I moribondi del Palazzo Carignano

Part 10

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Tra gl'indipendenti nominerò un altro avvocato milanese, di cui la Camera apprezza sempre l'autorità della parola, il signor Mosca. Questi è un puro tipo milanese--cavillatore, onesto, democratico e conservatore nel tempo stesso, intelligentissimo quando trattasi d'interessi materiali, poco curante degl'interessi politici, un po' ruvido, un po' brusco, un po' pesante, ma dotto, ed ostinato come un mulo nelle sue opinioni, cui difende con abbondanza e con logica stretta. Aggiungo a questa categoria il signor Costa Antonio di Genova, spirito positivo e luminoso, sopra tutto in materie di finanze; il signor Pica, che per dieci anni trascinò le catene di forzato politico nei bagni di Napoli e che disgraziatamente troppo carezza, per vezzo di popolarità municipale, l'autonomia napoletana; il signor Giuseppe Romano, ardente di ben fare; il signor Mandoi-Albanese; il marchese Ricci, che fu ambasciatore a Parigi e ministro con Ratazzi all'epoca della seconda riscossa che così infelicemente soggiacque a Novara; il signor Levi, razionalista, autore di _Giordano Bruno ed i liberi pensatori italiani_, dell'_Unità cattolica_ e l'_Unità moderna_, e di molti altri opuscoli politici e filosofici, collaboratore di Ausonio Franchi; il signor Ranieri, che spesso dorme ma vota sempre bene, autore anch'esso di opere storiche rimarchevoli e rimarcate, carattere debole ed anima indipendente, florido di velleità più che di volontà. Io potrei citare ancora molti altri nomi, che sotto ogni rapporto meriterebbero fissare l'attenzione: aggiungerò solamente il signor Varese, autore di una bella storia di Genova e di parecchi romanzi, cuore freddo, dicitura purissima e lambiccata, intelligenza elevata; il signor Menighetti, redattore della _Nazione_ di Firenze, uno dei capi del partito democratico della Toscana, oggi ragionevolmente moderato, scrittore elegante e non senza lena; il signor Toscanelli, ex-officiale di artiglieria a Venezia, capo del partito del movimento, giovane ardente e fantastico, molto competente in cose agricole, che pubblicava, non ha guari, un delizioso, spiritoso ed interessante libro sulle cose e classi agricole della Toscana; il signor Castagnola, spirito positivo e colto; il signor Michelini, il decano dei deputati italiani, parlatore intrepido innanzi ai rumori ed innanzi agli sbadigli, che sempre provoca, dotto economista, spirito difficile, costantemente nell'opposizione per gusto, per carattere, per tendenza di mente più che per cuore; il barone Bianchi, avvegnacchè propenda più dal lato del terzo partito che dal nostro; il signor Saracco, oggi segretario generale ai lavori pubblici, uno dei tre, con Mellana e Brofferio, che dopo quattordici anni siedono sempre all'opposizione, avvegnacchè i loro amici fossero passati e ripassati al potere; e Sebastiano Tecchio--il distinto veneziano che è vice-presidente della Camera, oratore e scrittore pieno di forza e di grazia, pensatore all'altezza di tutte le quistioni parlamentari, dirigendo le discussioni della Camera con una destrezza ed una capacità a niun altro secondo. Gallenga disse di lui, con tanta grazia e verità, che sembra un ritratto di quei veneti senatori del suo compatriota Tintoretto, che vive, parla e cammina. Tecchio pende egualmente piuttosto verso il partito di Ratazzi--ed un dì sarà ministro.

Io passo, ed a disegno, su i _boudeurs_ consolabili, su i pretendenti a portafogli, sugli uccelli di passaggio e sugli esploratori che vengono dal campo nemico.

E perchè ne sono ai deputati, i quali non fanno che passare, aggiungo una parola su coloro che, traversando per recarsi alla destra, si sono smarriti e si sono arrestati su i banchi della sinistra. Potrei nominarne parecchi; mi limito a notarne di fretta e furia due soli, il signor Chiaves ed il signor Gallenga, avvegnacchè questi, quest'anno, abbia fatto un passo innanzi e sia passato al centro.

Il signor Chiaves ha degli slanci di oratore politico, la logica fina e serrata, il colpo d'occhio sagace, e sarebbe uno degli uomini i più notevoli del nostro Parlamento se non fosse autonomista, piemontese a tre doppi ed ultra-cattolico. Lo si ascolta nondimeno con considerazione e simpatia. Egli è il capo di coloro che rappresentano l'egemonia piemontese con Alfieri, Bertea, Bottero, Mazza, ecc.

Il signor Gallenga, un po' nomade, è inclassificabile. Il signor Gallenga, da due anni, mi perseguita nelle sue rimarchevoli corrispondenze del _Times_, chiamandomi demagogo, anarchico, mazziniano, murattista e pazzo. Peccato che non mi abbia ancora chiamato cattolico! Dovendo parlare di lui, io non mi vendicherò con una menzogna. Il signor Gallenga è una delle figure fantastiche della nostra Camera, che scappano di un lancio ed in un attimo a tutti i partiti. Egli è un misto di selvatichezza e di malleabilità, di repubblicano e di despota, che scatta come una bomba, che subisce tutte le vicissitudini della discussione come un barometro subisce l'azione dell'aria. Eminentemente nervoso, a senso di giustizia profondo, irritabile, disprezzando l'impopolarità, anzi vezzeggiandola come la sua parte di eredità parlamentare, pieno di un coraggio civile, che pochi, rarissimi, spiegarono con più a proposito, con più fierezza imparziale, se non secondo la cosa, secondo la sua coscienza; a giudizio acuto, sintetico e sovente paradossale, il signor Gallenga prende assai sovente parte alle lucubrazioni parlamentari, e negli uffici e nella Camera, là per portarci i lumi della sperienza del suo lunghissimo soggiorno in Inghilterra, qui per gittare nella bilancia la sua parola, la quale per essere troppo audace e troppo estrema, per le fibre triviali della maggioranza dei deputati prende l'aria di eccentricità. Il signor Gallenga ha pubblicato in Inghilterra parecchie opere sull'Italia, opere marcate di una grande esattezza di colpo d'occhio, riempite d'idee nuove ed originali e di molto sapere. Imperciocchè il signor Gallenga sa molto, e se ne addobba forse troppo. Le sue lettere al _Times_ sono rimarchevolissime per ingegno, cui il signor Gallenga ha moltissimo, per imparzialità, per conoscenza di fatti e per pittura viva, sincera, variata, brillante--sopratutto quando dipinge gli uomini. Egli ha una corda di La Bruyère, una di La Rochefaucauld.

X.

I repubblicani della sinistra.--Brofferio, Macchi, Crispi.--Partito garibaldino.--Mordini, Cadolini, Musolino, Bixio, Cairoli, Bertani, Sirtori, Zappolta.--Gl'indecisi.--Liborio Romano, Greco, Lamasa, Assanti, Argentini, Polsinelli, Salaris, D'Ayala, Minervini, Ricciardi, Mellana, Sineo, Montanelli.--Sintesi della sinistra.--Perchè in essa non vi è un uomo di Stato.

_Torino, 15 luglio 1861 e 9 marzo 1862._

Io pronunzierò dunque per gli altri, ma ben sommessa, la parola _repubblicano_, che è stata rimproverata a me, che l'ho detta a voce alta per mio proprio conto.

Il partito repubblicano in Italia non è numeroso. Al Parlamento è ristrettissimo ma convenevolmente rappresentato. Brofferio va alla testa. Egli è riconosciuto incontestabilmente ed unanimemente come l'oratore più brillante della Camera. Sarebbe perfetto se volesse disdegnare la piccola vanità di piacere alle tribune con delle tirate drammatiche, con un _cliquetis_ di parole ad effetto, e lasciare la cattiva abitudine dell'amplificazione del tribunale, come altresì le tendenze di procuratore generale. Ciò eccetto, Brofferio è un oratore incantevole. Egli traripa di spirito; abbarbaglia con le sue ragioni altrettanto che con i suoi paradossi; rimuove tutte le corde le più sonore dell'anima; assale a briglia sciolta con una lena di tutti i momenti; parla al cuore altrettanto che all'anima, sopratutto quando ha torto, ciò che gli avviene sovente, fa forza ai più malvolenti ad ascoltarlo. La causa che egli difende è una causa perduta _a priori_; ma essa ha avuto il suo quarto d'ora d'interesse e di. fascino.

Brofferio è inoltre poeta. Egli ha scritto delle canzoni in dialetto piemontese, delle canzoni di cui ogni strofa è un busto--cui ha messo in musica e canta egli stesso e declama con un'espressione deliziosa. Egli è stato per lungo tempo il giornalista più giocoso e giocondo, più sarcastico e più vigoroso della stampa italiana. Ma sventuratamente egli è restato polemista e poeta anche in politica. Ei sente troppo. Egli subisce l'influenza delle impressioni vive e subite, ciò che toglie ai suoi apprezzamenti, ai suoi giudizii, l'autorità cui dà loro il suo incontestabile ingegno. Brofferio è tribuno anzi tutto, ciò che hanno obliato coloro i quali, volendolo giudicare come uomo di Stato, gli rimproverano la mancanza di continuità e di uniformità nella sua carriera politica e lo annegano anche oggidì sotto vili ed ignobili calunnie.

Il signor Brofferio ama la libertà con passione, ama l'Italia, ciò che è franco, ardito, dritto, e sopratutto ciò che è grande e colpisce l'imaginazione. Egli ha sempre difeso queste nobili cause quando furono in pericolo o minacciate.

Ora, gli uomini di Stato sono obbligati talvolta a subire certe eclissi, certe retrogressioni, certe transazioni, in una parola, le quali hanno offeso ed urtato il signor Brofferio. Egli non ha nulla considerato allora, nè i tempi, nè gli uomini, ed ha attaccato, come egli attacca, a briglia sciolta ed a fondo. Di ciò mille ire e la reazione delle ingiurie e dei soprusi contro di lui.

Brofferio ha pubblicate parecchie opere avidamente lette, molto incorrette, ma scritte con quello stile di vita in cui l'uomo rivelasi in tutta la sua pienezza. Il suo difetto, in tutto, è la foga. A sessantanni, Brofferio è giovanissimo. Un poco più di sobrietà, di ritenuta, di calma nell'ebollizione della sua anima, raddoppierebbero la portata delle sue parole. Brofferio avrebbe allora una parte tutt'altra di quella che egli compie oggidì; vale a dire, di audace partigiano. Avendo tutte le qualità per essere il capo della sinistra, egli combatte da semplice gratatiere. Però, egli è La Tour-d'Auversme del nostro Parlamento.

Io classificherò altresì fra i repubblicani il signor Mauro Macchi, un dì redattore in capo del _Diritto_, amico e correligionario politico del nostro eminente filosofo Ausonio Franchi. Macchi è nel tempo stesso l'amico di Mazzini, di Garibaldi, di Cattaneo, il loro confidente, il loro organo, il loro gladiatore parlamentare. Imperciocchè il signor Macchi ha tutti i movimenti d'anima dell'oratore, fuoco, facilità, vita, brio, passione, prontezza di idee, come egli ha la penna incisiva del pubblicista e del polemista nella stampa militante. La sua parola è corta, viva, colorata, il suo organo vocale simpatico, le idee sempre libere e generose. Lombardo, fu espulso da Milano dagli Austriaci. Lo fu poi altresì parecchie volte dal Piemonte, a causa della sua complicità con Mazzini. Ma lo si cacciava dalla porta ed egli ritornava per la finestra--e sempre armato per combattere. Egli siede nei banchi i più alti della sinistra.

Sono obbligato di cacciare egualmente in questa categoria il signor Crispi, per allogarlo in qualche luogo. Un giorno io domandava a Crispi: Siete voi Mazziniano?--No, mi rispose egli.--Siete voi Garibaldino?--Neppure, ei replicò.--E chi siete voi dunque?--Io sono Crispi.

Ora, io conosceva un Crispi che, per dodici anni, aveva partecipato a tutta l'opera di Mazzini; un Crispi che era andato audacemente a preparare in Sicilia la spedizione di Garibaldi ed era stato, in seguito, uno dei primi che misero il piede a terra in Marsala, di unità all'eroica donna che porta il suo nome; io conosceva un Crispi ministro di Garibaldi in Sicilia, poi per qualche giorno a Napoli, avendo più energia che tatto, più volontà che idee, più coraggio che capacità, più fermezza che autorità morale, uomo probo, perseverante, altamente ambizioso, incapace di viltà.... sì, io conosceva quel Crispi, ma io non conosceva questo Crispi _tout court_, questo Crispi inedito, che brilla da sè e non riflette nè Mazzini nè Garibaldi. Crispi si rivelerà forse ben presto sotto un nuovo punto di luce, una luce tutta sua. Ma, come vi sarebbe stato poca buona grazia da parte mia di classificarlo altrimenti che secondo la sua dichiarazione; come egli non è mica ancora ministeriale e non sarà giammai il capo della sinistra, come lo lascierebbe volentieri credere, io lo allogo, salvo errore, fra i repubblicani in istato latente. Ad ogni modo, il signor Crispi non è mica uomo a passare inavveduto in niun luogo, nè a restare negli ultimi ranghi. Alla Camera, ogni qualvolta parla, parla di sè o della Sicilia. È regionista, vale a dire, che carezza l'autonomia dell'isola sua. E ciò si comprende. Parla con lentezza, senza mirare a bagliori, ma al positivo, con una voce cadenzata di una maniera monotona. È stringente negli argomenti, e sempre nella questione. È laborioso e spiccio in mezzo alle panie amministrative. Ha coraggio; ma troppa personalità di odi e di amori siculi--sì che l'usbergo della prudenza sua rompe le maglie. Crispi sarà ministro un dì--certo--e forse in epoca non lontana--nè sarà dei peggiori che afflissero Italia.

Quest'anno egli ha accentuata meglio la sua persona, la sua posizione, le sue tendenze, il suo carattere--sì che il Crispi inedito comincia a comparire per barlumi. Comparirebbe intero, forse, se, ambizioso con più calma, si scostasse da chi e da che gli sembra un appoggio per farlo più presto arrivare. Ad ogni modo, se egli si allontana con infinita cautela dal partito garibaldino, altri vi si barricano, e sono numerosi e gagliardi. Il capo di questo partito è Mordini--nell'eclissi di Bertani.

Spirito svelto, figura fina, aria misteriosa, intelligenza vivissima, tenacità di carattere, parola molle ma altiera e chiara, colpo d'occhio giusto, modi che sentono in tutto alcun che del cospiratore, occhio penetrante, intelligente, magnetico, tale è il profilo di Mordini. Egli fu ministro in Toscana nel 1848, prodittatore in Sicilia, ove egli ebbe la debolezza di sviluppare l'appetito, di già sì vorace, dei Siciliani per gl'impieghi e per i posti nel budget. Il signor Mordini bordeggiò lungo tempo nelle acque di Mazzini. Poi si accostò a Garibaldi, ed ebbe l'onore di sedere in faccia a lui, nella vettura del re, quando S. M. entrò in Napoli. Mordini è di quegli uomini di cui le rivoluzioni fanno sempre qualche cosa. Ha stoffa d'uomo. La lotta lo anima.

Tra i garibaldini della Camera io citerò l'ingegnere Cadolini, il quale, maggiore nell'esercito meridionale, dette la sua dimissione, disdegnando lo scrutinio ed il soldo senza servizio effettivo. Vien quindi Musolino, che Garnier-Pagòs, nella; _Storia della rivoluzione del 1848_, chiama, con tanta ragione, _un homme de trempe antique_ e che essendo stato uno dei _mille_ di Marsala, fu il primo che, di Sicilia, mise il piede sul continente napoletano. Poi nominerò il general Bixio, il _conversationneur_ meglio ascoltato dalla Camera; la di cui parola sgorga dal cuore erta, pittoresca, scintillante di buon senso, piena sempre dì fatti, generosa; e sovente anche improntata di uno spirito di conciliazione che parrebbe un'antitesi col suo carattere forte ed energico. Bixio prende, sempre con grande autorità la parola sulle cose di marina e di guerra. È indipendente. Lo sì ascolta sempre con simpatia ed interesse, a causa delle uscite originali e franche a cui si lascia andare, assolutamente come se parlasse in un crocchio di amici, sul cassero di un legno da guerra. Io mi stupisco che non gli sia scappato ancora un: _Sacre nom de Dieu!_

Segnalerò in seguito il colonnello Benedetto Cairoli, il quale a causa delle sue ferite non ancora cicatrizzate, si trascina sulle grucce e fa di tempo in tempo un'apparizione alla Camera. Nobile famiglia ch'è quella dei Cairoli di Pavia! La madre, vedova, aveva quattro figli. Essa li manda tutti quattro alla guerra--e tutti insieme. Due volte vedova--una per la mano di Dio, un'altra per amore d'Italia. Due di questi figli muoiono sul campo di battaglia. Il terzo riceve una palla alla testa; il quarto, il deputato Benedetto, è ferito alla gamba, alla mano, al petto.... e ferito per tutta la vita. La madre porta un lutto eterno nell'anima; i figli, l'eterno sovvenire della redenzione della patria. Cairoli ha preso posto nell'estrema sinistra e vota alzando la sua gruccia. Si è dimesso e non tocca soldo. Ha parlato una volta--ed è stato lo più splendido discorso che abbia udito la Camera nella sessione attuale. È vero che parlava per gli esuli veneziani che domandano di essere italiani!

Io tacerò degli altri, perchè sarebbe troppo lungo nominarli tutti. Ma non posso per certo passar sotto silenzio nè Bertani--l'_alter ego_ di Garibaldi, nè il generale Sirtori.

Affondando il vostro sguardo nei banchi dell'estrema sinistra, tra Saffi e Miceli--un altro dei _mille_ di Marsala--voi siete colpiti dall'espressione singolare di una testa giallognola, a capelli neri, agli occhi fiammanti. Quegli è Bertani. Al naso aquilino, alla figura fina, acuta, tagliata a lama di spada, al fronte alto, ondulato da piccole rughe, come il mare qualche minuti avanti la tempesta, agli occhi viperini e concentrati, voi indovinate l'uragano eterno, come quello dei mari polari, che rugge nel suo petto, che si ammoncella nel suo cervello. La sua tinta biliosa denuncia le sue forti passioni; il suo sguardo fisso e magnetico domina e fa paura. Voi conoscete la parte immensa che ha rappresentata Bertani in tutta l'epopea garibaldina. Egli fu all'altezza di questa parte; ha viste larghe e lontane--avvegnachè meno radicali, che le si potriano per avventura supporre. Parla bene, mira giusto, colpisce a morte, non perde mai la staffa nè il contegno. Asperge di acido solforico, e par gittare foglie di rose ed acqua lustrale! Fu Bertani che tirò dalle viscere d'Italia quell'esercito meridionale che si mostrò, conquise due regni, e disparve come un fantasma--armata fantastica, armata da poema! È Bertani che la prepara di nuovo con i Comitati di Provvedimento, e la creerà di nuovo, se occorre, e quando occorre. Volontà fulminante che nulla ritiene, nulla sgomenta. Bertani è il solo il quale abbia potuto affascinar Garibaldi, spingerlo avanti--o ritenerlo. Egli ha la fibra di Saint-Just. È, politicamente, ciò che Sirtori è militarmente.

Il general Sirtori è una di quelle fisonomie di Alberto Durer che esprimono il mistero e portano il suggello della fatalità. Sirtori parla poco, e mai per non dir nulla. Ride di raro. Non conosce alcuno dei piaceri della vita e della giovinezza. Fu prete. La rivoluzione e l'Italia lo rapirono alla chiesa. È adesso generale e capo di stato maggiore. Dovunque il cannone tuona per la patria, Sirtori si trova alle prime file: in Lombardia, nel 1848, a Venezia nel 1849, dal 1859 con Garibaldi. Poi, nell'esilio, ove si urtò a tutte le prove, a tutti i movimenti dei partiti. Sirtori morse a tutte le miserie, a tutti i dolori, ai più fulminanti disinganni, e fortificò la sua anima di gravi studi militari. La sua vita è piena. Egli l'ha conquistata passo a passo, ora ad ora; severo fino all'orgoglio, degno puritano, disdegnoso. Egli non ha inclinata la sua testa che innanzi di due uomini--Garibaldi ed il conte di Cavour! Il suo difetto è l'eccesso di coraggio. Nella mischia il sangue gli sale al cervello ed oblia che è generale. Sirtori non ha parlato in Parlamento che una volta sola, ed il suo _ex-abrupto_ fu un colpo di fulmine. Ogni parola ferì come un pugnale. Egli lo lamentò di poi. Sirtori non ha finita la sua missione. Su quella figura il destino ha impresso un misterioso che colpisce l'osservatore ed il superstizioso.

Ma parlando di misteriosi, il nome di Zuppetta si trova sotto la mia penna. Zuppetta è uno di quegli esseri terribili che la rivoluzione fa giganti, la pace divora. Zuppetta è comparso due volte appena all'Assemblea. La prima volta Garibaldi ve lo portò nelle pieghe del suo _plaid_, al momento della prima sua entrata. Zuppetta non pronunziò che una sola parola, una parola sorda, scura, una specie di ghigno satanico: _io giuro_! Egli restò sulla _montagna_ durante tutta la tempesta che il discorso di Garibaldi scatenò, restò freddo, la beffa sulle labbra sardoniche, le scintille ed il sangue negli occhi. Poi disparve. Quella testa moresca, ai denti bianchi ed aguzzi, agli occhi elettrici, alla chioma lunga e nera che io vidi mangiare i mustacchi per tre ore, mi turbava ancora. Zuppetta ricomparve. Annunciato come un fulmine, scoppiò come un zolfanello. Si aspettava ognuno, sulle _miserrime condizioni_ di Napoli, udire un tribuno terribile: scappò fuori un retore leccato, artificioso, cavilloso, puerile, pedante, freddo. Zuppetta morì. Che cambi parte. Il tribuno non va più.

Questo gruppo di garibaldini è di già per sè stesso incisamente pronunziato su i banchi della sinistra. Ma esso lo sembra di tanto più a causa degli indecisi che lo attorniano. In quest'ultima categoria io collocherò Liborio Romano--il quale, arrivando, si assise al centro, poscia emigrò verso la sinistra. Io non so ciò che vuole Liborio Romano, chi è desso, ove tende, s'egli vezzeggi l'unità italiana o l'autonomia napoletana. Egli ha parlato due o tre volte _pro domo sua_, per l'esercito borbonico, per il Ministero, per giustificare gli atti del suo passaggio al potere. Egli matura dei progetti di legge che probabilmente resteranno inediti. Presentò una legge sulla guardia nazionale, che morì nascendo.

Classificherò inoltre tra gl'indecisi l'arcidiacono Greco, il quale dicesi rinunziasse ad un vescovado offertogli dai Borboni--e che casa Savoja non gli rioffrirà. Poi il general Lamasa, il colonnello Assanti, il maggiore Argentini--tutti garibaldini--l'ultimo, uno dei _mille_ che si è dimesso generosamente. Infine, il sardo avvocato Salaris, Polsinelli, carattere fiero, dritto, il solo protezionista economico che vi fosse nella Camera. D'Ayala, a cui la pace dette tutti i gradì, e fece generale, uom speciale per organizzare i funerali celebri, trovare le parole italiane ad ogni faccenda, e scrittore coscienzioso di storie militari, elegante, ma freddo come il Mont-Blanc. Infine il dotto ed officioso Minervini.

Lo più indeciso di tutti però, senza avvedetene, mi sembra essere Ricciardi. Il mio vicino Ricciardi sì crede unitario, ed è napoletano; si crede repubblicano, ed in verità io non so proprio cosa sia. Egli è tutto, _pour le quart d'heure_, e ciò che è strano, lo è con convincimento e con coscienza. Dominato dalla malattia della vanità, egli ha fatto dei versi che sono della prosa, della prosa ripiena di buona volontà, correntemente, in veste da camera, per parlar di sè sotto il pretesto di parlar di non importa che. Se lo si dovesse giudicar su i suoi scritti, Ricciardi avrebbe inventata la Italia. Egli ha presentati finora quattro progetti di legge, cui il Parlamento non ebbe la serietà di prender sul serio.

Ricciardi ha la sventura di rallegrare la Camera, quantunque egli dica spessissimo delle cose giuste, vere ed assai bene esposte. Non ha lunga lena di parole, di idee, di mente. Un pizzichetto di qualche cosa, e passa. Però questo pizzichetto lascia un segno. Egli ha fatto giuramento di vedere ogni giorno il suo nome nel conto reso delle sedute--non fosse che per avere fatto rimarcare che nel processo verbale si era omessa una virgolo. Se lo si lasciasse fare, Ricciardi ci servirebbe un codice di sette articoli--come i sette sacramenti. Egli ha l'epidermide enciclopedico. Del resto, molto intelligente, perfetto galantuomo, convinto, coscienzioso, onesto, simpatico a tutti, non mancando nè di a proposito, nè di dignità. Ha dei _travers, non pas des defauts_.