I moribondi del Palazzo Carignano

Part 4

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Quantunque è stato fatto nell'intervallo, è stata opera sua, o egli ajutando. Egli ha sempre marciato in avanti; ed anche allorquando seguì al rimorchio gli avvenimenti che lo soverchiarono, anche quando lasciossi scappare l'iniziativa, la sua parte di secondo ordine non era che apparente. Un dubbio gravita ora sulla sua tomba. Volle egli l'Italia _una_, ovvero un gran Piemonte--un regno d'Italia del Nord--o tutta la Penisola indipendente?

Io credo che la concezione dell'Italia _una_ non gli venne che dopo l'annessione della Romagna. Innanzi a Roma--quantunque indifferente in materia religiosa--in faccia del papa, cui egli credeva più grande in realità nel mondo, più radicato nell'anima dei popoli, il conte di Cavour si arrestava, non già sbalordito o atterrito, ma dubbioso. La sua mano provava un'involontaria convulsione stendendosi alla tiara--o al triregno. Per tutto il resto, e' procedè di un passo sicuro. In politica, e' fu giuocatore avveduto. La sua messa contro l'Austria, era la ruina dell'Austria stessa--se dessa avesse vinto. Imperciocchè, stendendo la sua potenza sulla Penisola intera, l'Europa sarebbesi allarmata di tanto formidabile dominio. Ed il conte di Cavour non aveva a temere che l'Austria. Ed egli aveva conquistato l'appoggio della Francia e dell'Inghilterra.

Il conte di Cavour lasciò la sua opera interminata. La sua morte ha forse anche ritardato il compimento di quest'opera. Ma forse altresì egli è morto a tempo per sè stesso. Egli avrebbe dovuto fare dei sagrifizi, ai quali il suo cuore avrebbe ripugnato, e cui la sua ragione, il suo calcolo di uomo di Stato avrebbero consigliati e sanzionati. La natura del suo ingegno, la tempra della sua mente, erano meno propri a questo periodo di persistenza, di ostinazione, di _raideur_, nel quale è entrata la quistione italiana--meno proprii che al periodo precedente, nel quale bisognava lottare, provocare, intrigare, mettere in sussulto l'Europa, gittare l'allarme, creare le difficoltà, tirar partito di una forza che l'Italia non aveva allora, e che è negletta oggidì.

L'eredità ch'egli ha lasciata non è imbrogliata, ma la gestione n'è difficile. Egli aveva messo in movimento l'energia italiana sotto tutte le sue forme--una parte per agire di concerto con lui, una parte per resistergli. Tutte le file gruppate nella sua mano rispondevano ad una delle funzioni della vita italiana. Lui morto, una specie di paralisi ha invaso il corpo sociale della Penisola. Si è creduto perfino inutile di resistere, di attaccare il potere. L'Italia si fa; ma forse più per gli errori dei suoi nemici che per l'iniziativa ed il concorso dei suoi amici. Vivente Cavour era l'inverso.

Il posto vuoto ch'egli ha lasciato resta inoccupato tuttavia. Le linee ch'egli aveva tracciate sono religiosamente seguite; ma il pensiero che poteva modificarle, dar loro la vita, farle deviare onde evitare un ostacolo, quel pensiero non è più---non lo lasciò in eredità ad alcuno. Si traducono le sue idee liberamente--ma esse cominciano già a non essere più dell'epoca nostra. Sono la storia.

La potenza del genio del conte di Cavour si riassume in questo: che egli indovinò l'anima della nazione, e, forte di quest'appoggio morale e latente, plenipotenziario dell'Italia possibile--vale a dire dell'Italia del popolo--egli agì nel mondo officiale e la fece sentire all'Europa, non quale era, ma quale poteva essere. _Piemontese_, il conte di Cavour applicò tutte le risorse del suo spirito per vendicare la rotta di Novara. _Italiano_, egli si servì dello spirito rivoluzionario--tradizionale in Italia--per compiere la più grande opera di conservazione che si sia fatta dopo il congresso di Munster--il principio della ponderazione dell'Europa sulla base delle frontiere naturali.

Non si conosce ancora tutta l'estensione e la profondità dell'opera del conte di Cavour, perchè quest'opera, essendo stata in gran parte una cospirazione di tutte le ore, e dovunque, ed in tutto, l'epoca delle rivelazioni non è ancora arrivata. Ma io credo che quest'opera è stata immensa, avuto conto dell'intensità e dell'attività del suo spirito. Egli fu il nostro Pitt. Ed io sarei quasi per dire, più grande che lui--perocchè egli ebbe la costanza, la tenacità, la fissità dello scopo, l'implacabilità dell'odio contro il nemico del suo paese, come l'immenso uomo di Stato dell'Inghilterra, ed ebbe in più a lottare contro l'esiguità dei mezzi di cui appena poteva disporre l'Italia. Pitt agitava e rimoveva con una leva che chiamavasi la Gran Bretagna; Cavour con un pezzo di cuneo che chiamasi Piemonte. Ma come Pitt, egli usò di quella dittatura irresponsabile di cui l'avevano investito il suo re ed il suo paese--ed il risultato ch'egli ne ottenne fu cento volte più grandioso. Pitt abbattè un uomo; Cavour creò una nazione!

Io mi arresto. L'ora di comprendere il conte di Cavour e di valutare la sua parte non è ancora sonato.

III.

Cavour riassume in sè stesso il Gabinetto.--Minghetti prima di esser ministro.--Ministro e dopo.--Fanti.--Della Rovere.--Peruzzi.--Cassinis.--Il ministro amabile ed il suo _a latere_ signor Niutta.--De Sanctis.--Una parola della politica del Gabinetto.

_Torino, 6 maggio 1861._

Il Ministero dunque è il conte di Cavour. L'Europa lo sa: noi lo sappiamo. I membri del Consiglio non sono uomini politici. Ciò avrebbe potuto cagionare degli stiracchiamenti, imbarazzare la marcia del conte di Cavour; e quest'uomo di Stato non si crea mica degli ostacoli inutili, i membri del Gabinetto sono degli uomini d'affari, la di cui personalità, per considerevole ch'esser possa, non potrà giammai provocare un dualismo, funesto in questo momento all'Italia.

La politica italiana--qualunque essa si sia--è tutta di un pezzo. Un sol uomo l'ha concepita, un sol uomo la mena, ed egli ha la confidenza dell'Europa. Il conte di Cavour è investito della dittatura dalla maggioranza legale della nazione, ed il Re stesso, il quale è probabilmente italiano altrettanto che Cavour--vi si rassegna--con più o meno di buona grazia--e ne raccoglie candidamente i frutti.

L'individuo, nondimeno, lo più spiccato nel Consiglio, dopo il presidente, è il signor Minghetti, ministro dell'interno. Il signor Minghetti, bolognese, ha 48 anni; è alto, biondo, ha fisionomia mobile, ha maniere cortesi. Egli fece la sua apparizione nel mondo politico sotto la protezione del signor Berti-Pichat, presidente della società agricola delle Romagne. Ei si applicò agli studi economici, e pubblicò un libro commendevole, intitolato _Saggi di economia politica_. Poi, nel 1847, egli fu dei più vigorosi collaboratori del _Felsineo_, giornale mellifluo che predicava la dottrina di Gioberti e di Pellegrino Rossi. Poco dopò il signor Minghetti si recò a Roma, attirato dall'ambizione e dalla sua confidenza nelle velleità di riforma manifestate da Pio IX, ed il Santo, padre lo nominò, in effetto, ministro dei lavori pubblici nel suo primo ministero laico. L'illusione calmata, Minghetti, in divisa di guardia nazionale, si portò, in compagnia di monsignor Corboli-Bussi, inviato di Pio IX, al quartier generale di Carlo Alberto, il quale combatteva allora l'Austria. Il conte Martini coprì il signor Minghetti della sua benevolenza, e questo Commissario del Governo provvisorio di Milano ottenne dal re che il suo protetto fosse decorato della croce di S. Maurizio e nominato capitano. Il re consentì; il Minghetti fece la campagna con bravura.

Dopo la disfatta dell'esercito sardo, il signor Minghetti ritornò a Bologna, riprese i suoi studi, ed insegnò anzi in particolare le dottrine economiche e quelle del diritto. Al Congresso di Parigi il conte di Cavour aveva bisogno di un uomo, il quale conoscesse in tutte le sue minuzie quella calamità che chiamasi governo pontificio. Farini propose Minghetti, e questi andò a Parigi in qualità di segretario particolare del conte di Cavour. Alla chiusura del Congresso, non potendo senza pericolo far ritorno a Bologna, Minghetti viaggiò in Francia, in Inghilterra, ed andò perfino in Egitto, attiratovi, dicesi, non dal desiderio di contemplar le Piramidi ed i loro _quaranta secoli_, ma da due piccoli bei piedi e da un crinolino. Un anno dopo ritornò. Il conte di Cavour lo ritenne a Torino e lo nominò segretario generale agli affari stranieri. Dopo la pace di Villafranca, Minghetti si dimise col suo protettore e si restituì novellamente a Bologna. Vi fu nominato presidente dell'Assemblea Costituente, nel settembre 1859; poi ministro; infine deputato al Parlamento di Torino. Egli esordì con un discorso eloquentissimo in favore della cessione di Nizza e Savoja. Infine, s'ebbe il portafogli dell'interno, quando il signor Farina, ahi lasso! preferì di andare a troneggiare a Napoli, ove egli doveva perdere la sua rinomanza e guadagnar l'itterizia.

Il signor Minghetti è ambizioso: egli farà il suo cammino. Egli è largamente liberale--se tuttavia è qualche cosa--perocchè egli è tutto con tutti--eccetto austriaco ed oltremontano--avvegnacchè alcuno non contesti ch'egli sia cattolico a doppia fodera. Minghetti ha sfiorate tutte le dottrine--da Melchiorre Gioja a Rosmini, da Balbo a Gioberti. Egli è l'uomo ad impressioni vive, artista nella forma. È il primo legislatore italiano che abbia scritte delle leggi in lingua italiana pura--senza eccettuarne il Mamiani ed i ministri toscani, che vennero poi, ed oggi sono. Il signor Minghetti ha la parola soffice, la frase ben congegnata, la voce armonica, ma cadenzata; le idee sobrie, ma chiare; la percezione viva. Egli è affabile. Assiduo al lavoro e facile. È senza sussiego (_morgue_), insinuante, conciliativo, atto a comprender tutto ed a comprender subito. Quando una questione lo imbarazza, egli la evita con una promessa o una professione di fede di liberalismo generale. Minghetti adora il futuro. Raramente ei risponde che _ha fatto_ o che _è in via di fare_: ei _farà_! Egli non mette alcun amor proprio nelle sue concezioni. Aveva presentata una legge, per molti tratti commendevole, sull'organamento amministrativo delle comuni e delle provincie, ove aveva infiltrato dentro un'idea un po' sua--quella delle _regioni_. La Camera non vuole udirne a parlare. Minghetti non se ne picca, non vi si attacca con affetto paterno: la sagrifica come una trovatella--e conserva il portafogli. Egli è l'oratore del Ministero.

Però, la sua abnegazione non gli valse gran che. Due mesi dopo dovette uscire dal Gabinetto. In realtà, egli si era impegolato al portafogli; ma i ministri toscani pretesero che Minghetti si fosse abbarbicato alle sue famose regioni, ne fecero ressa, arroventarono la stampa, e gli consigliarono amichevolmente di andare a respirare l'aria salutare dei colli natii. Il colpo fu brusco. Minghetti ne è divenuto più calvo e più stupefatto, n'è smagrito. Mi si dice ancora--quasi che ciò mi facesse caldo o freddo--ch'egli è perfino annojato del bel sesso. Io so, al contrario, che è tornato dal suo viaggio di Londra cotto di lord Palmerston, che non vide, di Gobden, a cui scrisse una lettera--e di una mezza dozzina di quelle miss che passeggiano la sera in Regent-Street, all'uscita del ballo di Argyle-Room. Il signor Minghetti è ritornato alla Camera.--e si è rassegnato a sostituire alla vice-presidenza quel povero grand'uomo mancato di Poerio--cui ci è impossibile sostituire con grande giubilo della Camera. Quando Poerio presiede, noi siamo in carnevale!

Minghetti si è assiso tra gli imbronciati del terzo partito. Ma egli appoggia apertamente il Gabinetto. In segreto, Dio solo conosce i ripieghi dell'anima, poetica del signor Minghetti. Perocchè l'ex-ministro è poeta, poeta a volontà, e scrive con l'estro stesso e con la stessa leggiadria un inno alla Vergine ed una canzonetta un po' brilla a Micheletta. Nelle riunioni della maggioranza il signor Minghetti sostiene la parte di moderatore. E non ha parlato alla Camera che una volta sola, dopo la sua caduta, e fu per difendersi con un'indignazione che fece senso, contro l'imputazione di aver violato il segreto delle lettere.

E' non si mette in rango per un nuovo Gabinetto: si lascia negghiosamente portare, cullare dalla brezza dell'opinione pubblica, la quale lo dà come uno dei depositari dei segreti del conte di Cavour--che li portò tutti nella tomba! Non importa: depositario o no, il signor Minghetti aspira agli affari stranieri ed al titolo di marchese. I conti cominciarono a diventar troppo numerosi. E mi assicurano i suoi elettori di Bologna, e le ballerine del Teatro Regio, ch'egli studia ora il greco ed il turco, onde non far passare i suoi segreti sugli affari ottomani a traverso di un dragomanno. Egli ha in serbo del nuovo. Negli uffici, l'onorevole ex-ministro spande a josa la luce della sua sperienza sulle giovani capacità. E' forma degli uomini di Stato. Ah! perchè non apparteniamo anche noi all'ufficio del signor Minghetti! Ci raccomanderemo a Massari, nel prossimo sorteggio.

Il signor Minghetti sarà certamente ministro dì nuovo. Egli ha fatto conservare il suo uniforme nella canfora, onde strapparlo alla stupida voracità del tempo e delle tarle. Noi ne parliamo dunque con riguardo--perocchè noi rispettiamo sempre l'autorità ed il suo prestigio. Questa volta però, l'onorevole vice-presidente si guarderà bene di ritornare con delle _regioni_--e riprenderà gli sproni e lo scudiscio--sagrificati ingratamente al dolore della caduta. Minghetti aspira adesso alle _legioni_, come più popolari. Noi gli auguriamo un presto arrivo. L'Europa lo attende; i begli spiriti e le _miss_ di _Argyle Room_ lo sollecitano.

L'altro ministro cospicuo del Consiglio, a causa del suo posto, è il generale Fanti, il quale accampa sul portafogli della guerra.

Fanti rivenne dalla guerra di Spagna capitano e un po' mazziniano. Il Governo provvisorio di Milano lo nominò colonnello delle milizie lombarde. Dopo Custoza, e' si mostrò poco riverente verso Carlo-Alberto e poco entusiasta della casa di Savoia. Egli segnò, col signor Restelli, un libello in questo senso. Nondimeno e' si ritirò a Torino quando Radeztki riprese Milano, ed entrò al servizio del Piemonte. Dopo il disastro di Novara lo si pretese implicato nell'infelice processo di Ramorino: ma il generale Lamarmora riconobbe la falsità di questa insinuazione, e la sventò. Fanti fece la campagna di Crimea, poi quella del 1859. Egli fu inviato quindi nell'Italia centrale, onde organizzarvi l'esercito. Ed è da quell'epoca che data la sua ostilità con Garibaldi. Fanti però agiva di concerto col re e col conte di Cavour, e loro organi erano Cosenz e Malenchini, i quali vedevano il tentativo su Roma, cui mirava Garibaldi, per lo meno prematuro.

Il general Fanti fece poscia la campagna dell'Umbria, la quale, quantunque materialmente, brillantemente comandata dal generale Cialdini, fu concepita e tracciata da Fanti. Lo si dice forte in strategia, ed in generale assai istrutto nelle scienze militari. Io ho inteso perfino attribuirgli la prima idea di quella conversione di fronte che portò l'esercito francese dal Po sul Ticino. Qualunque sia però la sua capacità, gliela si contesta, a cagione del suo carattere troppo brusco, troppo secco--_cassant_. Egli parla male, poco, sempre di un tono irritato. Egli è severissimo--ma non senza predilezioni. Si lascia dominare dalle antipatie per certo, se sa talora resistere alle simpatie. Gli si rimproverano, in una parola, numerosi torti, e gravi e funesti, che io non m'incarico nè di assolvere nè di contestare. Però non gli si tiene conto di un merito supremo.

Il generale Lamarmora aveva organizzato un magnifico esercito piemontese: il general Fanti ha creato l'esercito italiano. Egli gli ha dato lo stampo, lo spirito di corpo, l'orgoglio, la coscienza del suo valore; lo ha preparato alla vittoria. Perocchè vincere, gli è conoscersi.

Fanti non osa, perchè egli vuol essere sicuro di ciò che fa. È uomo di principii: è convinto. Poi è uomo onesto, come tutti gli uomini di Stato del Piemonte, del resto. È la sua mancanza di audacia che lo fa sembrare testardo, e che risveglia intorno a lui tanti odii e tanta collera. Fanti è il solo che osasse resistere al conte di Cavour. Il re non lo ama ma lo stima.

Il general Fanti ha lasciato anch'esso il portafogli per ritornare alle delizie dell'_in disponibilità presso del Ministero_. Si assicura ch'egli lasciasse le cose della guerra in grave scompiglio, anzi in completo disordine. Io diffido di questi rumori. Il generale Fanti ha dei nemici implacabili--l'esercito dei volontarii--ingrati! e l'ex-esercito dei Borboni--ingiusti! Con ciò, fosse anch'egli un Carnet, ve lo si darà irremissibilmente come un imbecille. Il general Fanti, rientrato in Senato, vi fa la sua siesta, attendendo il ritorno del sorriso della fortuna--la guerra ed il portafogli.

Per il momento, il suo posto è occupato da Della Rovere-Pascià. Pascià e mezzo se vi piace! Egli non lo sarà mai quanto le circostanze lo esigono. Della Rovere continua l'opera iniziata dal Fanti, senza tamburi nè trombette, e lascia guaire chi guaisce, gridare chi strepita. E' non mi sembra un uomo imbarazzato dalla moltiplicità delle idee: ma ciò che egli sa, ciò che egli vede, è netto e chiaro. Io non ho veduto mai un uomo parlare con più sicurezza, con più convincimento. Sembra che sputi oracoli. Egli non svolge la difficoltà, non colora nulla. Accetta la responsabilità del suo fatto, testa alta, petto scoverto. Non mi pare inoltre entusiasta della libertà; preferisce la disciplina--e della buona specie! Lo si acclama come amministratore abile--ma non audace. Continua, non riforma. Sa, non inventa. Però, come si confonde sovente la parola di _amministratore_ con quella di _burocratico_, io mi riservo giudicarlo a quando vedremo il nostro esercito in faccia del quadrilatero. Io stimo la scienza del _rapporto_, cui si qualifica sovente per la scienza amministrativa, meno che un zolfanello bruciato, meno che una mozione dell'onorevole Baldacchini, un frizzo di De-Cesare, o il sapere politico dell'onorevole Ciccone. Malgrado ciò, lo confesso, io confido nel signor Della Rovere--il discendente di Giulio II, come ebbe a dire un giorno il poetico Bertolami--che non sa adulare!

Della Rovere non è _fanfaron_: non promette che con riserva: vuota il fondo del suo pensiero con franchezza, quando lo costringono a parlare. Di frasi, punto. Serio, altiero, impassibile, con una figura che respira l'autocrazia--forse la durezza--tutto d'un pezzo, sobrio di parole, come un uomo che conosce il valore del tempo e che non ne ha mica a sciupare, un po' pesante, ciò che augumenta la severità del suo portamento.... il signor Della Rovere, ne sono persuaso, farà l'esercito italiano, il quale deve compiere la redenzione della patria. Egli lo farà in un anno piuttosto che in sei mesi, non importa; ma lo farà. E, che è meglio ancora, egli ne comprende la missione. Egli ha sviluppatissimo l'organo, la bozza che deve principalmente avere un ministro pei tempi che corrono, e nella situazione in cui trovasi l'Italia, voglio dire la bozza dell'autorità, l'organo della coscienza delle sue funzioni. Egli parla di queste come S. Michele arcangelo--come il papa! Egli ha inoltre del carattere, ciò che concorda a maraviglia col Ricasoli e Menabrea. Solamente, quest'ultimo ed il Della Rovere hanno più pronunziata la peccaminosa tenerezza dell'egemonia piemontese.. Tutto calcolato, l'uscita di Della Rovere dal Ministero della guerra sarebbe molto rimpiangevole--quando anco dovesse essere il general Lamarmora che lo rimpiazzi: e forse sopratutto allora! Della Rovere non ha idee esclusive--nè idee sue a far trionfare, come Lamarmora!

Il ministro dei lavori pubblici, come lo sanno i lontani ed i vicini, è quella gentile volpetta del commendatore Peruzzi--che non ha bisogno di esser creato conte per decreto reale. La _savonette à vilain_ non ha nulla a lavorare nel suo blasone. Peruzzi rappresentava nel Consiglio--ciò che Ferrari chiamava la _federazione ministeriale_--la Toscana prima che la Toscana invadesse il Consiglio. Egli uscì dalla _scuola delle miniere_ di Parigi nel 1842-43. Nel 1848 fu gonfaloniere di Firenze e lavorò callidamente contro il governo del Guerrazzi per sollecitare il ritorno del Granduca--il quale, come Pio IX, si era rifugiato nelle pacifiche casematte di Gaeta. Malgrado ciò, dopo la ristaurazione, non volendo esser complice della reazione austriaca, Peruzzi dette la sua demissione. Allora la Compagnia delle Ferrovie di Livorno lo nominò suo direttore, funzione che fu esercitata con universale soddisfazione. Peruzzi prese parte alla pubblicazione della _Biblioteca civile_, inspirata dal colonnello Malenchini, col concorso dei signori Ricasoli, Ridolfi, Galeotti, Corsi--tutti deputati oggidì. Questa biblioteca, come tutti sanno, aveva per iscopo di formare gli spiriti ed indirizzare l'opinione pubblica all'idea dell'unità italiana, sotto la casa di Savoja.

Nel 1859 il bravo, l'infaticabile Malenchini si recò da Livorno a Firenze per spingere l'esercito toscano a quel pronunciamento che decise il Granduca a lasciar la Toscana. Peruzzi fe' parte del Governo provvisorio, il quale prese le redini dello Stato dopo il 29 aprile. Venti giorni dopo, Peruzzi ritornava alla direzione delle ferrovie, e dopo la guerra; quando l'annessione della Toscana era contestata in Europa, Peruzzi fu mandato a Parigi da Ricasoli.

Peruzzi ha pubblicate parecchie _brochures_ e lavorato in tutte le commissioni per le ferrovie italiane Spirito facile, ma moderato e flessibile, Peruzzi ha traversate tutte le tempeste della rivoluzione italiana senza mai dare in secco nè correr fortuna. Egli è una specialità distintissima, non un uomo politico. Ha nelle sue mani un istrumento potente, di cui si serve con circospezione, non negli uomini ma nella cosa--voglio dire il portafogli dei pubblici lavori. Ha paura della foga americana, non del _puff_ degli Americani. Preferisce i sistemi misti, le compagnie ajutate, sovvenzionate, o assicurate dallo Stato. La necessità e gli errori lo hanno ridotto al lavoro diretto dello Stato stesso. Lo abbiamo veduto per un pezzo parlare, cercare, promettere--e lo ingegno pronto e la franchezza del promettere mai non gli fallano--poi agire. Ma qui comincian le dolenti note.