I primi due secoli della storia di Firenze, v. 1
Part 12
Il cronista Sanzanome, che vi si trovò presente, la fa, con la sua solita esagerazione, durare cinque anni, forse tenendo conto di tutte le precedenti scaramucce.[217] Certo però la lotta fu dura, perché, non ostante i trattati, Semifonte venne d'ogni parte aiutata, essendo la gelosia contro Firenze assai cresciuta. Oltre di che, la forte posizione di quel castello e la condotta del suo valoroso podestà Scoto, fecero sí che potesse resistere con molto vigore all'esercito che d'ogni parte lo circondava, tanto che i Fiorentini, non fidando nella sola forza, ricorsero anche al tradimento. Un tal Gonella, che s'era colà dalle vicine terre rifugiato con altri compagni, aveva insieme con essi avuto la guardia della torre detta di Bagnuolo, di cui si valse invece per tradire la terra al nemico. Quando furono però a compiere il tradimento, trovarono tale resistenza nei terrazzani che vi lasciarono la vita. L'effetto, non ostante, s'ottenne lo stesso, perché, poco dopo, Semifonte dovette arrendersi. E se di ciò non fu causa unica il tradimento, come credé il Villani (V, 30), dovette pure avervi non poco contribuito. Il 20 febbraio 1202, infatti, i Consoli, che allora erano tornati in ufficio a Firenze, esentarono in perpetuo da ogni gravezza i discendenti del Gonella e de' suoi compagni morti per la Repubblica,[218] ed il 3 dell'aprile seguente furono sottoscritti e giurati i patti della resa. I Fiorentini promettevano perdono, protezione e restituzione dei prigionieri ai Semifontesi, i quali però dovettero distruggere la torre e le mura; discendere dal poggio al piano; pagare 26 danari l'anno per ogni focolare, salvo i militi e le chiese.[219]
Il Papa rimproverò vivamente i Fiorentini, per la loro condotta crudele contro Semifonte: ma i Consoli, dopo essersi difesi con una lettera,[220] continuando per la loro via, attaccarono briga coi Senesi. Fu a cagione del castello di Tornano, nella valle di Paterno, che essi volevano, e che i Senesi dicevano di non poter dare, perché in possesso di signori da loro indipendenti. I Fiorentini allora incominciarono, al solito, coll'indurre Montepulciano, grossa terra dei Senesi, a giurare sottomissione, con l'obbligo anche di un annuo tributo.[221] La guerra perciò sarebbe subito necessariamente scoppiata, se Ogerio, podestà di Poggibonsi, non si fosse intromesso. Accettato che fu il suo arbitrato, egli esaminò con gran diligenza la questione dei confini, e li determinò coscienziosamente. Il suo lodo fu pronunziato il 4 giugno 1203.[222] A Firenze restò tutto il contado fiesolano e fiorentino, secondo la delimitazione esattamente data da Ogerio, nella quale la valle di Paterno veniva compresa. I Senesi dovevano adoperarsi a far cedere anche il castello da coloro che ne erano signori. Questo trattato dalle due parti accettato, e dai Senesi rispettato scrupolosamente,[223] venne il 15 maggio 1204 sanzionato da papa Innocenzo III, secondo l'espresso desiderio dei Fiorentini.[224] I quali però continuarono i loro segreti accordi con Montepulciano, che avevano, nei giorni 30 e 31 maggio 1203, indotto a giurare di nuovo alleanza offensiva e difensiva contro Siena.[225] Quindi, non appena che ciò si seppe, nuovi rammarichi, nuove proteste di Siena, che portò l'affare dinanzi alla Lega, i cui Rettori furono perciò espressamente radunati il 5 aprile del 1205, a S. Quirico di Osenna, sotto la presidenza del vescovo di Volterra, avendo ricusato di presentarsi i Fiorentini e gli Aretini. Dall'esame dei testimonî risultò chiaro che Montepulciano apparteneva ai Senesi.[226] Non sappiamo se venne allora pronunziato il lodo, né quale risultato definitivo ebbe la disputa. Sembra però chiaro che questo fu il momento in cui la Lega di fatto si sciolse, per opera dei Fiorentini stessi che l'avevano iniziata. Lo scopo che s'erano proposto, essi lo avevano in gran parte raggiunto; ora non potevano dagli alleati aspettarsi altro che ostacoli al conseguimento dei loro fini ulteriori, perché tutti erano piú o meno insospettiti della loro ambizione, di cui nessuno voleva piú a lungo continuare ad essere strumento passivo.
Ma ciò non arrestava punto nel loro cammino i Consoli fiorentini, che ora attaccarono briga coi conti di Capraia, i quali avevano un castello di tal nome sulla riva destra dell'Arno, vicino al confine dei Pistoiesi. Unendosi con questi, potevano essi facilmente chiudere la via dell'Arno ai Fiorentini, che perciò, sin dal 1203, avevano deliberato costruire sull'opposta riva del fiume, nel luogo chiamato Malborghetto, un altro castello, cui dettero il nome di Montelupo, nome che spiegava chiaramente quale era il loro scopo. Infatti già s'andava ripetendo il motto:
Per distrugger questa capra. Non ci vuol altro che un lupo.[227]
Anche qui la guerra sarebbe necessariamente scoppiata, se profittando della intromissione amichevole dei Lucchesi, l'accortezza diplomatica dei Fiorentini non avesse trovato modo d'evitarla, come sempre, a proprio vantaggio. Nel giugno del 1204: infatti si concluse un trattato, mediante il quale essi s'obbligavano a non recare molestia sulla destra, e i conti di Capraia a non recarne alcuna sulla sinistra del fiume.[228] Il Conte poco dopo giurò addirittura alleanza e fedeltà ai Fiorentini, insieme co' suoi uomini, i quali restarono obbligati a pagare un tributo di 26 denari per focolare, ad eccezione dei militi. Cedeva inoltre il castello e tutto ciò che possedeva sulla sinistra dell'Arno, presso Montelupo, che si obbligava anche a difendere.[229]
Se è vero, come si trova nel pseudo Brunetto ed in uno degli antichi elenchi di Consoli,[230] non però in documenti ufficiali, che il conte Rodolfo di Capraia, figlio del conte Guido, fu nel 1205 podestà di Firenze, bisogna credere che ciò avvenisse anche in conseguenza di questi accordi. Nell'anno seguente pare si tornasse ai Consoli,[231] ma nel 1207 abbiamo finalmente in Gualfredotto Grasselli da Milano, il vero e proprio Podestà forestiero, che ormai rappresenta il Comune, senza piú bisogno d'essere assistito dai suoi _Consiliarii_. Anch'egli fu riconfermato un secondo anno, perché condusse a compimento le imprese da tanto tempo, con tanto ardore iniziate dai Fiorentini. E l'occasione a ricominciare non si fece aspettare. La faccenda di Montepulciano s'era inasprita; i Senesi erano perciò decisi ad assalire quella terra, su cui credevano avere giusto diritto di possesso. Montepulciano, sicuro d'essere aiutato, si difese con ostinato ardore; e i Fiorentini dapprima lasciarono fare, poi nel 1207 corsero anch'essi alle armi. Uniti ad amici lombardi, romagnoli, aretini, andarono col Carroccio ad assalire il castello di Montalto della Berardenga, fra l'Ambra e l'Ombrone, che i Senesi avevano circondato coi loro amici pistoiesi, lucchesi, orvietani. Tutti questi furono il 20 giugno messi in fuga, lasciando in mano del nemico un gran numero di prigionieri, che Paolino Pieri fa ascendere a 1254. Il castello venne distrutto; ma la guerra continuò, sebbene il Papa si fosse interposto per la pace. I Fiorentini assalirono quasi con ferocia il castello di Rigomagno, ed essendosi rotte le scale, salirono gli uni sulle spalle degli altri, riuscendo cosí ad entrare. Con Rigomagno essi furono padroni della valle dell'Ombrone.[232] I Senesi dovettero allora (febbraio 1208) sottomettersi a durissime condizioni di pace, che ben presto giurarono (fra il 13 e 20 ottobre),[233] rinunziando con esse a tutto ciò che possedevano in Poggibonsi, obbligandosi a cedere Tornano con la torre, a rispettare in ogni sua parte il lodo di Ogerio, né piú molestare Montepulciano. I prigionieri furono vicendevolmente resi.
Ma questa guerra segna già il principio di un nuovo periodo nella storia di Firenze. Ormai non si trattava piú di conquistare il proprio contado, che la Repubblica già possedeva. Si trattava invece di aprire le vie del grande commercio ad una città, che, per le molte sue conquiste, prosperava ogni giorno piú. Siena e Firenze erano in conflitto continuo, non solo per la incertezza dei loro confini, che ognuno voleva allargare; ma per la gara delle loro manifatture nei mercati d'Italia, e specialmente del commercio colla vicina Roma, la quale, per le grandi relazioni che la Chiesa aveva per tutto, era divenuta il centro principale degli affari bancarî nel mondo civile. Firenze mirava da un pezzo ad avere il monopolio di tali affari, ed anche perciò si mantenne sempre guelfa. Essa contrastò piú volte con Arezzo, Volterra, sopra tutto con Siena, la piú potente delle città che trovava sulla via di Roma. Questo fu causa permanente di nuove e piú grosse guerre fra le due rivali, come il bisogno irresistibile, che Firenze cominciò ben presto a sentire d'arrivar sino al mare, fu principale causa di guerre non meno lunghe e sanguinose con Pisa, che gliene sbarrava la via. Ma su di ciò dovremo tornare in seguito, giacché per ora questi conflitti non sono anche cominciati. Dopo la pace con Siena, abbiamo infatti alcuni anni di tregua, fuori però, non dentro la Città, dove invece sono già pronti a germogliare i semi della guerra civile.
La istituzione del Podestà forestiero, non piú circondato e frenato da quelli che potrebbero dirsi Consoli-consiglieri, è ormai definitiva. Salvo la loro breve ripristinazione negli anni 1211 e 12, i Consoli sono ora, come già dicemmo, per sempre scomparsi. Questo era di certo un trionfo evidente dell'aristocrazia, al quale il popolo artigiano s'era momentaneamente piegato, per averla cooperatrice nella difficile impresa di sottomettere colle armi il contado. Ed una tale conquista dette straordinario incremento all'industria, al commercio, cui apriva ogni giorno campo piú vasto, e faceva nascere voglia d'ingrandirlo sempre di piú. Non era quindi in modo alcuno sperabile, che quella Repubblica la quale nell'industria e nel commercio trovava la sua prosperità, e da essi riceveva la sua forza, potesse o volesse, a lungo andare, rimaner contenta d'un governo favorevole all'aristocrazia, la quale mirava a divenire ogni giorno piú forte, piú prepotente e superba. La lotta fra il popolo ed i Grandi si può perciò ritenere ormai inevitabile. La lunga serie delle guerre civili, che dovranno lacerare ed insanguinare la Città, è infatti già vicina a cominciare.
CAPITOLO IV
I PARTITI, LA COSTITUZIONE DEL PRIMO POPOLO E DELLE ARTI MAGGIORI IN FIRENZE[234]
I
Dopo che l'ufficio del Podestà era stato nel 1207 stabilmente costituito, l'aristocrazia, che piú di tutti lo aveva desiderato e promosso, crebbe di ardire, s'ordinò sotto di esso militarmente, e prese parte sempre maggiore a tutte le guerre esterne. Le cose pareva che dovessero perciò procedere con rapida fortuna, quando invece nel 1215 il fatto del Buondelmonti fece scoppiare la guerra civile. Per pacificare i mali umori, che già serpeggiavano fra alcuni dei nobili, specialmente fra i Buondelmonti da una parte, gli Uberti e i Fifanti dall'altra, con molti aderenti di qua e di là, s'era concluso un matrimonio fra Buondelmonte Buondelmonti ed una giovane degli Amidei. Ma quando tutto era fissato, la moglie di Forese Donati, chiamò il Buondelmonti, e gli disse: «Oh! cavaliere vituperato, che prendi in moglie una donna degli Uberti e dei Fifanti, meglio faresti e piú saresti onorato, se togliessi questa». Ed in cosí dire gli mostrò la propria figliuola, che il Buondelmonti accettò e sposò ben presto, abbandonando l'Amidei. I parenti e gli amici della giovane tradita s'unirono in casa Amidei, ove giurarono di vendicare l'ingiuria. Fu allora che Mosca Lamberti, rivolgendosi a chi doveva eseguir la vendetta, disse: «Chi batte o ferisce solamente, s'apparecchi la sepoltura». E poi a significare che bisognava farla finita, aggiunse le memorabili parole: «Cosa fatta, capo ha». E si venne al sangue.
Il giorno di Pasqua, del 1215, Buondelmonte Buondelmonti, che era bellissimo giovane, venendo d'Oltrarno, sopra un bianco cavallo, elegantemente vestito, con una ghirlanda in testa, passò il Ponte Vecchio, e appena che giunse ivi ai piedi della statua di Marte, fu aggredito. Schiatta degli Uberti, con un colpo di mazza lo gettò a terra, gli altri congiurati gli corsero subito addosso, e con un coltello gli segarono le vene. Allora il cadavere fu messo nella bara, e con la sposa che gli teneva il capo, vennero portati in giro per la Città, ad eccitare nuovi odî, nuove vendette.[235] E cosí ebbe origine una serie di guerre intestine, con le quali molti cronisti fanno cominciare in Firenze la divisione dei Guelfi e dei Ghibellini. Ma nessuno storico moderno vorrà dare cosí grande importanza ad un fatto d'indole privata, e credere che la mancata promessa alla giovane Amidei, fosse la vera causa di due partiti, i quali già dal 1177 noi abbiamo visto insanguinare piú volte la Città. Lo stesso Villani, che pure al fatto del Buondelmonti attribuisce l'origine dei Guelfi e dei Ghibellini, aggiunge: «Con tuttoché dinanzi assai erano le sette tra nobili cittadini e le dette parti, per cagione delle brighe e questioni dalla Chiesa allo 'mperio».[236] Il fatto del Buondelmonti venne di certo, con gli odî privati, ad infiammare sempre piú le passioni politiche di due partiti, che già esistevano, ma che a tempo di Federico II acquistarono una importanza politica assai piú generale, connettendosi con tutta quanta la storia d'Italia, e solo allora presero in Firenze il nome tedesco di Guelfi e di Ghibellini. Ed è da notarsi, che appunto nel luglio del 1215, Federico II entrò solennemente in Aix-la-Chapelle, e prese la corona di Re di Germania, il che non è senza importanza, per la storia dei partiti in Italia. Tutto ciò può spiegar facilmente perché i cronisti attribuissero al fatto del Buondelmonte, seguíto in quello stesso anno, l'origine dei Guelfi e dei Ghibellini. Ma i nomi, non i partiti cominciarono allora.
Il Villani, nella sua cronica, (V. 39) ci dà ora la lista delle principali famiglie ghibelline e guelfe, dalla quale si cava già che quelle di piú antica nobiltà erano quasi sempre ghibelline, mentre che tra i Guelfi v'erano molti «non di grande antichità», ma che pure «già cominciavano a divenire possenti». Piú tardi, quando i Ghibellini saranno distrutti, i nobili guelfi formeranno il partito del popolo grasso. Per ora essi sono nobili avversi agli Uberti, e cominciano perciò ad avvicinarsi alle famiglie dei nuovi ricchi, ed anche al popolo, parteggiando per la Chiesa. Fortunatamente, in questo medesimo tempo, papa Innocenzo III iniziava una Crociata, e molti dei potenti fiorentini andarono in Oriente, a portare in servizio d'una causa piú nobile, il loro ardore bellicoso. Nella presa di Damiata infatti si fecero grande onore, e Bonaguisa dei Bonaguisi fu primo a salir sulle mura, piantandovi, insieme con la bandiera cristiana, quella della Repubblica. Fino ai tempi di Giovanni Villani si conservava e teneva in grandissimo onore questa bandiera.
Nel 1218 si ricominciò la guerra nel contado, e fino al '20 si conquistarono altre terre e castelli, facendo giurare fedeltà a tutti quelli che venivano sottomessi. Ma poi si venne subito ad una guerra assai piú grossa coi Pisani. La gelosia fra queste due repubbliche rivali andava sempre crescendo, gareggiando esse già da un pezzo fra loro, per avere l'assoluto predominio commerciale in Toscana. L'una era padrona del mare, l'altra comandava sul continente, e però l'una aveva bisogno dell'altra. Facevano quindi sempre accordi e trattati, ma erano pur sempre in continua gelosia. Firenze si manteneva costantemente amica della Chiesa; Pisa, invece, dell'Impero. Ma le cose erano a poco a poco giunte a tale, che la piú piccola occasione poteva bastare a promuover la guerra, anzi a cominciare una serie di guerre interminabili, che dovevano dar nuovo carattere ai partiti in Toscana.
Infatti, il primo pretesto alla guerra, quale almeno lo narra il Villani (VI. 2), è cosí futile da sembrare assolutamente ridicolo. Alla incoronazione dell'imperatore Federico II in Roma (1220), assistevano, secondo il cronista, molti ambasciatori, e fra gli altri quelli di Pisa e di Firenze, che da un pezzo si guardavano in cagnesco. Avvenne che uno degli ambasciatori fiorentini, andato a convito da un cardinale, gli chiese in dono un bellissimo canino, che il cardinale promise. Il giorno di poi questi invitò i Pisani, uno dei quali chiese lo stesso canino, che il cardinale promise del pari. Il Fiorentino però mandava prima del Pisano a prenderlo, e l'ebbe. Da ciò nacquero ire e ferite, non solo tra gli ambasciatori e tra i loro seguaci; ma anche tra i Pisani e i Fiorentini che si trovavano a Roma. È difficile dare a questo racconto un valore storico: esso vale però a dimostrare che gli animi erano allora concitati in modo, che ogni occasione bastava per far venire alle mani. Il fatto vero è, come si ritrae anche dal Sanzanome, che Fiorentini e Pisani s'azzuffarono tra loro in Roma. I Pisani furono primi ad assalire, ma ebbero poi la peggio. Giunta a Pisa la notizia della contesa, vi destò grandissimo sdegno: si voleva una pronta riparazione, e furono perciò sequestrate colà le mercatanzie dei Fiorentini. Questi pare che allora facessero di tutto per evitare un conflitto, ma invano. Gli apparecchi continuarono un pezzo da una parte e dall'altra, fino a che, nel 1222, essendo scoppiata la guerra tra i Lucchesi ed i Pisani, i Fiorentini presero la occasione, per assalire i secondi presso Castel del Bosco, e li disfecero, facendo, secondo i cronisti, 1,300 prigionieri. Seguirono poi altri assalti e conquiste di piccoli castelli fino al 1228, quando vediamo i Fiorentini in guerra piú grossa coi Pistoiesi, che dovettero con essi venire a patti. In questo anno si trova per la prima volta, nelle guerre dei Fiorentini menzionato il carroccio.[237] Iniziato già da piú tempo a Milano, era stato a poco a poco, con leggiere modificazioni, adottato dalle altre città italiane, quando le guerre e gli eserciti ingrossando, avevano sentito il bisogno d'un centro intorno a cui far testa. Tirato da buoi coperti di scarlatto, portava due grosse antenne dalle quali sventolava il grande stendardo, bianco e rosso, della Repubblica. Seguiva, sopra un altro piccolo carro, una campana detta la Martinella, la quale serviva a dare ordini militari. Qualche tempo prima che si dichiarasse la guerra, la Martinella veniva attaccata alla porta della chiesa di S. Maria in Mercato Nuovo, e colà sonando, avvisava i cittadini ed i nemici che si tenessero pronti alle armi. Intorno al carroccio stavano a guardia i piú valorosi cittadini; la sua resa era tenuta come l'ultima disfatta ed umiliazione dell'esercito.
Si cominciò ancora una lunga e sanguinosa guerra coi Senesi, che fu continuata quasi ogni anno dal 1227 sino al 1235. I Senesi soffrirono gravissimi danni, ma presero Montepulciano, di cui disfecero le mura e le torri, e danneggiarono Montalcino, che era in lega coi Fiorentini. Questi però, non solamente guastarono molte volte il contado senese, e fecero numero grande di prigionieri; ma posero l'assedio alla stessa città nemica, e, sebbene non potessero pigliarla, pure vi si avvicinarono tanto da manganarvi dentro degli asini, in segno di disprezzo. Finalmente, per la mediazione del Papa, si concluse la pace, che fu fatta a grande vantaggio dei Fiorentini. I Senesi dovettero pagare grossa somma di danaro, per far ricostruire le mura e le torri di Montepulciano, terra che non dovevano piú disturbare, e si obbligarono anche a rifornire il castello di Montalcino, a richiesta dei Fiorentini, che restarono padroni di Poggibonsi.
II
E cosí, fra tutte queste guerre, nelle quali l'azione del Papa e dell'Imperatore si faceva da un lato o dall'altro sentire, noi possiamo vedere come s'andassero costituendo i partiti in Toscana, e come andasse cominciando il predominio politico e commerciale di Firenze. Le sue rivali sono ora Pisa e Siena, che aderiscono all'Impero; essa invece aderisce sempre di piú alla Chiesa. Pisa le chiudeva la via del mare, onde l'origine della loro rivalità, e delle guerre continue, rese inevitabili quando la potenza commerciale di Firenze le fece sentire piú che mai insistente il bisogno d'uno sbocco al mare. Siena da un altro lato rivaleggiava con Firenze, per porre in mano dei proprî banchieri tutti gli affari della curia romana, i quali erano tali e tanti che bastavano ad arricchire coloro che li trattavano. Queste gelosie continue spingevano costantemente Pisa e Siena a favorire l'Impero. Lucca, invece, per la rivalità che aveva con Pisa, s'accostò a Firenze, e fu guelfa. Pistoia si trovava fra due città guelfe, che sempre la minacciavano, e divenne perciò ghibellina. Cosí dunque si divisero i partiti in Toscana, e reagirono poi sulla formazione dei partiti in Firenze, i quali, a cagione del carattere piú generale che andavano ora assumendo, per la crescente azione dell'Imperatore Federico II in Italia, presero il nome germanico di Guelfi e di Ghibellini. Firenze, avendo umiliato Pisa, Siena e Pistoia, si trovò di fatto alla testa della Toscana; ma c'era il pericolo che aumentasse la potenza di Federico II, nemico del Papa, che lo aveva scomunicato, e dei Guelfi. Egli s'era prima allontanato, per andare alla Crociata in Asia; ora si trovava in Germania a lottare contro il proprio figlio, che gli s'era ribellato, e tutto ciò aveva molto contribuito alla buona fortuna dei Fiorentini. Ma doveva ben presto tornare, e ciò poteva far rialzare la testa a tutti i loro nemici.
Intanto, sotto la signoria dei varî Podestà, che s'erano in questo tempo seguiti, Firenze prosperava nella guerra, s'ordinava ed abbelliva nella pace. Per opera del podestà Torello da Strada (1233) furono chiamati a scriversi presso i pubblici notai tutti gli uomini del contado, secondo la loro condizione di liberi, servi, o dipendenti, perché si potesse cosí conoscere lo stato vero della popolazione, e meglio amministrare. Il podestà Rubaconte da Mandello (1237 e 38) fece costruire un nuovo ponte sull'Arno, che da lui si disse a Rubaconte, e piú tardi, alle Grazie, dalla vicina chiesa. Furon del pari, per opera sua, lastricate la prima volta tutte le vie di Firenze, ed eseguite altre opere pubbliche, utili alla salute dei cittadini, o di ornamento alla Città. Cosí un magistrato che, secondo i cronisti, aveva cominciato con l'ufficio di semplice giudice, lo vediamo sempre piú operare come capo della Repubblica. E l'aristocrazia sotto di esso cresceva ogni giorno piú d'ardire e di potenza, massime quando la venuta di Federico II cominciò a sollevare il partito ghibellino in tutta Italia. All'assedio che questi pose a Brescia nel 1237, vediamo pigliar parte molti nobili Fiorentini. Le amicizie e gli aiuti che l'Imperatore trovava nella loro Città andavano ogni giorno crescendo, il che fu causa di molti tumulti, per la viva opposizione che a tutto ciò faceva la nobiltà guelfa, unita al popolo, che era guelfo anch'esso.[238] Nel 1240 noi troviamo che furono nominati tre cittadini, per raccoglier danari in aiuto dell'esercito imperiale,[239] cosa strana veramente in una repubblica dove il popolo era tutto guelfo. Non è però strano, che tali fatti portassero l'inevitabile conseguenza, d'una reazione.