Part 12
Questi rettili non sono velenosi, mancando delle glandole che si trovano in quasi tutti gli altri, ma perciò non sono meno temibili, anzi sono più feroci e più pericolosi, perchè osano assalire non solo l’uomo, ma perfino i grossi animali e anche le tigri. L’inglese Hadington ne vide uno sulle rive del Gange, sorprendere una di quelle terribili fiere, stringerla fra le potenti spire e soffocarla, malgrado i colpi d’artiglio che lo squarciavano.
La loro forza muscolare è così potente, che stritolano fra le loro viscose anella dei buoi, spezzando a loro le robuste ossa, e la loro vitalità è così potente che talvolta, anche dopo uccisi, per parecchie ore trattengono la preda.
Schouten, nel suo viaggio in India, narra a questo proposito il seguente fatto.
Durante la raccolta del riso, alcuni contadini del Malabar avevano lasciato nella loro capanna un ragazzo, il quale, essendo malaticcio, non poteva seguirli nei campi.
Essendo il ragazzo uscito, era stato sorpreso da un pitone gigante, mentre erasi addormentato all’ombra di una palma. Tornati i contadini, udirono dei gemiti soffocati, ma sulle prime non vi fecero caso; continuando però, uscirono dalla casa e videro il mostruoso serpente che stava ingoiando la preda ancora vivente. Il padre del ragazzo, fattosi animo, afferrò una scure e tagliò a metà il serpente, ma questo, sebbene mozzo, continuò a ritenere il ragazzo, il quale non fu estratto dalle spire che dopo parecchie ore ed affatto privo di vita.
Questi serpenti vivono per lo più nelle foreste calde e umide e là attendono la preda, o sospesi a qualche grosso albero mercè la loro coda prensile o appiattati in mezzo ai cespugli. Preferiscono celarsi presso i fiumi, per sorprendere gli animali che vanno a dissetarsi.
Quantunque non siano molto grossi, pure sono capaci di inghiottire delle prede che pesano venti volte più di loro e che sono dieci o quindici volte più voluminose, essendo straordinaria la dilatabilità delle loro mascelle. Assorbono, per così dire, la preda tutta d’un pezzo, non avendo unghie per lacerarla, impiegando però molto tempo, delle giornate intere e qualche volta perfino una settimana.
Il pitone che aveva sorpreso il giovane pescatore era uno dei più giganteschi, poichè misurava almeno sei metri. L’orribile rettile, che forse dormiva in mezzo a quel fitto cespuglio, accortosi della vicinanza della preda, era strisciato fuori senza produrre alcun rumore, e con una mossa fulminea l’aveva avvinto fra le formidabili spire. Il disgraziato chinese, quasi soffocato da quelle anella che cercavano di stritolarlo, pallido come un cadavere, cogli occhi schizzanti dalle orbite, agitava disperatamente le braccia rimaste libere, tentando di respingere la testa del serpente, il quale faceva vibrare su di lui la lunga lingua biforcata.
Cornelio, Hans e lo stesso Wan-Horn, paralizzati dal terrore, erano rimasti come inchiodati al suolo, ma il capitano si era slanciato innanzi impugnando una scure. Egli sapeva che un momento di ritardo poteva essere fatale pel povero chinese, le cui ossa già scricchiolavano sotto la potente stretta.
L’arma piombò con forza irresistibile sulle scaglie del mostro, troncando nettamente il corpo a due metri dalla coda. Colpito a morte, svolse rapidamente le anella lasciando cadere il chinese, e quantunque così mutilato e sanguinante, si volse contro quel nuovo nemico emettendo sibili di rabbia.
Wan-Stael però non era uomo da spaventarsi. Retrocesse rapidamente per non venire investito, poi la sua scure piombò per la seconda volta sul serpe, il quale cadde sull’erba col cranio fracassato, contorcendosi disperatamente.
— Mio povero ragazzo! esclamò il brav’uomo, precipitandosi verso il chinese. Ti ha spezzato le costole?
— No, signore, rispose il pescatore, con voce rotta. Mi ha mezzo soffocato, ma mercè il vostro pronto intervento mi ha risparmiate le ossa.
— Non ti eri accorto del suo assalto? Non lo avevi veduto?
— No, signore. Volgevo le spalle al cespuglio e tutto d’un colpo mi sono trovato fra le spire del serpente. Ah! che paura, capitano!
— Lo credo, mio povero giovanotto. Fortunatamente sono giunto a tempo per spacciarlo.
— Ah zio! esclamò Cornelio. Non ho mai provato un terrore simile; mi sono sentito mancare le forze.
— Lo credo; questi serpenti fanno più paura delle tigri. Còricati e riposa, Lu-Hang e noi mettiamoci al lavoro prima che giunga notte.
Wan-Horn, che si era riavuto dallo spavento, si mise animosamente all’opera. Afferrò il grosso randello preparato dal capitano, somigliante ad una mazza, e si mise a pestare la midolla rosea del sagu, che si trovava nel pezzo di tronco ancora piantato in terra.
— Perchè la pesti qui dentro, invece di estrarla? chiese Cornelio che seguiva attentamente quell’operazione.
— Perchè è trattenuta da una vera rete di fibre, rispose il marinaio. Se non si spezzano, non si potrebbe estrarla. Ecco, guardate!
Il capitano che si era rimboccate le maniche, cacciò le braccia nel tronco ed estrasse un cumulo di farina la quale era mescolata a delle sottili fibre bianchissime, ma molto resistenti.
— Mangeremo anche quelle fibre? chiese Cornelio.
— No, rispose il capitano. Guasterebbero il pane, poichè sono legnose.
— Bisogna levarle?
— Sì, e per far ciò fabbricheremo uno staccio con delle fibre di cocco, onde perdere meno tempo.
Il capitano vuotò quella specie di mortaio costituito dal tronco inferiore dell’albero, saldato solidamente in terra dalle poderose radici e ammucchiò la farina sulle grandi foglie della pianta.
Prese poi uno dei pezzi del tronco, tagliati prima da Wan-Horn, lo sovrappose al mortaio e maneggiando robustamente la mazza, fece cadere la farina, pestandola per bene.
La manovra fu ripetuta anche per gli altri pezzi, ottenendo in poche ore un ammasso enorme di farina, del peso di circa quattrocento chilogrammi.
Era però da depurare, contenendo ancora le fibre, ma essendo calata la notte, quella seconda operazione fu rimandata a domani.
Alcuni chilogrammi di quella fecula nutriente furono però sbarazzati di quelle radici, impastati con un po’ d’acqua e ridotti in focaccie, le quali furono messe a cucinare sui carboni.
Tutti fecero molto onore a quel pane gustoso, servito caldo e alla testuggine arrostita. Dopo cena Wan-Horn piantò in terra alcuni rami d’albero che coprì, superiormente, colle immense foglie d’un banano, formando una specie di tettoia che doveva difenderli dall’umidità della notte e per renderla più sicura, la circondò coi cilindri formati dai pezzi del tronco di sagu, i quali potevano difenderli dalle freccie dei selvaggi.
Cornelio montò il primo quarto di guardia imboscandosi in mezzo ad un cespuglio e gli altri s’addormentarono.
Quelle precauzioni furono inutili perchè la notte passò tranquilla. Nè uomini, nè belve si fecero vedere nei dintorni, e il silenzio più perfetto regnò nelle vicine foreste.
L’indomani, all’alba, erano tutti al lavoro per preparare le loro provviste di pane. Wan-Horn aveva costruito una specie di staccio con delle fibre di noce di cocco e sbarazzava rapidamente la farina dalle radici.
Il capitano e Hans versavano l’acqua nello staccio per far passare la fecola, e Cornelio ed il chinese la impastavano, formavano dei pani del peso di due chilogrammi, che poi esponevano al sole per seccarsi.
Avrebbero potuto ridurla anche in granelli per fare delle minestre eccellenti, ma sarebbe stato necessario un recipiente di ferro e non possedendolo furono costretti a rinunciarvi. Per ottenere il sagu granulato, come si smercia in Europa, si lascia cadere la farina in una grande caldaia posta sul fuoco, prima però che sia secca. Si lascia torrefare leggermente, mescolandola continuamente, poi si leva e s’impacchetta nelle scatole. I granellini così ottenuti acquistano un sapore più gradevole e assumono una tinta più rossastra.
A mezzodì, già duecento pani stavano seccando al sole. Essendo sufficienti, non potendo i naufraghi caricarsi d’un peso enorme, abbandonarono la rimanente farina agli uccelli.
Alla sera quei pani, che si erano perfettamente asciugati, furono avvolti in foglie di banano onde si conservassero meglio ed ammucchiati sotto la tettoia.
— Ne avremo per un mese, disse il capitano. Domani potremo rimetterci in viaggio, senza tema di dover soffrire la fame.
— Ma ci manca la carne, disse Hans.
— Ce la procureremo lungo il viaggio, ghiottone. Gli uccelli non mancano in questa foresta e nemmeno gli animali.
— Sarà invece cosa prudente portare con noi una provvista d’acqua, disse Wan-Horn. Non troveremo sempre dei fiumi o degli stagni per dissetarci.
— Ma noi non possediamo alcuna bottiglia, disse Cornelio. Dove vuoi metterla?
— Nemmeno i papuasi posseggono bottiglie, disse il capitano, pure hanno dei recipienti e nei loro canotti l’acqua dolce non manca mai.
— Cosa hanno adunque?
— Ora lo vedrai.
Raccolse la scure, s’avvicinò ad un gruppo di bambù grossi come una coscia d’uomo e ne abbattè uno, tagliandolo a pezzi.
— Ecco il recipiente, disse, raccogliendone uno. Come sai, i bambù sono vuoti fra un nodo e l’altro; questo ha un nodo sopra ed uno sotto.
— Ti comprendo: fai un buco nel nodo superiore, vi introduci l’acqua ed ecco ottenuto una botticella.
— È proprio così, Cornelio. Come vedi, qualche volta i selvaggi possono insegnare anche a noi. Orsù, corichiamoci e domani ci metteremo in cammino per giungere alla Durga.
Stavano per sdraiarsi sotto la tettoia, quando con loro grande sorpresa udirono i latrati d’un cane, che venivano dalla parte del bosco.
— I papuasi? chiese Cornelio, balzando in piedi.
— È impossibile! esclamò il capitano, afferrando il fucile e slanciandosi all’aperto.
Horn ed i tre giovanotti, assai inquieti, erano pure usciti portando con loro i fucili. I latrati continuarono, ad intervalli regolari, ma senza avvicinarsi.
— È impossibile che vi siano dei papuasi, ripetè il capitano, che non staccava gli sguardi dal bosco.
— Per quale motivo? chiese Cornelio.
— Perchè non hanno mai avuto cani, anzi non li conoscono.
— Pure sono latrati di cane, zio.
— Che ci sia qualche cacciatore europeo? chiese Wan-Horn.
— Qui, in mezzo a queste foreste, così lontane dai porti frequentati dalle navi?
— Qualche esploratore, signor Stael.
— Uhm! Non ci credo, Wan-Horn.
— Ma come volete che vi sia un cane senza padrone?
— Sarà un cane, Horn?
— E cosa volete che sia? Questi sono abbaiamenti.
— Ma se fosse uno di quegli animali, a quest’ora sarebbe qui, mentre mi pare nè che s’avvicini, nè che s’allontani.
— È vero, capitano.
— Tenete pronte le armi e andiamo a spiegare questo mistero.
Tenendosi riparati dietro i cespugli, per non ricevere improvvisamente una volata di freccie avvelenate, raggiunsero il bosco che cominciava a diventare oscuro, essendo il sole prossimo al tramonto. La loro sorpresa raggiunse il colmo udendo i latrati venire dall’alto.
— Tò!... esclamò Cornelio. Che abbiano legato un cane fra i rami degli alberi? Cosa ne dici, zio?
Il capitano, invece di rispondere, scoppiò in una fragorosa risata.
— Ridi?... esclamarono Hans e Cornelio.
— Vi è da slogarsi le mascelle, ragazzi miei, diss’egli. Volete vedere il preteso cane? Guardate fra i rami di quel _durion_.
Tutti alzarono gli occhi e scorsero, appollaiato su di un grosso ramo, un uccello nero, grande come un corvo, il quale emetteva a regolari intervalli dei latrati così perfetti, che parevano uscissero dalla gola d’un cane.
— Bizzarro paese!... esclamò Cornelio. Si sono mai veduti in altri luoghi degli uccelli che latrano?...[10].
— Fortunatamente sono innocui, disse il capitano. Andiamo a dormire, amici.
Anche quella seconda notte, passata in quella piccola radura, trascorse tranquilla. Vi fu solamente un falso allarme durante il quarto di guardia del marinaio, essendosi uditi dei rumori nel vicino bosco, ma li attribuirono a degli animali pascolanti fra i cespugli.
Alle sei del mattino i naufraghi erano in piedi, pronti a mettersi coraggiosamente in marcia verso l’ovest. Ripartirono le loro provviste di _sagu_ proporzionatamente alle forze di ognuno, riempirono d’acqua i loro bariletti di bambù, e dato un addio alla loro capannuccia si cacciarono sotto a folti boschi, decisi a raggiungere la Durga.
La marcia non era facile in mezzo a quelle piante che impedivano ai raggi del sole di penetrare, tanto erano così fitte. I tek, i sagu, i mangostani, i cedri, i bambù, le _arenghe saccarifere_, i _betel_, i _rotang_ si succedevano gli uni agli altri intrecciando i loro rami e le loro radici, mentre le piante arrampicanti e le liane formavano delle reti impenetrabili, correndo da un tronco all’altro, salendo, discendendo, serpeggiando per terra.
Non mancavano gli alberi da frutta, i quali crescevano senza coltura alcuna. Si vedevano numerosi mangostani carichi di quelle frutta deliziose che ormai i naufraghi avevano assaggiate e che hanno il vantaggio, come quelle dei banani, di essere sanissime e di non produrre alcun disturbo anche se prese in grande quantità; giganteschi _durion_ i cui rami si piegavano sotto il peso delle loro grosse frutta che sono pericolosissime se cadono sul capo a qualcuno, essendo irte di acute spine, e grosse come la testa di un uomo; i _buà nangha_ od _artocarpi integrifoglia_, altissimi, con grossi rami e che danno le frutta più colossali, poichè occorrono due uomini per portarle, ma assai nutrienti e che maturano tutto l’anno, e dei _manghi_, ma di qualità scadente e poco fruttiferi, crescendo allo stato selvaggio.
Dopo cinque ore di marcia continua, i naufraghi giungevano in mezzo ad un grande gruppo d’alberi, i quali tramandavano un odore speciale e assai acuto.
— Non senti questo profumo delicato, zio? chiese Cornelio.
— Sì, disse il capitano, che s’era arrestato.
— Sono quegli alberi che lo esalano?
— Sì, Cornelio, e aggiungerò che qui vi sarebbe la fortuna d’un uomo che avesse meno fretta di noi.
— Perchè, zio?
— Perchè questi alberi sono noci moscate. Guardali, Cornelio: meritano di essere veduti.
CAPO XXI.
Il Babirussa
Le piante delle noci moscate (_myristica moschata_) sono bellissimi alberi somiglianti ai nostri allori, alti circa sette e qualche volta otto metri, che crescono anche allo stato selvaggio, in mezzo alle foreste umide e calde. La loro produzione è ristretta solamente a poche isole, alle Molucche, dove ora si coltivano su vasta scala, alla Nuova Guinea, a Banda, essendo state distrutte tutte le altre piantagioni dagli Olandesi.
Non dà frutto prima dei nove anni, ma generalmente, se è curata, dura fino a settantacinque od ottanta.
Non si creda però che produca le noci così come sono poste in commercio. Dà delle specie di albicocche assai grosse colla corteccia giallastra la quale però si apre quando è giunta a perfetta maturazione, mostrando una polpa rossastra, reticolosa e carnosa, ed in mezzo si trova la noce, la quale è coperta d’un guscio sottilissimo, ma duro.
Questi alberi producono tutto l’anno, mettendo fiori e frutta nello stesso tempo, ma le noci che giungono a maturanza dopo nove mesi si raccolgono ordinariamente in aprile, luglio e novembre.
Per conservarle si seccano dapprima al sole per tre giorni, avendo cura di coprirle sempre per impedire che la rugiada non le guasti, e quando si sbarazzano dal guscio, s’immergono in una tina d’acqua mescolata con della calce, per preservarli dagli insetti. Per essere più certi della loro conservazione, si usa anche, prima di bagnarle, richiuderle in foglie o in vassoi di bambù e tenerle esposte a lento fuoco tre lunghi mesi. Le migliori sono quelle che si raccolgono colle mani dai rami degli alberi coltivati; quelle più scadenti sono quelle che si raccolgono da terra, quando sono cadute da loro e le meno pregiate, sono quelle che producono le piante non coltivate.
Un tempo gli Olandesi, padroni di gran parte delle isole della Malesia, assunsero il monopolio delle noci moscate, e per impedire che altre nazioni potessero acquistarle dagli indigeni, distrussero immense piantagioni, adoperando anche la violenza e commettendo delle crudeltà. Limitarono la coltivazione nell’isola di Banda, che dà le più pregiate, ed a tre altre isolette, ma ben presto si convinsero della stupidità di quel sistema, trattandosi d’una spezieria di puro lusso e poco adoperata e lasciarono liberi i malesi di piantarle dovunque.
— Belle piante! esclamò Cornelio, che s’era avanzato verso il boschetto. E che profumo acuto che esalano le frutta!
— Vi è qui una fortuna, disse il capitano. Che disgrazia non poterle raccogliere!
— Verranno a raccoglierle gl’indigeni.
— Non le apprezzano, Cornelio, e non le adoperano.
— Questo è strano, zio.
— Nemmeno i garofani che da noi sono così usati, entrano fra gl’ingredienti della loro cucina.
— Nascono anche quegli alberi qui?
— Sì, eccone là uno, Cornelio. Crescono sui terreni delle noci moscate, ma preferiscono quelli vulcanici.
Cornelio, Hans e lo stesso Wan-Horn s’avvicinarono all’albero indicato, che cresceva sul margine del boschetto, osservandolo curiosamente.
Era alto circa sei metri, coperto di fiori rosso cupo, uniti in piccoli mazzi, i quali spandevano un profumo delicatissimo.
— Quei fiori sono i chiodi di garofano che si pongono in commercio? chiese Hans.
— Sì, rispose il capitano. Prima però di metterli in vendita si lasciano perdere i petali e si mettono a seccare al sole finchè diventano quasi neri.
— Ne dànno molti?
— Moltissimi, Hans, e una sola pianta costituisce una bella rendita, perchè produce fiori per un gran numero d’anni. Comincia a sette e non finisce che dopo i centocinquanta.
— Nascono dappertutto?
— In quasi tutte le isole della Malesia, ma la loro vera patria sono le Molucche. Sono state trapiantate anche nelle isole Mascarene, ma vivono molto meno e rendono poco.
— Quante piante preziose nasconde quest’isola, così trascurata dai coloni europei! disse Cornelio.
— È vero, disse il capitano. Hanno popolato delle meschine isole e delle terre aride, e hanno dimenticato questo paradiso terrestre.
Stavano per rimettersi in marcia, quando ad un tratto uno stormo di grossi uccelli calò sul boschetto di noci moscate, mettendosi a divorare ingordamente le frutta.
— Che volatili sono? chiese Cornelio.
— _Colombe carpofaghe_, rispose il capitano.
— E mangiano le noci moscate?
— Sono molto ghiotte di quelle frutta, e se vuoi saperne di più aggiungerò che sono esse che fanno crescere questi boschetti di noci moscate.
— Vuoi scherzare, zio?
— No, Cornelio. Queste colombe, e specialmente le _carpofaghe concinna_, mangiando le frutta, evacuano i semi intatti, quantunque siano passati fra gli intestini, e cadendo a terra si sviluppano e germogliano. Infinite sono le piante cresciute in tal modo, anzi si può dire che qui nascono per opera di quelle colombe, poichè i papuasi non si occupano di seminarli.
— In tal caso quegli uccelli devono essere deliziosamente profumati e possono servirci di cena.
Il giovinotto stava per puntare il fucile, quando udì Wan-Horn a gridare:
— Fermatevi: ecco la cena che fugge!...
Cornelio si volse rapidamente e vide passare di galoppo, sul margine del bosco, un grosso animale che pareva un porco. Fece rapidamente fuoco, ma la selvaggina, dopo d’aver fatto uno scarto rapido e di aver emesso una specie di grugnito, scomparve in mezzo agli alberi.
— È ferito!.... esclamò Wan-Horn. Inseguiamolo, signor Cornelio.
— Ma cos’era? chiese il giovane cacciatore.
— Un _babirussa_: affrettiamoci o perderemo le sue traccie.
Si slanciarono tutti e due nel bosco e si misero a inseguire l’animale, il quale aveva spruzzate di sangue le erbe ed i cespugli.
Non doveva essere lontano, perchè lo udivano galoppare dinanzi a loro, grugnendo e urtando furiosamente le liane, le piante arrampicanti ed i rami dei cespugli.
Cornelio, che era più agile, correva come un daino saltando le radici, scivolando sotto quella rete di corde vegetali, seguìto da Wan-Horn che faceva sforzi disperati per non perderlo di vista; ma il _babirussa_, quantunque continuasse a perdere sangue, fuggiva sempre.
Quella corsa durava da mezz’ora, quando Cornelio, che aveva ricaricato l’arma, lo scorse in mezzo ad una rete di liane che lo aveva, in certo qual modo, imprigionato. Fece fuoco la seconda volta e lo vide stramazzare fulminato.
— Toccato? chiese Wan-Horn, che era rimasto indietro di due o trecento passi.
— Non si muove più, rispose il cacciatore.
— Che cena, signor Cornelio!... Costolette deliziose come quelle di maiale!
— Varranno più delle colombe profumate, Horn.
Si cacciò in mezzo alle liane e raggiunse l’animale, il quale aveva cessato di dibattersi. Era un vero _babirussa_, così chiamato dai malesi e che vorrebbe significare porco-cervo, quantunque nulla abbia di comune con questi ultimi animali.
Appartiene alla specie dei pachidermi moltungulati, ma forma un genere particolare della famiglia dei porci.
Somiglia infatti al maiale, ma ha il collo più grosso, il grugno assai sporgente, gli occhi piccolissimi, le gambe alte e un’andatura più snella e molto più rapida e forse per questo i malesi lo chiamano porco-cervo.
Il pelo non è rado come negli maiali, ma corto e lanoso, grigio-rossastro, e la bocca è armata da due denti assai lunghi e ricurvi, che si ripiegano verso gli occhi.
Vivono i _babirussa_ nelle folte foreste delle isole Malesi, in Papuasia e anche a Ceylan, ma presi da giovani si addomesticano facilmente. Gl’indigeni li cacciano attivamente e non hanno torto, essendo la loro carne eccellente quanto quella dei nostri maiali.
— È morto? chiese Horn, giungendo fra le liane.
— Ha ricevuto la seconda palla nel cranio.
— Tagliamone un pezzo per ora e ritorniamo presso al capitano.
— Non ce lo mangeranno le fiere?
— Le belve feroci della Nuova Guinea sono molto problematiche, signor Cornelio. Si dice che vi siano delle tigri, ma io non ne ho mai veduta una.
— Ma i pitoni, i coccodrilli...
— Non sono dappertutto. Ritorniamo, signor Cornelio: siamo lontani almeno quattro chilometri e ci si perde facilmente in questa foresta.
— Non hai la bussola?
— No, l’ho lasciata al capitano.
— Allora affrettiamoci, Horn. Mio zio può inquietarsi.
Il marinaio con pochi colpi di scure fece l’animale a pezzi, prese una dozzina di costolette e si misero in cammino per ritrovare i loro compagni, cercando possibilmente di rifare la strada percorsa. Disgraziatamente avevano dimenticato di notare i luoghi che avevano attraversato correndo o di marcare gli alberi con qualche tacca, precauzione indispensabile per chi si avventura in una foresta vergine, e per colmo di sventura le traccie di sangue lasciate dal _babirussa_ si erano completamente seccate e non erano più visibili in mezzo a quel caos di vegetali. Percorsero due chilometri, poi tre, poi quattro, poi cinque, ma la macchia degli alberi moscati non appariva. Entrambi, in preda ad una viva ansietà, s’arrestarono.
— Che ci siamo smarriti? chiese Cornelio.
— Lo temo, rispose il marinaio. Senza dubbio noi abbiamo deviato.
— Ciò non è difficile, in mezzo ad una foresta, Horn. Tu, marinaio, sai che l’uomo privo di direzione o di segnali ha una tendenza a descrivere dei circoli più o meno allungati.
— È vero, signor Cornelio, e sempre da destra a sinistra.
— Che sia toccata anche a noi l’istessa cosa e che ci siamo allontanati invece di avvicinarci?
— Comincio a crederlo.
— Quale disgrazia!
— Abbiamo le nostre armi.
— E cosa vuoi dire?
— Che possiamo fare dei segnali.
— Cominciamo, prima di smarrirci di più, Horn.
Alzò il fucile e lo scaricò in aria, ma parve che la detonazione si soffocasse sotto le immense arcate di quella fitta foresta. Attesero parecchi minuti in preda ad una crescente ansietà, sperando di raccogliere qualche lontano sparo.
— Hai udito nulla? chiese Cornelio.
— Nulla, rispose il marinaio, che era diventato pallido. Questa massa di verzura, che si estende sopra le nostre teste, impedisce alla detonazione di espandersi.
— Continuiamo il fuoco, Horn.