I moribondi del Palazzo Carignano
Part 5
Peruzzi partorì di un colpo, la concessione di tutta la rete ferroviaria dell'Italia centrale e meridionale--ed altro ancora. Egli non ismentì punto la sua mirabile facilità nel negoziato degli affari. Ma egli ha completamente fallito--fiasco su tutta la linea! Egli ebbe cattiva fortuna. Egli ha sciupato i danari dello Stato con una prodigalità furiosa--ma giammai ministro non produsse risultati più minimi--relativamente, ben inteso, alla larghezza delle promesse ed all'altezza delle aspettative. Tutte le Compagnie con le quali trattò, a delle condizioni ruinose per far presto, ed aveva ragione di ciò volere, gli si sono spezzate fra le mani. La parola _infedeltà_ ha ulcerato, a torto forse, il suo secretario generale. La sconfidenza nel successo accompagna ora, malgrado tutto, qualunque suo progetto. Lo si dà inoltre come federalista, o regionista, ciò che torna allo stesso. I suoi colleghi lo dicono difficile, _mauvais coucheur_, direbbero i Francesi, ciò che ci affligge mediocrissimamente, perocchè coloro che ciò dicono--non lo vogliono punto. Peruzzi è l'intelligenza la più acuta del Consiglio. Egli ha la concezione vasta, ma gli manca, come finito, il tutto dell'attuazione. Egli difende il fatto suo con abilità, con fierezza, sovente con _verve_: ma ciò che egli difende con più ingegno, è raramente stemmato del suggello del giusto e del vero. Egli ha il fiuto degli affari: gli manca la mano, il metodo. La perspicacia di decimare i ciarlatani--il _puff_. Egli ha il giudizio dell'opera sua; gliene manca la coscienza. Altri faranno probabilmente meno, ma con più economia; faranno men presto, ma meglio. Nondimeno, per esser giusti, bisogna soggiungere che il successore di Peruzzi, chiunque esso sia, troverà l'insieme dei lavori necessari all'Italia, in parte in atto, e quasi tutti iniziati con sentimento di sintesi oltre ogni dire rimarchevole. E' non avrà che ad addolcire le predilezioni ed emendare la precipitanza. Peruzzi è il principale pilastro del ministero Ricasoli: e se cade, non è per sempre. Peruzzi è uno degli uomini necessari all'Italia, come il Ricasoli.
Io dirò la stessa cosa di Bastogi loro compatriota--che che nella lotta delle passioni se ne pensi oggi in contrario. Il conte Bastogi è ministro delle finanze e banchiere a Livorno. Egli è stato banchiere di Mazzini e della casa di Lorena--a quegli dando, a questa prendendo e dando. Bastogi è guizzato fra tutti i partiti, impaziente di rappresentare una parte politica nella commedia sociale. E' cominciò da affari poco felici, ed è oggi cinque o sei volte milionario. Ma egli ha fatto la sua fortuna nobilmente, dando all'_exploitation_ delle mine dell'isola d'Elba una estensione, alla quale il Governo toscano non seppe risolversi mai. Il Bastogi è divenuto inoltre, poco a poco, il principal azionario delle ferrovie della Toscana. Lo si dice abilissimo nelle operazioni di Banca e nel maneggio degl'imprestiti--restando sempre un perfetto galantuomo! L'imprestito del 1860 fecegli dono di una corona di conte--e, vuolsi, di uno scapito di parecchie centinaia di mille lire! Bastogi parla bene, con slancio, con spirito, e talvolta anche con lirismo. È versato nelle teorie economiche e nelle lettere italiane. Vien poco alla Camera. Ascolta come un angelo. Presenta bilancio su bilancio con ispaventevoli deficit, sotto ai quali soccomberà--se soccomberà--avendo avuto l'abilità di cader ritto su i piedi anche dopo la deplorevole riescita dell'ultimo prestito. Bastogi ha una stella propizia. Un fiasco gli dà un blasone. Dopo, la sua fisonomia si è meglio disegnata.
Come finanziero, egli ha presentato al Parlamento un plesso di leggi nelle quali, malgrado l'inesorabile voracità del fisco, traspira che colui il quale le ha proposte s'inspira a principii economici, elevati e liberi. Bastogi ha una concezione sintetica ch'egli sviluppa per gradi, e di cui si apprezzerà l'insieme quando coronerà l'edificio con la legge della percezione. Per il momento, vi si sente un lavoro di bozze che deve essere mondato e raffinato, semplificato, abbellito, armonizzato forse in tutte le sue parti. Ma il ministro gitta dei fondamenti e va di fretta. Le canne del tesoro sono divaricate. Bastogi mira a dotare il nostro regno di un sistema finanziero, per quanto può italiano---se i balzelli hanno patria. Io dubito che vi riesca. Le finanze sono cosmopolite. Ed il signor banchiere livornese non ha l'ardimento di romperla con le tradizioni ed abordare, nelle imposte, un sistema radicale; nell'amministrazione, la semplificazione. Bastogi non sa far agire la grande leva del credito pubblico--creare qualche cosa dal nulla--moltiplicare come Cristo i pesci ed i pani. Dieci, nelle sue mani, saranno tutto al più cento, ma non mai mille, diecimila, un milione.
Come ministro, il signor Bastogi ha tenuto con grande convenienza il suo posto. Attaccato, non ha rinculato e si è difeso con destrezza, con ingegno, con franchezza, seminando il suo dire d'entusiasmo e di epigrammi, a cui non mancano nè il fiele nè la punta. Ma il signor Bastogi ignora la scienza del dettaglio. Egli è liberale ed italiano. Ha lo spirito coltivato, facile, morbido, proclive all'esaltamento. Il carattere troppo toscano: le maniere gentili. Non sembra ambizioso. Nondimeno, cadendo, egli si rileverà, e più presto che non se lo aspettano coloro che lo scalzano. Ai _saggi_ degli altri, Bastogi verrà di nuovo ad apportare le correzioni della sua sperienza. Il suo predecessore gli aveva legato il _caos piemontese_; egli lega il _caos italiano_: ma egli lo lega di una maniera vitale ed organizzabile. Lo si giudicherà meglio sul budget _unico_ dell'Italia, che prepara--e che avrà forse il tempo di presentare.
Il più grazioso fra i ministri è il signor Cassinis, ministro di grazia e giustizia. Quest'uomo amabile, avvocato distinto, parlatore fluente, ha sempre il sorriso sulle labbra. Egli è il solo ministro che non s'impazienti mai delle interpellazioni e delle interruzioni. Egli sorride sempre, e non manca mai di risorse e di cortesia. Brofferio e Mellana gli fanno passare dei tristi quarti d'ora: nondimeno egli non perde giammai il suo buon umore, la sua facilità di rispondere ed il suo sangue freddo--ciò che avviene talvolta a Cavour. Il signor Cassinis non si è neppure piccato che lo abbiano fiancheggiato di un a _latere_, senza pretesto.
Vi è in effetto un guarda-sigilli _in partibus_--non si sa perchè--il senatore napoletano Niutta.
Questo pover'uomo rimuove le mie viscere di pietà. È muto come un pesce. A Napoli, nel 1849, segnò la petizione per l'abolizione della Costituzione. Servì Ferdinando e Francesco II--credo anche Francesco I, Ora è co-ministro. Egli arriva alla Camera tutto ritto, raso come la mano, ammiccando, vestito completamente di nero. Lo si vede ogni giorno--esatto come la campana del refettorio dei frati, arrivare ad un'ora e mezzo, assidersi all'estremità della tavola ministeriale, stecchito sulla colonna vertebrale, le mani su i ginocchi, tenersi sul lembo della sedia, il cappello sulle coscie, non osando giammai volgere lo sguardo dal lato sinistro, per paura di restarne pietrifidato, come la moglie di Loth. Fino alle quattro, il signor senatore sta impassibile, immobile. Alle quattro solamente egli comincia a rimuoversi un tantino--alle quattro e mezzo si muove affatto e va a beccarsi un risotto o dar la caccia alle crestaie ed alle contesse dei portici di Po. Un giorno Mellana parlava. Il signor Niutta approvava furiosamente della testa. Il De Sanctis, suo vicino ordinario, lo guarda con un aggrottare di indicibile indignazione: quel caro signor Niutta.... dormiva! Lo si dice un singolar giureconsulto ed uomo a buoni consigli nell'elaborazione del nuovo codice italiano. Ora egli è ritornato nella notte, donde lo avevano ritirato per azzardo. _Requiescat!_
Infine, il ministro dell'istruzione pubblica, signor De Sanctis, è un altro napoletano. Egli era, è forse ancora, filologo di sapere molto mediocre. Dava qui in Torino, nell'esiglio, delle lezioni di letteratura con un certo successo, quando ottenne di andare ad occupare una cattedra a Zurigo. Dopo la rivoluzione del 60--permettete che la onori di questo nome--De Sanctis ritornò a Napoli all'insegnamento della gramatica. Garibaldi, che aveva preso l'abitudine a far dei miracoli, lo nominò governatore di una provincia, poi consigliere d'istruzione pubblica. De Sanctis restò a questo posto nove giorni, e fece più egli in quelle poche ore che tutti i suoi successori in nove mesi. È vero che questi successori si chiamarono Piria, Ciccone, Imbriani, vale a dire il _consumè_ dell'impotenza e dell'incapacità! De Sanctis ha pubblicato alcuni articoli di critica, che dicono commendevoli. Esordì alla Camera con un discorso abile, molto bene assaporato, ed applaudito sopra tutto dalla sinistra. Era una sposizione di motivi veramente liberale. Fu il solo suo discorso. Di poi, è stato infelicissimo e pretenzioso. E l'ultima volta, testè, che parlò, fece pietà. Si smarrì, perdè il filo dell'orazione mandata a memoria, bevve acqua zuccherata ad annegarvisi, prese fiato, si lamentò del cicalio della Camera, del muover delle carte, del vento, del ganimede che gli portava la bibita.... fu lagrimevole!
De Sanctis sa di politica quanto gli uscieri della Camera. Lo si era preso per dare nel Ministero un individuo di Napoli; e basta dire che lo propose Poerio. Si mostrò da prima attivo, fornito di buona volontà, avvegnachè debole--uomo infine da fare e da voler fare. Egli ha ingannato completamente, radicalmente ogni aspettativa. Il fuoco fatuo del suo debuto si è estinto miseramente nella confusione, nel disordine, nel ridicolo. Men che un commesso, egli ha brancolato nel vuoto; e quando ha voluto dar segno di vita, non ha fatto che offuscare i qualche sprazzi di luce dei suoi segretari generali, per gelosia o per intelligenza, non so. Fino a che il signor Quintino Sella tenne il timone del suo ministero, De Sanctis non dette nelle sirti melensamente. Dipoi, io non mi vidi mai miseria al di sotto di questa miseria, orgoglio al di sopra di questo orgoglio. Attaccato come una piattola, scusino i miei leggitori, al Gabinetto Ricasoli, il quale non può demolire una pietra senza rovesciare l'intero edilìzio, De Sanctis si è immelmato al suo posto, tollerato perchè la responsabilità del Gabinetto tutto lo copre, perchè la maggioranza sostiene il Gabinetto in blocco, e perchè egli rappresenta l'elemento napoletano e burbanza un'ostilità, molto gustata dalla sinistra, contro l'egemonia piemontese. Del resto, egli non è nulla. Egli non ha saputo neppur demolire l'edifizio sì poco organico del conte Casati e del conte Mamiani. Cadendo, De Sanctis non sarà nè compianto nè desiderato da chicchessia--neppur dai qualche parassiti ch'oggi dinanzi lo piaggiano, di dietro lo scherniscono. E' cadrà per sempre, e noi saremo a domandarci ancora, come mai De Sanctis abbia potuto esser ministro? Ma i portafogli hanno la loro stella come i processi! Come uomo, De Sanctis è probo e galantuomo. Solo il peso del potere lo ha reso ebete.
Ecco gli uomini che circondano il conte di Cavour. Sono degli atomi, ai quali il nobile conte dà un impulso e che gravitano intorno a lui con un movimento cieco, obbedendo alla sua attrazione.
Ora, quale è la politica del giorno del conte di Cavour?
Essa si riassume in una parola: _aspettare!_
Il conte di Cavour ha assunta la divisa di Guglielmo di Grange: _Je maintiendrai!_
L'Italia si trova oggi in presenza di due fatti: completarsi, unificarsi.
Per compiersi, bisogna che la ricuperi Roma e Venezia. Ma la bandiera francese tutela Roma--e questa bandiera la si può allontanare, non abbattere. Il conte di Cavour spera allontanarla con la pressione di una forza morale, che il tempo solo da.
La quistione veneta è ormai una quistione europea. L'Italia non può affrontarla sola, nè risolverla, per ora con le uniche sue forze; perocchè l'Italia è ancora convalescente, viene appena di levarsi da un sepolcro di quindici secoli. Bisogna dunque, innanzi tutto, avere un esercito e degli alleati. Per raggiungere questo resultato, non si saprebbe spiegar abbastanza di pazienza, di fermezza, di astuzia.
In fatto di politica straniera, agli occhi del conte di Cavour, aspettare gli è riuscire.
Nella politica interna tutte le forze governative debbono convergere ad assimilare, ad unificare. Quest'opera non s'improvvisa, sopra tutto non si precipita, senza di che non si farebbe mica un edifizio, ma un rappezzato.
Dunque? attendere!
Ecco la parola d'ordine del Governo italiano.
Parlando del terzo partito e della sinistra dirò ciò che si rimprovera al programma del conte di Cavour. Per il momento, io non giudico, io non discuto neppure--io espongo.
Il conte di Cavour morto, il Gabinetto non gli sopravisse. Il barone Natoli naufragò al Senato, poi approdò aggradevolmente e leggermente ad una Prefettura, di cui fa sua delizia. Cassinis ritornò onorevolmente al suo banco di deputato--sempre lo stesso, molto stimabile e molto stimato. I ministri toscani, perchè toscani, si attaccarono alla fortuna ed al vascello del barone Ricasoli. De Sanctis, non essendo nulla, accettò Ricasoli come avrebbe accettato, che so io? il Kan di Tartaria! La politica inaugurata dal conte Cavour, senza benefizio d'inventario, almeno in apparenza, servì di paviglione al nuovo Gabinetto.
IV.
Urbano Ratazzi.--Un po' di biografia.--Non è l'antitesi di Cavour.--Sue idee politiche.--Segretari.--Massari, Zanardelli, Galeoni, Negrotti, Mischi, Tenca.
_Torino, 10 maggio 1861._
Veniamo ora al signor Ratazzi.
Vi domando innanzi tutto il permesso di tratteggiare in qualche linee la sua biografia. Il commendatore Ratazzi non è conosciuto in Francia e nel resto di Europa, è poco conosciuto nelle nuove provincie d'Italia--e nondimeno, il suo nome è quello che s'incontra lo più sovente. Il signor Urbano Ratazzi è di Alessandria, dove nacque nel 1808, di una famiglia conosciutissima nel foro e sufficientemente ricca. Fu avvocato a Casale. La sua entrata nella vita politica data dal 1847, quando egli riuniva in casa sua il Comitato agricolo, il quale mischiando alle quistioni dei concimi la quistione della libertà e dell'indipendenza, spiaceva tanto al governo di Carlo-Alberto--detto il _martire_ oggi, allora il _rinnegato_.
Nel 1848, la città d'Alessandria mandò il Ratazzi al Parlamento. Egli vi si tenne a parte nei primi tempi. Sia tattica, sia istinto di osservazione, Ratazzi volle conoscere di quali elementi si componesse la Camera e fino a qual punto potevasi contare sur essa. Egli aveva preso il suo partito fin dal primo giorno. Si mostrò però in tutto il suo essere il 23 maggio, quando la Camera fu chiamata a discutere sulla fusione della Lombardia col Piemonte. Ratazzi domandò una Camera Costituente, la libertà assoluta della stampa, e l'armamento generale della guardia nazionale. Tenne testa, per dieci giorni, al conte di Cavour, il quale non ne voleva mica tanto. Ma le idee del Ratazzi furono adottate a mezzo, ed il Gabinetto essendosi rimpastato, egli entrò nella nuova combinazione con Casati, Ricci e Pareto.
Dopo la disfatta di Custoza, il Ministero cadde, ed il Gabinetto conservatore del signor Pinelli rivenne a galla. La sua vita però non fu lunga. Battuto sulla legge della pubblica istruzione, Pinelli dette la sua demissione, ed il re riprese un Ministero detto _democratico_, nel quale Ratazzi occupò da prima il portafoglio della giustizia, poi quello dell'interno. Il suo primo atto fu una circolare ai vescovi, con la quale li minacciava di farli arrestar tutti, se continuassero a predicare ed a far pastorali contro la libertà. Il suo atto il più importante però fu la resistenza che oppose all'abate Gioberti, presidente del Consiglio, il quale voleva occupar la Toscana e gli Stati pontificii colle truppe piemontesi. Egli dette la sua demissione.
L'abate Gioberti, venendo a spiegare dinanzi la Camera la ragione di questa demissione, volle dissimularne la natura e l'importanza. Allora Ratazzi si alza, ed in un discorso magnifico ne rileva il carattere e tutta la gravezza. L'abate lasciasi andare ad uno scoppio di collera, ed una scena incredibile succede; imperciocchè l'abate Gioberti--questo pregiudizio nazionale--passava allora, e passa ancora oggidì, per il tipo dell'elevatezza e della somma scienza italiana. Gioberti dà la sua demissione. Ratazzi l'aveva già data; ma egli resta finalmente padrone della situazione e riprende il portafoglio.
Il 12 marzo 1849, spinto dagli avvenimenti, soccombendo alla pressione di tutta l'Italia in fuoco, Ratazzi sale alla tribuna onde annunziare che l'ora della riscossa era sonata. Era il rintocco che doveva finire con la funebre campana di Novara! Dopo questo disastro d'Italia, Ratazzi si dimette di nuovo. Nel 1852, avendo sempre conservato la direzione della sinistra, egli appoggiò il conte di Cavour. Ma egli respingeva la legge, la quale voleva restringere la libertà della stampa. Bisognò intendersi, perchè le circostanze erano gravi e la pace del Regno correva pericoli--minacciata dagli autori facinorosi del colpo di Stato di Parigi. Ne seguì ciò che chiamossi _connubio_, o più famigliarmente una coalizione; in sè un compromesso. Ratazzi fu nominato presidente della Camera, ed indi a poco ministro della giustizia. Nel 1856 Ratazzi presentò la legge per l'abolizione dei conventi. Restò agli affari fino al 1857, epoca nella quale amministrava l'interno.
Voi vi ricorderete il guazzabuglio che Mazzini provocò a Genova--in seguito alla spedizione di Pisacane nel Regno di Napoli. Cavour voleva usare misure eccezionali: Ratazzi non consentì di uscire dalla legalità. L'opinione pubblica ed il Parlamento--senza contare la Francia--sostennero Cavour; il signor Ratazzi si ritirò--e restò capo della sinistra fino alla pace di Villafranca.
Il re era investito dei poteri eccezionali conferitigli al romper della guerra. Il commendatore Ratazzi, avendo raccolta l'eredità di Cavour, si servì di questa autorità dittatoriale per pubblicare quella serie di leggi organiche, le quali reggono tuttavia il Regno d'Italia, Leggi poco simpatiche, troppo municipali, poco chiare, scritte in uno stile da curia, confuse, non attagliate all'indole italiana, con un senso autocratico altrettanto più inesplicabile che esse furono attinte a quelle del Belgio e ci furono attagliate da un uomo di un'intelligenza elevata e che passa per il porta stendardo della democrazia italiana. Non avendo però voluto segnare l'atto della cessione di Nizza e Savoia, non avendo osato accettare l'annessione del centro, bisognò che Ratazzi cedesse novellamente il suo posto al conte di Cavour.
Ora Ratazzi è di nuovo presidente della Camera. Il conte di Cavour lo fece portare al seggio dai suoi; e la sinistra, troppo semplice, non comprese il tranello e dette dentro all'impannata. La sinistra presentava alla Camera un presidente uscito dal suo seno, ma perdeva il suo capo--vale a dire, si annullava. Oggi la sinistra è un composto di briccioli potentemente vividi, vivamente accentuati, ma senza nesso, senza legami. Il Parlamento ha guadagnato un presidente rimarchevole, sopra tutto giusto, che afferra la quistione al volo, che la espone con chiarezza, con precisione, che riassume, che distingue, che espone con uno ingegno superiore; ma, lo ripeto, l'opposizione è restata un corpo senz'anima, o, se meglio vi aggrada, un'anima errante alla ricerca di una incarnazione.
Il commendatore Ratazzi non è l'antitesi del conte di Cavour, come per avventura lo si potrebhe credere--egli ne è semplicemente il finito. Il conte di Cavour è uno statista a viste generali, altissime: il commendatore Ratazzi conosce a fondo il Piemonte, un poco l'Italia, niente l'Europa. Cavour è economista e diplomatico innanzi tutto: Ratazzi è giurista ed amministratore. Cavour mira al fatto, mira allo scopo: Ratazzi si trinciera nel dritto, nella legalità, nello Statuto; ed il più grande risultato del mondo non lo tenta, fuori dei principii. Cavour allega la questione nazionale avanti la questione politica, la questione politica avanti la costituzionale, Ratazzi vede la legge innanzi tutto, poi viene il resto, se questa non è vulnerata. Il conte di Cavour osa e rischia: il commendatore Ratazzi si avventura poco. Cavour si preoccupa della forza, Ratazzi della libertà. Non già che questi sia di molto più liberale, più democratico, più rivoluzionario che quegli; ma l'uno fa buon mercato della forma onde assicurare il fondo: l'altro opina che la forma, il metodo, abbiano su tutto queste cose un'influenza capitale.
Quando vi darò il programma del terzo partito voi vedrete che la differenza tra i due capi politici dell'Italia non è poi un abisso. Non consiste che nella differenza del punto di appoggio, cui Ratazzi cerca unicamente all'interno, ed il conte di Cavour domanda all'Europa.
Il signor Ratazzi è un parlatore abile, facile, ma orbo di quello scintillìo che affascina negli oratori francesi. Ed io comincio a credere che la nostra lingua, troppo solenne, e lingua morta, ci trascini in sfere troppo astratte, o ci ritiene in parlantine un certo che pretenziose. Ma il Ratazzi è un atleta nella discussione. Nulla resiste alla forza della sua logica, alla carica dei suoi argomenti. E' vede del primo sguardo il nodo della quistione, vi si attacca, e _non missura cutem nisi plena cruoris hirudo!_ non la lascia che non l'abbia sviscerata, svolta a fondo. La sua lingua è pura e chiara; la sua voce debole, ma insinuante. Ratazzi è il tipo della probità politica in Italia. E' non ebbe mai deliquii, ciò che l'imperatore Napoleone chiamò _défaillances_. Se ha perduto un po' della foga dei suoi primi anni di liberalismo, bisogna dire ch'egli non ha nemmen rinculato. Si vede non pertanto ch'egli carezza ancora qualche velleità municipale e che crede all'efficacia del principio d'autorità applicato largamente, non alla politica, ma all'amministrazione, Ratazzi è timido, forse a causa della sua mancanza di sperienza nella vita dei popoli. Qualche anno di viaggi e di fregarsi con gli uomini di Stato di Europa l'innalzerebbero di cento cubiti. Non basta sapere--ed e' sa molto--bisogna vedere e toccare. Malgrado ciò, nella sua carriera parlamentare Ratazzi ha avuto dei momenti di una splendida fermezza, di un coraggio che nulla seppe scuotere, sia contro il conte di Revel, sia contro il Gioberti, sia contro il signor Costa de Beauregard ed il conte di Cavour. E il commendatore Ratazzi che fece cacciar i canonici dalla Camera. Il re, che cominciò per non poterlo soffrire, l'ama oggidì e l'onora moltissimo.
_Arcades ambo!_ ambo soavemente teneri dell'egemonia piemontese!
Ratazzi ha le maniere aristocratiche e cortesi. Sempre gentile, sempre benevolo e affabile.