I moribondi del Palazzo Carignano

Part 6

Chapter 6 3,654 words Public domain Markdown

Egli ha dei principii e delle idee fisse. Pendeva un dì, prima dell'ultimo suo viaggio a Parigi, più verso l'Inghilterra che verso la Francia. La Francia era per lui l'incognito. Egli aveva più fede nell'iniziativa dei popoli che nell'impulso esteriore. Ora queste credenze si sono in lui un cotal poco alterate. Ha subito il fascino della Sirena, che chiamasi Parigi. Ratazzi è il ministro dei tempi normali, se è solo: col conte di Cavour, ed anche col barone Ricasoli, e' sarà sempre il benvenuto--perchè allora egli è l'equilibrio, l'armonia. Ratazzi ha il tutto amministrativo. Egli ha inoltre del cuore e della coscienza--ciò che in politica non è poi sempre di troppo. È perseverante, severo, imparziale--nè manca di scaltrezza. Quantunque un po' fantastico, la sua opposizione non esce mai dai limiti, non è mai nè grossolana, nè personale: combatte le idee, i principii. Egli è il più sapiente strategista parlamentare della Camera--con il signor Mellana ed il conte di Cavour. È abile, e nel fondo sempre un poco avvocato. E' manifestò questo tatto fino dal suo esordire, quando spinse nel precipizio il suo rivale Pinelli--vi correva di già assai bene coi propri piedi. E fu allora che il Ratazzi _sposò_ l'Italia--chi sa? forse al _treiziéme_, come dicevasi a Parigi quando i rioni della città non erano che dodici. Ratazzi è oggidì partigiano del progresso lento, ma continuo--ovvero, conservatore progressista. Parlando del terzo partito, completerò il suo ritratto col programma del partito suo. Però debbo aggiungere, che dopo il suo ritorno da Parigi, il commendatore Ratazzi è tutt'altro uomo. Non si vede il sultano delle Tuileries impunemente, se non si hanno coscienza, principii, propositi, interessi determinati e considerazione di sè altissima--tutto di bronzo. Ratazzi è tornato partigiano ad ogni costo dell'alleanza francese. Egli ha assunto la parte difficilissima di moderatore--parte che avrebbe consunto innanzi l'ora lo stesso Cavour, se questi non si fosse di tempo in tempo ritemperato con dei colpi di audacia, con delle risorse di genio, ma disperate, alle quali l'onestà e la prudenza del signor Ratazzi non si piegheranno mai di ricorrere. Ratazzi andrà al potere prestissimo--prima forse che questo libro venga alla luce. Che ci pensi bene. Se egli non deve essere altro che un _changement de relais_ del barone Ricasoli, è un uomo perduto. E' non puote aspirare alle grandi missioni politiche: la constituzione organica della sua mente vi si oppone. Può essere un benefico amministratore, se vorrà persuadersi che l'amministrazione migliore è la più semplice.

Ora, due parole su i segretari della Camera.

Il signor Zanardelli; di Brescia, fu, nel 1848, uno degli agitatori dell'Università di Pavia ed uno degli attori della rivoluzione lombarda. Prese il fucile e si trovò con quella colonna di volontari la quale, a Rezzato, fece prigioniero un corpo di Austriaci marciando su Brescia in rivolta. Zanardelli s'incorporò in seguito nel battaglione di Brescia, che si battè nel Tirolo e sì trovò al combattimento di Castel-Toblin. Poscia entrò nel battaglione degli studenti inviato al blocco di Mantova. Il signor Zanardelli restò quindi sempre sulla breccia, dopo la rioccupazione austriaca della Lombardia, scrivendo libri, articoli di statistica, di economia politica, di politica e di diritto, e pagando di nuovo, nel 1858 e 1859, di sua persona, onde cacciare la dominazione straniera d'Italia. Il signor Zanardelli appartiene all'opposizione moderata, e si è mostrato instruito ed abile oratore tutte le volte che, in gravi questioni giuridiche o economiche, ha presa la parola.

Il signor Massari è cavaliere di parecchi ordini, e fra non guari commendatore. E perchè no, se lo è Spaventa? Egli ha ingegno, non ha carattere fiero e restio, è servizievole al di là che non glielo chieggano--ond'è che è desso il meno rimunerato dei servitori del Governo. Lo stesso Cavour, che usava senza scrupoli di questa sorta di favoriti, fu piuttosto ingrato. Massari fu scudiero di Balbo, poi d'Azeglio, poi di Gioberti, poi di Cavour, oggi di Ricasoli, domani di Ratazzi.... Egli è, egli sarà.... sempre abile, mai disonesto. Ha mente colta, ma alla superficie; parla con facilità ed aggiustatezza di linguaggio, ha modi che variano a seconda del _partner_ con cui ha a fare--dal monello al cortigiano. È l'uomo lo più calunniato tra i mestatori della politica governativa, ma in verità egli è cento volte migliore della sua rinomanza--e, comparato ad altri della consorteria, un modello.

Il terzo segretario è il signor Galeotti, pubblicista toscano distintissimo. Egli fu uno dei più attivi in mezzo a quella schiera eletta di Toscani che contribuirono, con l'azione, l'esempio ed i loro scritti, nel disegno di rigenerare la dinastia di Lorena--quantunque austriaca. Fu per un momento autonomista; ma l'avvento dei Toscani al potere ed alla direzione d'Italia l'ha corretto. Intelligentissimo di cose amministrative, molto colto, parla con abbondanza e con grazia, più negli uffici però che nella Camera. È modesto e grave. Egli ha pubblicato parecchie opere e libercoli, tra cui eccellono quello sull'_Organizzamento municipale_, quello intitolato _Considerazioni politiche sulla Toscana_, ed una memoria piena di erudizione su _Marsilio Ficino e la sua scuola_. Egli è stato di tutte le assemblee della Toscana e del Piemonte, dopo l'annessione.

Non posso parlare in disteso di tutti i segretarii: accenno. Il marchese Mischi fu ministro a Parma, poi nell'Emilia, poi mandato in Toscana per regolarvi le cose di finanze, quando l'Italia Centrale pareva fondersi. Prima del 1859 il signor Mischi visse lontano dalla politica: dopo vi si tuffò intero; ed è uomo consideratissimo, a causa della sua probità politica e del suo forte e sostanziale sapere in cose economiche, di diritto, e di amministrazione. È eccessivamente timido, onde è che non parla nella Camera: ma negli Uffici sparge molto lume su tutte le quistioni in discussione. Dico lo stesso del suo collega signor marchese Negrotti.

Mi arresto un minuto sul signor Tenca, sesto segretario. Egli fece la sua apparizione nel mondo di una maniera alquanto bizzarra. Egli amava, come si ama a venti anni, una crestaja di Milano, che lo teneva in distanza. Il signor Tenca, _dandy_ caparbio, la perseguitava. Un giorno e' le tenne alle calcagna, e l'incalzò tanto con propositi, con promesse, con attestati di affetto, e forse con sonetti, che la restia donnina si rifugiò nel Duomo. Ed il signor Tenca dietro. Egli avanza, egli rimugina, egli fiuta in tutti gli spigoli; quella si caccia in un confessionale, e questi dentro con lei. Figuratevi! la damigella grida: la polizia arriva; e la polizia austriaca, non sapendo nulla di queste storie di galanteria e di amore, mette le branche sul giovanotto e lo trascina giù pel Corso, in pieno passeggio. Vedendo questo giovane elegante, tutto azzimato ed attillato, in mezzo agli sbirri, ognuno ne prende conto: e saputasi l'avventura e la ragione dell'arresto, la metà di Milano--vale a dire le donne--sposano il suo partito.

Così lanciato in pastura all'attenzione pubblica, il signor Tenca cominciò a scrivere un giornale di mode. I suoi articoli, vivi e forbiti, furono distinti. Passò alla _Rivista Europea_, ove i suoi articoli di critica lo misero ancora più in evidenza. Allora intraprese, per suo conto, un giornale letterario e politico, il _Crepuscolo_, ove, più di una volta, stuzzicò i nervi della polizia austriaca. L'imperatore Francesco Giuseppe arriva a Milano nel 1856, ed il signor Tenca, il quale aveva di già rinunciato alla Redazione del Giornale Ufficiale, nel 1848, per essere indipendente, ricusa netto di annunziare l'arrivo di Sua Maestà. Il giornale è soppresso. Il signor Tenca è scrittore colorito ed elegante. In critica, non manca di viste nuove ed argute. Alla Camera non parla. Appartiene a quell'eletta di giovani lombardi che formano la chiesa della _Perseveranza_.

Parlerò degli altri e dei questori più giù. Adesso sono stanco.

V.

Terzo partito.--Suo programma.--Suoi capi.--Lamarmora.--Carriera di questi.--Depretis, Pepoli.--Loro figura.--Partigiani.--Capriolo. --Berti-Pichat.... ed altri.--Carattere di questo partito.--Situazione e sua espressione.

_Torino, 19 maggio 1860 e 20 febbraio 1861._

Il terzo partito è una frazione della sinistra; esso stesso frazionato in quattro gradazioni di colore diverso. Contrariamente alla natura delle cose miste, le quali in generale non sono nè carne nè pesce, il terzo partito vuol essere ad una volta pesce e carne. Esso non vuole rendersi impossibile, se l'occasione si presenta, di andare al potere col conte di Cavour o col barone Ricasoli; e nel caso opposto, esso vuol tenersi pronto per tutti gli avvenimenti.

Il programma del terzo partito non differisce da quello del Gabinetto attuale--ossia del Gabinetto conservatore--che per dettagli di metodo e tempo, i quali non cangiano in nulla la fisonomia generale della politica.

Questo programma eccolo qui:

Il terzo partito desidera rimaneggiare l'Italia in grandi provincie--ad un dipresso le _regioni_ di Minghetti, respinte quasi unanimemente dal Parlamento nei suoi uffici. Il terzo partito darebbe una grande autonomia alle comuni ed alle provincie--ciò che proponeva ad un dipresso il Gabinetto Cavour nelle leggi Minghetti non discusse nell'Assemblea, e ciò che farebbe altresì Ricasoli se non fossimo in tempi anormali.

Il terzo partito domanda un armamento militare nelle proporzioni che si convengono ad una grande nazione. Il general Fanti prima, oggi Della Rovere, lavorano a questo intento. Esso vuole una marina potente: gli è ciò che il conte di Cavour e poi il suo successore Menabrea mirano a fare senza tamburo e senza trombette. Il terzo partito darebbe inoltre un grande slancio alla mobilizzazione delle milizie nazionali. Il Parlamento si mostrò in ciò ben tiepido, forse timido, quando votò la legge Garibaldi su questo proposito: nè credo che il terzo partito lo troverebbe oggi più ardente.

Il terzo partito farebbe in modo di presentare sempre il budget a tempo, onde seriamente discuterlo prima di metterlo in atto. Nè il conte di Cavour, nè poscia il Ricasoli, si sono mai opposti a questa discussione dei bilanci: la difficoltà è di comporli tali che si bilancino davvero. Ed a questo proposito, il terzo partito assicura ch'esso andrebbe a rilento nell'imposizione di nuove tasse. Bisogna dire che la sarebbe questa una promessa squisitissima, se la si potesse tenere e realizzare--a meno che il terzo partito non abbia trovato il segreto dei famosi tre pesci e tre pani del Vangelo. A questa promessa stereotipa di tutti i Governi bisogna aggiungere quella di una grande impulsione a dare ai lavori pubblici, la prosperità dell'industria e del commercio, la vita a buon mercato.... ed il resto--che si può leggere nei programmi di tutti i ministri, di tutti i Governi--non escluso quello di Solouque e quello di Pio.

Il terzo partito non isdegna le alleanze; ma esso vuole una buona amicizia con tutti ed esser vassallo di nessuno. Ecco il programma di Depretis, uno dei capi principali del partito--programma che avrà probabilmente colorato ed accentuato un po' più, ora che passa per duce della sinistra.

Il marchese Pepoli vi aggiunge il suffragio universale e l'alleanza offensiva e difensiva con la Francia. Il generale Lamarmora ne toglie via il mobilizzamento della guardia cittadina. E Ratazzi addolcisce tutto ciò con quel tatto che danno la pratica e la comprensione degli affari.

Voi vedete che il terzo partito non ha nulla inventato, e sopra tutto, che esso non è affatto rivoluzionario--grazie a Dio! Io vi ho indicato così i quattro uomini che formano le quattro gradazioni di tinte di questo partito.

Quanto al generale Lamarmora, l'ho nominato _pro memoria_, e l'ho classificato in questo partito, perchè esso se ne onora. Ma egli è stato ministro per nove anni con Cavour e lo sarebbe stato di nuovo all'indomani che il general Fanti lasciò il portafoglio della guerra, se Cavour si fosse trovato fra' vivi e glielo avesse proposto.

Il presidente della Camera sarebbe entrato anch'egli benissimo in una combinazione ministeriale con Cavour--chi sa? forse anche con Ricasoli--senza imporre loro, come si crede ingenuamente da troppo ingenui--senza imporre loro, dico, per forza la compagnia obbligata di Pepoli e Depretis--e questi signori l'imiterebbero senza dubbio, anche col sacrificio della Guardia mobile e del suffragio universale. La verità è questa qui. L'Italia è più rivoluzionaria che il Governo, essa è più in là con Ratazzi che in qua con Minghetti; ma gli uomini di questi partiti non hanno principii esclusivi e cederebbero alle convenienze della politica generale.

Il commendatore Ratazzi, il quale è il meno avanzato degli anzidetti tre uomini politici, sarebbe forse il più sostenuto, perchè egli sa che l'ora sua è inevitabilmente segnata ed egli non esordisce oggidì.

Il generale Alfonso Lamarmora non è che un soldato, e niente più che un buon soldato. La politica è per lui del chinese. Egli si è ravvicinato non ha guari all'Italia, come Ratazzi, a quell'Italia, che sino al 1859 essi consideravano, da bravi Piemontesi, come un delirio mazziniano, un'utopia infelice. Ora la s'intendono a meraviglia con la nuova venuta--dicesi!

Il generale Lamarmora fece la sua carriera senza favori. Uscito luogotenente dal collegio militare nel 1823, non fu nominato generale che nel 1848, dopo la guerra di Lombardia, in seguito della disfatta di Custoza. Lamarmora si era trovato agli affari di Monzambano, Borghetto, Taleggio, Peschiera, di guisa che era stato decorato di una medaglia in oro. Egli aveva eseguito quella magnifica diversione di Pastrengo, la quale cangiò in vittoria la disfatta dei Piemontesi.

Così si fanno i generali seri.

Paragonate queste lente, lunghe, difficili, stentate, contrastate promozioni con quelle di taluni dell'esercito meridionale, e comprenderete la repugnanza alla fusione che risente l'esercito regolare.

Ma Carlo Alberto non gradiva il generale Lamarmora, a causa delle riforme che questi introduceva nell'esercito--riforme lungamente studiate da lui in replicati viaggi traverso l'Europa ed in serie veglie. Lamarmora tenevasi e tiensi tuttavia al corrente di quantunque la scienza produce ed inventa. Egli comandò quel corpo di 15,000 Piemontesi, che il conte di Cavour mandò in Crimea e prese parte al bel combattimento della Tchernaia.

Nella campagna del 1859 Lamarmora s'ebbe una parte secondaria, non saprei proprio perchè, se non fosse ch'egli va considerato come un generale organizzatore ed amministratore, un ministro, piuttosto che un generale di strategia e di campi di battaglia. Egli è nondimeno sommamente bravo e possiede l'intera confidenza dell'esercito.

Il generale Lamarmora è venuto una sola volta in Parlamento per interpellarvi il ministro della guerra. Egli parlò come un soldato, ma con calore e sovente con spirito. E serratamente logico. Lo si dice liberale. Ad ogni modo, egli non oserebbe attentar mai allo Statuto, avvegnachè nella sua carriera ministeriale gli sia avvenuto più di una volta di seriamente vulnerarlo--per esempio nello affare delle fortificazioni di Casale, cui e' cominciò senza la previa autorizzazione del Parlamento.

Il generale Lamarmora ha due grandi meriti: egli ha speso parecchie centinaia di milioni per dotare il Piemonte di un superbo esercito e di un sistema di fortificazioni al livello dei tempi,--del paese e delle circostanze terribili nelle quali l'Italia si è trovata: ed è restato povero--o quasi tale! Inoltre, il generale Lamarmora appartiene alla scuola degli uomini politici d'Italia, i quali pensano che gli alleati sono ottimi, ma che il migliore alleato di una nazione è la nazione stessa--fare da sè. Egli non ama i volontari. Egli è poi inflessibile, corto, stecchito, dispotico--severo nella disciplina--ma giusto fin dove vede. Tutto calcolato, il generale Lamarmora sarebbe un acquisto per il terzo partito, se l'ex ed il futuro ministro della guerra consentissero ad entrare come un pezzo d'intarsio, a classificarsi in un partito qualunque. I militari guardano a lui e giurano nel suo nome. Lamarmora è amico del Ratazzi. Caldeggia l'egemonia piemontese. È ottimo amministratore--e sulla via del ministero.

Quanto al signor Depretis, egli sarà senza dubbio uno di questi dì ministro di qualche cosa--forse dei lavori pubblici o dell'agricoltura e commercio. Il conte di Cavour lo mandò governatore a Brescia. Garibaldi lo fece prodittatore a Palermo. Il Parlamento piemontese io aveva nominato vice-presidente. Lo si sa come capace amministratore, ma, manca completamente di audacia politica. Egli ha barcamenato, _louvoyè_, tra Cavour, Ratazzi, Garibaldi, oggi all'uno, domani all'altro, sempre per sè--perchè egli si sente l'animo di tenere redini di governo. Ne ha egli il tatto? In Sicilia ebbe il malo istinto di caldeggiare per l'annessione, desiderata a Torino come un'audacia politica, quando l'annessione non tornava graditissima a Garibaldi ed al partito radicale, quando l'annessione poteva essere fatale all'Italia--vale a dire, quando Francesco II era ancora sul trono di Napoli e quando Garibaldi non aveva ancora guadagnato la battaglia del Volturilo: Garibaldi non divise le idee di Depretis, in opposizione con Crispi, e ne accettò la demissione che andò ad offrirgli poscia a Caserta. A Torino il generale e Depretis si ravvicinarono, forse utilmente, perchè l'uomo politico temperò la foga intempestiva del lione di Caprera.

Ora Depretis si democratizza di più in più, onde assicurarsi la simpatia di taluni membri che ilotteggiano ancora tra il centro e l'estrema sinistra. Ed è presidente delle riunioni della sinistra, cui governerebbe abilmente se la fosse governabile. Egli è uomo d'ingegno. Parla giusto, ma senza scintillìo, forte su i precedenti parlamentari, sul dritto, sulla tattica dei partiti, conoscente a fondo gli affari. Depretis è un deputato utile, un capo dubbioso ed indeciso nelle grandi battaglie. I dettagli gli oscurano la vista delle grandi linee. Uomo di analisi più che di sintesi. Egli è, come ho detto, amministratore più capace che audace, volendo la costituzione in certi limiti, non troppo radicali, l'Italia nei suoi confini naturali, una libertà ben ordinata e regolata, un'autorità forte, ma non troppo centralizzata. Egli tiensi, in una parola, due passi innanzi di Ratazzi, uno indietro a Pepoli--il quarto capo della quarta gradazione di tinta del terzo partito. Ed io vi dico capi, perchè li si credono tali, avvegnacchè io mi conosca nella Camera più di un _onorevole_, il quale parla dei _suoi_, e nondimeno io non mi abbia mai veduto ombra di questi _suoi_. Poerio per esempio!

Il marchese Gioachino Pepoli fece la sua apparizione nel mondo politico con un buon libro sulle finanze del Governo pontificio--un colpo di fulmine che gittò la dirotta e lo scompiglio nella consorteria del cardinale Antonelli. Pepoli fu quindi membro della Costituente delle Romagne; poi ministro delle finanze dell'Emilia, quindi commissario regio nell'Umbria, ove spiegò un vero ingegno amministrativo. Egli è stato il solo in mezzo a quel nugolo di luogotenenti, prodittatori, dittatori, consiglieri, governatori e segretari generali spediti nelle provincie conquistate, annesse o datesi, il solissimo che siasi davvero rivelato. Egli è stato il solo che abbia fatto qualche cosa, e sopra tutto fatto a proposito. Se avessero operato altrettanto in Sicilia ed a Napoli, non si avrebbero adesso a deplorare quegli stiracchiamenti, quei sobbalzi, quegli espedienti infelici che danno il mal di mare a quelle provincie.

Il marchese Popoli cova con amore il portafoglio delle finanze del Regno d'Italia, ed avrebbe finito per ottenerlo anche col conte di Cavour, il quale non era al postutto un diavolo così tristo e così intrattabile come lo si avrebbe voluto far credere. Pepoli professa oggi dei principii che lambiscono quasi il radicale, come tutti i pretendenti. Ma, nel fondo, è egli forse così sensatamente conservatore come Ratazzi e Cavour. La mercanzia dei tre è la stessa; la bandiera che la copre spiega colori più o meno brillanti. Questa è del resto la storia di tutti i Governi parlamentari--dir rosso quando si aspira, e bianco quando si è arrivati.

Il marchese Pepoli si è mostrato oratore in tre o quattro discorsi capitali che ha pronunziati al Parlamento--senza spanto inutile, ma sobrio, sodo, autorevole, pieno di fatti e sempre liberale. Certo egli sa fare manovrare le cifre con rara intelligenza, a giudicarlo dai parlari e dagli articoli di giornali che vengongli attribuiti. Ma egli non sembrami di una tempra bene aggressiva--neppur provocato. Non lo si direbbe, su questo rapporto, il nipote del re Murat.

Gli affigliati principali del terzo partito sono il signor Capriolo, segretario di Ratazzi, quasi suo aiutante di campo, spirito colto, ma senza audacia, molto addentro in cose amministrative, ma allacciato dalla rutina, tenero dell'egemonia piemontese, ma onesto e leale; buono ed aggiustato parlatore. Egli è l'espressione repressa del presidente del Consiglio. Segue Berti-Pichat, uno dei veterani della stampa e dei liberali d'Italia, democratico più di ognuno del suo partito, conoscitore perfetto di scienze economiche e scienze morali, non nuovo in amministrazione; il barone Bianchi, il signor Bertea, il Regnoli, Biancheri, Borella, Casaletto, Audinot, Pietro Mazza--tutti uomini distintissimi, autorevoli, culti, ben parlanti e forniti d'idee pratiche, non che altri.--Questi hanno ispirazioni più larghe che quelle del Gabinetto attuale, perchè essi hanno un istinto più vago della situazione e della natura delle cose. Tutte le _nuances_ di questo partito comprendono, per ora, una trentina o poco più di membri, i quali non prendono l'iniziativa d'una riforma o di un cangiamento, ma che oppongono una certa inerzia alla politica del conte di Cavour o del barone Ricasoli. Gli è un _non possumus_ non motivato. Ora, perchè l'opposizione abbia un valore ed una forza, bisogna che sia franca e recisa; bisogna che miri alle cose più che alle persone; bisogna che abbia uno scopo chiaro; che abbia non solamente dei capi, ma dei soldati; che la si comprenda, che la s'intenda, che abbia un piano, un metodo di attacco, una conoscenza fina e sicura delle forze del nemico; che mostri dell'audacia; che abbia un fondo, una riserva, dei _coups de Jarnac_ ancora, che si parli _de ses enfants perdus_.... e che so altro?

Ebbene, il terzo partito non possiede nulla di tutto ciò--eccetto un capo eminente--il commendatore Ratazzi, il quale li copre tutti dell'autorità del suo nome. I partigiani di questa frazione della sinistra sono certamente dogli uomini rimarchevoli, come individui, che hanno fatto le loro armi nelle lettere, nelle scienze, nelle lotte delle rivoluzioni, nelle zuffe degli articoli della stampa. Essi rappresentano tutti delle brillanti molecole dell'anima e del cuore d'Italia; ma, collettivamente, le loro forze sono paralizzate dalla mancanza di carattere politico. Essi dubitano di sè stessi e del principio della rivoluzione che si lusingano rappresentare. Essi si credono democratici. Dio santo! democratici di carta dipinta!

Il terzo partito indebolisce l'estrema sinistra, da cui si distacca, e non rinforza il centro, cui respinge. Nè il conte di Cavour, nè il barone Ricasoli lo temono. È sospetto a tutti, come ambizioso: è ambizioso, ma impotente: è impotente, ma orgogliosamente dottrinario. Il terzo partito era per il conte di Cavour il guardaroba dei suoi uniformi nuovi. Quando egli voleva far la corte all'Italia, egli si addobbava dì questi signori, ed i gonzoloni a gridare: Viva il conte! il conte progredisce! Per il barone Ricasoli poi, il terzo partito è un serraglio di fiere addimesticate in mezzo a cui si deciderà un giorno ad entrare e dire al lione: _petit, doune moi ta patte!_ e dire al tigre: _drôle, salue moi donc!_