Part 8
— Le coste meridionali sono poco note, Cornelio, ed i loro abitanti sono quasi tutti pirati. Cercheremo invece di raggiungere le isole Arrù, che si trovano all’entrata del Mar delle Molucche e dove spero di trovare dei pescatori di _trepang_ olandesi.
— Ohe!... ohe!... esclamò in quell’istante Wan-Horn. Noi chiacchieriamo mentre un brutto uccello da preda, anzi due, stanno per darci la caccia.
— Cosa vuol dire, vecchio Horn? chiese il capitano.
— Che fra poco saremo costretti a far tuonare i fucili, se non troviamo un rifugio. Non vedete a poppa due barche che eseguiscono una manovra sospetta, signor Wan-Stael?
Il capitano si volse verso il sud e fece un gesto di stizza.
— Ecco cos’erano i fanali che abbiamo scorti! esclamò. Altro che navi!... Sono due uccelli da preda e forse assai pericolosi.
Infatti a sette od otto miglia verso il sud, si scorgevano non già due uccelli, ma due imbarcazioni, le quali procedevano di conserva, seguendo la stessa rotta della scialuppa.
Non ci voleva molto a riconoscerle per due imbarcazioni d’isolani, essendo ben diverse da quelle che usano gli uomini bianchi. Ognuna era formata da due grandi piroghe scavate in tronchi d’albero, lunghe oltre dodici metri, riunite con una specie di ponte e munite, ai lati, di due bilancieri di bambù per impedire alle onde di rovesciarle.
Portavano entrambe una vela triangolare, di grandi dimensioni, fabbricata con vimini strettamente intrecciati, e sul ponte si vedevano parecchi uomini semi-nudi, colla pelle assai nera.
— Sono papuasi, se non m’inganno, disse il capitano. Brutti compagni, amici miei.
— Che siano pirati? chiese Wan-Horn.
— Lo temo, vecchio mio, e mi pare che cerchino di raggiungerci.
— Che siano molti, quegli uomini? chiese Cornelio.
— Una quarantina per lo meno, disse il capitano.
— Posseggono armi da fuoco i papuasi?
— No, ma hanno delle freccie avvelenate col succo dell’upas e che lanciano colle cerbottane, delle zagaglie e certe sciabole pesanti chiamate _parangs_, che con un sol colpo decapitano una persona.
— Non c’è da scherzare con quei selvaggi.
— C’è da temere, Cornelio, e faremo bene a fuggire.
— Ma dove? Ci raggiungeranno, signor Stael, disse Wan-Horn. Con quelle grandi vele devono filare più di noi.
— Ci getteremo verso la costa.
— Su quella delle isole dello stretto?
— Sei pazzo, vecchio mio!... Quegli abitanti sono peggiori dei papuasi e ci daranno subito addosso.
— Allora su quella della Nuova Guinea?
— Sì, Horn, e cerchiamo di non perdere tempo. Mi pare che quelle scialuppe guadagnino su di noi e se non ci affrettiamo fra un paio d’ore saranno qui.
— Cosa dobbiamo fare? chiesero Hans e Cornelio.
— Spiegare più tela che possiamo. Alzeremo un remo a prua ed un altro a poppa e spiegheremo la tela cerata ed una delle nostre coperte. Affrettiamoci, ragazzi miei.
Il chinese, Hans e Cornelio, aiutati dal vecchio marinaio, si misero tosto all’opera. Avendo portato con loro delle funi, alzarono a prua ed a poppa della scialuppa due remi che legarono saldamente alle banchine, ne spezzarono un terzo onde servisse da pennoni e spiegarono la tela cerata ed una coperta, legando i due angoli inferiori ai bordi della scialuppa.
Il vento che soffiava dal sud e molto fresco, ben presto fece raddoppiare la corsa dell’imbarcazione, la quale scendeva e saliva le larghe ondate dello stretto di Torres.
Parve che i selvaggi s’accorgessero di ciò, poichè in lontananza s’udirono delle grida, e poco dopo sulle due scialuppe accoppiate si videro spiegare altre due piccole vele triangolari e si videro dei remi che battevano febbrilmente le acque.
— Ve lo dicevo io, che quei furfanti si preparavano a darci la caccia!... esclamò Wan-Horn. Se non avessero delle cattive intenzioni, non cercherebbero di affrettare la loro corsa.
— Speriamo di giungere sulle coste della Nuova Guinea prima che ci siano addosso, disse il capitano. Se il vento non cede, fra quattro ore noi saremo a terra.
— Ma perderemo la scialuppa, disse Cornelio.
— Troveremo qualche fiume, nipote mio e lo saliremo.
— Ma anche quei pirati lo saliranno.
— Ma nascosti in mezzo ai boschi, ci sarà facile respingerli a colpi di fucile.
— E non troveremo qualche tribù ostile a terra?
— La Nuova Guinea è grande, Cornelio, e la sua popolazione è scarsa e quindi le tribù non si trovano dappertutto. Guadagnano, Horn?
— Non mi pare, rispose il marinaio, che non perdeva di vista le piroghe. Arrancano disperatamente, ma la distanza non scema, per ora.
— Attenti alle vele, voi, e lasciate a me la cura di dirigere la scialuppa.
I papuasi, che miravano a raggiungere i fuggiaschi per farli prigionieri o forse per saccheggiarli, facevano sforzi disperati per guadagnar via. Si vedevano i remi agitarsi rapidamente per aiutare le vele, e far spruzzare l’acqua assai alta, ma non s’avvicinavano che assai lentamente, filando la scialuppa otto e forse nove nodi all’ora.
Di tratto in tratto si udivano le loro grida, che il vento portava agli orecchi dei naufraghi e parevano intimazioni di arrestarsi, ma pel momento nessuno si occupava delle loro minaccie.
I monti della grande isola diventavano di minuto in minuto più distinti e anche la costa cominciava a delinearsi confusamente verso il nord, estendendosi dall’est all’ovest.
Alle nove del mattino la scialuppa non era che a venticinque miglia, ma il vento, che fino allora s’era mantenuto molto fresco, accennava a scemare.
Il capitano e Wan-Horn cominciavano a diventare inquieti, perchè se il vento veniva a mancare, non potevano gareggiare colle piroghe, che avevano un equipaggio quattro volte più numeroso ed abituato fino dall’infanzia alla manovra del remo.
Una piroga era già assai innanzi e non distava che quattro miglia. L’altra invece, che doveva essere una cattiva veliera, era rimasta molto più indietro, ma continuava vigorosamente la caccia.
Senza dubbio quegli astuti selvaggi si erano accorti delle intenzioni dei naufraghi e si sforzavano di raggiungerli prima che toccassero le spiagge della grande isola.
— Ah! esclamò il capitano. Se avessi ancora la spingarda non si avvicinerebbero di certo, quei birboni! Ma non disperiamo e teniamoci pronti a far tuonare i fucili.
Alle dieci la costa era ancora lontana dodici o tredici miglia, continuando il vento a scemare. Si scorgevano già gli alberi che la coprivano, e verso l’est una profonda baia, ma che poteva anche essere la foce d’un fiume.
La prima piroga era assai vicina e continuava a guadagnare, essendo spinta innanzi da venti remi vigorosamente manovrati. Ormai la si scorgeva perfettamente, senza bisogno di cannocchiali.
Quantunque quel piccolo veliero fosse stato costruito da selvaggi malamente provvisti d’armi taglienti, era veramente ammirabile.
Come si disse, consisteva in due scialuppe accoppiate, formate da due grandi tronchi di cedro scavati con molta cura, lunghi dieci metri, armati a prua d’una specie di sperone pazientemente scolpito e colla poppa assai alta, che si prolungava come una specie di scala, simile ad un affusto degli antichi pezzi d’artiglieria.
Una specie di ponte li riuniva, coperto da una piccola tettoia di foglie sostenuta da una leggiera armatura, ed a prua ed a poppa si rizzavano due bizzarri alberi formati ognuno da tre bambù uniti alla cima ed allargati alla base, ma senza antenne, senza sartie, senza paterazzi, sprovviste insomma di qualunque corda.
Non erano del resto necessarie, poichè le vele dei marinai papuasi non si spiegano dall’alto in basso, ma dal basso in alto, e per eseguire questa manovra facile basta una sola corda sulla cima dell’albero.
Quelle vele sono costruite con nervature di foglie intrecciate con una specie di lanugine che si raccoglie sugli alberi sagù e misurano sei metri in lunghezza e due in larghezza ordinariamente, ma sono usate anche quelle di forma triangolare. Se il vento manca, si tengono arrotolate ai piedi degli alberi, se soffia si issano fino alla metà o fino alla cima, a seconda della violenza delle raffiche.
Un lungo remo che serve da timone ed un bilanciere formato da una tavola larga che poggia sull’acqua, trattenuta da bambù e che si mette a babordo ed a tribordo, completano quei piccoli velieri.
Sul ponte della piroga più vicina si distinguevano alcuni uomini occupati nella manovra delle due vele e parecchi altri seduti nelle due imbarcazioni, i quali arrancavano con sovrumana energia.
Di quando in quando si udiva una voce che gridava: _miro!... miro!_... ma il capitano si guardava bene dal prestarvi fede. Quelle parole di “pace! pace!„ suonavano troppo male in bocca a quei selvaggi, i quali parevano pronti a piombare addosso alla scialuppa colle armi in mano.
Invece di fermarsi, il capitano, Cornelio, Horn ed il chinese avevano afferrati i remi ed arrancavano furiosamente. Hans si era messo alla barra del timone.
Alle undici, solo tre miglia separavano i naufraghi dalle coste della Nuova Guinea, ma la prima piroga non distava che ottocento metri e la seconda millecinquecento.
— Vedo un fiume! esclamò Hans.
— Dinanzi a noi? chiese il capitano, che non poteva scorgerlo, volgendo le spalle alla costa.
— Sì, zio, proprio dinanzi a noi.
— Guida la scialuppa in quel corso d’acqua. È largo?
— Una cinquantina di metri.
— Lo saliremo e sbarcheremo nei boschi. Non perdiamo un colpo di remo, amici miei; i papuasi si sono accorti delle nostre intenzioni.
— Zio, disse Cornelio, non sono che a quattrocento metri da noi.
— Cosa vuoi dire?
— Che posso mandare una palla a quei pirati.
— Lo farai più tardi; animo, arrancate!
La scialuppa, sotto la spinta di quei quattro remi vigorosamente manovrati, fendeva impetuosamente le onde, anzi volava, ma anche il veliero dei papuasi s’avanzava rapidamente e guadagnava sempre.
Fortunatamente la costa non era che a poche centinaia di metri. Si distinguevano nettamente gli alberi di cocco, le arenghe saccarifere, le palme, i fichi, le felci arborescenti, le sensitive giganti, gli artocarpi, ecc. che coprivano le sponde, formando delle foreste quasi impenetrabili.
— Uno sforzo ancora, gridò Hans.
La scialuppa, spinta innanzi da quell’ultimo e supremo sforzo, superò la distanza, attraversò un banco di sabbia e si cacciò nella foce del fiume, arenandosi presso un isolotto coperto d’un ammasso gigantesco di paletuvieri, le così dette piante della febbre.
I naufraghi, abbandonati i remi, afferrarono i fucili, mentre la prima piroga virava di bordo dinanzi al banco di sabbia.
CAPO XIV.
La Nuova Guinea
Quantunque la Nuova Guinea o Papuasia, sia una delle più grandi isole del nostro globo, una delle più splendide e fors’anche una delle più produttive e più atte alla colonizzazione[8], cosa davvero strana, inesplicabile, è una delle meno note ed a tale punto, che anche oggidì non si conoscono esattamente le sue coste, senza parlare poi dell’interno che è stato visitato da pochissimi esploratori.
Magellano, Serrano, Gaetan, Villalobos, Mendana, Drake, Cavendisk, Wan Noort, Quiros, Schouten, Hertoge, Edels, Witt, Pool, Tasman, Dampier, Roggewin, Byron, Wallis, Carteret, Bougainville, Cook, Surville, Lapérouse, Marshall, Gilbert, Baudin, Flinders, Dillon, Dupetit, Thouars, ecc., che solcarono l’Oceano Pacifico in tutti i sensi, alla scoperta di nuove isole e d’isolotti senza importanza, o che rilevarono esattamente le coste del continente australiano, quasi tutti trascurarono quella grande isola, ed è molto se si degnarono di toccarla in qualche punto.
Due soli, due esploratori italiani, il Rienzi nel 1826 e ultimamente il De Albertis, s’occuparono della Nuova Guinea, esplorando una parte delle sue coste ed alcuni fiumi, malgrado le ostilità degli abitanti.
Quest’isola però, fu una delle prime scoperte, perchè il portoghese Abron vi approdò fino nel 1511, poi fu visitata da Ortiz de Retz e da Bernardo della Torre nel 1545 e da questi fu chiamata la Nuova Guinea per essere direttamente opposta alla Guinea africana secondo alcuni, e secondo altri perchè i suoi abitanti che hanno la pelle nera, somigliavano agli africani; poi dal pirata Dampier nel 1669, che impose il proprio nome ad un gruppo d’isole che si trova sulle coste settentrionali ed a uno stretto, quindi da Bougainville nel 1768, da Cook nel 1770 e da Entrecasteaux nel 1793, ma, come si disse, non fecero altro che toccare quelle spiagge.
Gli olandesi però, tentarono di occupare qualche punto. Nel 1822 stabilirono una colonia sulle coste occidentali, ma l’abbandonarono dopo sette anni; pure trafficano ancora con quegli isolani, e anche nel 1858 mandarono una spedizione col vapore Etna, occupando alcuni punti.
Comunque sia, quest’isola è la più vasta dell’Oceania, dopo il continente australiano, e la sua superficie si calcola a 38.000 leghe geometriche, con una lunghezza di quattrocento leghe e una massima larghezza di centotrentotto.
Questa grande terra ha delle vaste baie che potrebbero ricevere comodamente delle intere flotte, quale quella di Geelvinc ad occidente, larga ben settanta leghe e profonda più di sessanta; quella di Macluer che è assai stretta ma che s’interna nella terra per lungo tratto; quella d’Huom sulla costa orientale, quella dell’Astrolabio e di Humboldt al nord, il porto naturale di Dori nella penisola più occidentale, molto frequentato dagli olandesi, dai malesi e dai cinesi, sicurissimo, essendo protetto da due isolotti, poi la baia del Tritone, poco lontana dal mar delle Molucche.
L’interno è poco noto, ma si sa che contiene delle grandi catene di montagne, di cui alcune sono altissime. Quelle dell’Astrolabio spingono le loro vette a milletrecento metri, gli Arfak a quasi cinquemila, ma si dice che ve ne siano altre ben più elevate.
Poche notizie si hanno sui corsi d’acqua. Si conosce la Durga, che sbocca presso il promontorio di Valk e si afferma che sia uno dei più grandi, ma molti altri si scaricano al nord ed al sud e uno di considerevoli dimensioni deve trovarsi verso l’ovest poichè molti navigatori hanno osservato, che non lungi dalla punta orientale della baia di Geelvinc, le acque del mare sono scolorite a parecchie leghe della costa.
L’interno è tutto coperto da foreste immense le quali nulla hanno da invidiare a quelle tanto splendide delle isole della Malesia. A migliaia si contano le specie degli alberi e quanti di questi sono preziosi!... Le noci moscate crescono senza cultura accanto agli alberi del garofano; i tecks dal robusto legno così ricercato dai costruttori di navi, crescono presso gli alberi del cedro; i pandani alle casuarine, gli alberi del cocco e quelli del pane, il prezioso sagù al betel, al pepe nero, all’arenga saccarifera, ai latanieri, agli alberi che dànno la cannella, ai bambù, ecc.
Ma là, sotto a quelle immense foreste, dove svolazzano i più splendidi uccelli della creazione, vivono altresì degli uomini che godono una fama assai triste e che non vedono di buon occhio gli stranieri.
Se taluni trafficano colle navi degli uomini bianchi, vendendo a loro il _trepang_ che abbonda anche su quelle spiaggie, le preziose spezierie, i meravigliosi uccelli del paradiso per le eleganti europee, o l’argento e l’oro che traggono in gran copia dai loro monti, nell’interno vivono gli alfurussi, gli arfaki ed i karon, montanari bellicosi che hanno una spiccata passione per la carne umana allo spiedo, e sulle spiaggie abbondano i pirati i quali esercitano specialmente la tratta degli schiavi, vivendo anche di rapina, e lo sanno le tribù costiere, le quali li temono e assai.
Wan-Stael, che conosceva la Nuova Guinea ed i suoi abitanti, avendo più volte trafficato cogli indigeni di Dori ed avendo pescato il _trepang_ parecchie volte in diverse baie, conosceva pure i pirati papuasi e non ignorava la loro ferocia, per cui appena la scialuppa si trovò nascosta dietro l’isolotto, organizzò tosto la difesa, per impedire agli inseguitori l’entrata nel fiume.
— Presto, prendete le armi ed imboschiamoci fra questi paletuvieri, diss’egli ad Hans, Cornelio, al Chinese ed a Wan-Horn. Guardatevi sopratutto dalle freccie, poichè chi viene toccato, è uomo morto.
— Le munizioni abbondano e siamo tutti buoni bersaglieri, disse il vecchio marinaio. Non oseranno entrare nel fiume.
— L’acqua di questo corso è poi così scarsa, che non sarà bastante per le loro pesanti imbarcazioni, osservò Cornelio.
— Ma sono capaci di salire lungo i boschi, disse il capitano. Si vedono?
— Sì, disse Hans, che si era aperto il passo attraverso a quelle folte piante, esalanti miasmi pestilenziali.
— Cosa fanno?
— Cercano di entrare nel fiume.
— Vediamo.
Wan-Stael strisciò fra le piante e giunto all’estremità dell’isolotto si curvò innanzi, cercando però di non farsi scorgere.
La piroga aveva girato il banco di sabbia e si avanzava lentamente e con precauzione lungo la sponda destra, cercando di non arenarsi sui bassifondi.
Alcuni uomini scandagliavano l’acqua coi remi per accertarsi della profondità, mentre altri cercavano di discernere i naufraghi, celati fra le piante dell’isolotto. Si udivano a parlare ad alta voce, e si vedevano agitarsi ora a prua ed ora a poppa.
Quei selvaggi erano tutti di statura alta, bene sviluppati ed a prima vista sembravano africani avendo la pelle fuliginosa, ma con dolci sfumature rosso-cupe od olivastre; avevano anche i tratti del viso più eleganti, il naso regolare e non schiacciato, labbra sottili, bocca piccola, volto ovale. I loro capelli erano abbondanti, lanosi, raccolti attorno ad un grande pettine di legno dipinto di rosso.
Il loro vestito si componeva d’un semplice sottanino, chiamato da loro _tiidako_, fabbricato colle fibre d’una corteccia d’albero, ma avevano abbondanza d’ornamenti: collane di denti di maiale e di scagliette di tartaruga e braccialetti di spine di pesce e di conchiglie.
Uno solo indossava una specie di camicia di tela rossa, ma quello doveva essere il _koranas_, ossia il capo.
Erano tutti armati di lancie, di pesanti sciaboloni chiamati _parangs_ ed alcuni portavano delle cerbottane di bambù, le quali dovevano contenere delle freccie intinte nel succo estremamente velenoso dell’_upas_.
La loro piroga s’avvicinava all’isolotto inoltrandosi lungo la spiaggia occidentale, ma con grande fatica, non trovando forse acqua sufficiente, quantunque la marea montasse con discreta rapidità.
Giunti a circa centocinquanta metri, s’arrestarono bruscamente. Pareva che la piroga si fosse arenata, poichè si videro i pirati correre da prua a poppa osservando la corrente, poi mandare delle grida furiose.
— Si sono arenati, disse il capitano.
— Ma la marea sale e fra poco ci raggiungeranno, disse Wan-Horn.
— Se cominciassimo il fuoco? chiese Cornelio. Sapendoci provvisti di armi, potrebbero spaventarsi e rinunciare all’attacco.
— L’idea non è cattiva, Cornelio, ma finchè non aprono le ostilità, non sprechiamo le nostre palle. Per ora non ci hanno fatto nulla.
— E se approfittassimo della loro immobilità per fuggire? disse Horn. Aspettando, avremo addosso anche l’equipaggio della seconda piroga.
— Ma dove ci condurrà questo fiume? chiese Cornelio.
— Non ne so più di te, rispose il capitano. Lo risaliremo finchè troveremo un luogo addatto per accamparci, e quando i pirati saranno ripartiti, riguadagneremo il mare e continueremo il viaggio.
— Imbarchiamoci, signor Wan-Stael. Ecco la seconda piroga che giunge.
Il marinaio non si era ingannato. La seconda piroga, che era rimasta indietro, era giunta alla foce del fiume e cercava di unirsi all’altra che era ancora arenata.
Quel rinforzo poteva riuscire fatale ai naufraghi, poichè aumentava considerevolmente il numero dei pirati. Quantunque nella scialuppa vi fossero abbondanti munizioni, non era il caso d’impugnare una lotta contro cinquanta o sessanta selvaggi muniti di freccie avvelenate.
— Fuggiamo, disse il capitano. Giacchè la via è libera, rimontiamo il fiume.
Ritornarono verso la scialuppa e s’imbarcarono, mettendo i fucili sulle banchine, per essere più pronti a servirsene.
Tenendosi dietro l’isolotto, le cui piante erano sufficienti per coprirli, si misero a salire il fiume remando in silenzio, aiutati dall’alta marea che rimontava, respingendo le acque dolci.
I pirati occupati a disincagliare la prima piroga, non si erano accorti di nulla, a quanto pareva, poichè non si udivano più a gridare.
— Che brutta sorpresa per loro, quando non ci troveranno più sull’isolotto! disse Cornelio.
— Ci cercheranno però, ne sono certo, disse il capitano. Quei furfanti non rinuncieranno così facilmente alla loro preda, ma ci troveranno pronti a difenderci e non ci lasceremo sorprendere.
— Che ci siano dei villaggi su questo fiume?
— Non lo so, ignorando perfino come si chiami questo corso d’acqua. Procederemo però con prudenza e se vediamo un villaggio ci affretteremo a nasconderci nei boschi.
— Mi pare che il fiume descriva lassù una curva, disse Wan-Horn.
— Meglio per noi; sfuggiremo più facilmente agli sguardi dei pirati. Avanti e non perdete di vista le due sponde.
Il fiume conservava sempre la sua larghezza di cinquanta o sessanta metri, ma era scarso d’acqua e seminato di banchi sabbiosi che i naufraghi erano costretti ad evitare.
Le due sponde erano coperte di alberi enormi e così addossati gli uni agli altri, da rendere quasi impossibile il passaggio. Si vedevano i giganteschi tek lanciare i loro grossi tronchi a sessanta metri d’altezza, sostenendo delle reti di liane e di _nepentes_; dei mangostani, somiglianti ai nostri olmi, ma carichi di frutta grosse come aranci, colla buccia bruno-violetta, delicatissimi e squisiti a mangiarsi; dei superbi artocarpi, detti anche alberi del pane, le cui frutta danno una polpa giallastra la quale si cucina sui carboni e che ha il sapore di certe specie di zucche e dei carciofi; delle magnifiche _arenghe saccarifere_, specie di palme con lunghe foglie piumate, le quali danno il _gomiti_, ossia una specie di crine vegetale che viene adoperato nella fabbricazione di certe stuoie assai pieghevoli, mentre incidendo il tronco dell’albero si ricava un liquido assai dolce, che può convertirsi in zucchero; degli alberi di cocco pure carichi di frutta, poi numerosi gambir, piante arrampicanti che danno un liquido molto attaccaticcio, adoperato con molto successo per fissare i colori sui tessuti di lusso e specialmente sulle sete; poi casnarine, alberi della gomma e bambù che formavano delle vere piantagioni.
In mezzo a quelle piante si vedevano svolazzare bande di splendidi uccelli, pappagalluzzi grossi come un gabbianello, coi becchi gialli, pappagalluzzi rossi e neri forniti di lunghe code gialle appartenenti alla specie dei _charmasirra papua_; poi dei _promerops superbi_, grossi come un piccione, colle penne nere ma che sembrano di velluto, la coda lunga e larga adorna, superiormente, d’uno stravagante ciuffo, e alcuni di quei magnifici _cicinnuros regii_, grossi come un merlo, ma colle penne scintillanti dei più bei colori che immaginare si possa. Sembrano fiori svolazzanti o meglio ancora gemme mescolate confusamente e gettate in aria, avendo riflessi rossi come i rubini, verdi come gli smeraldi, e gialli come l’oro o argentei.
Se abbondavano le piante e gli uccelli, mancavano però assolutamente gli uomini, poichè non si scorgeva alcun isolano su quelle rive. Erano approdati, i naufraghi della _giunca_, su di una costa deserta? Bisognava crederlo, ma per questo non erano inquieti, anzi tutt’altro, non potendo sperare alcun aiuto da parte di quegli abitanti, anzi avendo molto da temere invece.
Alle due, a circa tre miglia dalla foce, il capitano fece accostare la scialuppa alla sponda più vicina per dare un po’ di riposo ai rematori e per allestire la colazione, non avendo ancora avuto il tempo di rosicchiare un biscotto.