa di vostro zio, o per dir meglio la vostra. Eccola!»

»Poichè sappiamo, o Cuddy, d'onde proviene questo denaro, credo che in tutta coscienza ce ne potremo valere. Faremo a metà.»

»Un momento, sig. Enrico! un momento! — Ecco un anello attaccato ad una fettuccia nera che gli pendeva dal petto. — Povero diavolo! Era forse un qualche ricordo d'amore. Può bene un uomo avere il cuor duro, ma è sempre tenero per riguardo ad una leggiadra fanciulla. Ho trovata inoltre la sua valigia; ecco un pacchetto di carte che vi si conteneano; tutta questa biancheria è quanto appunto può abbisognarmi insin che duri la guerra.»

»Per essere un novizio, o Cuddy, non incominciate male la vostra carriera.»

»Non è egli vero? soggiunse tutto contento di se stesso Cuddy. Vel dissi ben io di non essere tanto goffo quanto mi davano a diveder le apparenze. — Ho anche trovati due cavalli di dragoni senza padrone. Vedeteli attaccati a quell'albero. — Finalmente, tornando da questa impresa ho incontrato un de' nostri soldati curvo sotto l'incarico di tre valigie che poteva appena portare. Pensando che siete sfornito di biancheria gli ho chiesto se voleva vendermene una, che di fatto mi ha ceduta per una moneta d'oro. Voi troverete questa moneta di meno nella borsa di Bothwell.»

»Faceste un ottimo acquisto, Cuddy: ma io non accetterò queste cose senza ricompensarvene.»

»No, no, sig. Enrico. Parleremo un'altra volta di ciò! Per ora non ho io tutto il mio bisognevole entro la valigia del sergente Bothwell? Voi lo vedete. Non vi è cane che non abbia il suo giorno di buona ventura, come suol dire mia madre. Povera donna! — Ma a proposito! Vorrei ben sapere che cosa ne sia divenuto in mezzo a tanto sconquasso. Se non avete nulla da comandarmi, ne vado in cerca.»

»Andate, Cuddy, andate: non ho alcun bisogno di voi.» Allora Cuddy si ritirò lasciando le due valige raccomandate alla sella d'uno de' due cavalli testè menzionati.

»Le leggi della guerra, pensò fra se stesso Morton, e la necessità soprattutto, mi autorizzano a valermi degli arredi contenuti in questa valigia. Se però sapessi a chi appartengono, li restituirei al loro padrone, se vive tuttora, o ne compenserei il prezzo ai suoi eredi se più non fosse.» Mentre tai cose ragionava coll'animo, portò gli occhi su quella parte della stessa valigia, ov'era scritto in cifre d'oro il nome di Evandale, dal che conchiuse ch'era stata tolta dal cavallo ucciso sotto il ridetto lord, là nello spianato ov'ei giunse dopo la perdita della battaglia. La qual considerazione fe' sì che ei non concepisse maggiori inquietudini sul destino d'un uomo cui sapea egli stesso, Morton, d'avere forniti i modi di salvezza, e continuava a sperare che avesse potuto giovarsene.

Si diede indi ad esaminare gli scritti contenuti nella cartella di Bothwell, e vi trovò il registro de' dragoni comandati da quel sergente colle annotazioni di quelli che erano assenti per congedo; una lista di persone d'opinione contraria al governo, e quindi da assoggettarsi ad ammenda, copia d'un mandato del Consiglio privato che autorizzava il sergente ad arrestare diversi individui; più certificati di capi sotto i cui ordini aveva servito Bothwell, concordi tutti nell'encomiarne il coraggio; varie liste di spese fatte nelle taverne. Il documento più meritevole d'osservazione era un albero genealogico composto colla massima accuratezza, e munito di tutte le prove necessarie a dimostrarne l'autenticità. Vi era parimente uno specchio esattissimo di tutte le proprietà appartenenti ai conti di Bothwell, poi confiscate. Vi si trovava ancora una enumerazione de' nomi di coloro ai quali il re Giacomo le avea concedute, e che continuavano tuttavia a goderne. Bothwell avea scritto al piede di questa lista: _haud immemor_.

In un segreto ripostiglio della cartella stavano alcune lettere che la scrittura indicava vergate da mano femminile, una treccia di capelli e alcuni versi di carattere di Bothwell, e che le cancellature fatte dalla stessa mano mostravano essere autografi del medesimo Bothwell.

Mentre Morton leggea questi versi, che non privi affatto di merito giudicava, gli comparve innanzi Burley.

»Svegliato a quest'ora! gli disse. Ottimamente. Ella è una prova del vostro zelo per la buona causa.»

Morton dopo avere narrata succintamente la spedizione di Cuddy, pose fra le mani del Puritano le carte di Bothwell. Burley esaminò con grande attenzione tutte quelle, che in qualche modo ai pubblici affari si riferivano, ma giunto ai versi li gettò da se con disprezzo; »Allorchè (grazia sempre alla celeste assistenza!) liberai la terra da questo strumento di persecuzione, non mi immaginai certo che un uomo non privo di valore invilisse il suo spirito a cose cotanto futili e profane. Ma vedo che il demonio comparte a' suoi prediletti ogni sorte d'ingegno, che la stessa mano alla quale conferisce il potere di trucidare gli eletti in questa valle di perdizione, è abile ad un tempo ad arpeggiare per consumar l'esterminio delle figlie della vanità.»

»Dunque le idee che vi siete formate intorno al dovere, soggiunse Morton, vi divietano ogni amore delle bell'arti! Son pochi però che non le abbiano per soccorrevoli a purificare e sollevare l'anima umana!»

»Mettete la maschera che più vi piace ai diletti mondani. Agli occhi miei non sono che vanità, non presentano se non se agguati. Non abbiamo che uno scopo sopra la terra: _Rifabbricare il Tempio del Signore_.»

»Pure mio padre mi dicea spesse volte, che molti i quali s'impadronivano dell'autorità a nome del cielo, la usavano con tanta severità, ed erano tanto schifi di abbandonarla, come se l'ambizione fosse stata unicamente la loro forza motrice. — Ma non è di questo che ora dobbiam favellare. Riusciste poi nell'assunto d'instituire un nuovo consiglio?»

»La nomina è fatta. Sarà composto di sei individui. Voi siete un di essi, e venni anzi in traccia di voi per sollecitarvi a trasferirvi colà e prender parte alle deliberazioni.»

Morton seguì Burley in quello stesso casolare ov'era stato il dì innanzi, ed ove gli altri compagni suoi lo aspettavano. Le due principali fazioni in cui divideasi questo esercito affrettatamente raunato, erano dopo lunga e tumultuosa discussione alfin convenute nel partito d'avere ciascuna la facoltà di nominare la metà de' membri del consiglio. I tre scelti dai Puritani fanatici erano Burley, Macbriar, e Kettledrumle. La scelta de' moderati cadde sopra Poundtext, Enrico Morton e lord Langfern, signore di quelle vicinanze, che avendo scialacquato il suo patrimonio non sarebbe stato scontento di restaurarlo all'aura delle domestiche turbolenze. Tal fu l'espediente inteso a contrabbilanciare compiutamente in quel consiglio le due fazioni; ma vi era grande probabilità ciò nonostante, che la preponderanza sarebbe stata dalla parte di chi alle più violenti sentenze inclinava. L'astuto Burley, il quale fondavasi sul soccorso de' moderati ogni qualvolta avrebbe differito di opinione dai due colleghi della sua fazione, si riserbava poi, quando con questi accordava, a porre in uso la prevalenza, ch'ei sperava mantener sempre sullo spirito di Morton e sulla debolezza d'indole, ch'era il caratteristico di lord Langfern, per trarre almeno un d'essi nel proprio partito, ed assicurarsi in tutti i casi la maggiorità.

Per vero dire, le deliberazioni di questa giornata furono sensate quanto tranquille. Dopo avere esaminato i modi di guerreggiare che offeriva l'istante, e que' maggiori che erano da sperarsi, risolvettero conservare il campo, in cui stavano, tutto quel giorno per dar tempo di giugnere ai rinforzi che s'attendevano; alla domane si marcerebbe alla volta di Tillietudlem, intimando al castello la resa; negandola que' di dentro, si tenterebbe un assalto; il quale ove non fosse riuscito, ne verrebbe abbandonata l'impresa contentandosi di lasciare attorno a quella fortezza una forza bastante a bloccarla e tribolarla colla penuria sintantochè si arrendesse. Il rimanente dell'esercito prenderebbe la via di Glascow per isnidiarne lord Ross e gli avanzi del reggimento di Claverhouse.

Tal fu la conclusione di quest'adunata. Laonde il primo passo d'Enrico nella sua nuova carriera diveniva l'assalire un castello spettante all'avola di colei che gli era scopo di tenerissimo affetto, un castello difeso dal maggiore Bellenden, cui lo astrigneano vincoli di stima, d'amicizia, di gratitudine. Nè certamente ei celava a se stesso l'arduità dello stato in cui era posto; ma il confortava la speranza che l'autorità acquistatasi sopra l'esercito gli fornirebbe abilità di concedere agli abitanti di Tillietudlem tale assistenza, su cui certamente non avrebbero potuto fondarsi s'ei non fosse stato fra i capi della spedizione. Egli nudriva parimente una lusinga di potere frapporre tra l'esercito presbiteriano e il castello tai patti di neutralità, da metter questo al sicuro contro i funesti effetti della guerra che stava per cominciare.

CAPITOLO VIII.

»Sol per prodigio a lacrimevol, fera »Strage sottratto, or move a questa banda »Uom tal che di valor dà fede intera »Col sangue sol che d'ogni membro ei manda.» _Finlay._

Pensiamo ora agli abitanti di Tillietudlem. Nella notte successiva alla battaglia, il maggiore pose sul pianerottolo della torre alcune sentinelle instrutte di dar all'arme ad ogni menomo segnale che annunziasse l'avvicinar del nemico; ma un profondo silenzio avendo regnato in tutta la notte, i difensori del forte poterono godere d'un qualche riposo. Al primo schiarire del giorno fu data mano a continuare le fazioni della difesa incominciate il dì innanzi, e alcuni istanti dopo una sentinella diede avviso d'un reale che s'avviava verso il castello. L'andatura lentissima del palafreno, e il modo di tenersi in sella del cavaliere, davano a scorgere com'ei fosse o infermo o ferito. Si corse tosto alla portella per dargli ingresso, e fu gioia universale in ravvisandolo per lord Evandale. Il molto sangue uscito dalle sue ferite gli fu cagione di tale spossatezza, che senza l'altrui soccorso non avrebbe potuto scendere da cavallo, e allorchè reggendosi ad un servo entrò nella sala, le due signore mandarono al vederlo un grido di sorpresa e spavento. Pallido come la morte, coperto di sangue, lacere le vesti, disordinati i capelli, più di spettro che di uomo aveva sembianza.

»Sia lodato Dio! sclamò lady Margherita; sia lodato Dio poichè fuggiste dalle mani di quegli scellerati, ingordi di sangue, di quei mostri che trucidarono tanti fedeli servi di sua maestà!»

»Grazie al cielo! soggiunse Editta, siete qui, siete sicuro! Quanti spaventi abbiamo provati per voi! Ma voi siete ferito, o milord, e temo non troviate qui tutti i soccorsi necessari allo stato in cui vi veggiamo.»

»Le mie ferite non sono pericolose (rispose lord Evandale, che fu tostamente fatto sedere sopra d'un canapè); lo sfinimento di cui parlate è solo effetto di molto sangue perduto. Ma non venni io qui a crescere gl'impacci che vi molestano. Entrando in questo castello non mi proposi altro fine che sapere le notizie vostre e se foste qui tuttavia; vedere ancora se potessi esservi di qualche sollievo, e intendere ad un tempo contezze del mio reggimento, giacchè ne riconobbi in lontananza gli uniformi allorchè portai gli sguardi sul pianerottolo della torre. Permettetemi in tale occasione di comportarmi, come un figlio vostro, lady Margherita, come un _vostro fratello_, miss Bellenden.»

E adoperò un tuono particolare nel pronunziar le voci _vostro fratello_, onde miss Editta non credesse che in qualità d'amante il proprio servizio offerisse. Accortasi ella d'un sì dilicato riguardo, gliene fu grata, ma non era quello istante per attaccar gara di nobili sentimenti.