Part 6
Il pescatore s’immerse e si diresse verso poppa, portando seco la lanterna. Lo si vide curvarsi, immergendo il braccio destro, poi ritornare correndo, malgrado le ondate che si precipitavano da una estremità all’altra della stiva.
— Capitano, diss’egli, con accento di terrore. Qualcuno ci ha traditi.
— Cosa vuoi dire?
— Che la nave è stata, come dite voi, sabordata.
— Forata da qualcuno?
— Sì, capitano, ed ho sentito sotto la mano una scure ancora infissa nel legno.
— Ma chi vuoi che sia stato a fare quel foro?
— Il selvaggio, signore.
— Ah!... il miserabile!... gridò Wan-Stael. Sì, ora comprendo: quell’infame, dopo d’aver reciso le catene delle ancore, ha sabordata la _giunca_ per impedirci di fuggire. È vasta l’apertura?
— Le onde devono averla ingrandita, poichè ha un diametro di mezzo metro.
— Allora siamo perduti. La nostra pompa non riuscirà a vincere l’acqua che entra.
Risalì in coperta. Le tenebre erano allora calate, ed il golfo di Carpentaria offriva uno spettacolo pauroso.
Larghe ondate, colle creste coperte di candida spuma, salivano dal sud con lunghi muggiti, frangendosi impetuosamente contro i fianchi della _giunca_, la quale si sollevava penosamente, scricchiolando.
Il vento non più frenato, urlava su tutti i toni, strideva attraverso al sartiame, fischiava fra i boscelli delle manovre correnti, ruggiva fra le vele che sbatteva in tutti i sensi, non avendo una direzione costante, e laggiù, verso le coste della Terra d’Arnheim e quelle di Torres, lampeggiava e tuonava.
Frequenti colpi di mare, superando le murate, si rompevano sulla coperta della nave, correndo all’impazzata verso prua o verso poppa e sfuggendo, col fragore di una cateratta, attraverso gli ombrinali[7] di tribordo e di babordo.
Il vecchio Horn, quantunque rimasto solo in coperta, affrontava serenamente e senza impallidire l’uragano. Ritto sul cassero, coi capelli e la lunga barba bianca arruffati dal vento, colle mani strette attorno alla ribolla del timone, guidava intrepidamente l’affondante nave.
— Wan-Horn, disse il capitano, raggiungendolo. La giunca ci affonda sotto i piedi.
— Con questa tempesta che ci assale?
— Il selvaggio l’ha sabordata e l’acqua entra come un torrente.
— Ah!... la canaglia! Cosa volete fare, signore? Se la costa fosse vicina si potrebbe tentare di raggiungerla e spingere la _giunca_ sui banchi.
— La terra di Torres è a cento miglia da noi e la _giunca_, fra un’ora, s’immergerà negli abissi del golfo.
— Non ci sarebbe il tempo necessario per costruire una zattera?
— Con queste onde? Anche se il tempo ci fosse, tale costruzione sarebbe assolutamente impossibile.
— Volete tentare la sorte colla scialuppa? Resisterà alla tempesta?
— Con l’aiuto di Dio, speriamo di vincere anche questa terribile prova.
— Miserabile selvaggio!
— I rimpianti sono inutili, Horn: bisogna agire prima che la nave ci affondi sotto i piedi.
— Non dimenticate le armi; chissà dove approderemo!...
— Saranno le prime a essere imbarcate. Cornelio, Hans, Lu-Hang, seguitemi!...
CAPO X.
L’uragano
Un triste destino pesava sui disgraziati pescatori di _trepang_.
Dopo d’aver perduto l’equipaggio, sterminato dai mangiatori di carne umana della costa australiana; dopo di aver veduto disperdere i depositi di _olutarie_, che rappresentavano per loro e per l’armatore chinese di Timor una vera fortuna, e di essere sfuggiti miracolosamente all’abbordaggio di quei feroci selvaggi, stavano per venire inghiottiti dalle onde del golfo di Carpentaria.
Se il mare si fosse mantenuto tranquillo come nei giorni precedenti, non si sarebbero inquietati troppo per la perdita di quel pesante vascello che non potevano più maneggiare con un così scarso numero di braccia, quantunque si trovassero in una regione pericolosissima, poco nota anche attualmente, irta di scogliere e di banchi sottomarini e popolata di selvaggi gli uni peggiori degli altri, e quasi tutti grandi amatori di carne umana allo spiedo o alla salsa verde.
Avventurarsi però con simile notte, su quel golfo che la tempesta sollevava su di una semplice scialuppa, era tal cosa da spaventare i più audaci marinai. Avrebbe potuto resistere quella fragile imbarcazione che non misurava che sei metri di lunghezza e che stazzava a mala pena otto tonnellate, ai tremendi colpi di mare ed alla furia del vento? Avrebbero riveduto il sole dell’indomani?
Tali erano le inquietudini che tormentavano il capitano e Wan-Horn, più pratici di tutti in fatto di cose marinaresche e sopratutto d’uragani. Pure quei due arditi lupi di mare non si perdevano d’animo, e per non spaventare i loro giovani compagni cercavano di mostrarsi tranquilli e fiduciosi.
Del resto ormai la _giunca_ era perduta e bisognava assolutamente abbandonarla e senza perdere tempo. L’acqua entrava con sordo fragore, avendo ormai allargata la falla e la trascinava rapidamente a picco.
Già cominciava a oscillare e le onde montavano facilmente sulla coperta, balzando sopra le murate. Nel quadro di poppa, ove erano le cabine di Wan-Stael, di Cornelio e di Hans, l’acqua aveva fatto la sua comparsa ed ora stava per occupare la camera comune di prua, riserbata, un tempo, all’equipaggio chinese.
I quattro olandesi e Lu-Hang si affrettavano. Avevano già portato in coperta i fucili, alcune scuri, provviste di polvere e di palle, una certa quantità di viveri bastanti per una settimana, un barilotto d’acqua della capacità di ottanta litri, alcuni remi, un piccolo albero, una vela ed alcune coperte.
— Imbarca! comandò il capitano.
In pochi istanti tutti quegli oggetti furono collocati nella scialuppa, assicurati con funi, ed i viveri, le armi e le munizioni avvolti accuratamente in una grossa tela cerata.
— Caliamola dalle grue di poppa, disse il capitano.
— Le onde non la sfracelleranno contro la nave? chiese Wan Horn.
— Lu-Hang e Cornelio scenderanno assieme e cercheranno di tenerla lontana. Aiutatemi, amici!
Riunirono le loro forze e alzarono la scialuppa sul capo di banda della murata poppiera, legando i paranchi delle grue alle banchine.
— Salite! gridò Horn.
Il giovine chinese e Cornelio s’imbarcarono e la scialuppa fu calata in mare, lasciando scorrere le funi dei paranchi. Appena toccò acqua, un’onda la prese e l’alzò, ma essendo stata abbassata sottovento, invece di venire spinta contro il fianco della _giunca_, fu portata al largo finchè lo consentivano la lunghezza delle gomene.
— Resiste? chiese Wan-Stael.
— Balza sulle onde a meraviglia, zio, gridò Cornelio.
— Imbarca acqua?
— No, finora.
— Scendi, Hans.
Il giovanotto s’aggrappò ad un paranco e tenendosi ben stretto, per non venire portato via dalle onde, raggiunse felicemente il fratello. Wan-Horn, malgrado la sua tarda età, lo seguì, quindi scese il capitano.
— Lasciate andare! gridò questi.
Le due funi furono sciolte e la scialuppa, non più trattenuta, fu portata via da un’onda gigantesca.
Era tempo. La _giunca_, già piena d’acqua fino alla sottocoperta, affondava rapidamente, trascinata negli abissi marini dall’enorme peso che conteneva.
S’alzava però ancora faticosamente sulle onde, ma erano gli ultimi sforzi. Ben presto l’acqua della stiva irruppe sul ponte, mentre quella esterna, superate le murate, si riversava a babordo ed a tribordo, quasi fosse impaziente d’inghiottire la preda.
Per alcuni istanti, alla livida luce d’un lampo, fu vista emergere ancora una volta la prua, poi la nave sparve fra le onde, formando un vortice gigantesco.
I suoi alberi oscillarono un momento fra le onde che li assalivano con furore senza pari, poi s’immersero entro quella specie d’imbuto mobile e più nulla si vide.
L’_Hai-Nam_ era scesa negli umidi baratri del golfo di Carpentaria e forse stava fracassandosi sulle scogliere del regno dei coralli.
— Povera nave! esclamò il capitano con voce commossa, e forse... noi ti seguiremo!...
Intanto la scialuppa s’allontanava rapidamente dal luogo del naufragio, sospinta dalle onde che salivano dall’estremità meridionale di quell’ampio golfo.
Wan-Horn si era seduto a timone e Cornelio e Hans, aiutati dal giovane pescatore, avevano rizzato l’alberetto e spiegata la vela con due mani di terzaruoli, per dar maggior stabilità alla fragile imbarcazione.
— Dove ci dirigiamo, signore? chiese il marinaio al capitano.
— Cerchiamo di poggiare verso la costa australiana che è la più vicina. Non oso, con quest’uragano, intraprendere ora la traversata del golfo, nè di spingermi verso le isole Eduard Pellew, Wellesley o Groote. Cercheremo più tardi di raggiungere le spiaggie settentrionali della terra d’Arnheim. Attenti alla vela, ragazzi miei, e te, Horn, bada ai colpi di mare.
— Non lascio la barra, signor Stael.
La situazione dei naufraghi dell’_Hai-Nam_ stava per diventare estremamente pericolosa; si poteva dire che la loro esistenza era appesa ad un semplice filo, il quale poteva da un istante all’altro spezzarsi.
L’uragano si scatenava allora con furia incredibile. Alla notte tenebrosa era successa una notte di fuoco! I lampi si seguivano quasi senza interruzione, squarciando le masse di vapori che s’accavallavano confusamente nella profondità del cielo, correndo all’impazzata verso lo stretto di Torres.
Tuoni formidabili, assordanti, che cominciavano verso il sud e che si propagavano verso il nord con una intensità straordinaria, echeggiavano senza posa, gareggiando coi ruggiti, cogli ululati e coi fischi del vento e coi muggiti e gli scrosci delle onde.
La scialuppa, vero giocattolo perduto su quel vasto golfo che potrebbe chiamarsi un vero mare, poichè per estensione supera i più vasti, subiva delle spaventevoli oscillazioni. Ora veniva scagliata furiosamente sulla cima delle immense ondate, sulle quali si librava per un miracolo d’equilibrio fra i nembi di spuma, ora veniva trascinata ne’ profondi avvallamenti, veri baratri entro i quali pareva che ad ogni istante dovesse scomparire ed ora si rovesciava impetuosamente sul babordo o sul tribordo, tuffando i margini nel seno di quei giganteschi marosi.
Pareva un trastullo in mano di giganti; pure resisteva a meraviglia. Colla sua vela ridotta a minime proporzioni, galleggiava come fosse un pezzo di sughero od un battello insommergibile e saliva intrepida le ondate e pure intrepida le discendeva.
Il capitano, colla scotta della vela in mano, a capo scoperto, coi capelli al vento, pallido ma risoluto, sfidava serenamente la morte che lo minacciava da tutte le parti e impartiva i comandi con voce sicura; Wan-Horn, aggrappato alla barra del timone, colla barba arruffata, gli occhi bene aperti, stava attento alle onde e cercava di evitarle e di non lasciarsi cogliere di traverso; Hans, Cornelio ed il chinese, pallidi, un po’ atterriti, s’affannavano a vuotare l’acqua che irrompeva sui bordi.
Wan-Stael, di tratto in tratto li incoraggiava con una parola o con un gesto e chiedeva:
— Avete paura?
— No, rispondevano invariabilmente Hans e Cornelio, ma la loro voce non era più sicura.
La scialuppa intanto guadagnava via con estrema rapidità. Spinta dalle onde e dal vento filava come uno steamer lanciato a tutto vapore, avvicinandosi alla costa australiana, la quale ormai non doveva essere molto discosta.
Se non veniva subissata prima di giungervi, i naufraghi della _giunca_ potevano sperare di porsi in salvo, poichè le spiaggie della così detta terra di Torres sono solcate da un certo numero di fiumi, i quali alle loro foci formano delle piccole baie.
Disgraziatamente Wan-Horn non poteva mantenere la rotta verso l’est, in causa delle grandi ondate, le quali, salendo dal sud, prendevano la scialuppa di fianco. Era costretto a drizzare la prua verso nord-est e talvolta verso il nord, allungando di tal modo la via di parecchie decine di leghe. Per di più l’uragano non accennava a calmarsi, anzi tendeva sempre ad aumentare, mettendo a dura prova il coraggio di quei disgraziati. Il vento soffiava sempre con impeto irresistibile, spingendo innanzi a sè veri nembi d’acqua che rubava alle onde; doveva aver raggiunta una velocità di almeno ventidue metri per minuto secondo, cifra che acquista nelle tempeste, ed il mare s’alzava sempre con muggiti più spaventevoli, con urla impossibili a descriversi, rovesciando verso il nord onde mostruose, vere montagne d’acqua.
Alle due del mattino, per poco la scialuppa non s’immerse. Presa fra due ondate, dopo di esser stata sollevata in aria a grande altezza, era stata scagliata fra due baratri che si erano rinchiusi sopra di essa.
Fu un momento terribile: tutti credevano che più mai si risollevasse e uscisse da quell’abisso.
Cornelio e Hans avevano gettate due grida disperate, ritenendosi perduti, ma una terza onda l’aveva tosto ripresa scagliandola più innanzi, quantunque fosse già quasi piena d’acqua. Alle tre, un’altra onda, investendola di fianco, la rovesciava; ma Wan-Horn, che non abbandonava la barra, l’aveva rialzata con un colpo di timone, mentre il capitano, che non perdeva il suo sangue freddo, aveva lasciato filare rapidamente la scotta della vela.
Quasi nel medesimo istante, Cornelio, che si trovava a prua, segnalava una costa.
L’aveva veduta al balenar d’un lampo, ma l’oscurità era subito ripiombata su quel mare procelloso, nascondendola agli sguardi del capitano.
— Sei certo di non esserti ingannato, Cornelio? chiese questi.
— No, zio, l’ho veduta perfettamente.
— Dinanzi a noi?
— Verso il nord-est.
— Lontana?
— Forse tre miglia.
— È la costa della Terra di Torres; badiamo a non urtare contro qualche scogliera, Horn.
— Sono pronto a virare di bordo, signore.
— Approderemo, zio? chiese Hans. Comincio ad avere paura.
— Hai dimostrato fin troppo coraggio per la tua età, povero ragazzo, ma è l’ultima prova. Se la costa è dinanzi a noi troveremo un qualche rifugio. La vedi, Cornelio?
— No, ma mi pare di udire dei muggiti laggiù, che mi sembrano prodotti dallo sfasciarsi delle onde contro una costa od una scogliera.
— Che ci siano dei frangenti dinanzi a noi? Navighiamo in un golfo che è poco conosciuto e che abbonda di scogliere corallifere.
Abbandonò la scotta della vela al giovane pescatore e malgrado le scosse furiose che subiva la scialuppa, raggiunse Cornelio. Guardò innanzi a sè, ma non vide che onde mostruose; però, tendendo gli orecchi udì distintamente dei muggiti ben diversi da quelli prodotti dalle onde quando s’urtano fra di loro.
— Sì, diss’egli, vi è una terra od una scogliera presso di noi: attendiamo un lampo.
Non aspettò molto. Poco dopo un lampo abbagliante solcava le tempestose nubi, illuminando il golfo fino agli estremi limiti dell’orizzonte. Un comando precipitato uscì dalle labbra dell’olandese.
— Scogliera dinanzi a noi!.... All’orza la barra, Wan-Horn!
Il vecchio marinaio ricacciò la barra a babordo senza perdere un istante, e la scialuppa fuggì verso il nord, mentre il chinese lasciava scorrere tutta la scotta della vela.
Al chiarore di quel lampo, Wan-Stael e Cornelio avevano veduto una scogliera ergersi fra le onde, a soli cinquecento passi dalla scialuppa. Un momento di ritardo od una falsa manovra e si sfracellavano su quei frangenti.
— Siamo salvi per miracolo, disse il capitano. Ma dove sarà la costa?...
— Non può essere lontana, zio.
— Ma io non la scorgo all’est, Cornelio. Dovremo lottare fino all’alba fra queste onde che sembrano ansiose d’inghiottirci? Potremo noi resistere fino allora?...
— Zio! esclamò Hans. Guarda laggiù!...
— Cosa vedi?
— Un vivo chiarore; non lo scorgi tu?
— Un chiarore!... I fanali di qualche nave forse?
— No, si direbbe un incendio.
Tutti volsero gli sguardi nella direzione indicata dal giovanotto, e scorsero infatti ad una grande distanza, una luce strana che spiccava vivamente fra la profonda oscurità.
Non pareva prodotta da un incendio, come aveva dapprima creduto Hans, ma non si poteva lì per lì spiegarla.
Era una specie di nebbia luminosa che aveva dei riflessi d’argento e d’oro, e sotto di essa si vedevano agitarsi delle masse strane, che parevano d’argento fuso, venato di verde pallido o solcato da striscie di porpora.
— Cosa succede laggiù? chiesero Hans e Cornelio.
— Si direbbe che il mare fiammeggia, disse Wan-Horn, che si era alzato, pur tenendo sempre, fra le robuste mani, la barra del timone.
— Che avvenga qualche fenomeno a noi sconosciuto? si chiese il capitano.
— O che arda, su qualche costa, una grande foresta? chiese Cornelio.
— Si vedrebbero delle fiamme, disse il capitano. E poi con questo vento impetuoso, le scintille si eleverebbero a grande altezza, mentre io non ne scorgo.
— Che avvenga laggiù qualche eruzione vulcanica?
— Io non ho mai veduto alcun vulcano su queste coste, Cornelio.
— E poi, disse Wan-Horn, quella luce sarebbe alta, mentre appare a fior d’acqua.
— Si direbbero onde luminose, disse il capitano, dopo d’aver osservato con maggior attenzione. Guarda, Horn, come si agitano, s’alzano, si abbassano e si sfasciano.
— Sono onde che si rompono, capitano.
— Contro una costa?
— Ne sono certo.
— Ma da cosa deriva adunque quell’intenso chiarore?
— Lo sapremo ben presto, capitano. L’uragano ci spinge in quella direzione.
La scialuppa infatti filava verso quella luce misteriosa, la quale si estendeva come un’immensa fascia dal nord al sud. Quel fenomeno stranissimo, inesplicabile pel momento, subiva delle forti ondulazioni, pur mantenendo sempre la sua linea quasi diritta; ora s’alzava, ora s’abbassava, si raddrizzava in forma di molteplici punte o di creste e lanciava in aria una specie di nebbia scintillante, ma che aveva pure delle bizzarre vibrazioni.
In mezzo a quella luce argentea, si vedevano guizzare linee che parevano di fuoco o si vedevano dei bagliori d’oro che tosto scomparivano per apparire più lontani.
Già la scialuppa non era lontana che due o tre miglia, quando il capitano esclamò:
— Una costa laggiù!
— Dietro quel fuoco? chiese Cornelio.
— Non è un fuoco; è una splendida fosforescenza marina: ecco là le onde luminose che si sfasciano sulle scogliere e che lanciano in aria la loro spuma fosforescente. Attenzione, Wan-Horn! La barra sempre in mano!...
CAPO XI.
L’isola di Corallo
Uno dei più splendidi fenomeni che s’ammirano sugli oceani è senza dubbio la fosforescenza marina, la quale è, a seconda dei climi e della minore o maggiore quantità di molluschi che popolano le acque, più o meno intensa, più o meno splendida.
Come è facile immaginarsi, non è visibile che di notte, quando i flutti diventano così neri che sembrano d’inchiostro, e sopratutto riesce più ammirabile quando manca la luna e le stelle sono coperte delle nubi.
Allora tutto d’un tratto, dai profondi abissi si vedono a salire degli strani bagliori, dei punti luminosi, delle linee di fuoco, o dei circoli, o dei gruppi, i quali diventano rapidamente più brillanti.
Vanno, vengono, si agitano, si raggruppano, formando degli strani disegni o si sciolgono: qua sono bagliori d’un rosa pallido, più oltre d’un azzurro brillante, o rossi o giallognoli. A poco a poco coprono il mare, le luci si fondono, le acque s’impregnano di quei bagliori e pare che giù, nei profondi e misteriosi baratri dell’oceano, splenda una luna, o una lampada elettrica d’una potenza incalcolabile.
Chi sono i produttori di quella luce? Dei molluschi gelatinosi, senza consistenza, che sembrano per lo più ombrelli stravaganti forniti di certe code ancora più strane, di tentacoli lisci o piumati o coperti di ventose o pesci che sembrerebbero muniti di lanterne.
Si chiamano anemoni alcuni di quei molluschi, altri pelagie, ed i pesci fosforescenti _scopelus, ergyropeletas, chauliodas_, ecc.
Ma una fosforescenza ancora più meravigliosa è quella prodotta dalle nottiluche, molluschi piccolissimi, invisibili per lo più, aventi la forma d’una pesca, con un’appendice mobile, rivestita d’una membrana resistente. Salgono alla superficie a milioni e milioni e saturano le acque.
Non si sa ancora se quei piccolissimi organismi siano di natura animale o vegetale; si sa solo che la loro fosforescenza è dovuta ad una sostanza particolare che ricopre il loro corpo e che pare s’accenda contraendosi.
Comunque sia, quale spettacolo offre l’oceano, quando è invaso da queste nottiluche!... La superficie scintilla come se fosse sparsa da migliaia di pagliuzze d’argento o come se sotto di essa scorrano getti di metallo liquefatto, di ferro, di oro, d’argento o di zolfo fiammeggiante.
Gettate in mare un oggetto qualsiasi e vedrete sprizzare delle scintille o che sembrano tali; spingete la nave attraverso a quel mare, ed a prua, a babordo, a tribordo vedete balenare lampi luminosi, o scorrere qua e là ondate di punti luccicanti, mentre a poppa si estende una striscia che pare fiammeggiante e che si conserva a lungo.
Ma il fenomeno è più ammirabile quando il mare è agitato. Allora sono le onde che diventano luminose; pare che non siano più d’acqua, ma di fosforo liquefatto.
Ogni volta che si urtano, quei bagliori diventano più intensi, salgono, scendono, si mescolano confusamente, intrecciando linee d’oro e d’argento, e la spuma che rimbalza è pure luminosa. Se poi si frangono contro una costa ripida o contro una scogliera, sembra allora che intorno a quella terra o quelle rocce avvampi un incendio e s’alza una specie di nebbia luccicante, d’un effetto sorprendente, meraviglioso.
Tale era il fenomeno che aveva cotanto sorpresi i naufraghi della giunca. Wan-Stael, per la grande distanza, non si era subito accorto di cosa si trattava, ma ora che la scialuppa era vicino non poteva più ingannarsi.
Le onde fosforescenti, rompendosi con furia incredibile contro la costa segnalata, scagliavano in alto la schiuma satura di quei microscopici organismi fosforescenti, ed il vento, mantenendola per qualche istante sollevata, la faceva splendere come una nebbia luminosa.
— È mirabile quella fosforescenza! esclamò Cornelio. Non ne ho mai veduto una così intensa.
— Ed è doppiamente superba con questa tempesta, disse il capitano. Ringraziamo queste nottiluche che ci hanno fatto scorgere a tempo la costa australiana. Lu-Hang, preparati a far cadere la vela.
— Sperate di trovare un rifugio sotto la costa, signor Stael? chiese Wan-Horn.
— Lo spero, ma non posso essere certo. Io non so dove l’uragano ci ha spinti.
— Fuori del golfo, no di certo.
— Dio non lo voglia! Piuttosto di trovarmi nello stretto di Torres con questo tempaccio, preferirei cadere in mezzo ad una scogliera deserta.
— E credo che ci troviamo presso una scogliera deserta, signor Stael, disse Wan-Horn, che si era bruscamente alzato.
— Non è la costa australiana quella che sta dinanzi a noi?
— No, è una lunga linea di frangenti.
— Non t’inganni, Horn? chiese il capitano con ansietà.
— No, li ho veduti al chiarore d’un lampo, mentre voi discorrevate col signor Cornelio.
— Saremo adunque costretti a virare al largo e riprendere la lotta colla tempesta?
— No, capitano: forse là troveremo un rifugio migliore di quello che può offrire una baia della costa australiana. Se non mi sono ingannato, io ho veduto un _atollo_ e anche degli alberi.
— Aperto?...
— Sì, ho scorto un canale aperto attraverso i coralli. Aspettiamo un lampo, capitano.
— È un porto questo _atollo_? chiesero Hans e Cornelio.
— Ed è uno dei più sicuri, rispose il capitano. Se laggiù esiste, vedrete di quali costruzioni sono capaci i coralli.
— Guardate!... gridò Wan-Horn.
Un lampo abbagliante illuminava il tempestoso golfo e la linea dei frangenti contro la quale si sfasciavano le onde luminose.
— Avete veduto? chiese il marinaio.
— Sì, disse il capitano, respirando. In mezzo alla scogliera ho veduto l’_atollo_ circondato d’alberi e anche il canale. Governa sempre dritto colla prua all’est.
— Resisterà la scialuppa alle contro-ondate?
— Se non è andata a picco fra queste enormi onde, supererà vittoriosamente anche quelle. Cornelio, apri bene gli occhi; vi possono essere delle scogliere dinanzi all’_atollo_.
— Le onde luminose ce le mostreranno, zio mio.