Part 11
Verso la mezzanotte, dopo d’aver percorso sei o sette chilometri, i naufraghi giungevano sulle sponde di un piccolo corso d’acqua, ingombro di banchi sabbiosi e di piante acquatiche, e le cui sponde erano coperte da una fitta vegetazione.
— Fermiamoci, disse il capitano. Ormai i vincitori non ci raggiungeranno più.
Scesero la riva e si dissetarono, poi si misero in cerca di frutta per calmare gli stiracchiamenti dello stomaco. La cosa non fu difficile, contando la flora papuasiana un numero immenso di piante che danno frutta squisitissime e che nascono senza bisogno di coltura.
Sulle rive di quel fiume abbondavano i mangostani che producono delle frutta colla polpa bianca, divisa in chicchi, racchiusa in una buccia amara e somigliante a quella di un melogranato. Sono senza dubbio le migliori che esistano, riunendo l’aroma di mille frutta, ed in bocca si fondono come un gelato.
Non mancavano nemmeno i _pombo_, aranci colossali, grossi come la testa di un fanciullo, prodotti dal _citrus decumanus_, chiamato dai malesi _bua kadangsa_, ottimi a mangiarsi.
Calmata la fame, rassicurati dal silenzio profondo che regnava sotto quella gigantesca foresta e sulle rive del fiumicello, si sdraiarono in mezzo ad una folta macchia di cespugli e s’addormentarono tranquillamente, in attesa del sole. Il loro sonno non fu turbato da alcun avvenimento. Le grida d’una banda di pappagalluzzi che aveva preso dimora fra i rami d’un gigantesco tek li svegliò ai primi albori.
— Erano molte notti che non dormivo così bene, disse Cornelio, che si stirava le membra. Era tempo che i pirati ci concedessero un po’ di riposo.
— Si ode nulla? chiese il capitano.
— Non odo che gli uccelli a chiacchierare, zio. Pare che il combattimento sia finito.
— Avessero almeno avuto la peggio i pirati, disse Wan-Horn. Ci lascerebbero tranquilli per sempre.
— Lo sapremo presto, vecchio mio.
— Contate di riguadagnare il fiume, signor Stael?
— Sì, Horn: sono inquieto per la nostra scialuppa.
— Però ci lascerete prima far colazione. Il mio stomaco è vuoto e non può accontentarsi di sole frutta.
— Io mangerei volontieri un paio di bistecche, disse Hans. La selvaggina non deve mancare in questa foresta.
— È anzi vicina, disse il chinese, che da qualche istante osservava attentamente le piante acquatiche.
— Hai scoperto qualche animale? chiese Cornelio, alzandosi col fucile in mano.
— Guardate laggiù; non vedete le piante del fiume a muoversi?
— È vero, disse il giovanotto. Che vi siano dei grossi pesci, in questo corso d’acqua?
— O qualche coccodrillo? disse Wan-Horn.
— No, disse il capitano. Laggiù vi è una colazione deliziosa, vecchio mio.
Wan-Stael non s’ingannava; attraverso alle piante acquatiche si vedevano avanzarsi sui banchi di sabbia degli animali bizzarri, di forma circolare, ma un po’ allungata, del diametro di oltre mezzo metro, con delle brevi gambe che pareva uscissero da una specie di scudo.
— Cosa sono? chiesero Cornelio e Hans.
— Testuggini, disse Wan-Stael.
— A Timor non ho mai veduto simili rettili, zio, disse Cornelio.
— Ti farò assaggiare un arrosto squisito; a me, Horn.
Balzarono tutti e due sul banco che si allungava fino in mezzo al fiume e si precipitarono sulle testuggini che non si erano accorte della presenza dei nemici. In un batter d’occhio afferrarono due delle più grosse e le rovesciarono sul dorso per impedire a loro di fuggire, ma le altre si affrettarono a cadere in acqua ed a tuffarsi, nascondendosi fra le piante acquatiche.
— Lasciale andare, Horn, disse il capitano. Abbiamo carne a esuberanza.
Chiamarono in loro aiuto Cornelio ed il chinese e trasportarono i due rettili sulla riva. Erano lunghi più di ottanta centimetri, larghi quaranta e pesavano complessivamente circa cento chilogrammi.
— Ma questi animali sono corazzati, disse Cornelio, che li esaminava con viva attenzione.
— E la loro corazza è a prova di scure, nipote mio, disse il capitano.
— Ma come si trovano qui delle testuggini?... Mi hanno detto che vivono solamente in mare, zio.
— Ve ne sono di quattro specie: quelle terrestri, che sono le più comuni, grosse, corte, colle gambe che sembrano monconi; quelle palustri che sono le più piccole, quelle fluviatili e le marine. In quest’isola abbondano tutte le specie ed i selvaggi ne fanno un enorme consumo, essendo la carne di questi anfibi eccellente.
— Ma di cosa si nutrono?
— Di erbe, di radici, di lombrichi, di insetti acquatici, e quelle marine di alghe e di piccoli crostacei.
— Si trovano anche in altri paesi?
— Sì, Cornelio, in Asia, in Europa e sopratutto nell’America del sud.
— E sono così grosse?
— Ve ne sono di più piccole, ma anche di quelle enormi. Quelle che vivono fra i boschi della catena dell’Himalaya dànno perfino duecentocinquanta libbre di carne, senza contare il peso dei gusci che è rilevantissimo; ma le più colossali sono quelle chiamate elefantine che si trovano in Africa, nel canale di Mozambico, nell’isola di Madagascar, nell’isola Riunione e alle Borbone.
Sono lunghe come queste che abbiamo prese, ma raggiungono una grossezza straordinaria, le dimensioni di una botte di vino di media grandezza. Sono poi talmente robuste, che portano sul loro dorso perfino dei ragazzi.
Anche nelle isole Gallapagos se ne trovano di quelle grandissime dei veri mostri che sembrano appartenere all’epoca antidiluviana, al mondo del mammouth.
— Servono solamente a mangiare?
— Tutt’altro, Cornelio. Sui fiumi dell’America del sud si cacciano per averne i gusci, i quali hanno molto valore in commercio, adoperandosi nella fabbricazione dei pettini, dei ventagli di lusso, dei manichi di coltello di pregio, degli occhiali, ecc. Alcune specie di testuggini, specialmente fluviatili, dànno delle scaglie bellissime che si pagano assai care, altre invece si cacciano per ricavare dal loro grasso un olio finissimo, chiaro, d’una squisitezza incredibile. Di questi poveri anfibii si fa un consumo veramente enorme, e, se continua la distruzione, fra non molti anni spariranno. Già nell’America del sud cominciano a diventare scarsi.
— Quantunque i cacciatori di testuggini non uccidano sempre l’animale, disse Wan-Horn.
— È vero, disse il capitano. Quando le prendono, prima si assicurano della bellezza del guscio, poi della grossezza del corpo, facendo una profonda incisione presso la coda per vedere se possono dare una certa quantità di olio. Se la scaglia è brutta e l’animale è magro, lo si rigetta in acqua perchè si ingrassi.
— E se sono magre e hanno il guscio bello?
— Le privano del guscio e lasciano andare l’animale.
— Il quale non tarderà a morire, così spaventosamente mutilato.
— No, Cornelio. Quantunque privo del suo guscio, che fu la sua culla e che dovrebbe essere anche la sua cassa mortuaria, il povero anfibio vive. Va a nascondersi in qualche fessura che diventa il suo ospitale, rifà la pelle scorticata dall’avido cacciatore ed a poco a poco il suo guscio, il quale però non sarà più così bello, nè così liscio come il primo.
— Poveri anfibi!... Perdono la casa e rifanno un abituro forse incomodo.
— Pure vivono, trascinando il loro corpo deforme ed il loro guscio imperfetto, lungo le sponde dei fiumi.
— Deve essere un martirio atroce, zio, disse Hans.
— Certo, specialmente quando si sentono scorticare dal coltello del cacciatore e privare della loro casa protettrice. Wan-Horn, dimentichi la colazione.
— È vero, capitano, disse il marinaio.
Aiutato dal chinese raccolse parecchi rami secchi e accese un allegro fuoco. Quando furono semi consumati, prese una testuggine, la decapitò con un colpo di coltello e senza estrarla dal guscio la depose sui carboni ardenti.
Ben presto un odore appetitoso si sparse nella foresta. La testuggine si cucinava nel suo guscio, friggendosi nel proprio grasso.
Quando fu cotta appuntino, il marinaio l’aprì con pochi colpi di scure, e depose quella massa di carne deliziosa e profumata dinanzi ai suoi compagni.
Non sarebbe necessario il dire che tutti fecero onore all’arrosto, dopo venti ore di digiuno. Ne divorarono mezzo, mettendo il restante in serbo pel pranzo.
Terminato il pasto, il capitano ed il marinaio accesero le loro pipe, poi diedero il segnale della partenza, portando con loro la seconda tartaruga che contavano di arrostire all’indomani.
Procedendo cautamente, ma con notevole velocità, verso il mezzodì, giungevano presso le rive del fiume, sulle cui sponde speravano di ritrovare la loro scialuppa.
CAPO XIX.
Gli alberi sagu
Un silenzio quasi assoluto, essendo solamente rotto dal cicalare d’una coppia di pappagaluzzi, regnava sulle rive di quel corso d’acqua.
Le grida di guerra, che si erano udite durante la notte, erano cessate e non s’udiva più nemmeno il rullo di quella specie di tamburo. Pareva che i pirati ed i nemici che li avevano assaliti avessero abbandonato definitivamente quei luoghi.
Aprendosi il passo attraverso ai cespugli ed alle piante arrampicanti con mille precauzioni, e sostando ogni momento per ascoltare, temendo di cadere in qualche agguato, i naufraghi s’avvicinarono alla sponda, gettando un lungo sguardo sul fiume.
Non videro alcuno: nè i pirati, nè le loro piroghe, nè i misteriosi nemici; però si scorgevano le tracce d’un furioso combattimento.
I cespugli erano spezzati, calpestati; le erbe acquatiche strappate, il banco di sabbia, che la bassa marea aveva lasciato scoperto, era sparso di pezzi di lancia, di mazze scheggiate o rotte e sui tronchi degli alberi si vedevano infisse numerose freccie. Più oltre, verso la riva opposta, si vedeva sorgere dal letto del fiume un rottame che pareva la chiglia d’un canotto, e fra le erbe gli avanzi d’alcuni uomini che parevano fossero stati semi-divorati dai coccodrilli.
— I pirati sono stati assaliti e distrutti o messi in fuga, disse il capitano.
— Dagli Alfurassi? chiese Cornelio.
— Di certo, rispose Wan-Stael.
— Che ci sia qualche villaggio in queste vicinanze?
— Lo temo, Cornelio, e sarà cosa prudente allontanarci presto da questi luoghi.
— Purchè ritroviamo la scialuppa.
— Andiamo a vedere: comincio ad essere inquieto.
— Temi che l’abbiano scoperta?
— Sì, Cornelio.
— Sarebbe un disastro irreparabile per noi, zio.
— Sì, ragazzo mio. Ecco laggiù quel tek, che deve servirci di guida; la scialuppa deve essere a pochi passi da quel colosso.
— Sì, capitano, confermò Wan-Horn. Non possiamo ingannarci.
— Affrettiamoci; ardo d’impazienza.
Scesero la riva del fiume e si misero a costeggiare la foresta, avanzando sempre con mille precauzioni, non sapendo ancora se quel luogo era proprio deserto. Di passo in passo che si avvicinavano al tek, il quale torreggiava sulla sponda, bagnando le sue radici nell’acqua, le loro inquietudini crescevano ed i loro sguardi si fissavano angosciosamente sulle piante e sui cespugli, sotto i quali doveva trovarsi la loro imbarcazione.
Ad un tratto Cornelio, che precedeva i compagni, si arrestò.
— Zio, diss’egli, con voce alterata. Non vedo più l’ammasso di rami che avevamo gettato sulla scialuppa.
— Che ce l’abbiano proprio rubata? esclamò Wan-Stael, impallidendo.
Si slanciò innanzi e aprì i cespugli: un grido mal frenato gli uscì:
— Infami!...
— L’hanno rubata? chiesero Wan-Horn, Hans e Cornelio accorrendo.
Il capitano mostrò a loro, con un gesto disperato, i cespugli che giacevano a terra, spezzati e strappati,
— Ah! ladri!... esclamò Cornelio, pallido d’ira.
— Siamo rovinati! esclamò il marinaio.
La scialuppa infatti, non esisteva più. Quantunque fosse stata bene nascosta fra i cespugli e poi ricoperta di rami e di foglie, era stata trovata dai pirati o dai loro nemici, e portata via assieme agli attrezzi ed ai viveri che conteneva. Non avevano lasciato a terra che un remo spezzato, affatto inservibile e pochi pezzi di corda.
— Cosa faremo ora noi? si chiese Wan-Stael, che pareva avesse perduta tutta la sua energia e tutto il suo coraggio. Chi ci condurrà ora a Timor? Miserabili, perfino gl’istrumenti nautici hanno tentata la loro cupidigia!...
— E non ci hanno lasciato nemmeno un biscotto, disse Cornelio.
— Quale disastro se non si avesse avuta la precauzione di portare con noi le munizioni, disse Wan-Horn. Fortunatamente abbiamo ancora sette od ottocento cariche, e quando si hanno delle armi, in questo paese non si muore di fame.
— Ma come riguadagneremo la nostra isola, ora che ci manca la scialuppa? chiese Hans.
— Udiamo, capitano, disse Horn. Sapreste dirci dove ci troviamo?
— Che siamo qui o più lontani, che importa, Horn? disse Wan-Stael.
— Forse la nostra situazione non è disperata, capitano, e con un po’ di coraggio possiamo uscire da questo ginepraio. Volevo sapere se siamo molto lontani da Dory.
— Dal porto di Dory!... esclamò Wan-Stael, che ebbe un lampo di speranza.
— Sì, e se possiamo giungervi non avremo difficoltà a tornare in patria. Voi sapete che quel porto è frequentato dai pescatori di _trepang_ malesi e chinesi e dai nostri compatrioti che si recano colà ad acquistare gusci di tartarughe, noci moscate, garofani e uccelli del paradiso imbalsamati.
— È vero, Horn; non avevo mai pensato a quel porto.
— Sapreste dirci se è molto lontano?... Credete che si possa raggiungerlo?
— Lo temo, Wan-Horn, trovandosi a settentrione della penisola occidentale, al di là della baia di Geelwink. Bisognerebbe attraversare più di mezza isola, passando fra foreste impenetrabili e popolate da gente feroce. Ho un altro progetto però, che mi sembra migliore e più facile.
— Gettatelo fuori, signor Stael.
— Tu sai che al sud-ovest si scarica la Durga, che è uno dei più considerevoli fiumi dell’isola. Cerchiamo di raggiungerla, scendiamola fino alla foce costruendo o una zattera o scavando una scialuppa nel tronco d’un albero, e di là ci spingeremo verso le isole Arrù che sono pure frequentate dai nostri compatrioti e dai pescatori di _trepang_. Non deve essere lontana più di venti o trenta leghe, ossia ottanta o centoventi chilometri, e possiamo giungere sulle sue sponde fra sei od otto giorni.
— Bell’idea, capitano! esclamò Wan-Horn.
— E non possiamo costeggiare l’isola, evitando così le foreste? chiese Cornelio.
— Raddoppieremmo la via, disse Wan-Stael. La costa meridionale è assai frastagliata e verso il sud-ovest s’avanza verso il mare per molte e molte leghe. Non basterebbe un mese per giungere alla Durga.
— Ma siamo senza viveri, zio.
— Non ci metteremo in marcia senza provviste, Cornelio. Non possiamo contare sempre sulla selvaggina, la quale può mancare.
— Ma io non vedo altro che delle frutta molto deliziose sì, ma poco nutritive.
— Porteremo con noi una grossa provvista di biscotti e migliori di quelli che ci hanno rubati.
— Hai trovato qualche fornaio o qualche campo di frumento? chiese Cornelio, ridendo.
— Nè l’uno nè l’altro, ma ti dico che in breve avremo del pane a volontà. È vero, Horn?
— Per bacco! E che pane, signor Cornelio!... disse il marinaio. Voi sarete il fornaio e noi i mugnai.
— Voglio vedere questo miracolo.
— E anch’io, disse Hans.
— Prima di tutto troviamo un accampamento più sicuro e più adatto, disse il capitano. Qui non spira buona aria per noi e ci occorre un luogo deserto, dove possiamo lavorare senza timore di venire disturbati. Coraggio, ragazzi miei, allontaniamoci da questo fiume e andiamo a nasconderci in una foresta.
La prudenza li consigliava ad allontanarsi, per tema di veder ricomparire in quei luoghi od i pirati che potevano essere stati solamente respinti, od i loro nemici che potevano abitare in quei dintorni.
Ripresero la loro testuggine che non volevano abbandonare e si rimisero in marcia attraverso alla foresta, dirigendosi verso l’ovest. Il marinaio, che possedeva una piccola bussola, li guidava senza tema di errare, quantunque quelle foreste fossero assai fitte e non permettessero di mantenere una via retta.
Hans e Cornelio, pur strisciando fra quelle migliaia di piante che diventavano sempre più fitte e più intricate, nella loro qualità di cacciatori stavano attenti per non lasciar sfuggire qualche capo di selvaggina che poteva da un istante all’altro alzarsi fra i cespugli; ma non si vedevano che uccelli, ma quali splendidi volatili!... Ora apparivano stormi di superbe colombe coronate, ora delle coppie di _epimachus magnificus_, uccelli di taglia elegantissima, colle penne nero-vellutate sul dorso, la gola ed il petto azzurro-cupo con riflessi verdastri, la coda lunga, adorna di barbe sottili che sembrano peli, o di _epimachus albus_, bizzarri volatili grossi come i nostri piccioni, colle penne d’una bianchezza abbagliante nella parte posteriore del corpo, e nerissime, a riflessi verdastri, nella parte anteriore e forniti d’una coda stravagante, composta di sei o sette pungiglioni arricciati, o delle bande di _promerops superbi_, neri di penne, con una coda lunga e voluminosa ed un grosso ciuffo di penne arricciate sul capo, senza poi contare gli stormi numerosi di pappagalli chiassosi e dalle penne smaglianti.
Pareva invece che i quadrupedi mancassero in quella regione, poichè non si scorgevano nè porci selvatici, nè babirussi che sono pur tanto abbondanti in certe regioni di quella grande isola.
Verso le tre, mentre attraversavano una piccola pianura, i tre naufraghi fecero una scoperta singolare. Era un albero, un _fico pisocarpa_, il quale invece di portare sui rami delle frutta, era coperto di strani uccellacci, forniti di un pelame color marrone ma con riflessi rosso-giallastri, grandi come polli e che stavano appesi per le gambe, tenendo il capo in giù. Ve n’era almeno duecento e parevano addormentati, tenendosi strettamente avviticchiati nelle loro ali membranose.
— Cosa sono? chiesero Hans e Cornelio, stupiti.
— _Pteropus eduli_, rispose il capitano, ridendo, o, se vi piace meglio, pipistrelli giganti che attendono le tenebre per spiccare il volo.
— Dei pipistrelli così grossi! esclamò Hans. Ma cosa fanno, appesi ai rami di quest’albero?
— Dormono, dopo d’averlo spogliato delle sue frutta, essendo molto ghiotti di quei fichi.
— Devono essere cattivi, questi brutti volatili.
— Niente affatto, Hans.
— So che tutti li temono.
— E hanno torto, poichè invece sono utilissimi, distruggendo un numero considerevole di insetti nocivi all’uomo, le zanzare e tanti altri che ci succhiano il sangue durante il sonno.
— So che dappertutto si uccidono, zio.
— È vero, questi disgraziati volatili, che sembrano topi volanti, sono esecrati da tutte le popolazioni, senza motivo, o per causa di stupide superstizioni. Da noi usano inchiodarli sulla porta della casa, i bretoni fanno altrettanto, perchè credono che quei poveri animali vadano a bere l’olio dei vasi sacri e delle lampade degli altari, e le popolazioni dell’Europa meridionale li bruciano vivi perchè li credono spiriti delle tenebre.
— Dimmi, zio, sono ciechi i pipistrelli? chiese Cornelio. Non si vedono volare che di notte.
— No, ma pare che i loro occhi non siano a loro di alcuna utilità. So che molti si sono provati ad acciecarli, ma pure volavano egualmente, senza mai toccare dei sottili fili tesi dinanzi a loro. Pare che si dirigano col tatto e che posseggano anche un udito acutissimo, mentre invece il loro odorato sarebbe mediocre. Andiamo, ragazzi; il pane ci aspetta.
— Ma dov’è? chiesero i nipoti.
— Presto lo troveremo.
Si rimisero in marcia, mantenendo costantemente la direzione primitiva, passando da una foresta all’altra e raccogliendo di quando in quando delle frutta; ma un’ora dopo il capitano si arrestava in mezzo a un’altra radura, assai ristretta, circondata da foreste.
Egli indicò un albero alto cinque o sei metri, del diametro di un metro, fornito di un ciuffo di foglie lunghe parecchi metri e che invece di crescere dritto era piegato obliquamente.
— Ecco il nostro pane, disse.
— Il nostro pane! esclamarono i due giovinotti stupiti.
— E molto delizioso, signori miei, disse Wan-Horn. La farina è matura, poichè vedo le foglie coperte d’una polvere giallastra.
— Ma dov’è nascosta questa farina?
— Nel tronco dell’albero, signor Cornelio.
— Vuoi scherzare, vecchio Horn.
— No, ve lo assicuro: ora lo vedrete.
Il marinaio afferrò la scure e si mise a picchiare furiosamente il tronco dell’albero, il quale però opponeva una resistenza incredibile. Il capitano dovette surrogarlo dopo un quarto d’ora e finalmente la pianta, recisa circolarmente, a trenta centimetri dal suolo, cadde con grande fracasso.
— Guardate, disse il marinaio.
Hans, Cornelio ed il giovane pescatore s’avvicinarono e con loro grande sorpresa videro che quel tronco era ripieno d’una materia leggermente rosea e molto dura, a giudicarla a colpo d’occhio.
— Che cos’è questa? chiese Cornelio.
— Farina, o, se ti va meglio, _sagu_, disse il capitano.
— Ma l’ho udito nominare ancora, anzi l’ho assaggiato a Timor, zio.
— Ti credo, crescendo anche in quell’isola.
— E ti dirò che l’ho trovato molto nutriente e buonissimo.
— È una pianta meravigliosa! esclamò Hans.
— E assai preziosa, disse il capitano, crescendo senza bisogno di coltura e producendo assai. Bastano tre alberi per nutrire una famiglia per un intero anno.
— Vi sono molte di queste piante, zio?
— Moltissime e non si trovano soltanto qui. Le migliori e le più produttive sono quelle chiamate dai naturalisti _metroxilon sagus_ e _metroxilon rumphii_, ma ve ne sono molte altre. Crescono in quasi tutte le isole della Malesia, specialmente nel Borneo, nelle Filippine, nelle Molucche, in quest’isola, in India, alle Maldive, a Sumatra ed in America, a Nuova Orleans, ma la farina che producono non è sempre eguale. Quella delle Maldive, per esempio, è granulosa, dura, grigiastra, ma non uniforme; quella di Sumatra ha grani rotondi o gialli o bianchi; quella di Nuova Orleans è pure grigiastra e quella delle Molucche e della Nuova Guinea è rossa o bianca o grigia, ed ha la proprietà di diventare lucidissima, se si lascia per qualche tempo in acqua.
— Si ricava molta farina da un albero di questa grossezza?
— Circa trenta _toman_[9], ossia 450 chilogrammi.
— Che paese fortunato, zio!...
— Lo credo, perchè in quattro o cinque giorni di lavoro una persona può assicurarsi il pane per dodici mesi.
— Ma come si prepara questa farina?
— Ora lo vedrai. Al lavoro, mio vecchio Horn.
Il marinaio non aveva perduto il suo tempo. Recise le grandi foglie, percuoteva a gran colpi di scure il tronco atterrato, tagliandolo in pezzi lunghi sessanta o settanta centimetri; ma aveva molto da faticare, poichè, quantunque la corteccia non avesse che uno spessore di tre centimetri, era talmente dura, da fare talvolta rimbalzare il ferro.
I suoi sforzi però trionfarono e il tronco fu finalmente tagliato in otto pezzi.
— La mazza, chiese il marinaio, tergendosi il sudore che gli irrigava la fronte. Bisogna sfondare le radici interne.
Il capitano, che aveva tagliato un grosso e pesante ramo squadrandolo con cura ad una estremità, stava per porgergliela, quando ad un tratto si udì echeggiare un urlo terribile.
Tutti si volsero e videro il giovane pescatore dibattersi disperatamente fra le spire di un gigantesco serpente, che si era improvvisamente rizzato in mezzo ad un cespuglio vicino.
— Gran Dio!... esclamò il capitano, mentre tutti indietreggiavano atterriti... Un pitone!
CAPO XX.
I boschi della Papuasia
Se la Nuova Guinea è la patria prediletta dei più splendenti uccelli della creazione, è pure la patria dei serpenti e sopratutto dei pitoni, che sono i più grandi ed i più formidabili rettili delle boscaglie.
Non hanno altri che li sorpassino in lunghezza, tranne i boa dell’America tropicale, e raggiungono i cinque, i sei e perfino i sette metri, ordinariamente però non oltrepassano i tre e mezzo.
Si trovano in quasi tutte le isole della Malesia, in India, dove sono numerosi, ed in Africa, ma in Europa mancano. Si trovano però allo stato fossile, specialmente nei terreni terziarii, e ciò dimostra che un tempo non erano rari nemmeno nei nostri paesi.