I moribondi del Palazzo Carignano

Part 11

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Vi ho toccato, a due riprese, di Mellana, cui non posso collocare in alcun sito, in niuna classe. Egli è stato sempre al Parlamento, dal 1848 in poi e sempre all'estrema sinistra. Bersagliere formidabile, logico, serrato come un assioma, tattico, giudizioso ed abile. Mellana ha preso parte a tutte le lotte politiche del Piemonte. Egli parla non so qual lingua; ha delle maniere burbere e brusche, l'organo della voce poco simpatico; ma non appena ha dimandato di parlare, tutti si tacciono ed i ministri ascoltano. Chi usciva, rientra; chi leggeva o scriveva, cessa. Il Ministero sa d'innanzi che l'attacco è serio e senza riguardi. Se la sinistra dovesse riconoscere un capo, lo più abile, senza contesto, sarebbe Mellana. Ma egli è stanco della sua parte. La nomina di Ratazzi sembra galvanizzarlo. E forse vedremo il caso nuovo, strano, paradossale--Mellana ministeriale! La sarà bella.

Due soli nomi, e finisco con la sinistra--Sineo e Montanelli, arrivati non ha guari, e tali che non resteranno nell'ombra od indietro.

Sineo è uno dei veterani del Parlamento piemontese, noto al paese per la costanza nei suoi principii democratici e l'abbondanza nei suoi discorsi. Sedette e siede nell'opposizione. Mi sembra parteggiar per Ratazzi. Non avendo avuto il tempo per giudicarlo da me, mi taccio.

Montanelli è più noto, perocchè egli ha traversato tutte le evoluzioni della rivoluzione italiana; dal 1848 in poi, ed anche prima, si era fatto rimarcare nelle cospirazioni--allora in favor di Carlo Alberto. Montanelli ha portato nella sua vita politica due peccati originali: era poeta e cattolico. Egli ha voluto dissimulare questi due germi di debolezza nell'armatura di acciajo di cui deve essere corazzato un uomo di Stato: ma la poesia e l'odore di sacrestia si sono in lui sempre traditi--come l'odore del muschio. Di quinci tutte le oscillazioni, le fiacchezze, i cangiamenti, i disinganni, le aspirazioni inopportune, l'inconsistenza che hanno segnalato la carriera politica di lui. Montanelli è stato tutto, a causa di ciò--egli ha adorato Carlo Alberto, Pio IX, Mazzini, Lamennais, Proudhon, il principe Napoleone, la repubblica, l'impero, la federazione, oggi l'unità. Egli giudicava col cuore; calcolava con la speranza. Ma nel tempo stesso è stata la poesia, la quale lo ha tirato incontaminato di bassezze e di apostasia--malgrado i cangiamenti--da tutti questi urti della vita politica. Artista innanzi tutto, egli si è elevato sempre, anche quando sembrava discendere; si è elevato perchè credeva arrivare più presto alla soluzione dei destini d'Italia.--Egli credeva che questi tanti aeronauti, che egli salutava come aquile, lo conducessero a volo sublime. La valvola scattava: l'areonauta precipitava. Egli quindi ha suscitate in altrui molte collere, e per sè si è creati molti dolori, ma non credo alcun rimorso. L'ambizione, questo sublimato di tutte le poesie, gli aveva esilarato il cervello. Ed e' si lusingava, poichè aveva il cuor largo, la mente vasta, era istrutto, aveva fede, aveva ardire, e tutto gli sembrava tinto del colore del successo. Nel 1859, quella che apparivagli da Parigi una delle mille ed una notte, cangiossi in una notte d'incubi e di uragani. Il disinganno arrivò. Egli volle tener fermo. Ai disinganni si aggiunsero le traversìe. Infine, ricreduto--mutato a nuovo, italiano oggi come lo era stato quando gl'Italiani d'oggi erano non importa che, la clemenza, o l'indifferenza di Bettino Ricasoli gli ha aperto le porte del Parlamento, per cui era davvero una macchia ch'e' non vi fosse. Montanelli è eloquente e sarà una delle gemme della nostra tribuna. Egli sente, egli conosce la politica europea, sa di dritto e sa di storia, e comprende gli uomini. Non manca di destrezza. È scaltro e piacevole, insinuante ed affettuoso--a mo' dei Francesi, sul fiore delle labbra--non ha nulla dì volgare nell'anima, e calcola come un Toscano. Montanelli ascenderà, ed alto--accoppiando la nozione delle cose pratiche al calore dell'entusiasmo, con cui sa vivificare, elevare, infiorare le cose. Ora, l'esperienza ed i disinganni gli serviranno di duci.

Ecco la sinistra. Io ne ho tralasciati, e dei valenti. Ora, come avete potuto rimarcarlo, vi è in questa parte della Camera delle forti individualità, ma neppur un sol uomo di Stato. Se domani il re fosse obbligato di scegliere un Gabinetto in questo partito, S. M. potria vantarsi di essere l'alchimista politico il meglio dotato se ella sapesse estrarne due soli ministri. La ragione e la causa ne sono semplicissime. I membri della sinistra sono degli uomini d'azione, i quali, non avendo giammai trionfato, non hanno avuto giammai l'agio di sintetizzare le loro idee. Si pensa, si riflette dopo il combattimento. La sinistra si batte sempre, armeggia contro tutto e contro tutti. Il suo destino è l'ideale. La sinistra ha i suoi capi, il suo programma; ma non ha l'opportunità di farli valere. Essa è là: si batte--e domani ancora si batterà come jeri. Bisogna uscire dai suoi ranghi per spendersi in moneta di potere, farsi valere, arrivare. Ecco come il terzo partito oggi domina--ecco perchè i più ambiziosi diventano, presto o tardi, transfugi della sinistra. Il terzo partito ha potuto costituirsi perchè la natura dei suoi principii gli dava dei periodi di tregua. La sinistra non ne avrà mai. Il popolo la rinnovella sempre di nuove forze e di forze giovani, come Iddio manda la primavera alla natura.

Ora veniamo al centro. Apriamo la sepoltura. È il dì dei morti.

XI.

Il centro.--Sede della _consorteria_ napoletana.--Capo putativo.--Poerio, Mancini, Conforti.--La _consorteria_.--Pisanelli. Scialoja.--Altri deputati del centro.--Napoletani o no.--La _utilità_ della Camera.--Colpo d'occhio sull'insieme e sulla natura del Parlamento,--Ciò che esso rappresenta e significa in Europa.--Ciò che è all'interno.--Conclusione.

_Torino, 25 marzo 1862._

Apriamo la tomba, ma per tirarne fuori i qualche vivi che dentro vi caddero, non per contristare sguardi per spettacolo molesto.

Il centro è il sito più prediletto dei deputati napoletani--di quei principalmente che vanno addimandati la _consorteria_--e loro affini. Il capo di questo squadrone strisciante sarebbe naturalmente il Poerio--se Poerio avesse capo o coda. Dio ne ha fatto un monumento della fragilità umana: che la mano di Dio sia rispettata! Poerio è una reliquia. Lo si imbandisce nelle tavole ministeriali, come un oggetto di curiosità egiziana e di appetito ben conservato--perchè la poca forza che resta a questo gran _martire_ si è concentrata nelle mascelle, mascelle potenti, le quali quando non masticano, lavorano un concettino all'Achillini, onde presentarlo ad una signora. Quanto al cervello, Poerio l'ama meglio _à la sauce blanche_ che nella sua testa. Colpa senza dubbio di quello scellerato di re Borbone, il quale assiderò quest'uomo di Plutarco nelle prigioni di Montesarchio--ovvero di quel burlone di Gladstone, il quale creò questo grand'uomo all'uso di John Bull, come Caracalla creò console il suo cavallo. Infine, colpa di questi o colpa di quegli, l'_illustre_ barone Poerio non luce più, e la capitania del suo partito gli è sfuggita di mano. E' non è capo che nel suo capo. I Pipino di questo Cilperico sono stati--cosa strana--due diffidenti--Conforti e Mancini--ed una varietà--Scialoia.

Conforti era stato--ed è uomo ad essere ancora, finchè si faranno de' Ministeri provinciali: Mancini è. Egli ha toccato infine la meta per cui aveva tanto fatto, tutto fatto per arrivare. Egli è ministro. Che il portafogli gli sia leggero--come egli è leggero. Mancini è una parola di _caoutchouc_, una parola fatto uomo, flessibile, profusa, incolore, dicendo tutto, non dicendo niente, buona alla prosa ed al verso--buona a tutto--giustificando tutto. Ora Mancini è ministro dell'istruzione pubblica, e' sarebbe domani, con la stessa imperturbabilità, con la stessa capacità, ministro della guerra o della marina--tutto ciò che volete. È una stoffa di cui e' lascia fare, a volontà, un mantello o un berretto--purchè qualche cosa se ne faccia. Mancini non sa nulla--ma comprende tutto--e se non lo comprende, vi tiene persuaso che l'abbia compreso--ve ne parlerà per due ore! Mancini è entrato a far parte in un Gabinetto che non dà indizi di lunga vita. Cadranno tutti sul sedere: Mancini solo sui suoi piedi. E' non farà nulla--eccetto qualche cosa per il signor Oliva e per gli olivi che gli spargono la via di fiori--ma niuno avrà tanto detto di fare, di voler fare, di poter fare, di saper fare, di avere a fare, e di tutte le combinazioni possibili che potete trovare a questo verbo magico--eccetto il preterito passato--ho fatto! Mancini--con un po' di pratica, diventerà il tipo dei ministri parlamentari--vale a dire, dei ministri minchionatori. Il _no_, nella sua bocca, sarà una parola introvabile, impossibile a proferire. Sta fresco però chi si addorme sul suo sì, accompagnato e preceduto da un franco sorriso e cementato da una generosa stretta di mano. Che volete? sono le miserie del mestiere. La grande arte di un ministro constituzionale è di saper cacciare le mosche. Ora sfido chi mi trovi qualche cosa di più gaio, di più leggero, di più mobile, di meglio variopinto che Mancini per tenere a distanza per un momento questi insetti petulanti. Un imperatore romano le uccideva: Mancini apre la finestra per lasciarle volar via, o apre la porta onde cacciarle dentro la stanza del suo vicino. Uomo d'ingegno pronto e vivo, di parola facile, di coscienza larga, di carattere compagnevole e non egoista, onesto e liberale, vano ma non puerile, anzi modesto nella vanità, sibarita di buona compagnia, senza fiele e senza rancori; più studioso di parere che di essere, più credulo che cospiratore, abindolato dai _consorti_, ma di costoro per ogni verso ripugnante ed in tutto superiore, fresco e roseo come una pasqua, inanellato come un cheruhino di villaggio.... tale è il commendatore Mancini--fra non guari conte del Regno d'Italia. A Mancini mancano due cose per essere ministro: la tempra forte e la pratica. Questa l'avrà presto: quella non mai. Sarà dunque un ministro ad uso del Parlamento, ma non mai un ministro.

Conforti, con talune tinte più fosche, riproduce parecchi di questi tratti. Per Conforti la parola non ha altro ufficio che quello cui le attribuiva Talleyrand, dissimulare le proprie idee, o servire il proprio intendimento. Questa parola è fluente, flessibile, ornata, simpatica, talvolta un po' gonfia. Conforti è certo uno dei migliori oratori della Camera: ma ha il buon gusto di non prodigarsi. Egli è stato ministro a Napoli di Ferdinando II, di Garibaldi, di Vittorio Emanuele. Non ha lasciato desiderio di rivederlo; ma neppure repulsione, nè la mala fama che contaminò altri. Gli fe' torto l'agognare a popolarità, prodigando cariche ad immeritevoli: non lo si accusò di nepotismo. Fu leggero, fu largo, fu debole; non perfido, non avido. Egli ha capacità pei tempi ordinati e nelle amministrazioni ordinate; ma non ha mente organica e guardo sereno. È uomo che non si apre volentieri; che non guarda mai in viso nè gli uomini nè le situazioni; sempre un certo fare da chi cospira, da chi diffida, da chi disprezza gli uomini e non crede più in nulla. Ha figura corta e larga, sguardo torvo, dimenarsi inquieto, sorriso impertinente, aria beffarda. È smemorato, spesso a disegno: è distratto: è piaggiatore, ma con garbo e misura: è ambizioso, ma incapace di bassezze: non è fedele agli amici politici, perchè ha mente politica mobile e cuore politico scettico: vuole complici, non vuole esserlo che a ragione veduta ed a guadagno netto. Conforti ritornerà sulla scena del Ministero. Farà come gli altri. Poi ascenderà, discenderà con flemma ed a tempo. Ha il tatto di non aver pressa. Egli ha un piede nella _consorteria_: ma lo dissimula bene. Trincia da indipendente. Giustifica tutto con fina prontezza, ha comprensione viva, sottile, logica divagata e dilavata nel profluvio delle parole sonore. Ha attitudine più amministrativa che politica. Se i gesuiti fossero alla moda, Conforti sarebbe un affiliato. È di quegli uomini di cui non si può dire con sicurezza: è questo: sarà questo! Sarà, e bazza a chi tocca.

Se io volessi ora rimestare nella così detta _consorteria_ napoletana, molte miserie e cose non liete dovrei ricordare. L'odio, il disprezzo di Napoli l'ha marchiata, dopo averla veduta alla prova. Io schivo di ripetere. Capo di questa associazione di mutua difesa d'incapacità e di mutua assicurazione di profitti è Pisanelli: soci ordinari, De-Blasis, Capone. Missari, Bonghi, Imbriani, Spaventa, Piria, Caracciolo, De Vincenzi, De Cesare, Leopardi, Ciccone.... ed altri, di cui, come di questi, non è delizioso il parlare. Essi son passati quasi tutti per gli affari a Napoli. Non fecero che impinguare i loro, non obliando punto sè stessi, considerando la cosa pubblica come affare di famiglia. Un giornale di Napoli accusò taluni di essi di peculato. Si commise un'inchiesta sulla denunzia. Poi La Francesca, che istruiva, fu traslocato, e l'inchiesta rimase sepolta, senza che alcuno degli accusati reclamasse. Se io mi fossi trovato nei panni loro avrei dato fuoco ai quattro angoli del regno onde tirare le cose al netto ed espletare l'inchiesta, il giudizio: quei messeri zittiscono. Della capacità dei _consorti_ è inutile discorrere. Le pruove che la disegnano sono molte, dimandatelo ai Napoletani. Se ne hanno di più recondite, che canti il budget. Io, per poca mente forse, per limitata percezione, non so vederne alcuna, al di sopra di quella trivialissima di _toute le monde_. Mediocrità, petulanza, alto sentire di se, rimestare senza scrupoli.... ecco la _camorra_. Ah! respiro che non abbia più a scrivere il nome di costoro.

Due parole sole per Pisanelli--il capo di fila. Questi ha svegliata più collera degli altri--forse perchè l'opinione che avevasi di lui era più considerevole. Infatti, Pisanelli passava per uomo istrutto; per parlatore enfatico, sì, ma facile, colorito ed elegante; per carattere sostenuto, per disinteressato ed alla cosa pubblica atto, e delle cose politiche intelligente. Messo a prova, il disinganno fu completo. Alla Camera ha parlato due volte o tre, ma da avvocato, con un'enfasi drammatica ed un periodo cadenzato a schiantar l'anima; parole sesquipedali ed assenza completa d'idee. Fe' da ministro a Napoli: popolò gli uffici di parenti, di amici, di amici dei parenti e parenti degli amici; mostrò fiacchezza, presunzione, assenza di cognizioni, mancanza di tatto e d'imparzialità; velleità, non determinazione, flessibilità muliebre, vanità, non attitudine; brancolò, afferrò per sè.... di cui restagli adesso la cattedra di dritto constituzionale nell'Università di Napoli. Ho letta la sua Prolusione: una miseria di luoghi comuni, di roba vecchia, di spasimi, d'entusiasmo e di piaggerie. Non voglio aggiunger altro. Pisanelli aveva la stoffa per essere un uomo distinto, se non un uomo di genio; la parola facile, la mente svelta, la persona attraente, il carattere ameno e pieghevole. Un'ambizione precoce eccessiva, avida, ha tutto precipitato. Napoli, al suo ritorno dal Parlamento, lo salutò di un indegno _chiarivari_. Gli studenti non lo amano nè lo stimano. I liberali lo respingono; i conservatori ne diffidano; i _consorti_ non lo risparmiano. Ritirandosi per un tempo dalla vita pubblica, facendo pelle nuova, consolidandosi di studi serj per insegnare ciò che ha debito, rinunziando con fermezza agli affari, Pisanelli potria ancora riabilitarsi e brillare fra i primi nei futuri Parlamenti italiani. E' non è corrotto, e vale assai meglio della sua fama. Cosa singolare! se Pisanelli avesse avuti nemici che lo avessero aspreggiato, forse avrebbe rimbalzato e si sarebbe risollevato. Egli non svegliò collera: destò indifferenza, disdegno, pietà--un'atmosfera tiepidissima di favore o di rancore l'ha mollificato e stemperato.

Quanto a Scialoja, me ne sbrigo con poche parole. Nessuno gli contesta capacità ed abilità. Egli parla bene, scrive bene, pensa bene nelle cose economiche, senza lampi di genio però: riduce, coordina, riassume ciò che altri scrissero, trovarono, pensarono. È scaltro in grappare le cifre; sa parare e ferire; dissimulare il lato debole di una posizione; far dei muri di cartone dipinti sì che sembrano proprio un macigno. Dietro le sue esposizioni, il tesoro è proprio un tesoro. Non cura i risparmi, spende, s'impania, s'imbraga nella burocrazia. Ha mente più analitica che sintetica. Saprebbe ordinare, non fondere e creare. Scialoia è l'uomo che, dopo Pisanelli, si è più distinto per nipotismo a Napoli, e contro di lui si grida più che la croce. Gli si rimproverano modi alteri, dispotici: lo si dice presuntuoso. Di ciò io non so, che lo rinvenni modesto e cortese tutte le poche volte che mi ebbi a trattare con lui. Ha figura acuta, sorriso beffardo e maligno, lo sguardo penetrante, ed un insieme che significa scaltrezza, investigazione, vita gaia e scetticismo incorreggibile. È rotto agli affari; ma assapora meglio la rutina, che non ha voglia e mente ad organizzare semplificando--come mi par disposto l'attuale ministro Sella. Scialoia è stato ministro--o qualche cosa di simile--e lo sarà ancora. Ma non sarà nè per apportare risparmi nei bilanci, nè per togliere abusi, nè per cangiar stile e metodo; si tiri avanti come pel passato--ecco tutto.

Tra i membri del centro, che sornuotano e che non appartengono alla società del Dio Crepito napoletana, io disegno il Baracco, Garofalo, Agudio, Pessina, Torre, Compagni. Tra i non napoletani si distinguono il Castelli, il Gadda, il Briganti-Bellini, il Cappino, il Sanguinetti, che sta sempre sulla breccia, se non sempre con successo sempre con audacia; il Marliani, che è, uno dei deputati i più distinti del Parlamento per esperienza, per finezza di tatto, per concetto politico opportuno, per scienza di cose e di uomini, che parla di rado, ma sempre con felice a proposito, e sempre per dire cose non ordinarie; il Torreggiani, che è valente economista e usa di ciò che sa con parsimonia, con gusto, con opportunità.

Ora che mi sia permesso di nominare al _desert_ un certo numero di deputati che io sarei per addimanciare le _utilità_ della Camera, e che non ho potuto cacciare qua e là nei compartimenti del mio lavoro, onde non alterarne l'economia ed il disegno.--Non mi ricordo più se taluni di essi li abbia di già nominati. Il pleonasma però non nuoce. La schiera è numerosa, ed i loro nomi debbono essere familiari ai lettori delle tornate della Camera.

Segnalo innanzi tutto i miei vicini. Castagnola, spirito sodo e positivo, che ha la parola sicura ed autorevole ogni qualvolta si parli di cose di mare e di commercio, ed in generale in tutte le quistioni amministrative; Bertea, che va tra i campioni pel piemontesismo e tra i partigiani del terzo partito, mente calma, senza passione ma tenace; Castellano, che quest'anno ha emigrato dalla destra alla sinistra e vi ha tenuto distintissimo posto, sempre all'avanguardia, e sovente battendosi nella confezione delle nuove leggi di finanza. Questo giovane, che non manca di abilità, di sagacia, di comprendere da che parte del pane stia il burro, che ha i mezzi di pervenire, perverrà certo. Segnalo altresì il signor Giovanni Ricci, il quale non passerà guari sarà un distintissimo ministro della marina d'Italia, avvegnacchè Bixio, dimandato un giorno dal Gallenga a chi confiderebbe quest'importantissimo portafogli, se la scelta stesse in lui, rispondesse che lo darebbe al Monti. Ed in vero, Monti e Ricci sono ambo espertissimi nelle cose di mare, ed il loro voto è di somma autorità--senza parlare dell'onorabilità del carattere che è a niuno seconda. Tra gl'ingegneri civili e militari, avendo, credo, già ricordato il colonnello Pescetto, ho l'obbligo di nominare il maggiore Conti, il signor Ranco, che oltre la sperienza della sua professione, mostrava in una discussione alla Camera, del decimo d'imposta sui trasporti per le strade ferrate, distintissima sagacia parlamentare e finezza di dire. Vi aggiungo pure gl'ingegneri Biancheri e Mongenet, quegli, del terzo partito, questi del centro. Tra gli economisti distintissimi della Camera, che non mancano mai di prendere la parola quando trattasi di affari che abbiano attinenza a questa scienza, credo di non aver già parlato del Cini, nè del Nisco, nè del Saracco, nè dell'Oytana, nè del De-Luca. Credo di avere altresì obliati l'ardente vecchio e veterano di tutte le guerre per la libertà, combattute nei due mondi, il generale Avezzana. Nè aver parlato del bravo ex parroco di Sorrento, canonico Maresca, all'aspetto, ai modi, alla riserva, al parlar untuoso, alla pinguedine, alla placidezza vescovile. Nè aver segnalato il Brioschi, segretario generale dell'istruzione pubblica, mente capace, amministrativa, ma senza audacia. Nè aver toccato del San Donato, oratore aggressivo e pittoresco, uno dei paladini del terzo partito. Nè del conte Borromeo--Minghetti in scorcio--il quale ha di futuro ministro l'incesso e la speranza. Nè del distintissimo giovane Pietro Mazza, spirito arguto, parola facile, intelligenza viva ed ornata; nè dell'Ugoni, nè del Trezzi, nè di Ara, nè del Monticelli, nè del Tonello, nè del Sanna-Sanna, che non ha guari così elegantemente e profondamente discorreva della sua Sardegna; nè del Plutino, che parla una lingua impossibile, con un accento impossibile, ma che fissa spesso l'attenzione della Camera sulle cose che dice; carattere _insaissiable_, che fa delle evoluzioni da beduino, che non si sa mai se è contro o in favore di un Ministero, ma che è sempre un campione ad oltranza degli interessi della Calabria. Credo pure di avere obliato il Lissoni, il Fiorenzi, il Silvestrelli, che in mezzo a noi è l'immagine di Roma che protesta e dice: anch'io vi sono!--il Luzzi, ardente mostra del carattere marchegiano, brusco, audace, positivo. Se ne ho già parlato, ricordo tre distintissimi giureconsulti della Camera, Mari, Regnoli e Panattoni, che non mancano mai al loro compito, e sovente con grande distinzione di modi e di scienza. Poi ricordo due napoletani, anzi tre, il cui nome e la cui parola risuona sovente nella Camera, e sempre udita con simpatia rimarcata, vo' dire l'originale Mandoi-Albanese, l'enfatico ed accademico Minervini, dalla frase rotonda, dall'idea a marchio sempre scientifico, troppo cerimonioso ed intrepido in mezzo alle impazienze della stanchezza, e Lazzaro--che finirà per conquistare il suo posto quando avrà acquistato più calma, e la foga delle idee o dell'affetto non lo mutilerà. Aggiungo Leardi, istruttissimo giovane; Bottero, che, tutti sapete, ha figura da canonico, ma canonico come Swift e Rabelais. Infine, il silenzioso Cosenz ed il ministro della guerra, generale Petitti--il quale è un diminutivo del generale Lamarmora: come questi cocciuto, ma non avendo, come questi, antipatie e repugnanze _a priori_.