I pescatori di trepang

Part 13

Chapter 133,719 wordsPublic domain

Il marinaio scaricò il suo fucile tenendolo più alto che potè, poi fece fuoco Cornelio, poi entrambi insieme spaventando gli uccelli della foresta, ma nessun segnale fu udito, nè lontano, nè vicino.

— Ci siamo smarriti, disse Cornelio.

— Vediamo, disse il marinaio. Il boschetto di noci moscate si trova all’ovest.

— Sì, Horn.

— Dove siamo noi?... Mi pare che ci troviamo verso l’ovest, se i raggi del sole non c’ingannano.

— Ma di quanto?

— Ecco quello che non possiamo sapere; ma mi parve che il _babirussa_ fosse fuggito verso il sud, quindi avanzandoci verso il nord noi dovremmo incrociare, più o meno lontano, il capitano.

— E se si fosse già messo in cerca di noi e ci avesse oltrepassati avanzandosi verso l’ovest?

— In tal caso cercheremo di giungere sulla riva della Durga. Noi sappiamo che egli si dirige colà e lo troveremo in qualche luogo.

— Non perdiamo tempo e tentiamo di trovare i compagni prima che calino le tenebre.

Si rimisero in cammino, procurando di orizzontarsi col sole che declinava rapidamente verso l’ovest, ma non era cosa facile, perchè non sempre gli alberi permettevano a loro di vederlo. Le foreste della Papuasia sono forse le più difficili da percorrersi, poichè sono, per modo di dire, incastrate le une dentro le altre, ossia doppie.

Prima si ergono gli alberi giganti, i quali espandono i loro rami a quaranta, a cinquanta e perfino a ottanta metri d’altezza, cinti e recinti da immense liane, poi sotto di loro crescono gli alberi minori, i quali formano una foresta inferiore. I raggi del sole che penetrano fra la vôlta di verzura dei primi, si arrestano su quella più bassa, sicchè è quasi impossibile che possano giungere fino a terra.

Anche in pieno mezzogiorno regna una semi-oscurità che più tardi, e specialmente alla notte, diventa fittissima tanto, che è impossibile muovere un passo senza rompersi il capo contro quelle migliaia di tronchi quasi riuniti.

Queste doppie foreste hanno però il vantaggio di essere prive di cespugli, di piante arborescenti e di erbacee, poichè mancando la luce e l’aria, queste non si possono sviluppare e ben presto muoiono.

Wan-Horn e Cornelio procedevano quindi speditamente ma un po’ a casaccio, passando sotto quella moltitudine di palmizi, di canari, di tek, di alberi del ferro, di latanieri, di sagu, di mimose, di alberi del pane, di sensitive giganti, di fichi, di _durion_, di mangli e di _gambir_ che incrociavano i loro rami e le loro enormi foglie in tutti i modi possibili ed immaginabili.

Di tratto in tratto si arrestavano per sparare un colpo di fucile, e tendevano gli orecchi, sperando di ricevere una risposta, ma invano.

Alla sera, sfiniti per quella rapida marcia, affamati, inquieti, s’arrestarono ai piedi d’un albero del pane dal tronco colossale.

— Povero zio! disse Cornelio con voce triste. Fra quali angoscie sarà!

— Lo ritroveremo, signor Cornelio, disse Wan-Horn, per consolarlo. Domani all’alba ci rimetteremo in cammino e sono certo che udremo le sue fucilate.

— Ma quale triste notte passerà, Horn! Forse ci crederà prigionieri dei papuasi e fors’anche morti.

— Sa che siamo armati e che siamo tali uomini da non farci prendere da quei mangiatori di carne umana. Non disperiamo; Dio veglia su tutti.

Il marinaio, quantunque fosse in preda a tristi pensieri, per rompere quel discorso scoraggiante accese il fuoco e mise sui carboni alcune costolette di _babirussa_, poi, non avendo il sagu, che era stato lasciato nel boschetto di noci moscate per essere più lesti a inseguire quella disgraziata selvaggina, raccolse alcune frutta dell’albero sotto il quale si erano sdraiati.

Erano grosse come la testa d’un fanciullo, coperte d’una buccia rugosa, ma dentro contenevano una polpa giallastra e tenera che si taglia a fette mettendola ad abbrustolire sui carboni. Si fanno servire da pane e sono eccellenti avendo il sapore di certe specie di zucche e anche un po’ di carciofi.

La cena però non fu allegra, quantunque fossero affamati: assaggiarono appena le costolette e le frutta dell’albero del pane, tanto erano inquieti ed angosciati.

Spento il fuoco, per non attirare l’attenzione dei selvaggi che potevano abitare in quei dintorni, si stesero fra le erbe, aspettando impazientemente l’alba per rimettersi in cerca dei loro compagni.

CAPO XXII.

Le vendette dei Papuasi

Quantunque fossero stanchi, non furono capaci di chiudere gli occhi. Le loro inquietudini, anzichè calmarsi, crescevano di momento in momento, ed i loro pensieri correvano sempre al capitano ed ai suoi compagni, i quali forse stavano cercandoli in mezzo a quelle immense boscaglie.

Si voltavano e si rivoltavano sul loro letto di foglie, tendevano gli orecchi trattenendo il respiro, credendo sempre di udire qualche lontana detonazione o delle grida, e di frequente si alzavano per spingersi in mezzo agli alberi per poter meglio ascoltare; ma le ore passavano lente, lente, senza che alcun rumore venisse a turbare il silenzio che regnava nella grande, sconfinata foresta.

Verso la mezzanotte però, stanchi di vegliare e d’ascoltare stavano per addormentarsi, quando udirono improvvisamente delle lontane grida.

Entrambi balzarono in piedi colle armi in mano.

— Hai udito, Wan-Horn? chiese Cornelio con voce soffocata.

— Sì, signor Cornelio, rispose il marinaio che era in preda ad una viva emozione.

— Che siano i nostri compagni, mio zio, mio fratello?...

— Non lo so, ma io comincio a sperare.

— Accorriamo, Wan-Horn, prima che si allontanino.

— Con questa oscurità?...

— Non importa: cercheremo di dirigerci come potremo.

Abbandonarono l’albero e si misero in cammino più rapidamente che poterono, cercando di evitare i tronchi d’albero, le liane e le radici. Le grida continuavano a echeggiare nella notte e pareva che s’avvicinassero.

Facendo sforzi disperati, cadendo e risollevandosi, urtando contro gli alberi che non potevano distinguere, tanto era fitta l’oscurità, Cornelio ed il marinaio correvano sempre.

Avevano già percorso un chilometro, quando le grida improvvisamente cessarono. Cornelio stava per scaricare il fucile per attirare l’attenzione dei compagni, quando Horn lo trattenne bruscamente, dicendo:

— Vedo un fuoco brillare laggiù!

Cornelio si volse e vide infatti, ad una distanza di cinque o seicento metri, brillare attraverso al fogliame una fiamma.

— Che si siano accampati? chiese egli.

— E se non fossero loro? chiese Wan-Horn. Non commettiamo imprudenze, signor Cornelio, senza essere certi che siano proprio i nostri compagni.

— È vero, Horn, ma non possiamo restare qui.

— Tutt’altro, ci avanzeremo, ma con precauzione.

— Silenzio ed avanti.

La fiamma continuava a brillare e si dilatava sempre più, spandendo un vivo chiarore fra gli alberi della foresta. Cornelio ed il marinaio, tenendo in mano i fucili per essere pronti a qualunque evento, si misero a strisciare verso quella direzione, procurando di non far rumore. Giunti a trenta passi da quel fuoco, s’arrestarono di comune accordo, facendo un gesto di collera e di sorpresa.

Seduti intorno ad un falò, dodici papuasi stavano discutendo animatamente, mentre un tredicesimo, legato solidamente con parecchie liane, stava coricato fra le erbe, facendo sforzi disperati per liberarsi da quelle corde vegetali.

I primi erano tozzi, muscolosi, coi petti ampii, i volti duri ed angolosi come quelli della razza malese, la chioma ricciuta ed abbondante, i denti assai acuti e anneriti per l’uso del bétel[11] e la pelle color del rame, ma smorta e sucida.

Erano completamente nudi, ma portavano un osso passato fra le cartilagini del naso ed erano armati di pesanti mazze, di lancie colla punta d’osso e di archi.

Il prigioniero, poichè doveva essere tale, era invece di statura più alta, col volto ovale e regolare, con una chioma copiosa, lanosa, sorretta da un largo pettine di bambù ed aveva la pelle nera come quella degli africani.

Aveva le braccia ed il collo adorni di braccialetti di rame, di catenelle, di collane di denti e di nocciuoli, il petto coperto da una strana fascia di foglie di kakada e alla cintola portava una specie di sottanino di cotone rosso, il quale, sul dinanzi, gli scendeva in forma di grembiale.

— Chi sono? chiese Cornelio.

— Quelli seduti accanto al fuoco sono Alfurassi o Arfaki, montanari dell’interno insomma, disse il marinaio; il prigioniero mi sembra un papuaso della costa in costume da guerra.

— Che si preparino a mangiarlo?

— È probabile, perchè gli Arfaki sono antropofaghi e odiano mortalmente i papuasi della costa.

— E noi li lasceremo divorare quel disgraziato?

— No, signor Cornelio, tanto più che i papuasi costieri non sono cattivi e che hanno frequenti rapporti cogli uomini bianchi. Forse, salvandolo, può renderci molti servigi e farci ritrovare il capitano o condurci sulle rive della Durga.

— Stiamo prima a vedere cosa sta per succedere, Horn.

La loro attesa non fu lunga, perchè poco dopo giungeva un selvaggio, nudo al pari degli altri Arfaki, ma di statura più alta, adorno di collane di denti e di scagliette di tartaruga, di due grandi anelli di metallo sospesi agli orecchi e di un ciuffo di piume variopinte, conficcato nella folta capigliatura.

— Deve essere un capo, disse Horn a Cornelio.

Il nuovo arrivato s’avvicinò al prigioniero che in quel momento manifestava un vivo terrore, e lo interrogò a lungo poi fece un segno ai suoi compagni i quali s’affrettarono ad alzarsi, radunando attorno al fuoco dei grandi fasci di rami spinosi, che dovevano avere colà portati prima.

Quand’ebbero formato una specie di circolo del diametro di otto o dieci metri, afferrarono bruscamente il prigioniero, gli legarono le mani dietro al dorso, ma gli sciolsero le gambe.

— Si preparano ad arrostirlo, disse Cornelio.

— Non credo, rispose Wan-Horn.

— Non vedi che danno fuoco ai fasci di spine?

— Credo che si tratti invece d’una vendetta. Tuttavia prepariamoci a fare una scarica.

Intanto gli Arfaki fissavano sul dorso del disgraziato mediante grosse liane, un fascio di rami e di foglie secche. Il prigioniero urlava come se lo scorticassero vivo, si dibatteva coll’energia della disperazione e gettava sguardi di terrore sulle spine, che fiammeggiavano scoppiettando e contorcendosi.

Ad un tratto gli Arfaki diedero fuoco al fascio di foglie secche che gli avevano appeso al dorso e afferrate le lancie e le mazze, lo spinsero in mezzo alle spine infiammate, gettandovelo sopra.

— Ah! canaglie!... urlò Cornelio. Fuoco, Wan-Horn!

Due spari rimbombarono, formando una detonazione sola. Due uomini caddero, e gli altri, spaventati da quella detonazione che forse non avevano mai udita, e dalla morte dei loro compagni, fuggirono a corsa precipitosa, emettendo urla di terrore.

Cornelio con un salto varcò la linea di fuoco, afferrò il prigioniero che si dibatteva fra le spine, gli strappò di dosso il fascio di foglie ardenti e sollevatolo fra le robuste braccia lo trasse di là, adagiandolo ai piedi d’un albero.

— Non temere, gli disse, sciogliendogli le mani.

— Non fermiamoci qui, signor Cornelio, disse Horn. I selvaggi possono avere dei compagni accampati in questi dintorni, e ritornare in maggior numero.

— Ma vuoi abbandonare questo povero diavolo?

— Se gli preme la pelle, ci seguirà!

— Grazie, disse il papuaso in perfetto olandese.

— Tò!.... esclamò Cornelio, stupito. Conosce la nostra lingua.

— Non mi stupisco, disse Horn. I nostri compatrioti visitano di frequente queste spiagge.

— Vuoi seguirci? chiese Cornelio al papuaso.

Questi non rispose, ma lo guardò con due occhi che parevano volessero dire: spiegatevi.

— Non può sapere molte parole, signor Cornelio, disse Horn. Forse comprenderà meglio il malese, lingua che è parlata sulle coste occidentali dell’isola.

Ripetè l’invito in quella lingua ed ebbe subito la risposta.

— Sono vostro schiavo: vi seguirò dove vorrete.

— Non sappiamo cosa farne degli schiavi, rispose Wan-Horn. Sarai nostro amico: seguici.

Partirono correndo preceduti dal papuaso, il quale indicava a loro i passaggi, allontanando premurosamente i rami e le liane che potevano offenderli o intralciare il loro cammino.

Quantunque le grida degli Arfaki non si udissero più, pure continuarono la corsa per una buona ora, sempre inoltrandosi nella tenebrosa foresta.

Giunti in mezzo ad un macchione di piante arrampicanti, si fermarono per riposare.

— Credi tu che i tuoi nemici ci inseguiranno? chiese Horn al papuaso.

— Hanno avuto troppo paura delle armi da fuoco degli uomini bianchi, rispose egli.

— Ma cosa hai fatto?... Da dove vieni?... Chi sei?...

— Sono un papù del fiume Durga, figlio del capo Uri-Utanate.

— Del fiume Durga!... esclamò il marinaio. Ah! quale fortuna! È molto lontano il tuo villaggio?

— A due giornate di marcia.

— Ma perchè ti sei allontanato?

— Perchè volevo uccidere Orango-Arfaki, capo dei montanari, nemico di mio padre e della mia tribù.

— E invece Orango ti ha preso. Comprendo: si tratta di una vendetta.

— Cosa dice, Horn? chiese Cornelio.

— Ve lo spiego. Dovete sapere che quando due tribù sono in guerra, i più valenti giurano di andare a uccidere i capi nemici e cercano di farlo sapere a tutti.

I capi, messi sull’avviso, tentano con tutti i mezzi di impadronirsi di quei guerrieri, e se vi riescono, li fanno perire bruciati fra fasci di spine infiammate. È un’antica usanza di questi popoli.

— E questo papuaso è figlio d’un capo, a quanto ho potuto comprendere.

— Sì, signor Cornelio, e il suo villaggio è situato sulle rive della Durga.

— Allora ci guiderà colà.

— Sì, ma prima cercheremo di ritrovare vostro zio e vostro fratello. I selvaggi sanno guidarsi nei boschi e sanno seguire una traccia per quanto sia lieve.

— Informa il nostro uomo.

Wan-Horn non se lo fece ripetere e narrò al papuaso ogni cosa.

— Voi mi avete salvato la vita ed io sono vostro schiavo, rispose l’indigeno. Cercheremo i vostri compagni, poi vi condurrò tutti da mio padre e vi farò dare una grande piroga, onde possiate tornare al vostro paese. Noi non amiamo gli uomini bianchi, dei quali abbiamo avuto di frequente da dolerci; ma mio padre e la mia tribù faranno buona accoglienza ai miei salvatori. Partiamo: l’alba sta per sorgere.

— Ma come farai tu a trovare i nostri compagni? chiese Horn.

— So dov’è il boschetto delle noci moscate. Ho cacciato colà i piccioni che mangiano i semi e gli uccelli del paradiso la scorsa settimana.

— Ma hai le spalle abbrustolite.

— Il figlio di Uri-Utanate è un guerriero.

— Andiamo adunque, disse il marinaio.

Il sole cominciava a spuntare, indorando le cime degli alberi giganti e svegliando gli uccelli, i quali cominciavano a cicalare svolazzando di ramo in ramo.

Grandi stormi di _charmascyna papua_ e di _eos sanamata_ dalle penne rosse, gialle e nere chiacchieravano scaldandosi ai primi raggi dell’astro diurno, mescolati a truppe di _cicinnuras regia_ col dorso rosso cupo scintillante e ondulato, di _parozie del paradiso_ splendidissime, nere come il velluto, colle penne semi-arricciate, con una specie di collare d’un verde smeraldo ed il capo sormontato da cinque barbe lunghe venti centimetri e terminanti in un fiocco, a coppie di uccelli grossi come piccioni, colle penne che sembravano di seta nera con un collare che si rialzava in forma di quello che usavano i cavalieri spagnuoli del secolo XIV, vagamente screziato d’oro, e certe code lunghe cinque volte più del corpo, leggermente arcuate. Si vedevano pure altri uccelli più piccoli, pure neri, ma con onde color marrone, con due piccole ali sotto il collo a riflessi verde-dorati, ma che dovevano servire di puro abbigliamento, possedendo le altre due maggiormente sviluppate e più perfette.

Il papuaso, Cornelio e Wan-Horn non si arrestavano ad ammirare quei superbi uccelli e affrettavano il passo per giungere presto al boschetto di noci moscate, sperando di ritrovare colà il capitano, Hans e il chinese.

Erano però costretti a fermarsi ogni qual tratto per aprirsi il passo attraverso le liane che impedivano a loro di avanzarsi, ritardando la loro marcia. Per maggiore disgrazia, verso le dieci del mattino giungevano sul margine di una vera selva di piante arrampicanti, ma così fitte, così ammucchiate le une addosso alle altre, da non potersi attraversare senza immensa fatica.

— Cosa sono? chiese Cornelio a Wan-Horn.

— Piante di pepe, rispose il marinaio. Vi sarebbe da riempire di semi la stiva d’una nave di trenta tonnellate.

— Una vera fortuna.

— Lo avete detto, signor Cornelio. Ma questa fortuna per noi improduttiva, ci farà molto sudare.

CAPO XXIII.

I Prigionieri

Il marinaio non si era ingannato. Quella foresta era così irta di ostacoli, che non erano capaci di superarli nemmeno strisciando come serpenti, costringendoli a fare degli immensi giri sotto quell’ammasso enorme di gambi, di foglie e di fiori che li soffocava e li imprigionava in tutti i modi.

Vi erano colà migliaia e migliaia di piante addossate confusamente le une addosso alle altre, non potendo reggersi da sole, poichè il pepe è un arrampicante che ha molta somiglianza colle nostre viti. Avendo trovato un terreno adatto, senza dubbio alluvionale, si erano sviluppate enormemente, incrociandosi in tutti i versi e allungandosi in tutte le direzioni.

Queste piante, che sono di specie diverse, _piper nigrum, piper lungun, magro piper,_ ecc., crescono in India, a Ceylan, in parecchie isole americane, nelle Guiane, specialmente in quella francese, ma la loro vera patria è la Malesia.

Come si disse, somigliano alle nostre viti, crescono liberamente nelle isole Malesi, ma se si vuol ottenere un raccolto abbondante e scelto, bisogna coltivarlo con molta cura.

Producono fiori senza calice, in grappoli, lunghi, bianchi, e da questi escono le bacche che dapprima sono verdi, poi rosse, quindi gialle.

Si raccolgono prima che siano perfettamente mature, poichè allora perderebbero il loro sapore bruciante e si mettono a seccare al sole, quindi a fuoco lento finchè diventano nere o brune e rugose.

Questo è il pepe nero, ed è il migliore; quello bianco invece si ottiene in un altro modo. Si lascia maturare fino ad un certo grado, poi si mette a macerare uno o due giorni in una soluzione di acqua e di calce, spogliandolo in tal modo delle parti esterne del pericarpo, poi si fa asseccare come l’altro. Questo pepe è meno forte e meno aromatico e la sua azione è meno attiva.

Quello che cresce nella Nuova Guinea, nelle Molucche e isole vicine, ha grappoli lunghi un pollice, grossi come una piccola penna da scrivere e le bacche sono grigie. Il sapore di queste è più acre e meno grato del pepe che si raccoglie nell’India, ma l’odore è eguale.

Quello coltivato nella Giamaica, e che viene chiamata pimento o pepe garofolato dagli inglesi, dà le bacche grosse come un pisello, rugose, d’un color grigio-rossastro. È più aromatico del nero, avendo il profumo della cannella e del garofano, ed è ugualmente piccante.

Il pepe di Caienna, che è il più forte di tutti, tanto che non lo si può inghiottire se non si è abituati, è una capsula prodotta da una pianta speciale che è ben diversa dal pepe comune, chiamata _capsicum baccatum._

È strano che questo misero granello abbia potuto mettere in comunicazione, in tempi anche molto antichi, le genti dell’Europa con quelle dell’India! Infatti anche al tempo dei romani, era un articolo importantissimo e si mandavano in quelle lontane regioni indostane degli uomini ad acquistarlo.

Si pagava però molto caro allora, a peso d’oro e d’argento, ed è rimasto il proverbio: caro _come il pepe_. Serviva perfino d’imposta ai vinti ed ebbe l’onore di servire di riscatto a Roma.

Il papuaso, Cornelio e Wan Horn, sternutando fragorosamente e continuamente, essendo il suolo sparso di bacche già mature esalanti acri odori, si dibattevano furiosamente in mezzo a quelle migliaia di tronchi contorti ed arruffati, atterrandoli, recidendoli colla scure o strappandoli per farsi un po’ di largo.

Procedevano però con molta lentezza ed erano costretti ogni qual tratto a riposare ed a tergersi il sudore che li inondava, facendo un caldo insopportabile sotto quegli ammassi di vegetali.

Verso la una però, le piante cominciarono a diradarsi e poco dopo i naufraghi riguadagnavano la grande foresta.

— Era tempo! esclamò Cornelio, fra uno sternuto e l’altro. Là dentro si correva il pericolo di soffocare.

— Fumo come una zolfatara, disse il marinaio. Se non sono cotto, poco ci manca.

— Ci riposeremo un po’ all’ombra di quell’arecche, Wan-Horn.

Stavano per dirigersi verso l’albero, quando videro il papuaso celarsi rapidamente dietro ad un cespuglio.

— Cosa succede?... Che vi siano gli Arfaki? chiese Cornelio, guardando intorno.

— Non vedo nessuno, rispose il marinaio.

Ad un tratto s’abbassò bruscamente, facendo segno a Cornelio d’imitarlo.

— Cos’hai veduto? gli chiese il giovanotto.

— Sta per giungere una splendida colazione, rispose il marinaio. Guardate lassù, su quell’albero: ah! come sono belli!...

Cornelio guardò in alto e non potè trattenere un grido di meraviglia.

Quindici o venti uccelli si erano posati su d’un grosso ramo e saltellavano, scaldandosi ai raggi del sole, ma quali splendidi volatili!... Tutte le tinte dei tessuti più splendidi, tutti i riflessi metallici, tutti i colori del prisma si confondevano sulle loro penne.

Erano un po’ più grossi dei piccioni, quasi come una gallina faraona, colla testa giallo-dorata sopra, verde-dorata sotto, il dorso color marrone con ondeggiamenti leggermente dorati, la coda arricciata e di sotto le loro ali sfuggivano, d’ambe le parti, due grandi ciuffi di penne leggiere, morbidissime, giallo-pallide, con riflessi argentei.

In mezzo ai raggi di sole, che facevano scintillare tutte quelle splendide tinte, non parevano più uccelli, ma stravaganti mazzi di fiori cosparsi di pietre preziose.

— Che superbi volatili! esclamò Cornelio. Non ne ho mai veduti di più belli, nè credo che ne esistano in altri paesi.

— È vero, signore, disse Wan-Horn. Questi superano tutti e non hanno avuto torto a chiamarli uccelli del paradiso.

— Ah! sono i famosi uccelli del paradiso?...

— Sì, signor Cornelio.

— Se sono così belli, non devono esser cattivi allo spiedo, Wan-Horn.

— Sono deliziosi, anzi profumati, nutrendosi di noci moscate e di fiori del garofano, e poi il nostro amico papuaso sarà ben contento di tenersi le penne. Guardate con quali occhi spia quegli uccelli.

— E cosa farà delle penne?

— Ve lo dirò dopo: facciamo fuoco, prima che fuggano.

Alzarono i fucili, mirarono con somma attenzione, e fecero fuoco simultaneamente.

Due uccelli, colpiti a morte, caddero roteando, mentre gli altri, spaventati da quella fragorosa detonazione, fuggivano via come una volata di fiori.

Cornelio s’affrettò a raccogliere le prede, osservandole con viva curiosità, mentre Wan-Horn accendeva un allegro fuoco, premendogli più la carne che le penne.

Il papuaso, che pareva contentissimo di quella doppia scarica, preso un uccello si mise a spennarlo delicatamente, mettendo da parte, con somma cura, le piume.

— Ma che cosa vuol farne? chiese Cornelio al marinaio. Forse ornarsi la capigliatura?...

— No, signor Cornelio, serviranno a fabbricare due uccelli del paradiso che poi venderà ai chinesi, ai malesi od ai nostri compatrioti.

— Fabbricherà due uccelli?...

— È la parola esatta, signor Cornelio, disse Horn, ridendo.

— Non ti comprendo.

— Mi spiegherò meglio. Vi dirò adunque che gli uccelli del paradiso sono ricercatissimi, sia dai chinesi che li adoperano per abbellire le loro stanze, sia dagli europei, i quali poi li vendono ai musei ed ai grandi negozi antichi di penne di lusso.

I chinesi e sopratutto i malesi vengono quindi ad acquistarli nella Nuova Guinea o alle isole Arrù, non essendovene in altri luoghi e li pagano bene, guadagnando molto. I papuasi, perciò, fanno a quegli splendidi volatili una guerra accanita.