Part 10
— È più sicuro, disse il capitano ridendo.
Tenendosi stretti ai bambù attraversarono la piattaforma ed entrarono nella casa, il cui pavimento era coperto da grosse e solide stuoie.
Quell’abitazione era vastissima, in forma d’un quadrilatero, con un tetto ampio e assai sporgente, per coprire l’intera piattaforma. Era diviso in quattro stanze lunghe otto o dieci metri, larghe altrettanto e provviste tutte di porte, le quali mettevano sulla galleria esterna.
Il capitano accese l’esca, diede fuoco ad un pezzo di carta che aveva trovato in una tasca della giubba e spinse lo sguardo nelle stanze, ma non vide alcun abitante, nè alcun oggetto: erano tutte disabitate e perfettamente vuote.
— Meglio per noi, disse. Passeremo qui il resto della notte e dormiremo tranquillamente.
— Ritireremo le scale, disse Cornelio.
— L’ho già detto ad Horn.
Intanto Hans e il Chinese erano giunti sulla piattaforma ed erano entrati nell’abitazione, ed il vecchio marinaio saliva ritirando le pertiche per impedire ai pirati di raggiungerli.
— Finalmente possediamo una casa! esclamò Hans.
— Una vera fortezza, soggiunse Cornelio. Sfido i pirati a farci sloggiare ed a trovarci.
— Se non ci hanno già scoperti, disse il marinaio entrando. Temo che quelle canaglie siano più furbe di noi.
— Hai veduto qualche cosa di sospetto? chiese il capitano, con inquietudine.
— Posso essermi ingannato, signor Wan-Stael, ma mentre ritiravo le pertiche, mi parve di aver udito un leggiero fischio dalla parte della foresta.
— Che abbiano scoperte le nostre traccie?
— Non so cosa dire, capitano.
— Ma con questa oscurità? disse Cornelio.
— I selvaggi hanno degli occhi migliori dei nostri, rispose il vecchio marinaio. Talvolta danno dei punti agli animali notturni.
— Ma cosa sperano di guadagnare prendendoci?
— I nostri fucili, Cornelio, disse il capitano. Questo accanimento non può spiegarsi diversamente.
— Apprezzano molto le armi da fuoco?
— E con ragione, non possedendo che delle cerbottane e degli archi. Muniti di armi da fuoco, quei pirati possono diventare veramente invincibili contro i loro compatriotti della costa.
— Ma se vorranno salire, avranno molto da fare.
— Purchè non ci taglino le pertiche di sostegno e ci facciano capitombolare assieme alla casa, disse il marinaio. Hanno dei _parangs_, e quelle pesanti sciabole tagliano meglio delle scuri.
— Che brutta caduta!
— Mortale, signor Cornelio.
— Usciamo, disse il capitano. Non bisogna lasciarli avvicinare.
Lasciarono la casa e si curvarono sui bambù della piattaforma esterna, i quali essendo così larghi e permettevano di sorvegliare tutti i dintorni della costruzione.
Non si udiva alcun rumore dalla parte della foresta: solamente la brezza notturna sibilava debolmente fra i pali di sostegno, su diversi toni.
Essendo sorta la luna si poteva distinguere un uomo ad una notevole distanza, ma nessuno appariva su quella piccola pianura.
— Non odo nulla di sospetto, disse Cornelio.
— Ed io non vedo alcun pirata, disse Hans.
— Ma la pianura è coperta di cespugli e di piante arrampicanti assai fitte, e quei bricconi possono avanzarsi strisciando, osservò Horn.
In quell’istante, quasi a conferma delle sue parole, una leggiera striscia oscura fendette l’aria e venne a piantarsi sulla parete esterna della capanna, a mezzo metro dalla testa del Chinese.
— Oh! esclamò il capitano.
Si rizzò rapidamente e la staccò.
— Una freccia, disse, prendendola con precauzione. È stata lanciata da una cerbottana, non m’inganno.
Quella freccia era lunga venti centimetri; era un leggiero cannello di bambù spinoso, aguzzato da una parte e fornito dall’altra d’un piccolo fiocco di cotone e da un tappo di midolla vegetale.
— È avvelenata? chiese Cornelio.
— Certo, e vi ordino di ritirarvi nella capanna, perchè a chi tocca una ferita è uomo morto. L’upas è un veleno che non perdona.
— Che l’abbiano lanciata i pirati?
— Senza dubbio, Cornelio; affrettiamoci a metterci al sicuro.
Abbandonarono la piattaforma e si ritirarono nella capanna nel medesimo istante che una seconda freccia, partita da un cespuglio, sibilava attraverso ai bambù, piantandosi sul tetto.
CAPO XVII.
Fra le freccie ed il fuoco
I papù in generale sono male armati e non possono resistere ad un attacco degli uomini bianchi muniti di buoni fucili; ma se i loro archi sono di poca efficacia, le loro mazze, ruvidi bastoni malamente lavorati, e le loro lancie poco meno che inutili avendo per lo più le punte di osso, posseggono però un’arma che produce ferite mortali e che si presta molto nelle guerre d’imboscate.
Non è certo di loro invenzione avendola probabilmente appresa dagli isolani malesi e specialmente bornesi, ma se ne servono con abilità straordinaria: è la cerbottana o, come la chiamano i malesi, la _sumpitan_.
È un tubo di bambù lungo generalmente un metro e mezzo, di legno duro, trapanato con un ferro appuntato, ma con molta precisione, dovendo il foro interno essere rigorosamente eguale.
In questo tubo introducono un cannello di bambù od un nervo di foglia munito superiormente d’una spina lunga ed assai acuta, e inferiormente d’un tappo a cono di midolla vegetale, che corrisponde al calibro dell’arma.
Soffiando entro la cerbottana, la freccia, spinta dall’aria, esce e s’innalza per quaranta ed anche cinquanta metri, colpendo l’uccello, o il nemico imboscato, con una precisione straordinaria.
L’uomo, o l’animale, o il volatile toccato, non ha scampo e morranno fra pochi minuti, perchè le punte della freccia sono tinte nel succo dell’upas, uno degli alberi più venefici che esistono.
Appena ricevuta la ferita, l’uomo prova tosto un tremito convulso, il polso si accelera, poi prova una debolezza estrema, un’ansietà angosciosa, respirazione difficile, spasimi, vomiti, espulsioni fecali, convulsioni tetaniche e quindi spira dopo dieci o quindici minuti.
Sembra che quel veleno agisca sul sistema circolatorio e sul sistema nervoso.
Altre volte invece quelle freccie sono tinte nel succo del _cetting_ (_strichnos tientè_), pianta arrampicante più velenosa ancora dell’_upas_, poichè la morte è più rapida, quasi fulminante.
Come si vede, non era il caso di rimanere all’aperto per difendere meglio i dintorni della capanna aerea. Quelle due freccie, salite lassù, e che il capitano aveva avuto tempo di vedere, dicevano abbastanza di quali mezzi disponevano i pirati per tenerli lontani.
I naufraghi però, anche tenendosi dentro la capanna, potevano difendersi e mandare le loro palle a destinazione, essendovi molte aperture fra le pareti di graticcio dell’abitazione e parecchie porte.
Si dispersero per la casa per sorvegliare i dintorni da tutte le parti, e si tennero pronti a rispondere alle provocazioni di quegli accaniti assalitori.
Non attesero molto, poichè pochi minuti dopo scorsero dei corpi neri strisciare fra i cespugli e le piante arrampicanti, tentando d’avvicinarsi alle palizzate di sostegno.
Cornelio mirò il primo e fece fuoco. L’uomo colpito dall’infallibile palla del bravo bersagliere, girò due volte su sè stesso, stramazzò al suolo senza mandare un grido.
Quel colpo maestro sgomentò gli assalitori, poichè si videro tornare rapidamente indietro e nascondersi fra i fitti alberi della foresta.
— Ecco uno che non tornerà più sul mare, disse Wan-Horn. Il confetto è stato un po’ amaro per quel povero diavolo, ma meritato. Ah! furfanti, ne avrete ben altri, prima di prenderci le armi!
— Sono pronto a ricominciare, disse Cornelio. Un altro che si mostri e lo stendo a terra.
— In guardia! gridò il capitano.
Sette od otto freccie s’alzarono sibilando, ma erano partite troppo lontane e due sole si piantarono nei bambù della piattaforma esterna.
— Grandina! esclamò Cornelio.
— Ed è grandine avvelenata, aggiunse Wan-Horn. Fortunatamente siamo fuori di pericolo, almeno per ora.
— Ma più tardi? disse il capitano, che pareva fosse diventato inquieto. Se quei briganti prolungano l’assedio, cosa accadrà di noi?
— Non abbiamo fretta, zio, disse Cornelio. Si sta molto bene in questa gabbia d’uccelli.
— Ma i viveri? Chi di noi possiede dell’acqua?
— È vero, zio. Io non ho che due biscotti e nemmeno una goccia d’acqua.
— Che vogliano proprio assediarci? chiese Wan-Horn.
— Ne sono certo, vecchio mio. Essi calcolano di farci capitolare per fame.
— No, zio, disse Hans. Non aspetteranno tanto, poichè li vedo a ritornare: guarda!
Tutti si affacciarono alle porte e videro infatti i pirati avanzarsi attraverso alla pianura. Strisciavano fra i cespugli e le piante arrampicanti come i serpenti, cercando di non farsi scorgere.
— Che vengano a tagliare i pali di sostegno? brontolò Wan-Horn. A voi, signor Cornelio.
Il giovanotto che aveva ricaricato il fucile, mandò una palla in mezzo ad un cespuglio, le cui cime si movevano, ma nessun grido seguì lo sparo.
— Mancato o ucciso sul colpo? disse il marinaio.
— Vedo i rami agitarsi ancora, disse Cornelio. Quei furfanti non mostrano un pezzetto dei loro corpi, tanto sono ben nascosti.
Il capitano ed Hans fecero fuoco mirando i cespugli che si muovevano, ma i pirati ormai non si scorgevano più e non risposero.
— Che si siano nascosti sotto terra? chiese il marinaio. Come va questa faccenda?
Ad un tratto quindici o venti uomini balzarono dai cespugli e si scagliarono verso l’abitazione, menando furiosi colpi di parangs contro i pali di sostegno. In un momento sette od otto, troncati da quelle pesanti sciabole, caddero a terra.
— Fuoco! gridò il capitano.
Tre colpi di fucile echeggiarono: due pirati caddero fulminati, un terzo fuggì urlando ed andò a cadere in mezzo un cespuglio poco discosto, e gli altri ritornarono precipitosamente nel bosco, salutati da altre due fucilate.
— Hanno del coraggio, quelle canaglie! esclamò Wan-Horn. Speriamo però che ne abbiano abbastanza delle nostre palle per ora. Se continuavano a lavorare di sciabole, facevan capitombolare la nostra gabbia.
— Non c’è pericolo, marinaio, disse il capitano. Vi sono almeno duecento pali da tagliare, e prima che li recidano tutti li distruggeremo.
— Credete che non ritentino l’attacco?
— Dopo questa seconda lezione spero che non oseranno avvicinarsi ancora. Corichiamoci sulla piattaforma e teniamci pronti a mandare un’altra grandinata di palle se tornano a mostrarsi.
Si sdraiarono dinanzi alle porte tenendo a fianco i fucili e attesero.
I pirati non abbandonavano la foresta che li proteggeva, ma non si erano allontanati, poichè di tratto in tratto si udivano le loro voci e di quando in quando qualche freccia saliva in aria, ma senza giungere fino alla casa aerea.
Senza dubbio ne avevano avuto abbastanza delle palle degli assediati e si erano accampati fra i tronchi d’albero per impedire ogni tentativo di fuga. Probabilmente contavano di costringerli alla resa colla fame, piano più sicuro e di esito certo, poichè i naufraghi non potevano durare a lungo senza un sorso d’acqua.
La notte trascorse senza che i pirati rinnovassero il tentativo e senza che gli assediati riaprissero il fuoco, volendo economizzare le munizioni, quantunque avessero un migliaio di colpi da sparare.
Quando il sole apparve, illuminando le foreste circostanti, la situazione non era cambiata. I pirati si udivano sempre a chiacchierare, ma si erano affrettati a porsi in salvo dietro ai grossi tronchi degli alberi.
— La va male, disse Wan-Horn. Se questo assedio continua, non so come potremo resistere senza un sorso d’acqua.
— Se ci fosse qualche stagno in questa pianura, proverei a discendere, disse Cornelio. Comincio ad essere annoiato di questa prigionia, Horn.
— Ed è appena cominciata!... Avrete del tempo per annoiarvi di più, signor Cornelio. I pirati non se ne vanno.
— Se provassimo a sloggiarli?
— In qual modo?
— Scendendo nella pianura e attaccandoli.
— Ci crivelleranno di freccie prima di toccare terra e voi sapete che sono avvelenate.
— Ma se questo assedio si prolunga?
— Speriamo che si stanchino, signor Cornelio.
— Ma la sete si avanza, Horn.
— Resisteremo fin che potremo.
— Ah! se potessi scorgerli!...
— I furbi si tengono nascosti.
— Vediamo se possiamo costringerli a mostrarsi, vecchio Horn. Vedo i rami di quel cespuglio a muoversi; forse là vi è una sentinella.
Armò il fucile e fece fuoco, ma i pirati risposero con una volata di freccie, senza però abbandonare la foresta protettrice. Alcune giunsero fino sulla piattaforma, ma le altre caddero a mezza via.
— Non si muovono, Wan-Horn, disse il giovinotto con stizza.
— Lo vedo, signor Cornelio. Sanno oramai che siamo abili tiratori e ci tengono alla loro pelle; invece di sprecare le nostre palle, facciamo colazione.
— Sarà molto magra, Horn.
— Ho tre biscotti.
— Ed io due.
— E voi, capitano?
— La mia pipa.
— E noi abbiamo le tasche vuote, dissero Hans ed il chinese.
— Non c’è pericolo di fare una indigestione, disse il marinaio, il quale però non perdeva il suo buon umore.
Si divisero fraternamente i cinque biscotti, che in pochi bocconi fecero sparire, poi si stesero sui graticci e s’addormentarono sotto la guardia del marinaio, avendo passata l’intera notte in continui allarmi.
La giornata lentamente trascorse senza che i pirati tentassero un nuovo assalto; non avevano però abbandonato il bosco, poichè di quando in quando lanciavano qualche freccia. Quando calarono le tenebre i poveri assediati erano già alle prese colla fame e sopratutto colla sete. Dal mattino non avevano messo sotto i denti che quei pochi biscotti e dalla sera precedente non avevano ingoiato un sorso d’acqua. Nessuno però si era lamentato, e perfino Hans che era il più giovine di tutti aveva resistito eroicamente, quantunque avesse la gola arida e la lingua ingrossata. La brezza della notte recò qualche sollievo ai poveri assetati, ma era ben poca cosa, e se quell’assedio non cessava non avrebbero potuto sopportare un digiuno di altre ventiquattro ore.
— Bisogna tentare qualche cosa, disse il capitano con voce risoluta. Hans non può sopportare simili privazioni.
— Non mi lamento, zio, rispose il giovane. Se resistete voi, terrò duro anch’io.
— No, mio povero ragazzo, tu non ancora sei un uomo. Questa notte andrò in cerca d’acqua.
— Ti uccideranno, zio.
— Cercherò di scendere senza farmi vedere.
— Verrò anch’io, zio, disse Cornelio.
— Ed io? disse Horn. Lasciate che tenti io la discesa, capitano; ho sessant’anni e uccideranno un uomo che ha vissuto abbastanza.
— No, mio bravo Horn, rimarrai qui a vegliare sui nipoti miei. Non sei più agile come un tempo e la discesa non è facile.
— I muscoli sono ancora solidi, capitano, e scenderò meglio d’un mozzo. Se vi uccidono, chi ricondurrà in patria i vostri nipoti?
— Tu sei un marinaio che può condurre una scialuppa anche più lontano dell’isola di Timor. D’altronde non mi hanno ancora ucciso quei birbanti, e dubito che vi riescano.
— Lascia che vada io, zio, disse Cornelio. Corro come un cervo, e se i pirati m’inseguiranno, li farò scoppiare prima che mi raggiungano.
— No, mio valoroso nipote, non voglio... oh!
Wan-Stael si era bruscamente voltato verso le boscaglie occupate dai pirati ed era divenuto pallido.
— Cos’hai veduto, zio? chiesero Hans e Cornelio, montando precipitosamente i fucili.
— Ho veduto un punto luminoso, una fiammella solcare le tenebre.
— Dove? chiesero tutti.
— Verso il bosco.
— Che i pirati cerchino d’incendiarci la casa? chiese Wan-Horn.
— Lo temo, disse il capitano. Vedo un fuoco brillare nella foresta.
— Ed io i pirati che strisciano fra le piante, disse Cornelio.
— Preparate le armi; se riescono a incendiare i bambù, questa abitazione cadrà come un fastello di paglia. Li vedi, Cornelio?
— Si sono nascosti dietro a quel macchione. Ah!..
Una fiammella si era alzata dalla macchia ed era caduta sulla parte anteriore della piattaforma, lasciandosi dietro parecchie scintille. Cornelio, a rischio di cadere nel vuoto e di ricevere una freccia nel petto, balzò attraverso ai bambù e la gettò via prima che comunicasse il fuoco ai legnami dell’edificio.
— Sono freccie, gridò egli.
— Freccie! esclamò il capitano.
— Sì, zio, ma sulla punta portano un fiocco di cotone acceso.
— I birbanti! esclamò Horn. Cercano di appiccare il fuoco alla capanna senza mostrarsi.
Un’altra freccia infiammata s’alzò dalla macchia e s’infisse nella parete della casa, minacciando d’incendiare i tralicci e le stuoie di nervatura di foglia. Hans fu però pronto a staccarla ed a spegnere il fiocco di cotone.
— Se vi è cara la vita e non volete morire arrostiti, aprite il fuoco, disse il capitano. Bisogna ricacciare i pirati nella foresta, o fra breve la casa sarà in fiamme.
I naufraghi si accostarono presso le porte e cominciarono un fuoco nutrito, mandando le palle entro la macchia e fra i cespugli, in mezzo ai quali supponevano che si celassero i pirati.
Le scariche si succedevano alle scariche e le palle fischiavano ovunque fracassando i rami e massacrando le foglie, ma i pirati, che parevano decisi di finirla con quel pugno di difensori, non abbandonavano i loro nascondigli e continuavano a lanciare le loro freccie ardenti, le quali cadevano sulla piattaforma ed attorno alla casa.
Hans e il chinese correvano qua e là per spegnerle, mentre i loro compagni continuavano a scaricare le armi, ma non potevano tener dietro a tutte.
Due volte, nello spazio di cinque minuti, i bambù e le stuoie della piattaforma avevano preso fuoco ed i due giovanotti avevano spento l’incendio non senza fatica e riportando delle ustioni.
Quella lotta non poteva durare a lungo. Il capitano, Cornelio ed il vecchio marinaio sparavano senza posa, ma le freccie diventavano più numerose e si vedevano solcare le tenebre in tutte le direzioni, cadere dinanzi e dietro la casa aerea e talune sul tetto.
— Zio! esclamò ad un tratto Hans, con voce angosciata. Non possiamo più resistere: il tetto è in fiamme.
— Maledizione! gridò Wan-Stael, con rabbia.
— Stiamo per morire arrostiti! gridò Cornelio. Fuggiamo o la casa ci mancherà sotto i piedi!
CAPO XVIII.
Caccia alle testuggini
La costruzione aerea, crivellata di freccie incendiarie, fiammeggiava in diversi luoghi, minacciando di rovinare e di trascinare nella caduta gli assediati.
Il tetto, costruito di foglie di arecche, di cocco e di leggieri bambù, aveva preso fuoco alle due estremità e si erano pure incendiate le pareti e il margine posteriore della grande piattaforma.
Le vampe, che ingigantivano rapidamente, trovando un buon alimento in quelle foglie ed in quei legni secchi, illuminavano la notte, tingendo la sottostante pianura e le boscaglie d’una luce sanguigna. Densi nuvoloni di fumo s’alzavano vorticosamente sotto i soffi della brezza notturna, e dal tetto rovinavano stuoie e graticci infiammati, tizzoni ardenti che rimbalzavano sulla piattaforma provocando altri incendii e nembi di scintille le quali volavano via, solcando le tenebre come stelle. Anche la piattaforma inferiore aveva preso fuoco e si udivano i bambù a crepitare sotto le fiamme e cadere al suolo con sordo rumore.
Il capitano ed i suoi compagni, impotenti a resistere in mezzo a quell’abitazione che diveniva una fornace ardente, balzarono sulla piattaforma esterna attraversando i vortici di fumo che li acciecavano.
I pirati, vedendoli comparire in mezzo alle fiamme, si slanciarono fuori dalle piante mandando urla di trionfo e agitando minacciosamente i loro pesanti _parangs_.
— Canaglie!... urlò Wan-Horn. Prendete!
Il più vicino, colpito dalla palla del marinaio, stramazzò a terra emettendo un grido disperato.
— Presto, scendiamo!... gridò il capitano.
Approfittando dello scompiglio prodotto da quel fortunato colpo di fucile, gli assediati calarono rapidamente le pertiche e due a due si lasciarono scivolare sul pianerottolo, passando fra il fumo e le fiamme che si alzavano sulla piattaforma inferiore.
I pirati, che si erano arrestati attorno al cadavere del loro compagno, si lanciarono innanzi per farli prigionieri, ma ad un tratto retrocessero vivamente.
In lontananza, verso il fiume, si erano udite delle urla, le quali crescevano d’intensità. Cosa succedeva all’estremità della foresta?... Qualche grave avvenimento senza dubbio, perchè gli assediati videro i loro nemici raggiungere rapidamente il bosco e fuggire precipitosamente verso l’est.
— Se ne vanno! esclamò Cornelio, stupito.
— Lasciali correre, gridò il capitano. Scendete: la casa sta per crollarci addosso.
Si lasciarono scivolare a terra e s’allontanarono rapidamente, correndo in direzione opposta a quella dei pirati. S’arrestarono solamente all’estremità della pianura, celandosi in mezzo ad una folta foresta di arecche e di banani selvatici.
La casa aerea fiammeggiava come un’immensa torcia e stava per crollare. Lunghe fiamme s’alzavano e si abbassavano colle selvagge contrazioni dei serpenti, lanciando in aria nuvoloni di fumo e nembi di scintille.
Il tetto era crollato, le due piattaforme, già quasi tutte distrutte, cadevano a pezzi, ed i bambù, consumati alle estremità superiori e nei punti d’appoggio, precipitavano al suolo con grande fracasso, minacciando d’incendiare i cespugli e le piante arrampicanti.
— Era tempo! esclamò Cornelio. Pochi minuti di ritardo e noi precipitavamo da un’altezza di sedici metri, e mezzo arrostiti.
— Ma i pirati, perchè sono fuggiti, mentre ormai ci tenevano in mano? chiese Hans.
— Verso il fiume succede qualche cosa di grave, disse il capitano. Non udite queste grida?
— Pare che laggiù succeda una battaglia, disse Horn. Che i pirati siano stati assaliti?
— Ma da chi? chiese Hans.
— Forse da qualche tribù nemica, rispose il capitano. Gli abitanti dell’interno, come vi dissi, sono in continua guerra con quelli delle coste.
— Li hanno assaliti in buon punto, disse Cornelio. Udite?
Verso il fiume si udivano dei clamori assordanti: erano urla feroci, urla che parevano di belve anzichè emesse da gole umane, e di tratto in tratto dei sordi rulli che parevano prodotti da qualche istrumento musicale, forse da un tamburo o da qualche cosa di simile.
Pareva che laggiù si combattesse furiosamente, poichè di quando in quando s’udivano anche delle urla strazianti, come emesse da persone che vengono sgozzate.
— Sì, succede una battaglia, disse il capitano. I pirati sono stati assaliti, forse dagli Arfaki o dagli Alfurassi.
— Che i vincitori vengano poi ad assalire anche noi? chiese Cornelio. Questa casa che fiammeggia può attirare la loro attenzione, zio.
— Non rimarremo qui ad attenderli, Cornelio. Lasciamoli uccidere a loro comodo e pensiamo a prendere il largo.
— E la scialuppa? esclamò Wan-Horn.
— Torneremo più tardi a cercarla.
— La troveremo ancora?
— Speriamo che sia sfuggita alle ricerche dei pirati. Sarebbe un vero disastro per noi se l’avessero scoperta.
— Lo credo, poichè non so come potremo poi guadagnar Timor.
— Andiamo, amici, prima che giungano i pirati od i loro avversari. Cerchiamo un corso d’acqua per dissetarci e delle frutta da porre sotto i denti.
Si ricacciarono nella foresta e si misero in marcia, procurando di dirigersi verso l’ovest. Faceva molto oscuro sotto quegli alberi, che erano così fitti da intercettare la luce della luna, ma ben presto i loro occhi si abituarono a quelle tenebre e s’avanzarono con sufficiente rapidità, malgrado le radici immense, le liane e le piante arrampicanti che li costringevano a fare dei lunghi giri.
Le grida dei combattenti s’udivano sempre echeggiare verso il fiume, ma di passo in passo che i naufraghi si allontanavano in quella nuova direzione, diventavano sempre più fioche e meno distinte.
Dopo mezz’ora di marcia non si udivano quasi più, quindi cessarono completamente. Era terminato il combattimento o gli avversari si erano allontanati?... Pel momento i naufraghi non si occuparono di saperlo, poco premendo a loro che avessero avuto la peggio i pirati o gli Alfurassi, avendo da temere da parte di entrambi.