I primi due secoli della storia di Firenze, v. 1
Part 10
I Fiorentini furono quelli che piú di tutti seppero profittare di questa debolezza dell'Impero. Nel 1129, s'impadronirono del castello di Vignale in Val d'Elsa;[147] nel 1135 distrussero quello di Monteboni, da cui ebbero nome i Buondelmonti, che dovettero allora sottomettersi, con l'obbligo di servire in guerra il Comune, ed abitare alcuni mesi dell'anno in Città.[148] Il Villani, a questo proposito, osserva che ora il Comune cominciò ad ingrandirsi «colla forza piú che con ragione...., sottomettendosi ogni nobile di contado e disfacendo le fortezze». Questa infatti fu la politica fiorentina, e da essa due conseguenze dovevano inevitabilmente venire. La prima era l'ingrandimento del territorio; la seconda, l'introduzione in Città d'un numero sempre maggiore di nobili, il che apparecchiava la formazione d'un partito aristocratico, avverso al popolo, e quindi le guerre civili e i futuri mutamenti di governo.
Nel giugno 1135 entrava in Firenze il messo imperiale Engelbert,[149] che pareva le fosse amico. Egli andò subito verso Lucca, dove toccò una grave sconfitta. Fu piú tardi mandato Errico di Baviera, che venne con qualche forza, e pareva avverso ai Fiorentini; ma ben presto andò via, e gli successe Ulrico d'Attems, che si mostrò loro favorevole, anzi nel 1141 andò con essi a fare una scaramuccia contro Siena.[150] Queste erano però meteore che apparivano e sparivano. La principale guerra dei Fiorentini incominciava adesso contro il conte Guido, soprannominato il Vecchio, che era divenuto loro nemico. Occasione della rottura era stata un'eredità contestata; ma la ragione vera bisogna trovarla nella sua cresciuta e minacciosa potenza. Coi suoi possedimenti egli circondava infatti da ogni lato la Repubblica: _per se quasi civitas est et provincia_, scriveva di lui il Sanzanome.[151] E prima gli tolsero un castello presso Ponte a Sieve, poi assalirono quello di Monte di Croce. Ma il Conte, aiutato dalle vicine città, poté il 24 giugno 1146, dare ai Fiorentini una disfatta. Pure anche allora riuscirono ad ottenere patti vantaggiosi: una parte delle mura doveva essere demolita, e sul castello essere innalzata la bandiera fiorentina.[152] Ciò fu fatto, e per qualche tempo si ebbe tregua, tanto piú che il Conte pare s'allontanasse per altre imprese. Ma piú tardi le mura furono ricostruite,[153] ed i Fiorentini, dichiarando violati i patti, improvvisamente assalirono nel 1153 il castello, e lo demolirono. E cosí _Mons Crucis est cruciatus_, scriveva il Sanzanome. Tutto ciò non poteva di certo contribuire alla pace. Il conte Guido cedette una parte di Poggibonsi ai Senesi, con obbligo di fortificarlo e difenderlo contro i Fiorentini, i quali si apparecchiavano ad assalirlo. Accettando il dono, Siena s'impegnava quindi a prendere parte attiva alla guerra, che cosí s'allargava.[154]
II
Se non che, appunto allora lo stato delle cose mutava, perché s'incominciò a sentire in Toscana l'azione di Federico I Barbarossa. Avvistosi che il duca Guelfo non riusciva a farsi rispettare, mandò (1162-3) l'arcivescovo Rainaldo di Colonia, uomo accorto ed energico, col titolo di _Italiae archicancellarius et imperatoriae maiestatis legatus_, e l'incarico di riordinare l'amministrazione imperiale, secondo un nuovo concetto. Federico accettava, come fatto inevitabile, la dissoluzione del Margraviato, e voleva direttamente assumere il governo delle varie parti di esso, per mezzo di Conti o Podestà tedeschi, come già aveva fatto in Lombardia. E Rainaldo si mise con ardore all'opera, ponendoli, con presidî tedeschi, nei principali castelli del contado: dove i castelli mancavano, ne furono costruiti dei nuovi.[155] S. Miniato, con la sua torre in cima del colle, col borgo di S. Genesio in basso, fu il centro di questa nuova amministrazione. Ivi Rainaldo pose Everardo d'Amern, col titolo di _Comes et Federici imperatoris legatus_.[156] Il concetto politico di Federico era chiaro e preciso; ma ad attuarlo, contro il volere dei Comuni già liberi, contro l'interesse di molti dei conti indigeni, sarebbero occorsi gran tempo ed un grosso esercito, cose che allora mancavano ambedue. Rainaldo dové ben presto partire per altre imprese, e quantunque gli succedesse l'arcivescovo Cristiano di Magonza, anch'esso uomo di valore, i risultati pratici dell'opera loro furono assai scarsi. Riuscirono solo a cavar danari, smungendo le popolazioni: «come buoni pescatori, cosí dice un cronista, stesero abilmente le loro reti per tutto». Ma politicamente nulla di stabile fondarono.
Si videro, è vero, per tutto sorgere i nuovi Podestà tedeschi, i _Teutonici_, come li chiamavano. Troviamo infatti ora di continuo menzionati il _Potestas Florentiae o Florentinorum_, e cosí quelli di Siena, Arezzo, ed altri molti. Dentro le mura, però, delle grosse città, poco o nulla potevano, perché in esse continuavano a governare i Consoli, i quali nel contado contrastavano l'autorità dei Teutonici. Era uno stato di cose che non poteva durare a lungo. Ad alcune città amiche, l'Imperatore stesso concedeva, che, per mezzo dei loro Consoli, ma in suo nome, esercitassero la giurisdizione dentro le mura, qualche volta anche in una parte del contado, esentandone però sempre i nobili, spesso le chiese e conventi, che riteneva sotto la sua autorità.[157] In tutto il resto dell'Italia centrale dovevano i suoi Podestà comandare senz'altro, non avendo egli alcun dubbio sul pieno e assoluto diritto dell'Impero. Ma la questione era adesso piú di fatto che di diritto, e poteva essere risoluta solo dalla forza, che l'Impero non aveva in Toscana. E però quello che ne seguí, fu una gran confusione. Le grosse città, e piú specialmente Firenze, continuarono a reggersi come prima; nel contado invece Podestà imperiali, Conti toscani, signori feudali, grossi e piccoli. Consoli od altri ufficiali del Comune si disputavano ogni giorno l'esercizio dell'autorità; e le popolazioni non sapevano piú a chi obbedire. Le stesse città, gli stessi nobili che si dichiaravano per l'Impero, non si adattavano ai disegni di Federico, anzi li combattevano, perché in sostanza a tutti puzzava questa signoria teutonica, esercitata da avidi e prepotenti ufficiali dell'Impero.
Una pittura abbastanza fedele di tale stato di cose possiamo cavarla dalle antiche deposizioni di testimoni, che furono, in diverse occasioni, chiamati a dare autentici ragguagli sulle condizioni del paese. Coloro che andarono a deporre sul monastero di Rosano, ce lo descrivono come dipendente dal conte Guido, che era continuamente costretto a difenderlo «dal castellano di Montegrossoli, da altri Teutonici e dai Consoli fiorentini», che tutti presumevano esercitarvi la loro autorità. Essi ci fanno vedere a Monte di Croce, Consoli di quella terra e vice-comiti, i quali comandano nello stesso tempo, e sono costretti a difendersi dai Teutonici, dalle pretese dei Consoli e di altri ufficiali del Comune fiorentino.[158] Né minore confusione descrivono quelli che furono, in altra occasione, chiamati a deporre sul castello e sulla valle di Paterno, il cui dominio veniva disputato tra Fiorentini e Sanesi. Un testimone dice, che ai suoi tempi vide comandare colà, come in tutto il contado fiorentino, un tal Pipino, _Potestas Florentiae_. Un altro ricorda di aver percorso la Valle di Paterno e tutto il contado fiorentino, in compagnia dei Consoli del Comune e di un Teutonico. Parecchi affermano di esservi andati ora con Pipino, ora con altri Teutonici, ora coi Consoli, i quali tutti erano obbediti del pari, e riscotevano tasse. Singolare è la deposizione d'un Giovanni _de Citinaia_, che fece lungo racconto delle vicende seguite colà, negli ultimi tempi. Narrò d'un prete, che svelse dal suolo un grosso pilastro, di cui, non sapendo a quale scopo vi fosse posto, voleva servirsi per la costruzione della sua chiesa. Ma pesava tanto che, con un carro e due buoi, non riuscí a portarlo via. Laonde i contadini ivi presenti, esclamavano: _Domine sacerdos, male fecisti, quia est terminus inter Florentinos et Senenses_. Dopo di ciò, cosí continuava il teste, due individui andarono dal castellano di Montegrossoli, dicendogli che se li secondava nel far ricostruire il castello di Paterno, gli avrebbero fornito le prove dei diritti che aveva sopra di esso. Il castellano corse lieto a Firenze per ottenerne l'assenso; ma tornò in fretta, dicendo che smettessero di lavorare, avendo i Fiorentini ricusato, perché veniva in Toscana l'arcivescovo Cristiano di Magonza, il quale già era in Lombardia. Allora i Senesi, profittando della occasione propizia, demolirono i lavori abbandonati, e spadroneggiarono essi. Di certo non è possibile immaginare una moltiplicità maggiore, una maggior confusione e contrasto di autorità e di diritti.[159]
Per Firenze e pei Comuni di Toscana in genere, non v'era quindi ora da far altro, che profittare d'ogni occasione opportuna a sostenere, colle armi o coll'astuzia, i proprî diritti. La guerra era già scoppiata tra Pisa e Lucca, con la quale s'era unito il conte Guido, nemico dei Fiorentini, che fecero perciò trattato d'alleanza con Pisa. Ne ottennero molti vantaggi pel loro commercio, impegnandosi però a pigliar parte attiva nella guerra.[160] E lo facevano volentieri, perché si trattava non solo di combattere i Lucchesi, ma anche il conte Guido e Cristiano di Magonza, che li sostenevano. Parve dapprima che Cristiano, ponendo, il 23 marzo 1173, Pisa al bando dell'Impero, e togliendole cosí tutti i privilegi già prima concessi, la inducesse alla pace. Infatti il 23 maggio fu concluso un accordo (cui erano presenti anche i Fiorentini), con obbligo che fra Pisa e Lucca si procedesse allo scambio dei prigionieri. Il bando fu ritirato il 28 del mese stesso, e la pace venne solennemente conclusa in Pisa, il primo di giugno.
Ma dopo due mesi avvenne un fatto inaspettato, che fece correre subito alle armi. Il 4 di agosto l'arcivescovo aveva invitato a San Genesio i Consoli di Pisa e di Firenze; e quando furono colà, li fece improvvisamente prendere e gettare in carcere. Che cosa era seguito di nuovo, per voler rendere inevitabile la guerra, dopo aver tanto cercato la pace? Si sono immaginate molte spiegazioni, ma una cosa sola si sa di certo. Il 5 maggio 1172, mentre cioè che erano già innanzi le trattative di pace, s'era a Firenze stretto un segreto accordo, al quale i Pisani non potevano essere rimasti estranei. Alcuni Samminiatesi, cacciati dalla loro terra come ribelli all'Impero,[161] avevano, nel palazzo del vescovo di Firenze, giurato non solo di far causa comune coi Pisani e coi Fiorentini; ma di dar loro la terra di San Miniato, se riuscivano a riprenderla, anche quando la torre fosse rimasta in mano dei Tedeschi.[162] Il fatto è certo, perchè il documento che stringeva l'accordo è arrivato fino a noi. Non è un vero e proprio trattato, non essendovi stati presenti i Consoli, e mancandovi le formole essenziali alla vera legalità. Ma l'aver giurato e firmato nel palazzo del vescovo; l'avervi preso parte alcuni dei principali cittadini, fra cui uno degli Uberti;[163] l'aver conservato il documento in Archivio,[164] sono prove che i governi delle due città non furono estranei all'accordo, e che si voleva solo nasconderne o mascherarne la vera importanza. Da tutto ciò, dalla mala voglia e lentezza con cui procedeva lo scambio dei prigionieri, Cristiano si persuase che la pace era fittizia, che volevano aggirarlo e tradirlo. Perduta quindi la pazienza, si lasciò andare all'atto imprudente ed inconsiderato, che rese ormai impossibile la pace da lui tanto desiderata.
I Fiorentini erano infatti già nell'agosto a Castel Fiorentino, dove i Pisani, accampati a Pontedera, mandarono loro in aiuto 225 cavalieri, con due dei proprî Consoli. Cristiano s'avanzò subito col conte Guido e coi Lucchesi; ma questi ultimi dovettero abbandonarlo, perché i Pisani, consigliati a ciò dai Fiorentini, erano entrati nel loro territorio e lo devastavano. Tuttavia, sebbene stremato di forze, egli affrontò il nemico, e combatté con valore accanto alla bandiera; ma fu disfatto. Noi ignoriamo il seguito della guerra; certo è però che Cristiano ben presto partí, che nel 1174 i Samminiatesi ribelli tornarono con onore nella propria terra, e che finalmente nell'anno seguente si concluse una pace fra le tre città combattenti.[165]
I Fiorentini intanto continuavano sempre a sottomettere città e castelli nel loro contado.[166] Sin dal 1170 avevano costretto a duri patti gli Aretini,[167] amici del conte Guido, ed ora andarono a combattere sotto le mura d'Asciano, terra vicina ad Arezzo, la quale s'era sottoposta in parte ad essi, in parte ai Senesi, che volevano ora impadronirsene del tutto. Questi furono, il 7 luglio del 1174, disfatti, lasciando al nemico un migliaio di prigionieri, e dovettero quindi, sottomettersi a condizioni di pace assai dure.[168] Le trattative andarono in lungo, ma furon pure concluse nel 1176. I Fiorentini vennero riconosciuti legittimi padroni di tutto il contado fiesolano e fiorentino, ed ebbero una parte di ciò che possedevano in Poggibonsi i Senesi, i quali dovevano aiutarli nelle loro guerre, salvo contro l'Impero ed i suoi messi, che[169] promettevano cercare con ogni opera di rendere amici di Firenze. V'erano anche parecchie altre durissime condizioni.[170] Che i Fiorentini riuscissero ad imporre tali patti, dopo la piccola guerra d'Asciano, è certo una prova della loro cresciuta potenza; ma è certo ancora che, se i Senesi non erano per sempre decaduti, questa non poteva essere che una pace fittizia e, dopo molto esitare, conclusa solamente per ottenere la liberazione dei prigionieri.
III
Questi trionfi esterni si ripercotevano però in modo impreveduto nell'interno della Città. Il governo dei Consoli, con la prevalenza in esso del partito popolare, aveva sempre piú lasciato da parte i potenti, massime la consorteria degli Uberti, i quali ben di rado noi troviamo ora alla testa del Comune,[171] di che, come era naturale, si mostravano assai poco contenti. Invece le continue sottomissioni di castelli e terre avevano in Città aumentato sempre piú il numero dei nobili di contado. I quali, se dapprima, come semplici _assidui habitatores_ o _cives salvatichi_, non potevano pigliar parte al governo, potevano unirsi agli scontenti, ingrossarne il numero e la forza. Divenuti coll'andare del tempo, veri e proprî cittadini, ebbero modo d'operare piú efficacemente. E cosí ne seguí finalmente, che nel 1177 gli Uberti presero animo a tentare una rivoluzione, la quale fu la prima delle guerre civili in Firenze.
Tutti i cronisti ne parlano, e non dovette esser cosa di poco momento, perché durò due anni circa, con molto spargimento di sangue, con incendi che distrussero gran parte della Città, al che s'aggiunse anche una piena d'Arno, che fece crollare il Ponte Vecchio. Il Villani descrive i due incendî seguíti nel 1177, dal Ponte al Mercato Vecchio, il primo; da San Martino del Vescovo a Santa Maria Ughi ed al Duomo, il secondo; poi descrive la caduta del ponte, ed aggiunge, al solito, che tutto ciò fu giusto giudizio di Dio contro la Città divenuta ingrata, superba e piena di peccati. Della rivoluzione seguita nello stesso tempo, egli discorre come se con gl'incendi non avesse relazione alcuna. Gli Uberti, esso continua, che erano «i piú possenti e maggiori cittadini di Firenze, co' loro seguaci nobili e popolani, cominciarono guerra contro i Consoli, che erano signori e guidatori del Comune, a certo tempo e con certi ordini, per la invidia della Signoria che non era a loro volere. E la guerra fu cosí aspra che si combatteva in piú parti da vicinanza a vicinanza, con le torri armate, le quali erano alte da 100 a 120 braccia. Se ne costruirono anzi delle nuove per le Comunità delle contrade, coi danari delle vicinanze, e le chiamavano Torri delle Compagnie. Si continuò cosí a combattere per due anni, con molte uccisioni; e venne questo perpetuo guerreggiare in tale uso fra i cittadini, che l'un dí si battevano, e l'altro bevevano e mangiavano insieme, novellando l'uno all'altro delle loro imprese e prodezze. Finalmente si pacificarono per stracchezza, e i Consoli restarono in signoria; ma queste cose crearono poi e partorirono le maledette parti, che furono appresso in Firenze».[172]
Il pseudo Brunetto Latini, invece, pone al 4 agosto 1177 il primo incendio da Ponte Vecchio fino a Mercato Vecchio. Ma, continuando, aggiunge subito che nello stesso anno cominciò «discordia e guerra durata ventisette mesi tra i Consoli e gli Uberti, i quali non ubbidivano né Consolato, né Signoria, né eziandio per loro facevano reggimento. Questa battaglia cittadinesca portò gran mortalità, rubamenti ed incendi. In cinque parti diverse della Città fu messo il fuoco, che arse il Sesto d'Oltrarno, e da S. Martino del Vescovo a S. Maria».[173] Il 4 novembre del 1178 sarebbe, secondo lo stesso cronista, caduto il Ponte, e la guerra cittadina sarebbe finita solamente nel 1180, con la vittoria degli Uberti, uno dei quali, Uberto degli Uberti, entrò poi nel consolato. «Da ciò derivò piú tardi la creazione dei Podestà, che furono gentiluomini, possenti e forestieri».[174]
Non ostante alcune apparenti contraddizioni dei due cronisti, risulta pur chiaro da essi e da altri ancora, che nel 1177 vi fu una rivoluzione capitanata dagli Uberti, la quale durò circa due anni, con incendi, uccisioni e rubamenti. La loro vittoria fu parziale, perché il consolato restò; ma essi vi entrarono piú spesso di prima, insieme coi loro amici, e però il pseudo Brunetto Latini li dice vittoriosi. Tutto ciò diede nel governo maggior forza ai nobili, ed apparecchiò la riforma aristocratica, che poi sostituí il Podestà ai Consoli, e seminò il germe delle parti e delle guerre civili, che dovevano cosí lungamente lacerare ed insanguinare la Città. Tale in sostanza è la conclusione dei cronisti: i documenti e i fatti posteriori la confermano pienamente. Nondimeno la pace interna fu ristabilita, e la politica fiorentina non fu punto alterata. Il parziale trionfo dell'aristocrazia, rendendola, per ora almeno, contenta, giovò anzi a fare, col suo efficace aiuto, prosperare sempre piú le cose di tutta la Repubblica. Ne è prova la ricordata sottomissione del 1182, con cui gli Empolesi promisero di pagare un tributo ai Rettori della Città, ed in loro mancanza ai Consoli dei mercanti, obbligandosi a far guerra, secondo il volere dei Fiorentini, salvo però contro i conti Guidi, da cui in parte gli Empolesi dipendevano ancora.[175] Il 4 di marzo si sottomisero gli uomini di Pogna, che dipendeva invece dai conti Alberti.[176] I Pognesi si obbligavano non solo a far guerra, secondo la volontà de' Consoli fiorentini, ma a non costruire nuove mura o fortezze nella loro terra o nella vicina Semifonte: se a ciò altri si provasse, dovevano essi opporvisi ed avvertirne subito i Fiorentini, che dalla loro parte promettevano amicizia e protezione.[177] Nello stesso anno presero anche il castello di Montegrossoli.[178] Il 21 luglio 1184 strinsero alleanza coi Lucchesi, che s'obbligarono ad aiutarli ogni anno, per venti giorni almeno, con 150 militi e 500 fanti, nelle guerre che i Fiorentini farebbero nel proprio contado.[179] Questi nell'ottobre assalirono in Mugello il castello di Mangona, appartenente agli Alberti, i quali fecero perciò ribellare la terra di Pogna, che i Fiorentini allora andarono subito ad assalire.[180] Nel conflitto che ne seguí, par certo che fosse presente il conte Alberto, perché nel novembre noi lo troviamo prigioniero, e costretto ad accettare durissimi patti per sé, per la moglie ed i figli. Dové promettere di distruggere nel prossimo aprile il castello di Pogna, salvo il palazzo e la torre; demolire la torre di Certaldo, né piú ricostruire quella di Semifonte; cedere ai Fiorentini una delle torri di Capraia, a loro scelta; dividere con essi, a metà, un accatto o dazio da porsi in comune sui beni che egli possedeva fra l'Arno e l'Elsa. Finalmente, appena uscito di prigione (_postquam exiero de prescione_), doveva far giurare obbedienza a tutti i suoi uomini, e pagare 400 libbre di buoni denari pisani. I suoi figli abiterebbero in Firenze due mesi dell'anno in tempo di guerra, uno in tempo di pace.[181] Questa sottomissione ed umiliazione del conte Alberto era per sé stessa un fatto di grande importanza. Ma, se vi si aggiunge che ciò avveniva dopo che Firenze aveva abbattuto i Cadolingi, umiliato i conti Guidi, fatto vantaggiosissima alleanza con Pisa, Siena e Lucca, si capirà facilmente la fortissima e quasi minacciosa posizione, che essa aveva saputo, in cosí breve tempo, prendere.
IV
Tutto questo contribuí di certo non poco ad affrettare la venuta dell'imperatore Federico I in Toscana, dove lo troviamo infatti nel 1185, con animo deliberato a sottomettere il paese. Venne però senza un esercito, fidando nell'autorità dell'Impero, nella sua propria accortezza e reputazione. Credeva di poter riuscire ne' suoi intenti, staccando da Firenze alcune delle città toscane, riducendole a favorire contro di essa l'Impero. Faceva soprattutto assegnamento su Pistoia, che si trovava fra Lucca e Firenze, nemica d'ambedue; su Pisa, che con larghe concessioni sperava di poter ricondurre al partito imperiale, cui essa aveva piú volte aderito in passato. E ciò gli appariva anche piú facile quando, arrivato a San Miniato nella state del 1185, molti dei nobili del contado vennero ad ossequiarlo, levando alti lamenti contro le città libere che li opprimevano. Il 25 di luglio liberò dalla giurisdizione di Lucca molti di loro, ed alcune terre ad essa sottostanti.[182] Il 31 dello stesso mese entrò in Firenze, ed anche ora fu circondato dai nobili del contado, i quali, scrive il Villani, amaramente si dolevano contro la Città, «che aveva occupato i loro castelli, a grande dispregio dell'Impero».[183] E qui i cronisti affermano che Federico tolse a Firenze la giurisdizione sul proprio contado, fino alle mura; anzi la stessa deliberazione egli avrebbe, secondo essi, presa per tutte quante le città toscane, salvo Pisa e Pistoia.[184] Ma su di ciò è sorta grave disputa, non volendo molti prestar fede alla possibilità di un tal fatto, il quale non trova conferma in nessun documento. Altri invece ne vorrebbero vedere la prova in un altro fatto posteriore, che non solo è narrato da parecchi cronisti, ma è anche confermato dai documenti.