Part 9
Non osarono però accendere il fuoco, per non attirare l’attenzione dei selvaggi che potevano accampare in mezzo a quei fitti boschi, e s’accontentarono d’alcuni biscotti e di una scatola di aringhe affumicate, alle quali aggiunsero alcuni durion, frutta squisitissime, grosse come la testa d’un uomo, armate esteriormente di spine assai acute, ma contenenti nell’interno dei semi avviluppati in una polpa bianca, delicata come una crema, ma che tramanda uno sgradevole odore di cacio marcio. Per chi non è abituato a quell’odore, riesce difficile il mangiare quelle frutta, ma quale squisitezza quando s’inghiottono! Sono senza dubbio le migliori di tutte, superiori perfino agli ananas ed ai mangostani.
Alle quattro, non vedendo nulla di sospetto sulle due rive, e volendo frapporre una notevole distanza fra loro ed i pirati, che forse avevano ripreso l’inseguimento, ripartivano salendo il fiume il quale non accennava ancora a restringersi.
La loro corsa però non durò molto, poichè verso le sei, mentre le tenebre cominciavano ad addensarsi sotto i boschi e la marea a ridiscendere rapidamente, la scialuppa si arenava su di un banco di sabbia, situato quasi in mezzo al corso d’acqua.
CAPO XV.
L’assalto dei coccodrilli
Tutti gli sforzi tentati per rimettere a galla l’imbarcazione erano riusciti vani. La bassa marea li aveva lasciati proprio in mezzo a quel banco, il quale pareva che avesse una grande estensione, e anche al di là l’acqua scarseggiava, poichè agli ultimi bagliori del crepuscolo avevano potuto scorgere, senza difficoltà, il letto del fiume.
Non volendo abbandonare la scialuppa che poteva cadere nelle mani dei pirati, troncando così il loro viaggio verso il mare delle Molucche e ritenendosi ormai abbastanza lontani dalla foce e quindi dai nemici, decisero di dormire su quel banco fino al ritorno dell’alta marea.
D’altronde quella scialuppa era più sicura, non sapendo ancora se quei boschi erano abitati da qualche tribù di papuasi o deserti. Oltre a ciò, potevano riposare più tranquilli senza correre il pericolo di venire disturbati dai serpenti che abbondano in quell’isola e anche dalle tigri, che non sono scarse in certe regioni e presso certe coste.
— La nostra prigionia non sarà poi di lunga durata, disse il capitano a Cornelio e ad Hans, che lo interrogavano. Appena l’alta marea ci rimetterà a galla, approderemo sull’una o sull’altra sponda, prima di ridiscendere alla foce.
— Ma temi tu, zio, che i pirati ci blocchino per lungo tempo? chiese Cornelio.
— Quando saranno convinti che noi siamo fuggiti nell’interno, spero che spiegheranno le vele e che se ne andranno.
— E se si ostinano?
— Aspetteremo che si stanchino. Abbiamo viveri per due settimane e possiamo raddoppiarli, essendo quest’isola ricca di selvaggina e di piante da frutta.
— Vorrei tentare di sloggiarli a colpi di fucile, zio.
— Per attirarci addosso altri nemici? Chi mi dice che quei furfanti non abbiano degli amici su questa costa?... Lasciamo che si stanchino, Cornelio, e vedrai che finiranno per andarsene. Rosicchiamo un biscotto e poi riposiamoci. A chi tocca il primo quarto di guardia?
— A me, disse il giovanotto. Potete dormire tranquilli: nessun pirata s’avvicinerà senza il mio permesso.
— Ti terrà compagnia Horn. Vedono meglio quattro occhi che due.
— Ed i miei sono ancora buoni, disse il marinaio. A noi signor Cornelio, voi a prua ed io a poppa.
Divorata la magra cena, il capitano, il pescatore ed Hans si coricarono in fondo alla scialuppa in attesa del loro quarto di guardia, mentre il marinaio e Cornelio si sedevano l’uno a prua per sorvegliare l’alto corso del fiume e l’altro a poppa, per non lasciarsi sorprendere dai pirati che dovevano venire dalla parte della foce.
Un silenzio quasi assoluto regnava sotto i boschi, i quali proiettavano nel fiume una cupa ombra; non si udivano se non lievi ronzìi prodotti dagli insetti ed il lieve stormir delle fronde leggermente mosse da un venticello che veniva dal mare. Anche sul fiume non udivansi che dei mormorìi prodotti dall’acqua che calava colla bassa marea, rompendosi contro le sponde e contro i banchi.
Di quando in quando, attraverso il fitto fogliame, si vedevano scintillare dei punti luminosi che tosto scomparivano per mostrarsi più lungi, ma nè Cornelio nè il vecchio Horn s’inquietavano, sapendoli causati da certe lucciole della specie dei _lampiris_, molto comuni in tutte le isole della Malesia e che le eleganti malesi racchiudono in bolle di vetro, puntandosele fra i capelli con dei bellissimi spilloni d’argento.
Era già trascorsa un’ora senza che fosse accaduto alcunchè di straordinario, quando Cornelio credette di vedere una massa oscura attraversare rapidamente il fiume, descrivendo una parabola assai allungata. Si era staccata da un grande albero situato sulla sponda destra ed era scomparsa sotto i boschi della sponda opposta.
— Wan-Horn, hai veduto? chiese, raccogliendo precipitosamente il fucile.
— Non ho veduto nulla, nè udito nulla, signor Cornelio, rispose il marinaio.
— M’è passata dinanzi agli occhi una cosa nera, che non ho potuto ben distinguere.
— Sarà stato un uccello.
— No, Wan-Horn, era grosso assai e non aveva le forme d’un volatile.
— Cosa volete che sia?
— Non lo so, ma se fosse qualche proiettile inviatoci dai papuasi?
— Non fanno uso che di freccie e di lancie, signor Cornelio...
— Lo so, ma... guarda!
Una massa nera, un’altra senza dubbio, si era staccata da un albero della sponda destra, aveva attraversato il fiume con uno strano dondolìo, producendo una lieve corrente d’aria ed era scomparsa fra le piante dell’opposta riva.
— L’hai veduta, Horn? chiese Cornelio.
— Sì, e so cos’era.
— Un proiettile?
— No, signor Cornelio, era uno di quei volatili che i malesi chiamano _kubung_, noi gatti o volpi volanti e gli scienziati _galeopithecus_, se non erro.
— Che animali sono?
— Sembrano scimmie, più che volpi; sono alte mezzo metro, con una testa piuttosto piccola che rassomiglia un po’ a quella degli scoiattoli, col pelo rosso-oscuro, e spiccano delle vere volate di sessanta metri. Ve ne sono pure delle altre che hanno una coda lunga un buon piede, ma spiccano dei voli meno lunghi.
— Ma come fanno a volare?
— Colle ali.
— Delle scimmie colle ali? Ma tu sogni, Horn.
— No, signor Cornelio, ma non vi dico che le loro ali siano uguali a quelle degli uccelli, tutt’altro. Hanno una specie di membrana che parte dalle zampe anteriori, si unisce a quelle posteriori e si prolunga fino alla coda. Agitando in fretta le zampe, agitano pure quella membrana e spiccano la volata, ma come dissi, non si reggono per più di sessanta od ottanta metri.
— E ve ne sono in quest’isola?
— Ne ho vedute molte nel porto di Dori e nei boschi della baia di Geelwinc.
— Taci!
— Ancora?
— Ma questa non è una scimmia volante.
Tesero gli orecchi rattenendo il respiro e udirono, verso l’alto corso del fiume, un tonfo che pareva prodotto dalla caduta di un corpo pesante. Guardarono in quella direzione, ma l’ombra dei boschi era così cupa che non riuscirono a distinguere nulla.
— Hai udito, Horn?
— Sì, signor Cornelio, rispose il marinaio, che era diventato inquieto.
— Che qualcuno si sia tuffato nel fiume?
— Lo temo.
— Qualche pirata forse?
— Ma i pirati devono venire dalla parte della foce.
— È vero, ma possono aver preso terra per sorprenderci d’ambe le parti.
Wan-Horn non rispose, ma crollò il capo come non prestasse fede.
— Cosa facciamo? chiese Cornelio, dopo alcuni istanti di silenzio.
— Sorvegliamo le acque, per ora. Se è un uomo, bisognerà che salga sul banco di sabbia per giungere fino a noi e si scoprirà, non essendoci acqua intorno a noi.
— È vero... to’!... un altro tonfo!...
— Ed un altro più lontano.
— Che siamo circondati?...
— Oh!... esclamò il marinaio. Guardate laggiù!...
Cornelio guardò nella direzione indicata e distinse, a fior d’acqua, delle masse nerastre, assai lunghe, che s’avvicinavano lentamente verso il banco di sabbia facendo gorgogliare la corrente.
— Dei canotti? chiese egli, alzandosi.
— O dei coccodrilli? disse il marinaio.
— Ve ne sono qui?...
— Su tutti i fiumi.
— Che vogliano assalirci?... Fortunatamente siamo sulla scialuppa.
— Ma arenati in mezzo ad un banco, signor Cornelio, e nell’assoluta impossibilità di fuggire verso le sponde. Se giungono qui, non avranno difficoltà a entrare nella scialuppa e fors’anche a sfondarla colle loro formidabili code.
— Svegliamo mio zio, Horn.
— Tutti, signor Cornelio; stiamo per passare un brutto quarto d’ora.
Il capitano ed i suoi compagni furono tosto svegliati e messi al fatto di ciò che stava per accadere.
— La faccenda può diventare grave, disse Wan-Stael. I coccodrilli dei fiumi della Nuova Guinea sono feroci, e non temono l’uomo. Comincia a salire la marea?
— Da un quarto d’ora, rispose Wan-Horn.
— Bisogna difenderci finchè ci rimetterà a galla.
— Ed i pirati non udranno le fucilate?
— Senza dubbio, Horn, e saliranno il fiume, ma non possiamo lasciarci divorare per evitare il loro ritorno. Appena potremo muoverci, ci salveremo nei boschi. Attenti che i coccodrilli arrivano, e badate a scaricare le armi nelle loro gole o le palle si schiaccieranno sulle loro robuste scaglie.
I coccodrilli infatti giungevano, ma non erano due o tre, ma una vera banda, trenta, quaranta e forse di più. Come si erano radunati colà tanti sauriani, mentre i naufraghi non ne avevano veduto nemmeno uno durante il giorno? Provenivano forse da qualche grande palude o da qualche lago situato più oltre, verso la sorgente di quel corso d’acqua? Era probabile.
Quegli spaventevoli anfibi, accortisi della presenza di grosse prede, giungevano da tutte le parti, circondando il banco.
Alla luce degli astri si scorgevano le loro enormi mascelle irte di lunghi denti, le quali si richiudevano con un fracasso analogo a quello che produce un cassone quando viene lasciato cadere il coperchio.
Le loro code sferzavano l’acqua con impeto irresistibile, sollevando delle vere ondate, e nell’urtarsi si udivano le scaglie risuonare come piastre d’osso vuote.
Circondato il banco, s’arrestarono, come se volessero prima assicurarsi di che specie era la preda che stavano per assalire, poi uno, il più audace ed il più lungo, poichè misurava almeno nove metri, con un poderoso colpo di coda si issò sul banco che la marea a poco a poco copriva e marciò dritto verso la scialuppa.
— È orribile! esclamò Hans rabbrividendo.
— Coraggio, ragazzi! disse il capitano, che non perdeva la sua calma. Questo è mio.
Il sauriano non era che a sei passi: con un colpo di coda poteva lanciarsi contro la scialuppa.
Wan-Stael puntò freddamente il fucile e fece fuoco fra le mascelle spalancate del mostro.
Questi, colpito a morte dalla palla che doveva avergli attraversato il corpo dalla gola alla coda, si raddrizzò come un cavallo che s’impenna, vibrando uno spaventevole colpo di coda, poi ricadde, contorcendosi furiosamente, sollevando dei larghi sprazzi di fango.
Gli altri, lungi dallo spaventarsi alla detonazione che per loro doveva riuscire nuova, non adoperando i papuasi armi da fuoco, nè per la morte del loro compagno, balzarono sul banco precipitandosi verso la scialuppa.
— Coraggio! ripetè un’ultima volta il capitano, che caricava precipitosamente il fucile.
L’assalto fu tremendo. Quei formidabili sauriani, credendo forse che anche la scialuppa fosse una preda da inghiottire, si arrampicavano l’un sull’altro per giungere primi ad afferrare i bordi. I loro aliti caldi e fetenti giungevano fino in volto ai disgraziati naufraghi.
Questi però, malgrado fossero terrorizzati, non erano rimasti inoperosi. Scaricate le armi sui più vicini, avevano afferrate le scuri, i ramponi e perfino i remi e si difendevano con sovrumana energia, picchiando furiosamente sui crani e sulle mascelle, spezzando i denti o lacerando le gole di quei mostri.
Fortunatamente la scialuppa era alta di bordo ed i coccodrilli non potevano superarla e rovesciarsi nell’interno, ma cercavano di riuscirvi colle code o di sfasciarla tentando di azzannarla. Wan-Horn e il capitano, armati di scure, non li lasciavano avvicinarsi troppo, e ogni testa che appariva sui bordi ricadeva fracassata, mentre Hans e Cornelio, ritti sui banchi, avevano riprese le armi, scaricandole in quelle enormi gole.
Quella difesa accanita, quelle detonazioni, quei lampi, quelle grida parvero sconcertare gli assalitori, i quali si decisero a retrocedere verso i margini del banco, ma senza abbandonarlo però.
Cinque di loro giacevano distesi sulla sabbia e altri tre, feriti gravemente, fors’anche mortalmente, si dibattevano in preda a spaventevoli convulsioni.
I naufraghi, ripresi i fucili, avevano ricominciato il fuoco. Incoraggiati dal primo successo, cercavano ora di respingere nel fiume i sauriani, i quali, invece, parevano più propensi a rinnovare l’assalto.
— Non perdete colpo, disse il capitano. Se possiamo resistere ancora dieci minuti, la scialuppa lascerà il banco.
— È già tutto coperto, disse Cornelio. La marea monta rapidamente.
— Ma quei coccodrilli non si decidono ad andarsene, disse Wan-Horn. Ecco un altro che torna all’assalto.
— A voi, ragazzi! gridò il capitano.
Due spari echeggiarono formando quasi una sola detonazione. Il sauriano fece uno scarto che lo portò sull’orlo del banco, poi rotolò nel fiume scomparendo sott’acqua.
Gli altri, che parevano indecisi, retrocessero, ma poi tornarono all’assalto urtandosi e accavallandosi confusamente, decisi a finirla colle prede umane. Già stavano per raggiungere la scialuppa quando questa, che da qualche istante subiva delle oscillazioni, sollevata dalla marea, si spostò fuggendo attraverso al banco.
— Galleggiamo! gridò Cornelio.
— Ai remi, Horn! gridò il capitano, scaricando il suo fucile in mezzo alla banda di coccodrilli.
Il marinaio, il chinese ed Hans afferrarono i remi e si misero ad arrancare disperatamente, dirigendo la scialuppa verso la sponda sinistra, mentre Cornelio ed il capitano, con frequenti fucilate, tenevano lontani i sauriani, i quali scoraggiati, non parevano più risoluti a continuare l’assalto.
In pochi istanti la scialuppa attraversò il fiume e si arenò sulla riva, in mezzo ad un gigantesco mazzo di erbe acquatiche.
Stavano per sbarcare, quando verso il basso corso del fiume udirono delle voci umane ed uno sbattere di remi.
— Chi s’avvicina? chiese il capitano.
— I pirati senza dubbio, disse Wan-Horn. Hanno udito i nostri spari e accorrono per assalirci.
— Dopo i coccodrilli i pirati! esclamò Cornelio. Che brutto paese e che brutta notte!
— Tacete, disse il capitano.
Si curvò verso l’acqua e tese gli orecchi.
— Sì, diss’egli, dopo alcuni istanti. Devono essere pirati che salgono il fiume. Ho udito lo sbattere di molti remi.
— Che salgano colle piroghe?
— Forse le hanno sciolte per renderle più leggiere e private dei ponti e delle tettoie. Nascondiamo la scialuppa e salviamoci nei boschi.
CAPO XVI.
La capanna aerea
Non vi era un momento da perdere. I pirati, attirati da quei numerosi spari, si erano affrettati a salire per cercare farli prigionieri prima che cadessero in altre mani.
Forse credevano che fossero stati assaliti dagli indigeni e accorrevano non già per difenderli, ma per tema che i nuovi arrivati s’impadronissero di quelle prede viventi e saccheggiassero la scialuppa senza di loro.
I naufraghi, che udivano le voci avvicinarsi e che ormai distinguevano perfettamente i colpi dei remi, tirarono la scialuppa a terra e la coprirono con un ammasso di rami e di foglie, per non perderla e venire privati dei viveri e delle coperte che non potevano portare con loro. Per maggior precauzione si caricarono delle munizioni, non volendo lasciarle nella scialuppa, la quale poteva venire scoperta e saccheggiata quantunque fosse ormai bene nascosta.
— A terra, disse il capitano.
Alla svolta del fiume era apparsa una piroga montata da parecchi uomini e più oltre si vedeva la prua di un’altra. I naufraghi ne sapevano abbastanza: balzarono in mezzo ai cespugli e si lanciarono sotto la foresta, volgendo le spalle al corso d’acqua.
Quella boscaglia era fitta assai e tanto oscura che a malapena si potevano distinguere i tronchi degli alberi, ma Cornelio, che aveva già scorrazzato per lunghi anni le foreste di Timor, si era messo alla testa del drappello e lo guidava dirigendosi verso l’ovest.
Gli alberi si succedevano agli alberi: alcuni alti, lisci, enormi, che spiegavano i loro rami a sessanta o settanta metri d’altezza, altri più bassi, nodosi, curvati innanzi od indietro ed altri ancora sottili, coperti di foglie gigantesche che misuravano non meno di sei metri di lunghezza su uno di larghezza. Liane interminabili, nepentes o piante arrampicanti, s’intrecciavano dovunque, correndo da un tronco all’altro, formando delle reti immense, capaci di accalappiare perfino gli elefanti, mentre da terra sorgevano radici mostruose le quali serpeggiavano qua e là, rendendo difficile il passaggio, specialmente con quell’oscurità. Cornelio procedeva con precauzione per non urtare contro quei centomila ostacoli e sopratutto per non mettere il piede su qualcuno di quei serpenti pitoni, lunghi sette e perfino otto metri, dotati d’una forza così prodigiosa da stritolare un bue fra le loro spire e che sono così numerosi nelle foreste delle isole Malesi e anche in quelle della Nuova Guinea.
Camminavano da un’ora, sempre allontanandosi dal fiume per far perdere le loro traccie ai pirati, quando si trovarono improvvisamente dinanzi ad una piccola pianura, circondata da altre foreste.
Con sua grande sorpresa, Cornelio vide elevarsi, quasi in mezzo a quel terreno scoperto, una massa nera, enorme, che pareva sospesa in aria, ad un’altezza di quattordici o sedici metri.
— Zio! esclamò.
— Cos’hai scoperto? chiese Wan-Stael, uscendo dalla foresta.
— Guarda!
— È un’abitazione di papù, disse il capitano. Brutta sorpresa, se è abitata.
— Un’abitazione!...
— Sì, Cornelio. I papù, per non farsi sorprendere dai nemici o dalle fiere, fabbricano le loro capanne su dei pali giganteschi.
— Ma quella è immensa.
— Abitano parecchie famiglie in quelle case aeree. Sono costruzioni che meritano di essere vedute.
— Che sia abitata? chiese Wan-Horn.
— Lo sapremo subito. Alla sera gli inquilini ritirano i bambù intagliati che servono a loro di scale, e se a quella capanna mancano sarà segno che è abitata.
— Se la fosse, i papù avrebbero udito i nostri spari e non dormirebbero, osservò Hans.
— Hai ragione, disse il capitano. Quale fortuna se fosse vuota!...
— La occuperemo? chiese Cornelio.
— Senza perdere tempo. Di lassù potremo difenderci contro i pirati, se vengono ad assalirci.
— E non cadrà, quella baracca? Ho poca fiducia, zio mio, di queste costruzioni.
— Sono solidissime, Cornelio; appoggiano su grosse canne di bambù e tu sai come sono robuste, malgrado la loro leggerezza. Seguitemi, amici, ma senza far rumore.
Tenendosi nascosti fra i cespugli e le piante arrampicanti che ingombravano la piccola pianura, i naufraghi s’avvicinarono a quella bizzarra costruzione che aveva delle dimensioni enormi e si arrestarono dinanzi ai primi pali.
Quella casa aerea, situata a sedici metri dal suolo, quantunque costruita da selvaggi che nulla hanno appreso dagli ingegneri europei, era veramente meravigliosa e faceva molto onore ai suoi costruttori.
Nulla può darvi un’idea dell’arditezza di quelle case, le quali inoltre sono d’una solidità a tutta prova, tale anzi da poter sfidare impunemente i venti più impetuosi.
Per costruirle, i papuasi piantano dapprima, e molto profondamente, dei grossi e lunghi bambù leggieri ma resistenti, incorruttibili poichè mai marciscono, incrociandoli e legandoli con fibre di rotang o con liane, ma in modo da sorreggersi gli uni con gli altri.
A dieci metri dal suolo costruiscono un primo pavimento, una specie di terrazzo, con bambù più leggieri e con nervature di foglie intrecciate, il quale riunisce tutte le pertiche consolidandole maggiormente.
Più sopra, a quattordici metri d’altezza, ne costruiscono un secondo assai più vasto, più sporgente del primo e anche più solido, dovendo reggere gli abitanti della casa.
Sopra questo elevano l’abitazione, colle pareti di bambù e di stuoie ed un tetto a due pioventi, coperto da larghe foglie, le quali bastano per impedire i filtramenti delle scarse pioggie che cadono in quelle regioni.
Per evitare che i nemici possano sorprenderli nel sonno si servono di due o tre pertiche per salire, fornite di tacche ad una certa distanza. Appoggiano sulla seconda piattaforma, ma non sono fisse, poichè alla sera si ritirano, e terminano su di un piccolo pianerottolo situato a sei metri da terra e sul quale si giunge servendosi di altre pertiche pure mobili.
Quando le famiglie papù si trovano nella loro capanna aerea, possono sfidare le fiere e anche i nemici, poichè senza quelle pertiche non si può salire lassù. Se alcuni volessero tentare l’ascensione, sarebbero costretti ad appoggiare nuove pertiche, ma il solo urto basterebbe per far oscillare l’intera costruzione e mettere in allarme gli abitanti.
Il capitano, che aveva veduto ben altre di quelle capanne, girò attorno ai bambù di sostegno e trovò due pertiche che mettevano sul pianerottolo, e più sopra ne vide altre due che s’appoggiavano alla piattaforma superiore.
— Quest’abitazione è stata abbandonata, disse.
— Che i proprietari siano stati uccisi? chiese Cornelio.
— Può essere; i papù della costa e quelli dell’interno si odiano ferocemente e si distruggono a vicenda con guerre sanguinosissime; però aggiungerò che i papù emigrano sovente.
— Approfittiamo dell’assenza dei proprietari e occupiamo questa bizzarra abitazione.
Stava per issarsi sulle pertiche, quando il capitano lo arrestò.
— Adagio, diss’egli. Gli abitanti possono essere discesi, ma ve ne possono essere altri lassù e cacciarti in petto una freccia avvelenata. Prima voglio assicurarmi se questa casa è proprio disabitata.
Afferrò due bambù e li scrollò furiosamente. L’intera costruzione oscillò dalla base alla cima con un forte rumore, senza però cedere, tanto era solida.
— Se vi sono degli abitanti che dormono, si sveglieranno, disse.
Attesero cogli occhi fissi sulla capanna aerea, ma nessun essere umano apparve sulla grande piattaforma. Solamente alcuni uccelli, che dormivano sul tetto, volarono via emettendo strida di spavento.
— Non vi è nessuno, disse Wan-Horn. Possiamo salire.
Cornelio si mise ad arrampicarsi su una pertica, appoggiando i piedi e le mani sulle tacche, mentre il capitano si inerpicava sull’altra e giunsero sul pianerottolo.
Diedero all’edificio una seconda scrollata, ma non udendo alcun rumore, nè vedendo comparire alcuna persona, salirono più su, giungendo felicemente sulla grande piattaforma sostenente la capanna.
Colà furono costretti ad arrestarsi, poichè quel pavimento era tutt’altro che praticabile pei loro piedi. Infatti i papù, che sono agili come le scimmie, non si prendono grandi cure pei pavimenti delle loro abitazioni, e lasciano i bambù scoperti.
Essendo questi disposti ad intervalli di venti ed anche di trenta centimetri, lasciano fra loro delle aperture che possono causare delle cadute mortali, per chi non è abituato ad una ginnastica indiavolata e soffre i capogiri. Gli abitanti non ne coprono che una parte, quelli che si trovano nell’interno della casa e non sempre.
La terrazza esterna è priva di stuoie, quindi per attraversarla bisogna avanzarsi a salti, e con piede molto sicuro, se si vuole evitare il pericolo di cadere sulla piattaforma inferiore.
— Diamine! esclamò Cornelio. Questo pavimento è un vero trabocchetto, zio mio.
— Non è molto comodo per noi, ma i papù se ne accontentano, Cornelio.
— Ma è pericoloso pei ragazzi.
— Sono agili come gli scoiattoli e non si trovano imbarazzati. Avanti, Cornelio.
— Non voglio correre il pericolo di mettere i piedi nel vuoto e di capitombolare fino a terra, zio mio, cosa facile con questa oscurità. Preferisco avanzarmi a carponi.