Part 7
La scialuppa spinta dal vento e portata dalle onde che correvano verso i frangenti, s’avvicinava rapidamente all’atollo segnalato, che la nebbia luminosa, prodotta dal polverizzarsi dei flutti, rendeva ormai visibile.
In breve si trovò in mezzo a quella splendida fosforescenza. Le onde scintillavano come se fossero sature di pagliuzze d’argento o di zolfo liquefatto, spruzzando i naufraghi di quei microscopici molluschi i quali rilucevano, per qualche tempo, anche fuori dell’acqua.
La scia della scialuppa spiccava nettamente in mezzo alla cupa notte e pareva che fiammeggiasse attraverso alle ondate, indicando la rotta percorsa.
Il capitano e Cornelio, curvi sulla prua, mentre Hans ed il pescatore stavano alla vela, esaminavano attentamente le acque per non urtare contro qualche scogliera a fior d’acqua, la quale avrebbe infallantemente sfasciata di colpo la debole imbarcazione.
L’_atollo_ non era più che a tre o quattrocento passi. Era una specie d’isolotto circolare che misurava una circonferenza di forse un quarto di miglia, ma quale bizzarra forma!... Pareva un anello, largo trenta o quaranta metri, basso assai, con un’apertura verso il sud-ovest, ma assai stretto. Nell’interno si vedeva una specie di lago, le cui acque erano pure fosforescenti.
Degli alberi, che la bufera incurvava furiosamente, si agitavano intorno a quell’isolotto e si vedevano le onde a rompersi ai piedi dei tronchi.
Al nord ed al sud, due file di scogliere si staccavano, prolungandosi in quella direzione per parecchie miglia.
Il mare era tempestosissimo intorno a quell’isolotto ed ai frangenti. Le onde si scagliavano con furia estrema contro quegli ostacoli, con muggiti e scrosci spaventevoli, rompendosi, indietreggiando, ritornando alla carica con maggior foga, ma senza vincerli.
— Attento al passo, Wan-Horn! gridò il capitano, che era diventato pallido.
— Vi sono scogliere dinanzi? chiese il marinaio con voce leggermente alterata.
— No.
— Speriamo di passare.
La scialuppa, sollevata da un’onda mostruosa, fu scagliata innanzi, verso il canale. S’immerse in un nembo di spuma, parve che tutto d’un colpo s’inabissasse, ma un’altra onda la sollevò e la spinse più innanzi.
— Governa dritto, Horn! gridò il capitano.
Erano ormai entrati nel canale dell’_atollo_; l’attraversarono in un lampo e si trovarono nel piccolo mare interno dell’isolotto.
— Giù la vela! comandò Wan-Stael.
Hans ed il chinese la fecero cadere, mentre Wan-Horn cacciava la barra all’orza, spingendo la scialuppa verso la sponda interna dell’_atollo_. Quale tranquillità in quel bacino riparato tutto all’ingiro dalla corona di scogli o meglio da quel cerchio di roccie corallifere che non dava passaggio alle onde!... Mentre al di fuori l’uragano imperversava con tremendi ruggiti e le onde si sfasciavano con furore estremo, quel laghetto era assolutamente calmo, e la sua superficie, scintillante per la fosforescenza, appena s’increspava.
— Ma dove siamo noi? chiesero Hans e Cornelio.
— In un porto sicuro, entro il quale possiamo sfidare i più tremendi uragani, rispose il capitano.
— Ma che isola è questa?
— Chi può dirlo? Io non so dove ci troviamo e per ora non mi curo di saperlo.
— Ma è meravigliosa, zio! esclamò Cornelio. Io non ne ho mai veduta una simile.
— Pure nell’Oceano Pacifico sono numerose e ve ne sono di quelle che sono perfettamente circolari e senza passaggi.
— Con un piccolo mare interno?
— Sì, Cornelio.
— Sono veri anelli di roccia.
— Non di roccia, di corallo, poichè le isole aventi quelle strane forme sono state costruite dai polipi.
— Ma in qual modo? Io so che i polipi coralliferi dell’Oceano Pacifico costruiscono delle scogliere e anche degli isolotti, ma non comprendo come possano dare a taluni queste forme circolari con un mare interno.
— La spiegazione è facile, Cornelio. Nell’Oceano Pacifico si trovano molti vulcani spenti, sommersi da tempi certamente antichissimi, forse nell’epoca preistorica, quando la crosta terrestre non si era ancora interamente solidificata.
Taluni di questi vulcani spingono le loro vette fino a poche decine di metri dalla superficie dell’oceano. I polipi coralliferi un giorno occupano quelle sommità e cominciano le loro costruzioni, innalzandosi gradatamente.
Come tu sai, i vulcani hanno un cratere più o meno circolare e nel loro interno sono vuoti. I polipi costruendo solamente sui margini, conservano pure la forma circolare e formano queste bizzarre isole alle quali fu dato il nome di _atolli_.
Alcuni cratèri però, conservano sui loro margini qualche profonda spaccatura e non potendo i polipi coralliferi sopportare delle pressioni troppo enormi, costruiscono solamente là dove possono vivere, lasciando la spaccatura anche nell’isolotto. Ecco il motivo per cui alcuni _atolli_, come il nostro, hanno un canale.
— Sono robuste le costruzioni dei polipi?
— Più resistenti delle rocce di porfido, di granito o di quarzo. È un fenomeno meraviglioso, Cornelio, incredibile!... Eppure quegli esseri infinitamente piccoli, molli, gelatinosi elevano delle barriere che i flutti non possono nè distruggere nè atterrare. Togliendo essi alle onde spumose, uno ad uno, gli atomi di carbonato di calce per trasformarli in materiali di costruzione, formano delle rocce che sfidano le più tremende tempeste.
— Non riescono ad abbatterle gli uragani? Mi pare impossibile.
— I marosi, è vero, battendo continuamente contro il corallo e le madrepore, qua e là le demoliscono, ma quelle distruzioni passeggiere sono un nulla in confronto all’operosità di quei miliardi di architetti sempre in lavoro di giorno, di notte, per anni, per secoli. — Sono moltissime le isole costruite da quei meravigliosi zoofiti?
— Si calcola che la superficie di tutte ascenda complessivamente a circa duemilacinquecento leghe quadrate.
— Non sono molte, zio. Io credevo che quasi tutte le isole dell’Oceano Pacifico posassero sui coralli.
— Un tempo lo si credeva, ma oggi si è constatato che gli zoofiti costruttori non possono vivere a soverchia profondità. Si diceva che si radunavano anche in luoghi assai profondi e che là cominciavano le loro costruzioni innalzandosi gradatamente verso la superficie dell’oceano, mentre non possono vivere oltre i dodici od i quindici metri sotto le onde.
— Dunque non è esatto quello che si disse da taluni....
— Vuoi dire?
— Che gli zoofiti, continuando le loro costruzioni, possano un giorno riunire tutte le isole disseminate sull’Oceano Pacifico.
— È una frottola, Cornelio, poichè, come ti dissi, gli zoofiti cominciano a costruire sulla cima dei monti o dei vulcani sottomarini.
— Vi sono adunque moltissimi monti e vulcani sottomarini, nell’Oceano Pacifico.
— È vero, Cornelio, ed è per questo che sono numerose le costruzioni corallifere.
— E perchè il Pacifico ha tanti monti sottomarini?
— Unicamente perchè in queste regioni le oscillazioni della crosta terrestre furono meno forti e meno numerose che nelle contrade ove le terre erano più compatte ed estese; quindi non avvennero sollevazioni potenti ed i monti non poterono spingersi fuori dell’acqua.
Infatti, rarissime sono le isole madreporiche sollevatesi nell’Oceano Pacifico, e ciò indica la grande quiete ch’ebbe questa parte del nostro globo. Se fossero avvenuti, come altrove, dei potenti sollevamenti, oltre all’Australia esisterebbero altri continenti od altre grandi isole.
— Qualche isola fu però sollevata?
— Sì, quella di Tonga-Tabù, per esempio, il cui corallo apparisce ondulato all’altezza di parecchie centinaia di piedi dal livello del mare.
— Non possono essere stati gli zoofiti a costruirlo fino a tale altezza?
— No, Cornelio, poichè le isole costruite da loro si arrestano a fior d’acqua, non potendo, quei piccoli costruttori, vivere fuori dal loro elemento. Basta, curioso: approfittiamo della tranquillità che regna in questo _atollo_ e cerchiamo di dormire qualche ora. Abbiamo bisogno d’un po’ di riposo.
CAPO XII.
Lo stretto di Torres
L’uragano non cessò d’infuriare durante il resto della notte. Un vento tremendo che spirava dal sud, caldo come se uscisse da un immenso forno acceso o come fosse prima passato sopra un deserto infuocato, soffiò continuamente sopra il golfo di Carpentaria, torcendo, come se fossero fuscelli di paglia, gli alberi che crescevano attorno all’isolotto corallifero.
Il tuono non cessò un solo istante e le onde batterono tutta la notte, con crescente furore, la scogliera, frangendovisi contro con muggiti assordanti, formidabili, ma senza scuotere quelle salde costruzioni.
I naufraghi della _giunca_, che ormai se ne ridevano dei furori della natura sconvolta, dormirono placidamente nella loro scialuppa, sotto una grande tela cerata e la vela, che li proteggevano dalla pioggia e dagli spruzzi delle onde.
Non si svegliarono che dopo le 9 del mattino, nel momento in cui la tempesta perdeva rapidamente la sua forza.
Le nubi sparivano verso il nord, in direzione dello stretto di Torres e della Nuova Guinea o Papuasia, spinte innanzi dalle ultime raffiche, ed uno splendido sole brillava verso la costa australiana, indorando le onde del golfo di Carpentaria, le quali però non si erano ancora calmate.
Fra gli alberi di cocco che crescevano sull’isola, battaglioni di pappagalluzzi verdi e rossi, di _loris_ colle penne cremisine e le gole nere e di piccoli _pardalotus_ colle penne grigie striate di giallo, cinguettavano o chiacchieravano allegramente, salutando il sole, mentre alcune _bernicle jubate_, brutti e sgraziati volatili, grossi come piccioni, con un collo lungo e sottile, le piume nere e bianche e le zampe palmate, volavano agilmente sulle onde o sopra le scogliere, cercando i granchi ed i pesciolini.
— Zio mio! esclamò Hans, che si era arrampicato sull’isolotto. T’invito a colazione.
— Hai trovato qualche animale?... Io lo dubito, non vedendo che degli uccelli.
— Vedo delle noci di cocco che ci daranno un latte delizioso.
— Che non rifiuteremo, Hans. Prendi una scure, vecchio Horn e andiamo a far cadere qualche noce.
— Ve ne sono però poche assai, signor Stael, disse il marinaio. Che degli australiani siano venuti qui a raccoglierle?
— No, le avranno mangiate i granchi ladri; vedo qui una noce vuota e semi spezzata e le traccie di quei crostacei impresse su questa leggiera sabbia.
— To’! esclamò Hans. Vi sono dei granchi che mangiano le noci di cocco?
— Sì, ragazzo mio, e come sono ghiotti!... Sono granchi giganteschi, armati di morse potenti e quando scoprono degli alberi di cocco, s’affrettano ad arrampicarsi sui tronchi ed a far cadere le noci.
— Ma come fanno a romperle, se sono così solide da sfidare una scure?
— Introducono una delle loro morse nel così detto _occhio_ della scorza, e girando intorno aprono un foro. Se non basta, lo ingrandiscono e vuotano il contenuto delle noci.
— E si mangiano quei granchi?
— Sono squisiti e mi dispiace di non trovarne uno da offrirti a colazione. Guarda però attentamente fra i rami degli alberi, poichè quei crostacei hanno l’abitudine, durante il giorno, di dormire fra le foglie sospesi alle loro zampe.
— Aprirò bene gli occhi, zio mio.
Le sue ricerche furono senza risultato però, poichè nessun granchio ladro si trovava sull’isolotto. Però dieci o dodici noci furono scoperte, e fatte cadere a terra e spaccate a colpi di scure.
Non essendo però mature, non diedero che dell’acqua dolce e assai fresca e un po’ di quella polpa biancastra, delicatissima, che somiglia alla crema. Cornelio e Hans si rifecero cogli uccelli, abbattendo una dozzina di pappagalluzzi ed anche una _bernicla jubata_, che avevano sorpresa presso la sponda interna dell’_atollo_.
La colazione quindi non mancò, anzi fu deliziosissima e tutti i naufraghi fecero molto onore all’arrosto, sapientemente cucinato dai giovani cacciatori.
Dopo il mezzodì, il capitano diede il segnale della partenza.
L’uragano era cessato e le onde a poco a poco si spianavano e non erano più pericolose. Fermarsi ancora su quel deserto isolotto, privo d’acqua dolce, non era il caso, trovandosi in mezzo ad un golfo di rado visitato dalle navi.
Urgeva invece raggiungere lo stretto di Torres e la Nuova Guinea, per guadagnare il mare delle Molucche prima che i viveri venissero a mancare o che scoppiasse qualche nuovo e più tremendo uragano.
Spiegarono la vela, attraversarono il canale ed uscirono in mare mettendo la prua verso il nord-nord-ovest, per tenersi lontani da quei pericolosi gruppi d’isole che si estendono nello stretto di Torres e che sono popolati da selvaggi voracissimi di carne bianca.
Il vento, che frescava dal sud-est, favoriva la rotta della scialuppa, la quale sormontava agilmente le ondate del golfo, procedendo con una velocità media di cinque a sei nodi all’ora.
Nessuna nave appariva in alcuna direzione e nessuna isola. Solamente l’_atollo_ e le sue scogliere emergevano, distendendosi per tre quarti di miglio dal nord al sud.
Non mancavano invece i pesci. Gran numero di velieri, chiamati con tale bizzarro nome per la loro natatoia dorsale che spiegano sopra l’acqua e che permette a loro di raccogliere il vento come fossero muniti d’una vela, sfilavano verso il nord-nord-ovest, mostrando di quando in quando il loro corno osseo, arma formidabile della quale si servono fin troppo. Somigliano ai pesci-spada, ma il loro corno non è piatto, ma rotondo. Raggiungono dimensioni straordinarie poichè taluni misurano perfino dodici piedi di lunghezza, ossia quattro metri.
Nemici spietati di tutti i grandi pesci, non temono di assalire le balene ed i pesci-cani, ferendoli a morte colla loro arma e se ne sono veduti taluni scagliarsi perfino contro le navi.
Si vedevano pure, guizzare fra le acque, anche numerose murene, le quali in quei mari raggiungono delle dimensioni notevoli, e lasciarsi dolcemente cullare moltissime meduse, stravaganti molluschi, somiglianti a borse rivolte in basso e munite di tentacoli. Alcune erano grandissime e Cornelio ne scoprì una che doveva pesare una ventina e più di chilogrammi.
— Non ne ho mai veduta una di così grande, disse il giovanotto. Ha la dimensione di un ombrello.
— Ve ne sono anche di maggiori, disse il capitano e che di notte splendono come se nella loro borsa contenessero una vera lampada elettrica.
— Sono gelatinose, quelle meduse? chiese Hans.
— Estremamente gelatinose, tanto che non si possono conservarle. In acqua tu le vedi così belle e gonfie, ma se tu le prendi ti rimane in mano una specie di straccio incolore. Una medusa che in acqua pesa dieci chilogrammi, fuori dal suo elemento non pesa più di cinquanta grammi.
— E tu dici, zio, che si sono vedute di quelle grandi assai? chiese Cornelio.
— Di quelle colossali. Quarant’anni fa, nei pressi di Bombay, il flusso spinse sulla spiaggia una medusa che pesava due tonnellate ed era così fosforescente, che dapprima fu creduta un pezzo di cometa.
Si dice che il suo splendore era tale, che anche dopo morta, per parecchie notti illuminò la spiaggia a grande distanza.
— Se era così gigantesca, doveva avere dei tentacoli lunghissimi.
— Misuravano trenta metri ciascuno.
Mentre chiacchieravano, la scialuppa diretta dal vecchio marinaio, il quale non abbandonava la barra del timone, continuava ad avanzarsi nel golfo di Carpentaria, dirigendosi costantemente verso il nord-nord-ovest. Il vento era ridiventato regolare e la spingeva innanzi con crescente velocità, ma nessuna terra si scorgeva all’orizzonte, quantunque i naufraghi aguzzassero continuamente gli sguardi, sperando di scoprire le prime isole dello stretto di Torres o le spiaggie australiane.
Non avendo potuto salvare gl’istrumenti necessari per avere la latitudine e la longitudine, non potevano sapere esattamente dove si trovavano, ma orizzontandosi con una piccola bussola che avevano portato con loro, erano però certi di uscire dal golfo e di raggiungere, presto o tardi, il mare delle Molucche.
La giornata trascorse senza che nulla di straordinario accadesse. Nessuna nave, nessuna barca era apparsa sull’orizzonte e nessuna terra era stata veduta.
Calate le tenebre, come la notte precedente, il mare si illuminò. Una splendida fosforescenza avveniva sotto le onde, ma prodotta dalle così dette _nottiluche miliari_, secondo l’opinione del capitano.
Questi infusori sono pure piccolissimi, in forma di foglie un po’ arrotondate, con un picciuolo piccolo, ma splendono assai. Raccogliendo una bottiglia d’acqua satura di questi piccoli esseri, scintilla e dà una luce sufficiente da permettere di leggere un libro ad un metro di distanza.
Quantunque non più nuovo, Hans e Cornelio ammiravano quello spettacolo sorprendente e immergevano le mani in acqua per ritirarle coperte di punti luminosi.
A mezzanotte però la fosforescenza scomparve e il mare diventò buio come se fosse coperto di catrame.
Alle due, mentre il capitano ed il chinese davano il cambio a Wan-Horn, ad Hans ed a Cornelio, scorsero verso l’ovest, ma ad una grande distanza, un punto luminoso che pareva brillasse a fior d’acqua.
— Che sia il fanale di qualche nave? chiese Wan-Horn.
— Mi sembra troppo basso, disse il capitano, che lo osservava con profonda attenzione.
— Che sia acceso su qualche barca di selvaggi?
— O su qualche isola? Mi sembra un fuoco fisso, vecchio mio.
— Che abbiamo già passato il golfo di Carpentaria?
— Non sarei sorpreso. In queste trentasei ore abbiamo percorsa molta via, specialmente durante la burrasca.
— Allora quel punto luminoso può essere il fanale di qualche nave. Voi sapete che alcune, per evitare il giro dell’Australia, s’avventurano attraverso i bassifondi dello Stretto di Torres.
— Lo so, Horn, ma io ti dico che non è un fanale, ne sono certo. To’!... guarda, vedo un altro punto luminoso più al nord e mi pare che muova incontro al primo.
— Allora sono barche montate da selvaggi.
— Lo temo.
— Brutto incontro, capitano. Se all’alba ci scorgono, ci daranno la caccia.
— Che siano australiani? chiese Cornelio.
— Gli australiani non sono marinai e non posseggono barche, disse il capitano. Gl’isolani dello stretto di Torres e sopratutto i papuasi, ne hanno molte e assai bene attrezzate. Talvolta intraprendono perfino dei lunghi viaggi.
— Senza bussola?
— È un oggetto sconosciuto per loro, ma sanno dirigersi egualmente e senza tema di smarrirsi. Si regolano colle stelle e col sole o posseggono un istinto meraviglioso come gli uccelli emigranti? Ecco quello che s’ignora.
— Sono cattivi, gl’isolani dello Stretto?
— Perfidi, Cornelio, e coraggiosi.
— Anche i papuasi?
— Vi sono alcune tribù che non sono più selvagge, avendo avuto frequenti contatti coi nostri compatriotti che visitano sovente il porto di Dorj per acquistare gusci di tartarughe, _trepangs_, uccelli del paradiso, nidi di salangana, ecc., ma tutte le altre non godono buona fama, ed alcune dell’interno sono antropofaghe.
— La nostra situazione adunque non è migliorata.
— Abbiamo i nostri fucili e sapremo difenderci. Andate a riposarvi e non temete; non perderò di vista quei due punti luminosi.
Il vecchio marinaio ed i giovanotti si stesero in fondo alla scialuppa, su di una coperta di lana, ed il capitano si sedette a poppa, alla barra del timone, mentre il pescatore si sedeva presso la scotta della vela.
I due punti luminosi brillavano sempre sull’oscuro orizzonte, quantunque la scialuppa procedesse rapidamente. Pareva che si dirigessero anch’essi verso il nord, seguendo i naufraghi.
Il capitano cominciava a diventare inquieto. Sentiva per istinto che dovevano essere non già due navi, ma due barche e forse montate da pericolosi isolani.
Le seguiva attentamente cogli sguardi, per vedere se s’avvicinavano, temendo un improvviso abbordaggio, e dal chinese aveva fatto preparare le armi, per essere pronti alla difesa; ma la distanza non scemava, anzi sembrava che a poco a poco aumentasse, poichè diventavano sempre meno distinti.
Verso le tre uno di quei punti si spense, ma l’altro continuava a scintillare fra le tenebre e pareva che ora tendesse ad avvicinarsi.
— Odi nulla? chiese il capitano al chinese.
— No, signore, ma il fanale mi pare che voglia passarci a poppa.
— È vero, ragazzo mio. Ah! se non facesse tanto oscuro!.. Ma forse è meglio per noi, poichè non dev’essere il fanale di una nave.
Alle 4 il punto luminoso, che aveva cambiata rotta, passava infatti a poppa della scialuppa, ma ad una distanza di almeno sei o sette miglia, dirigendosi verso l’est.
Mezz’ora dopo il sole spuntava sull’orizzonte e verso il nord apparvero delle lontane montagne che si ergevano ad una grande altezza e verso l’ovest parecchie isole e gruppi di scogliere.
Il capitano si rizzò di colpo.
— Lo stretto di Torres! esclamò. Horn, Cornelio, Hans, in piedi!... Il golfo di Carpentaria è stato attraversato!...
CAPO XIII.
I Pirati della Papuasia
Lo stretto di Torres, che separa la grande isola di Nuova Guinea o Papuasia e l’estrema punta del continente australiano chiamata Terra di Torres o di Carpentaria, è uno dei passi più pericolosi e più difficili che esistano.
Scoperto dagli spagnuoli Ortiz de Rez e Bernardo della Torre nel 1545, per molti anni fu quasi dimenticato in causa dei gravi ostacoli che presentava, e anche oggidì è assai poco frequentato, quantunque si posseggano delle ottime carte topografiche, eseguite per cura del governo inglese e delle colonie australiane.
È lungo solamente trentaquattro leghe, ma quante fatiche costa la sua traversata! È una successione continua di bassifondi che cambiano troppo spesso di posto in causa delle correnti; una selva di scogliere madreporiche che gli zooliti sempre più allargano e che spingono gradatamente a fior d’acqua; un caos d’isolotti e d’isole che intralciano la navigazione non solo ai velieri, ma bensì anche ai piroscafi. Oltre a ciò, gli abitanti di quelle terre godono una fama tristissima e non temono d’assalire le navi che si arenano o che si fracassano su quei banchi e su quelle scogliere, e disgraziati i marinai che naufragano vivi!... Uno spiedo o un pentolone li attendono!
Molti sono gli equipaggi che caddero sotto i denti di quegli antropofaghi, e si ricordano ancora quelli delle due navi il _Chesterfied_ e l’_Hormuzier_, che nel 1793 furono divorati dagli isolani di Mua e di Warmwasc.
Quelle isole sono quasi tutte piccole, ma assai popolate. Formano un arcipelago conosciuto sotto il nome di Principe di Galles, e le principali terre sono: Mua o Murray che è la più grande, Rennell, Warmwasc, Bristan, Dalrymple, Retam, Cornwallis, Talberet e Delinance.
Gli abitanti, che pare appartengano ad un incrocio di papuasi e di polinesiani, sono in generale di statura alta, ben fatti, colla fronte larga, il naso regolare, la capigliatura cresputa che amano tingersi di rosso, la pelle assai oscura e sono assai bellicosi.
Usano portare al collo delle mezzelune di madreperla e monili di ossa ed agli orecchi scagliette di tartaruga incastrate nei lobi, i quali sono tagliati in due.
Valenti marinai al pari dei papuasi della costa e dei polinesiani, posseggono delle barche lunghe oltre venti piedi, con vele di vimini o di foglie intrecciate, e scorrazzano lo stretto assalendo ora le tribù della costa australiana o quelle della Nuova Guinea, per procurarsi dei prigionieri che poi divorano.
Udendo il capitano a gridare: Lo stretto di Torres!... il vecchio marinaio, Cornelio e Hans erano balzati in piedi.
— Di già! esclamò Cornelio. Abbiamo filato colla rapidità d’un veliero! Ma dov’è la costa australiana?
— Vedo laggiù, alla nostra destra, una specie di nebbia, disse Wan-Stael. Deve essere la terra di Carpentaria.
— E quei monti che si ergono dinanzi a noi?
— Appartengono alla nuova Guinea.
— Ha dei monti alti, quella grande isola?
— Ha delle catene colossali, Cornelio, e delle montagne immense, che sono coperte di neve per la maggior parte dell’anno. Si dice che alcune misurino perfino 6000 metri di altezza ed anche 6500.
— Siamo lontani da quell’isola?
— Forse quaranta miglia.
— Non la raggiungeremo?