I pescatori di trepang

Part 14

Chapter 143,633 wordsPublic domain

Per non guastarli o rovinare le penne colle freccie, si servono della cerbottana, lanciando dei sottili cannelli, muniti all’estremità superiore d’una pallottola di creta, o di archi che lanciano delle freccie formate con nervature di foglie di latanieri.

Talvolta invece spiano l’albero fra i cui rami gli uccelli vanno a dormire, lo salgono durante la notte e ai primi albori lanciano i loro proiettili. La pallottola di creta basta per stordirli e farli cadere.

— I furbi!... esclamò Cornelio.

— Come ben potete immaginare, con simile guerra accanita, gli uccelli cominciarono a diventare diffidenti e rari; i papuasi allora pensarono di ricorrere all’inganno.

Cambiando, gli uccelli, le penne una volta ed anche due all’anno, gl’indigeni le raccolgono con somma cura, poi prendono delle colombe od altri uccelli bellissimi e somiglianti ai primi e vi accomodano quelle splendide piume dai colori smaglianti. Sanno imitarli così bene e con tanta valentia, che è molto difficile accorgersi dell’inganno, e vi assicuro che molti musei di zoologia possiedono delle parozie e delle colombe, credendo in buona fede d’avere dei veri uccelli del paradiso.

— E i malesi lo sanno?

— Non ignorano che i papuasi falsificano quei volatili, ma non sanno distinguerli dai veri.

— Così il nostro amico papù, con queste penne fabbricherà due nuovi uccelli.

— E anche quattro, signor Cornelio, e otterrà in cambio delle ghiottonerie o delle bottiglie di liquori o delle armi.

Mentre chiacchieravano, il figlio del _koranos_[12] Uri-Utanate aveva impacchettato le piume entro una grande foglia d’arecche, e aveva messo i due volatili sui carboni.

Mezz’ora dopo i due naufraghi e il selvaggio assalivano l’arrosto che era delicatamente profumato di noci moscate, poi si mettevano in marcia, essendo impazienti di ritrovare il boschetto e quindi i loro compagni.

La foresta non era più fitta come prima, quantunque fosse ingombra di piante arrampicanti conosciute dai malesi col nome di _giunta wan_ (_urcola elastica_) appartenente al genere delle apocinee, le quali producono una specie di gomma che viene adoperata anche come vischio e da immensi _rotang_ (calamus), specie di liane che hanno un diametro di pochi centimetri, ma che raggiungono delle lunghezze inverosimili di duecento e perfino di trecento metri. Vi erano però qua e là degli spazi quasi liberi, i quali permettevano ai naufraghi di procedere molto speditamente.

Il papuaso, da vero uomo dei boschi, li guidava senza mai esitare e mantenendo una via più o meno dritta, ma che doveva condurlo infallantemente al boschetto di noci moscate. Ogni qual tratto guardava il sole per regolarsi, poi raddoppiava il passo scostando i rami o abbattendo o strappando le liane che potevano offendere o impedire il passo ai suoi salvatori.

Verso le tre egli si volse a Wan-Horn, e dopo di aver dato una rapida occhiata in giro, disse:

— Il boschetto è laggiù, dietro quei tek.

— Sono vicini, signor Cornelio! gridò il marinaio. Possono udire un colpo di fucile.

— Ah! esclamò Cornelio. — Finalmente, rivedrò mio zio e Hans.

Alzò il fucile e lo scaricò in aria, ma nessuna detonazione vi rispose. Il marinaio ed il giovanotto si guardarono in viso con viva ansietà.

— Nulla, disse il marinaio impallidendo.

— Che siano partiti?

— Io non lo so, ma le mie inquietudini raddoppiano.

— Che siano addormentati?

— A quest’ora?... Non sono che le tre, signor Cornelio.

— Si saranno messi in cerca di noi.

— È possibile, ma spero che troveremo qualche segnale. Affrettiamoci.

Si misero a correre tutti e due, preceduti dal papuaso, il quale aveva compreso che doveva essere accaduto qualche grave avvenimento, e dopo dieci minuti giungevano nel boschetto di noci moscate.

Cornelio e Wan-Horn s’arrestarono, entrambi pallidissimi, gettando sguardi ansiosi sotto quelle piante, ma non videro alcuno. Solamente delle colombe coronate occupavano i rami, mangiando le frutta saporitissime.

— Non ci sono più!.... esclamò il giovinotto con voce strozzata. Gran Dio!... Dove li ritroveremo noi?

— Vediamo, signor Cornelio. Non è possibile che siano partiti, senza lasciare qualche cosa per noi.

S’inoltrarono sotto gli alberi e giunsero sul luogo ove si erano accampati il capitano, Hans ed il chinese. Vi erano delle tracce: dei pezzi di pane di sagù, gli avanzi d’un fuoco, una piccola tettoia semi-sfasciata, delle penne di colombe, ma null’altro.

— Niente, nemmeno un biglietto che ci indichi la via da loro presa! esclamò Wan-Horn, con disperazione.

Ad un tratto, mentre stavano frugando le erbe ed i cespugli, videro il papuaso, che si era allontanato per cercare le traccie del capitano e dei suoi compagni, ritornare correndo. Il suo volto manifestava una profonda ansietà.

— Là! esclamò egli, mostrando al marinaio il margine della grande foresta.

— Cos’hai veduto? chiese Horn, che ebbe un lampo di speranza. Degli uomini bianchi forse?

— No, ma vieni.

Cornelio e Hans lo seguirono e giunsero sotto alcuni colossali _durion_. Colà, con grande angoscia, scorsero a terra alcuni pani di _sagù_ che parevano fossero stati schiacciati, delle palle di fucile, un pezzo della giacca del capitano e che pareva fosse stato violentemente strappato, un cappello che riconobbero appartenente al chinese, poi alcune freccie infisse nei tronchi degli alberi, una mazza semi-spezzata e dei cordami di fibre di _rotang_.

— Cos’è accaduto? esclamò Cornelio, con voce rauca.

— Qui si è combattuto! esclamò Horn, strappandosi i capelli. I selvaggi hanno assalito i nostri compagni!...

— E forse mio zio, mio fratello, il Chinese sono stati uccisi.

— No..., aspettate!...

Il marinaio si era precipitato fra le erbe e aveva raccolto un pezzo di carta semi-strappato, che giaceva ai piedi di un arecche. Sopra vi erano delle parole scritte colla matita.

— Leggete, signor Cornelio, diss’egli.

Il giovanotto lo spiegò e lesse:

“Rapiti dai selvaggi: ci portano verso la Durga. — Wan-Stael„.

— Sono stati sorpresi e fatti prigionieri, disse il marinaio. Ma da chi?... Dai Papuasi o dagli Arfaki?... Che li serbino schiavi o che li mangino più tardi?... Uri-Utanate!...

Il papuaso parve che non lo udisse: egli aveva staccata una freccia infissa nel tronco d’un albero e la guardava con viva attenzione.

— Uri-Utanate!... ripetè il marinaio.

Il selvaggio questa volta lo udì e gli si appressò dicendo:

— Io conosco queste freccie.

— Le conosci?... esclamò Horn.

— Sì, e appartengono ai guerrieri della mia tribù.

— Sei certo di non ingannarti?

— Non m’inganno.

— Ma per quale motivo la tua tribù si è spinta fin qui?

— Mio padre l’ha condotta.

— Per sorprendere i nostri compagni?...

— No, poichè non poteva saperlo, ma per salvare me dalle mani degli Arfaki. Egli deve essere stato avvertito della mia prigionia da un mio compagno, il quale potè fuggire all’agguato tesomi.

— E per vendicarsi della tua morte, se la prende coi nostri compagni.

— No, noi facciamo la guerra anche agli uomini bianchi che ci hanno maltrattati più volte, e mio padre può averli creduti suoi nemici.

— E li ucciderà?...

— No, mio padre non uccide i prigionieri e non li mangia: li tiene schiavi.

— Ma noi li libereremo; dovremmo dare fuoco al tuo villaggio.

Il papuaso sorrise:

— Il figlio di Uri-Utanate è stato salvato da voi ed è vostro schiavo. Quando mio padre lo saprà diverrà l’amico degli uomini bianchi e vi farà condurre tutti alla vostra patria.

— È lontana la Durga?

— Due giornate di marcia.

— Quando credi sia avvenuto l’assalto?

— All’alba, poichè questi rami spezzati sono ancora umidi di linfa. Se fossero stati recisi ieri sera, sarebbero ormai asciutti.

— Signor Cornelio, partiamo senza perdere un minuto, disse il marinaio. Fra quarantotto ore noi riabbraccieremo il capitano, Hans ed il chinese.

— In cammino, Wan-Horn. Mi sento tanto forte ora, da fare dieci leghe senza arrestarmi.

Raccolsero il _sagù_ disperso fra le erbe, poi si rimisero in marcia inoltrandosi nella gran foresta che si estendeva verso l’ovest.

CAPO XXIV.

Il capo Uri-Utanate

Il capitano, Hans ed il giovane pescatore, rimasti nel boschetto di noci moscate, invano avevano atteso il ritorno dei cacciatori, lanciati sulle tracce del _babirussa_.

Dapprima non si erano inquietati, credendo che l’animale li avesse condotti assai lontani, ma vedendo trascorrere le ore senza che apparissero, cominciarono ad agitarsi ed a temere che fosse a loro toccata qualche disgrazia.

Trovandosi in paese selvaggio, abitato da tribù ostili, sospettose e talune antropofaghe, e anche popolato da non pochi animali feroci, i loro timori non potevano essere infondati.

Il capitano, le cui apprensioni crescevano vedendo il sole volgere al tramonto, decise di mettersi in cerca dei disgraziati compagni. Dopo di avere raccomandato ad Hans ed al chinese di non abbandonare il boschetto e di vegliare attentamente, si mise in marcia verso il sud, seguendo le tracce del _babirussa_, ma avendo anche la precauzione di segnare gli alberi alla sua destra, vibrando di tanto in tanto dei colpi di scure sui loro tronchi per poter ritrovare la via percorsa.

S’inoltrò nella foresta per parecchi chilometri, ma procedendo a casaccio, avendo ben presto smarrite le traccie dell’animale e lanciando di tratto in tratto delle tuonanti chiamate, ma senza ottenere risposta alcuna.

Declinando il sole e temendo di non ritrovare più la via percorsa, fu costretto, suo malgrado, a ritornare, sperando che i compagni fossero già giunti al boschetto percorrendo altro tratto di foresta.

La sua disperazione fu al colmo quando non vide che Hans ed il chinese.

— Si sono smarriti, disse. Cosa sarà di loro? Gl’imprudenti, nella fuga dell’inseguimento, hanno dimenticato di fare delle incisioni agli alberi e chissà dove saranno ora.

— Non possono essersi molto allontanati, zio, disse Hans. Il _babirussa_ perdeva sangue e non può aver percorso molta via; forse ritorneranno più tardi.

— Ma la foresta è immensa, Hans, ed è facile perdersi fra migliaia e migliaia di alberi.

— Wan-Horn è un marinaio e tu sai che gli uomini di mare sanno sempre trovare la tramontana, il levante, l’occidente e il mezzodì.

— Sul mare, ma in questi boschi che non lasciano vedere il sole?... Tuttavia non disperiamo.

Costruirono una piccola tettoia con alcuni rami incrociati e delle foglie di arecche e s’accamparono senza osare dormire, per tema di non poter udire i segnali dei loro compagni.

Le ore però passavano senza che Cornelio e Wan-Horn ritornassero. Solamente verso la mezzanotte parve a loro di udire una lontana detonazione e delle grida, ma non si ripeterono.

Il capitano avrebbe voluto partire sull’istante, ma essendo l’oscurità profonda e temendo a sua volta di smarrirsi, fu costretto a rinunciare al progetto. All’alba, vinti dalla stanchezza e da quella lunga veglia angosciosa, s’addormentarono, ma il loro sonno fu di breve durata, poichè furono bruscamente svegliati da selvaggi clamori.

Stavano per balzare in piedi, quando videro precipitarsi addosso trenta o quaranta papuasi armati di cerbottane, di mazze e di lance, adorni di piume e di collane di denti d’animali e di scagliette di tartaruga.

Hans ed il chinese in un baleno furono atterrati e ridotti all’impotenza prima che potessero far uso delle loro armi; ma il capitano, impugnando una scure, era balzato fuori cercando di guadagnare la foresta, ma giunto colà era stato assalito da una seconda orda di papuasi e fatto prigioniero, malgrado la sua disperata difesa.

Un vecchio papuaso, di alta statura, col capo adorno di piume d’uccelli del paradiso ed i fianchi stretti da una larga fascia di nanchino che gli ricadeva sul dinanzi, avvicinatosi al capitano gli chiese in lingua malese:

— Dov’è mio figlio?...

— Tuo figlio!... esclamò Wan-Stael. Non so chi sia.

— Era qui venuto per uccidere il capo degli Arfaki.

— Non l’ho mai veduto.

— Tu menti, bianco, gridò il papuaso. Tu l’hai ucciso.

— Ma se ti dico che non l’ho mai veduto.

— Gli uomini bianchi sono nostri nemici.

— Io non sono mai stato tuo nemico.

— Tu vuoi ingannarmi, ma sei mio e diventerai mio schiavo o ti farò mangiare dai miei sudditi.

— Tu sei ubbriaco, papù, disse il capitano, che perdeva la sua calma. Quali istorie vieni a raccontarmi?...

— Cosa facevi in questi boschi?...

— Sono naufragato su queste coste spintovi dalle tempeste e cercavo di raggiungere la Durga per poi guadagnare le isole Arrù e di là tornarmene in patria.

— E non hai veduto gli Arfaki?...

— Nemmeno uno.

— Ma cos’è avvenuto di mio figlio?

— L’avranno ucciso.

— Sono tuoi amici gli Arfaki?

— Mi avrebbero mangiato, se li avessi incontrati.

— Non ti credo: sarai mio schiavo finchè non avrò ritrovato mio figlio.

— Come vuoi, ma bada, papù, che se tocchi un capello ai miei compagni, io ti ucciderò, dovessi poi venire divorato dai tuoi sudditi. Dov’è il tuo villaggio?

— Sulla Durga.

— È la mia via, mormorò il capitano. Cornelio e Wan-Horn sanno che noi dovevamo recarci a quel fiume, speriamo quindi che ci raggiungano colà. Sarà però meglio avvertirli, nel caso che ritornino qui.

Strappò dal suo libretto una pagina e scrisse quelle parole che più tardi dovevano venire lette dai suoi compagni, e la gettò in mezzo all’erba.

— Cos’hai fatto? gli chiese il capo.

— Una offerta al mio genio protettore, rispose il capitano. Ti consiglio di non toccarla, se non vuoi morire.

Il papuaso, superstizioso come tutti i suoi compatrioti che credono ai geni del mare e della notte, si guardò bene dal toccarla; anzi, per tema che fosse qualche potente malefizio dell’uomo bianco, si affrettò a dare il segnale della partenza.

Convinto che ormai suo figlio fosse stato ucciso o dagli Arfaki o dai suoi prigionieri, ritornava al suo villaggio.

La marcia attraverso a quelle grandi boscaglie fu penosa, sopratutto pei tre naufraghi ai quali erano state legate le mani dietro al dorso per impedire che si ribellassero o che fuggissero durante le fermate notturne.

All’alba del terzo giorno, però, la tribù giungeva sulle rive della Durga, grande fiume, dal corso rapido, che solca gran parte della vasta isola verso occidente e che scaricasi presso il capo Valke, in quel tratto di mare che bagna l’arcipelago delle isole Arrù.

Un grande villaggio acquatico occupava un lungo tratto della sponda sinistra. Era formato da una quarantina di enormi capanne rettangolari, con terrazze spaziose comunicanti fra di loro e sorrette da grossi bambù, i quali immergevano le loro estremità inferiori nella corrente.

Alcuni ponti mobili le univano alla riva, e sotto di essi, legati a quella selva di pali, si vedevano galleggiare gran numero di quelle doppie barche, scavate nei tronchi di colossali cedri, fornite di bilancieri, di alberi e di vele.

I papuasi, attraversati i ponti, entrarono nel villaggio, accolti dagli abitanti da grida di giubilo e trassero i prigionieri nell’abitazione del capo, che era situato nel centro e che era la più vasta di tutte, avendo una lunghezza di oltre quaranta metri su una larghezza di venti.

Il capitano ed i suoi compagni dovettero eseguire una ginnastica indiavolata, essendo i pavimenti delle terrazze composti, come quelli delle case aeree, di travi distanti l’uno dall’altro venti o venticinque centimetri e senza tralicci. Più volte corsero il pericolo di cadere, senza l’aiuto dei loro guardiani, i quali invece non mettevano mai i piedi nel vuoto, tanto sono abituati a quei pavimenti incomodi sì, ma che hanno il vantaggio di lasciare cadere le immondizie della casa senza bisogno di scope.

— Ed ora, cosa intendi di fare? chiese il capitano al capo, quando si vide rinchiuso in una stanzuccia assieme ai suoi compagni.

— Il Consiglio degli anziani della tribù deciderà la tua sorte, rispose il selvaggio. Se voi avete ucciso mio figlio, morrete.

— Capo testardo! esclamò il capitano, che usciva dai gangheri. Ti ho detto che noi non siamo tuoi nemici.

— Gli uomini bianchi sono miei nemici.

— Gli altri forse, ma non noi.

— Fa lo stesso, poichè anche voi siete bianchi.

— Ma se io non ho mai veduto tuo figlio.

— L’avranno ucciso gli Arfaki tuoi alleati.

— Sei una canaglia!...

— Sono Uri-Utanate.

— Un brigante! urlò il capitano, esasperato.

— Bada!... uomo bianco!...

— Non ho paura dei tuoi uomini.

— Me lo dirai più tardi.

— Bada, vecchia pelle negra, che ho dei compagni ancora liberi nella foresta e che se tu tocchi me o mio nipote od il chinese, ti faccio incendiare il villaggio.

— I miei guerrieri lo difenderanno.

— Oh furfante!...

Il capitano, furibondo, si era alzato tendendo le pugna verso il papuaso, quando improvvisamente udì echeggiare due colpi di fucile e subito dopo dei clamori assordanti.

— Degli spari! esclamò Hans. Forse sono Cornelio e Wan-Horn!...

Il capo papù si era precipitato fuori dell’abitazione colla mazza in pugno, forse credendo che degli uomini bianchi assalissero il suo villaggio. Ad un tratto emise un grido di gioia.

— Uri! Uri! gridò, correndo attraverso alle terrazze sulle quali era radunata l’intera popolazione.

Un papuaso, che era seguito da due uomini bianchi, superato un ponte gli correva incontro colla velocità di una freccia.

— Padre!... esclamò.

Il capo, che pareva estremamente commosso, se lo strinse al petto dicendo:

— Vivo, vivo ancora!

— Sì, padre: gli Arfaki non mi hanno ucciso, come ben vedi.

Poi, dopo di avere lanciato un rapido sguardo all’ingiro, chiese:

— Hai fatto prigionieri degli uomini bianchi?

— Sì, rispose il capo.

— Dove sono? Voglio vederli!

— Sono nella mia capanna.

Il giovane papuaso balzò attraverso alle terrazze ed entrò nella stanza dove stavano il capitano, Hans ed il chinese.

Si avanzò verso di loro e con un gesto che non mancava di una certa nobiltà, disse:

— Siete liberi e ospiti graditi del capo Uri-Utanate.

— Ma chi sono costoro? chiese il capo che lo aveva raggiunto. Non sono nostri nemici?

— No, padre; essi sono i fratelli degli uomini bianchi che mi hanno strappato dalle mani degli Arfaki, quando ero già votato alla morte.

In quell’istante Cornelio e Wan-Horn apparvero sulla porta. Quattro grida echeggiarono.

— Zio!...

— Nipote!...

— Hans!...

— Wan-Horn!...

I quattro naufraghi, che credevano di non più rivedersi, si abbracciarono, mentre il chinese, fuori di sè per la gioia, sgambettava per la stanza come se fosse impazzito.

— Uomini bianchi, disse Uri-Utanate, che ormai sapeva ogni cosa. La mia casa, i miei guerrieri e le mie barche sono a vostra disposizione. Voi mi avete ridato il figlio, l’erede del mio grado: io vi ridò la libertà.

— Padre, disse il giovane guerriero. Questi uomini vengono dai lontani paesi situati all’ovest e vogliono raggiungere le isole Arrù per ritornare in patria. Io li guiderò fino all’arcipelago.

— Mio figlio è un valoroso: segua e protegga gli uomini bianchi fino alle isole.

— Grazie, Uri-Utanate, disse il capitano. Quando sarò tornato in patria, dirò che se nella Papuasia vi sono degli uomini cattivi, non mancano però gli uomini generosi.

CONCLUSIONE

L’indomani i naufraghi della giunca lasciavano il villaggio di Uri-Utanate, scendendo la Durga su una delle più grandi e meglio attrezzate barche.

Il figlio del capo e dodici dei più abili marinai li accompagnavano per difenderli contro i pirati della costa e per guidarli all’arcipelago.

Il capo, prima di separarsi da loro, aveva restituite le armi e fatta caricare la piroga di viveri sufficienti per parecchi giorni.

La discesa del fiume non fu ostacolata, essendo tutte le tribù accampate su quelle rive alleate di Uri-Utanate.

Tre giorni dopo giungevano al capo Valke, mettendo la prua al sud-ovest, e favoriti da un fresco vento veleggiarono verso le Arrù, che si trovano in mezzo al così detto mare di Banda, compreso fra le isole omonime che lo racchiudono verso l’ovest e la costa della Papuasia che lo cinge verso il nord e l’est.

Dodici giorni dopo giungevano in vista di quell’importante arcipelago composto di circa trenta isole, basse, ma fertilissime, coperte d’una vegetazione esuberante.

Sono tutte piccole, ad eccezione di Trana che è lunga venti leghe e larga quattro, ma popolate da molti papuasi e malesi, ripartiti in ventiquattro villaggi, sedici dei quali cristiani, cinque maomettani e tre idolatri.

Quantunque non vi sia alcuna colonia di bianchi, appartengono agli Olandesi, i quali le visitano sovente per acquistare gusci di tartarughe, _trepangs_ e uccelli di paradiso. Anche i _prahos_ (velieri) malesi trafficano cogli abitanti e si recano su quelle spiaggie a pescare le olutarie.

La piroga, guidata da Uri, approdò nel porto naturale di Dabo, che è formato dalle isole Varna e Vacam e che è il più importante di tutto l’arcipelago, arrestandosi dinanzi al vecchio forte olandese.

I naufraghi con loro grande gioia trovarono colà una goletta olandese di loro conoscenza, che stava caricando del _trepang_. Era la _Batanta_, di Timor, comandata da un vecchio amico di Wan-Stael.

Rinunciamo a descrivere l’accoglienza avuta dal loro compatriota, il quale mise la nave a loro disposizione.

Il giovane Uri si trattenne due giorni a Dabo per tenere cara compagnia ai suoi salvatori, poi, prima di partire, levò da un nascondiglio esistente nella piroga due grandi pacchi accuratamente avvolti in foglie e strettamente legati con liane e consegnandoli al capitano, disse:

— Questo metallo giallo, che abbonda nel nostro paese e nelle sabbie della Durga, so che è apprezzato dai bianchi. Conservatelo per mio ricordo.

Ciò detto balzò nella piroga, fece alzare le vele e uscì in mare salutando un’ultima volta i suoi amici bianchi.

Il capitano ed i suoi compagni, non avendo compreso il significato di quelle parole, credettero che quei pacchi contenessero dei regali di nessun valore, ma quale fu la loro sorpresa, quando, apertili, li trovarono ripieni di polvere d’oro!...

V’erano almeno quaranta chilogrammi di quel prezioso minerale, che è così abbondante fra le sabbie dei fiumi papuasi: era una vera fortuna che li ricompensava largamente della perdita della _giunca_ e del _trepang_.

Quattro giorni dopo la _Batanta_ spiegava le vele, ed una settimana più tardi approdava a Timor, dinanzi alla fattoria dell’armatore chinese.

Il capitano ha rinunciato a navigare: possiede una grande fattoria, si occupa dello smercio del _trepang_ e dei prodotti delle sue terre. Hans e Cornelio invece navigano ancora con una nave acquistata coll’oro del papù, in compagnia del vecchio marinaio e del giovane pescatore, che non hanno voluto abbandonarli.

INDICE

CAPO I. — La costa australiana Pag. 5 » II. — I pescatori di trepang » 13 » III. — La pittura di guerra del selvaggio » 23 » IV. — Gli australiani » 31 » V. — L’assalto notturno » 41 » VI. — L’orgia dell’equipaggio » 53 » VII. — I mangiatori di carne umana » 63 » VIII. — Il golfo di Carpentaria » 75 » IX. — Il naufragio durante l’uragano » 85 » X. — L’uragano » 95 » XI. — L’isola di Corallo » 109 » XII. — Lo stretto di Torres » 121 » XIII. — I Pirati della Papuasia » 131 » XIV. — La Nuova Guinea » 139 » XV. — L’assalto dei coccodrilli » 149 » XVI. — La capanna aerea » 161 » XVII. — Fra le freccie ed il fuoco » 171 » XVIII. — Caccia alle testuggini » 181 » XIX. — Gli alberi sagu » 193 » XX. — I boschi della Papuasia » 203 » XXI. — Il Babirussa » 213 » XXII. — Le vendette dei Papuasi » 223 » XXIII. — I Prigionieri » 233 » XXIV. — Il capo Uri-Utanate » 245 CONCLUSIONE » 257

NOTE: