I primi due secoli della storia di Firenze, v. 1

Part 11

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Ed in vero, con un diploma che ha la data del 24 giugno 1187, Errico VI, in premio, esso diceva, dei servigi resi dai Fiorentini a suo padre ed a lui stesso, concedette loro la giurisdizione nella Città e nel contado, fino ad un miglio dalla parte di Fiesole, a tre verso Settimo e Campi, a dieci in tutto il resto.[185] Anche in cosí ristretti confini, però, i nobili ed i militi dovevano restare indipendenti dalla Città. In riconoscenza di questa liberalità dell'Impero, i Fiorentini dovevano ogni anno dare ad esso un buono sciamito, _bonum examitum_.[186] Simili concessioni, limitate del pari, furono fatte ad altre città.[187] Si disse perciò: — se Errico restituí ai Fiorentini la giurisdizione, è chiaro che essa era stata loro tolta dal padre. Noi sappiamo infatti che Federico mise in tutta Toscana Podestà imperiali, che presero nome dalle città.[188] — E andando di questo passo, s'arrivò anche a voler vedere Firenze privata della sua propria giurisdizione fin dentro le mura. Se non che, il diploma d'Errico non parla di restituzione, parla solo di liberalità usata in premio dei servigi resi dai Fiorentini, i quali servigi non si sa in verità quali possano essere stati.[189] È probabilmente un modo di dire, giacché simili concessioni furono da lui fatte a molte città. Da un altro lato riesce assai difficile credere che Firenze, la quale, quando era tanto piú debole, aveva osato combattere a mano armata i messi dell'Impero, uccidendo Rabodo, ponendo in fuga Cristiano di Magonza, potesse, quando si trovava tanto piú forte, alla testa di tutta Toscana, lasciarsi, senza alcuna resistenza, privare della propria giurisdizione in tutto il contado e fin dentro le mura. Oltre di ciò, la esistenza de' suoi Consoli in questi medesimi anni, non par dubbia, il che farebbe senz'altro crollare l'ipotesi di Podestà imperiali dentro la Città. Infatti nel 1184, i documenti ci dànno i nomi dei Consoli. Nei tre anni successivi, è vero, ce li dà solo il pseudo Brunetto Latini; ma è difficile supporre che egli li abbia tutti inventati, o che siasi per tre volte consecutive ingannato. Ed anche in questo triennio, se i documenti non ci dànno nomi di Consoli, indirettamente però accennano di continuo alla loro esistenza.[190]

Bisogna, io credo, cominciare dal riconoscere, che, secondo le idee e la politica di Federico I, il suo diritto d'esercitare giurisdizione nella Toscana, non era disputabile; che se le città l'avevano di fatto esercitata, senza una speciale concessione, esse avevano violato i diritti dell'Impero, il quale poteva, anzi doveva riprenderli. Perciò egli aveva mandato Rainaldo e Cristiano a mettere per tutto suoi Podestà,[191] a far tornare le cose in quello che per lui era il solo stato legale e normale. Se non che, la difficoltà qui non stava nel provare il suo diritto, secondo la teoria imperiale; stava invece nel farlo valere. Era una quistione di fatto, che solamente la forza poteva risolvere. I Podestà imperiali, come noi abbiamo già visto, furono per tutto istituiti; ma se nel contado riuscirono ad ottenere obbedienza, non senza contrasto e parzialmente, nelle città piú grosse, invece, massime a Firenze, non riuscirono punto. I _Potestates Florentiae_ o _Florentinorum_, come di Siena o dei Senesi, e simili, che noi incontriamo assai di frequente, son quasi sempre, e per Firenze può dirsi addirittura sempre, Podestà imperiali, messi nel contado, di cui disputavano la giurisdizione ai Consoli. Or siccome pel Comune il contado era suo proprio territorio, e voleva perciò comandarvi; per l'Impero, invece, il contado doveva, insieme con la Città, essere sottoposto ai Podestà imperiali, cosí ne seguiva naturalmente che essi venivano da tutti chiamati Podestà di Firenze o dei Fiorentini, e per le stesse ragioni, Podestà di Siena o dei Senesi, d'Arezzo o degli Aretini, ecc. Nel fatto però, essi non solamente non riuscivano a comandare dentro le mura delle grosse città, ma nel contado stesso erano in conflitto continuo con l'autorità dei Consoli, ed abbiamo già visto quanta confusione ne nascesse. È tuttavia assai naturale il credere, che, con la venuta di Federico I in Toscana, l'autorità di questi Podestà dovesse immensamente crescere, e che, per qualche tempo almeno, riuscissero davvero ad esercitare la propria giurisdizione in tutto il contado, fin sotto alle mura delle città. Questo fece dire ai cronisti, che l'Imperatore aveva tolto a Firenze il contado. È certo però, che quando egli partí, le cose tornarono subito nello stato di prima; i Consoli cioè continuarono a rendere ovunque, piú che potevano, vana l'opera e l'autorità degli ufficiali imperiali. Il sorgere dei Comuni aveva creato un nuovo stato di cose, del quale l'Impero poteva non ammettere il valore legale, ma che non aveva poi la forza di distruggere. Questo fu che indusse finalmente Errico a riconoscere in parte, e sotto forma di liberale elargizione, lo stato di fatto, che egli sperava cosí di potere almeno circoscrivere entro limiti determinati.

E veramente, col diploma 1187, egli concedeva ai Fiorentini meno assai di quanto essi già da un pezzo possedevano. Se infatti il territorio del Comune non avesse dovuto estendersi piú d'un miglio dalla parte di Fiesole, ne sarebbe rimasta fuori questa città, già sottomessa con le armi, insieme con tutto il suo contado, il quale sin dal 1125 faceva parte del territorio fiorentino, come era stato sempre nei trattati riconosciuto. E quasi ciò non bastasse, anche in sí angusti confini, Errico dichiarava esenti dalla giurisdizione della Città tutti i nobili, cioè anche quelli che ad essa si erano legalmente e solennemente sottomessi. Ma, ciò non ostante, a Firenze conveniva d'accettare la concessione imperiale. Lo stato di fatto sarebbe rimasto quale era, essa avrebbe cioè continuato sempre a comandare ed a prendere piú che poteva. Il cronista Paolino Pieri, nel ricordare questa concessione, dice che i Fiorentini riebbero il contado, «cioè che si ritolsero,» espressione con la quale inconsapevolmente egli manifesta la vera condizione delle cose. Intanto l'Impero cedeva nel punto di diritto, riconoscendo la giurisdizione dei Consoli nella Città ed in una parte del contado. Il resto sarebbe stato in avvenire, come pel passato, risoluto dalla forza. A noi pare che tutto ciò ponga in chiaro le cose, e spieghi ancora le inesattezze e la confusione dei cronisti, i quali, non sapendo distinguere la questione di fatto da quella di diritto, mescolarono di continuo l'una con l'altra. E veramente non era agevole distinguerle, quando di fronte al fatto stavano due, anzi tre diritti, ognuno dei quali non riconosceva gli altri: il diritto cioè dell'Impero, quello del Comune e quello finalmente del Papa, che ripeteva sempre, quantunque sempre invano, che la Chiesa era l'erede di Matilde.

V

L'esistenza dei Podestà o conti tedeschi nel contado non fu però senza un'azione, per lo meno indiretta, nell'interno della Città. Essi contribuirono anzi a modificarne la costituzione, promuovendo in certo modo la creazione d'una nuova magistratura municipale, che portò lo stesso nome. In vero, il nome latino di _Potestas_, Potestà o Podestà era dato nel Medio Evo ad ogni superiore autorità: noi lo abbiamo visto già attribuito nel 1068 a Goffredo duca di Toscana. Piú tardi fu dato ai conti tedeschi, insediati nel contado, in nome di Federico I. Da essi passò poi a magistrati municipali. Sembra che dapprima venisse dato ad ufficiali che il Comune mandò nel contado, quando v'erano già i conti tedeschi, ad imitazione di essi e contro di essi. Tali almeno dobbiamo credere che siano alcuni, i quali hanno nomi italiani; e portano il titolo di Podestà fiorentini o di Firenze, prima che una tale magistratura fosse Stata creata dentro la Città. Ne conosciamo almeno due, Renuccio da Stagia e Guerrieri,[192] che i testimoni di Rosano ricordano piú di una volta. Renuccio sembra, con abbastanza probabilità, aver tenuto l'ufficio prima del 1180,[193] quando cioè in Firenze v'erano certamente i Consoli.[194] Bisogna quindi ritenerlo ufficiale del contado. Si ammetta però o non si ammetta una tale ipotesi, è qui da notare che nei documenti fiorentini, ogni volta che s'allude ora ai Consoli, si comincia costantemente ad aggiungere le parole: _sive Rector vel Potestas vel Dominator_. Dapprima non è che una formola vaga e generica, la quale accenna, in modo assai indeterminato, alla possibilità di un'altra magistratura. Ma a poco a poco la formola assume un carattere piú concreto; la parola _Potestas_ prende una importanza sempre maggiore, tanto che spesso precede quella di _Consules_.[195] E allora la nuova magistratura è vicina a nascere; essa infatti comparisce finalmente l'anno 1193, nella persona di Gherardo Caponsacchi, un Fiorentino di famiglia consolare.

L'Ammirato s'ingannò quando credette di ritrovare un tal magistrato nel 1184, perché nella lega tra Firenze e Lucca vide ricordato non un individuo in particolare, ma l'ufficio in genere del Podestà.[196] Questo però, come notammo, segue troppo spesso nei documenti, anche quando a Firenze v'erano di certo i Consoli, per poterne tirare una tal conclusione. Può darsi che anche prima del 1193 vi sia stato in Firenze un qualche Podestà; ma sino a che non si trovi il nome dell'individuo in un documento, che ce lo mostri in ufficio, noi non possiamo asserirlo.

L'istituzione della nuova magistratura fu, in ogni modo, preceduta da un incremento della nobiltà dentro le mura cittadine. Questo anzi ne fu una delle cause efficienti. Le carte del tempo ci hanno dato di ciò prove continue, che sono confermate dai cronisti. Il pseudo Brunetto Latini dice, che nel 1192 erano Consoli «Messer Tegrino dei conti Guidi, paladino in Firenze, e Chianni de' Fifanti». Ora il vedere al Consolato in Firenze un conte ed un conte palatino o paladino che sia, è un fatto assolutamente insolito. Lo stesso cronista ci dice che, nel medesimo anno, si fece ordinamento in Firenze, che li conti Guidi et li conti Alberti et li conti da Certaldo, Ubaldini et Figiovanni, Pazzi et Ubertini, conti di Panago et altri nobili assai, cittadini, dovessero abitare i quattro mesi dell'anno nella città di Firenze». Sia qualunque il valore che si voglia attribuire a questo cronista, la sua asserzione è in armonia colle notizie che si cavano dai documenti, e spiega l'origine della nuova magistratura. Non poteva certo ai nobili piacere di sottostare al governo popolare dei Consoli, contro cui fin dal 1177 avevano combattuto, e specialmente poi essere giudicati da coloro che essi ritenevano inferiori per grado e dignità. Inoltre, quanto piú gli elementi di cui la cittadinanza si componeva, divenivano eterogenei, e piú si avvicinava perciò il pericolo di guerra civile, tanto piú la possibilità di essere giudicati dai proprî avversarî politici, doveva apparire incomportabile. E quindi si cercava una magistratura nuova, d'indole diversa, preferibilmente aristocratica, e si prese a modello una istituzione imperiale, quale era quella del Podestà. Esso non è già un semplice giudice, come molti credettero e scrissero; è addirittura il capo e rappresentante del Comune; firma i trattati e comanda l'esercito; piglia il posto dei Consoli.

Infatti il 14 luglio 1193, il castello di Trebbio si sottometteva al Comune di Firenze, di cui avevano la legale rappresentanza Gherardo Caponsacchi _Potestas Florentie et eius Consiliarii_, insieme coi sette Rettori delle Capitudini delle Arti.[197] I Consiglieri, dei quali il documento dà i nomi, sono sette anch'essi, e quasi tutti di famiglie consolari; due sono anzi veri e proprî nobili, un conte Arrigo (forse da Capraia) ed un Tegghiaio Buondelmonti. Nel 1194 par certo che si tornasse ai Consoli, anzi il pseudo Brunetto ci dà i nomi di due, fra i quali un Uberti. Nel 1195 comparisce nuovamente il Podestà nella persona di _Rainerius de Gaetano, cum suis Consiliariis_, uno dei quali è _Consul iustitiae_.[198] Si può con certezza ritenere che questi Consiglieri, il cui numero nei documenti varia di continuo, non sono altro che i Consoli stessi, che, per qualche tempo, persistono ancora sotto questa forma transitoria, durante la quale il Podestà è come il loro capo. Essi rappresentano il Comune insieme con lui, o anche senza di lui. A poco a poco però la loro importanza diminuisce, e quella del Podestà aumenta. Insomma è un periodo di trasformazione, durante il quale la nuova forma, non ancora ben determinata, di governo, si alterna con quella dei Consoli.

Nel 1200 il Podestà non è piú un fiorentino, ma uno straniero, e già rappresenta il Comune senza la compagnia de' suoi Consiglieri, che nel 1207, quando cioè la nuova magistratura piglia la sua forma definitiva, sono addirittura scomparsi. Per meglio dire, essi si vanno sempre piú trasformando, ed aumentano di numero, fino a che formano un Consiglio speciale della Città intiera, accanto all'antico Consiglio o Senato, che diventa il Consiglio generale. Il governo allora sarà rappresentato dal Podestà e da due Consigli, i quali qualche volta voteranno separatamente, qualche altra uniti, e si chiameranno in questo caso, il Consiglio generale e speciale. L'ufficio dei Consoli si può dire cosí morto per non piú ricomparire. Salvo infatti un ultimo tentativo, pel quale essi furono di nuovo eletti negli anni 1211 e 1212, noi piú non li ritroviamo. E da quanto abbiam detto finora può facilmente intendersi, perché i cronisti pongano in tempi assai diversi l'origine del Podestà. Il pseudo Brunetto Latini lo fa cominciare nel 1200, quando cioè esso fu la prima volta un ufficiale forestiero, qualità che era tenuta essenziale. E però il cronista prima d'allora sembra vedere in esso piú che altro un capo dei Consoli.[199] E si capisce ancora perché il Villani lo faccia invece cominciare nel 1207. Questo è infatti l'anno in cui l'ufficio prende la sua forma definitiva davvero, giacché il Podestà non solo è forestiero, ma apparisce anche senza i Consiglieri. Il Villani però s'inganna quando ce lo vuol dare come un magistrato eletto all'unico ufficio di amministrare piú imparzialmente la giustizia, e quando aggiunge che allora «non si rimase la signoria dei Consoli, ritegnendo a loro ogni altra cosa del Comune». Sono due errori, il secondo dei quali si può credere poco piú che un semplice anacronismo. Infatti se ciò che egli afferma non può esser vero nel 1207, tale può ritenersi, in parte almeno, per gli anni precedenti, quando cioè i Consoli sopravvivevano quasi a sé stessi, come Consiglieri del Podestà.

VI

Certo dal 1196 al 1199 c'era stato un ritorno ai Consoli.[200] Ma in questo tempo seguí anche un fatto assai importante, che mutò profondamente la politica generale di tutta la Toscana, e sul quale perciò dobbiamo ora fermarci. Il 27 settembre 1197 moriva l'imperatore Arrigo VI, e questa morte portò prima l'abbandono, poi la totale caduta di quel sistema imperiale, con tanta cura e persistenza iniziato da Federico I nell'Italia centrale. I Samminiatesi distrussero la rocca, che era in mano dei Tedeschi; poi le mura di S. Genesio.[201] I Fiorentini ripresero per denaro Montegrossoli, che era stato rioccupato e fortificato da nobili, che davano noia continua.[202] E dopo di ciò Firenze si pose ad un'assai maggiore impresa, iniziando una lega delle città toscane contro l'Impero. Essa fu conclusa il dí 11 novembre 1197, a S. Genesio, dove giurarono primi i Lucchesi, poi i Fiorentini, i Senesi, i Samminiatesi, il vescovo di Volterra, presenti, per maggiore solennità, due cardinali di Santa Chiesa. I patti principali erano: alleanza a comune difesa contro chiunque attaccasse la Lega; non far pace o tregua _cum aliquo Imperatore vel Rege seu Principe, Duce vel Marchione_, senza il consenso dei Rettori della Lega stessa; muover guerra contro le città, conti, vescovi o borghi, che, invitati ad entrarvi, si ricusassero.[203] Ma dove era il pericolo imminente? Perché questa alleanza contro l'Impero, ora appunto che esso piú non minacciava? Uno dei patti ci spiega, meglio d'ogni altro, lo scopo vero cui si mirava. I castelli, i borghi, le piccole terre, cosí esso diceva, possono essere ammessi solo come dipendenti da coloro, che sono legittimi possessori del territorio in cui queste terre o castelli si trovano. Unica eccezione era fatta per Poggibonsi,[204] perché di esso molti si disputavano il dominio. Montepulciano sarebbe stato ammesso come dipendente da Siena, appena che questa fosse riuscita a provare il suo diritto di dominio su di esso.

Da tutto ciò adunque par chiaro che, in sostanza, quello che veramente si voleva era: profittare della morte dell'Imperatore, per assicurare alle città il pieno dominio dei propri territori. A questo fine occorreva essere in Toscana uniti, e però si voleva che la Lega fosse, per quanto era possibile, obbligatoria. Gli atti posteriori di essa non lasciano alcun dubbio sul vero suo fine; provano anzi assai ampiamente che Firenze l'aveva promossa, perché tutta Toscana l'aiutasse ora ad impadronirsi subito del suo contado. Se però la Lega era contro l'Impero, non per questo essa era a difesa del Papa, delle cui pretese, come erede di Matilde, non teneva anzi conto nessuno. Si dichiarava, è vero, di non riconoscere imperatore, re, duca o margravio, senza l'approvazione della Romana Chiesa; ma si aggiungeva che se il Papa voleva entrare nella Lega, doveva accettarne i patti, altrimenti ne sarebbe restato fuori. Se chiedeva aiuto, per riconquistare le proprie terre, si doveva far solo ciò che i Rettori della Lega avrebbero ordinato. Non si sarebbe però, in nessun caso, tenuti ad aiutarlo, se le terre da lui richieste fossero già tenute in possesso di qualcuno dei Comuni o città alleate. Piú chiaro non si poteva parlare. E però quando ai primi del 1198 fu eletto papa Innocenzo III, questi, sebbene avverso all'Impero, e fautore dello spirito nazionale in Italia, si dimostrò, come vedremo, assai scontento di un tal modo di procedere.

Il 4 dicembre 1197, a Castel Fiorentino, giurarono i Rettori della Lega, fra cui primi il vescovo di Volterra ed il Console fiorentino Acerbo, che ne fu il capo effettivo, sebbene il titolo venisse dato al Vescovo, a cagione della sua ecclesiastica dignità. Pisa e Pistoia per ora ne restarono fuori; ma ad esse, come ad altre città toscane, era serbato libero l'aderire, cosa che Arezzo aveva già fatto il 2 dicembre.[205] Il 5 febbraio 1198 giurò il conte Guido, ed il 7 giurò il conte Alberto. I Fiorentini però espressamente dichiaravano nel secondo di questi due trattati, che essi si serbavano liberi d'assalire Semifonte, e di sottoporre anche colla forza Certaldo e Mangona, terre degli Alberti.[206] E cosí continuarono a procurare una quantità di altre adesioni alla Lega, con atti che erano piuttosto di sottomissione a Firenze.

Fu questo il momento in cui papa Innocenzo, da poco eletto, nel mese stesso di febbraio in cui fu consacrato, scriveva ai due cardinali stati presenti alla Lega, che in molte cose essa _nec utilitatem contineat, nec sapiat honestatem_, non essendosi tenuto conto alcuno che il Ducato di Toscana apparteneva alla Chiesa, _ad ius et dominium Ecclesiae Romanae pertineat_. Egli intendeva perciò far valere i suoi diritti. Se i collegati a lui si sottomettevano, avrebbe colla minaccia d'interdetto obbligato anche i Pisani ad unirsi a loro, contro l'Impero; altrimenti li avrebbe lasciati liberi di fare quel che volevano.[207] Non gli fu però dato ascolto, e gli convenne fare di necessità virtú, moderando non poco il suo linguaggio.[208] Pare nondimeno che alcune concessioni di forma gli fossero fatte (sebbene non sappiamo quali), perché, scrivendo poi ai Pisani, si dimostrava piú contento, e li spingeva ad entrare nella Lega. Certo è però che essi ne restarono sempre fuori, e che se egli, fatto accorto dagli eventi, si dichiarò piú tardi fautore energico degl'interessi nazionali, e promotore della Lega contro l'Impero, poté cosí riuscir solo ad aumentare la sua autorità morale e politica, non a guadagnare un sol palmo di terra, né a far valere alcuno de' suoi pretesi diritti sulla Toscana.

Chi ogni giorno ne cavava invece vantaggio erano i Fiorentini. Il 10 aprile 1198 Figline entrava nella Lega, sottomettendosi a Firenze, pagando anche un annuo tributo;[209] ed il dí 11 maggio Certaldo faceva lo stesso.[210] La Repubblica continuava a procedere non solo con energia, ma con grande accortezza per la via intrapresa. Lasciava che i nobili pigliassero sempre maggior parte al governo, perché cooperassero di buona voglia al compimento della deliberata impresa. Quel conte Arrigo da Capraia, che nel 1193 trovammo fra i Consiglieri del podestà Caponsacchi, lo troviamo ora, nel 1199, addirittura fra i Consoli.[211] Nell'anno 1200 si eleggeva finalmente a Podestà uno straniero,[212] Paganello Porcari da Lucca, cosa a cui, come già notammo, da un pezzo miravano i nobili. Ed egli venne confermato nel 1201, perché condusse la guerra con energia e valore. Infatti, nel febbraio del 1201, il conte Alberto giurò di cedere ai Fiorentini il poggio di Semifonte col castello e le mura; di aiutarli, ogni volta che fosse necessario, ad impadronirsi di Colle, Certaldo, Semifonte.[213] Il vescovo di Volterra giurò anche esso di aiutarli nelle medesime guerre.[214] E tutto ciò si faceva come se fosse conseguenza e parte degli obblighi della Lega, il che incominciava naturalmente a stancare ed insospettire gli alleati, che si vedevano ridotti cosí a fare il solo interesse di Firenze. La quale, non curandosi d'altro, era pronta a cominciare la guerra contro Semifonte, a ciò essendosi andata spianando la via con tutti questi trattati.

Da un pezzo essa meditava la presa di quel castello, la cui strategica posizione e la facilità grande che esso aveva di ricevere aiuti da tutti i vicini, lo rendevano come un pruno negli occhi della ormai superba Repubblica, deliberata perciò a disfarsene. Il conte Alberto, sebbene si fosse nel 1184 obbligato a non farlo, come due anni prima s'erano obbligati i Pognesi, aveva, non ostante, poco dopo, costruito sul colle di Petrognano il castello di Semifonte, profittando della venuta di Federico I, e della posizione assai difficile in cui si erano allora trovati i Fiorentini, che mai non glielo perdonarono. Egli aveva in quell'occasione assunto anche il titolo di _Comes de Summofonte_. Presso il castello s'andò subito formando un borgo, che crebbe rapidamente, perché v'accorrevano molti dalle vicine terre, che Firenze andava via via sottoponendo e tassando. E già si ripeteva nel contado:

Firenze, fatti in là. Che Semifonte si fa città.

Per queste ragioni la Repubblica aveva insistentemente cercato assicurarsi dei vicini, con i molti trattati già ricordati, e con altri ancora, condotti a termine dal suo operoso Podestà. Rimaneva però sempre Siena, che poteva dar valido aiuto al nemico, il quale si dimostrava già pronto alla difesa. E però il 29 marzo del 1201 i Fiorentini conchiusero con essa un'alleanza, promettendo d'aiutarla contro Montalcino, che aveva di fronte a Siena la stessa minacciosa posizione di Semifonte contro la loro Città.[215] Anche Colle fu obbligato a giurare di non dare aiuto ai Semifontesi.[216] Finalmente la guerra incominciò.