I misteri del processo Monti e Tognetti
Chapter 8
Per tal modo il giudice non era soddisfatto del tutto, e mentre con premura dettava al cancelliere tutti i dettagli che potevano aggravare la posizione del Monti, dimostrava poi con un torcimento di bocca il malcontento che gli cagionavano le reticenze del medesimo confesso.
--Male, male, figliuolo! disse finalmente. Voi non volete salvare nè l'anima nè il corpo; non volete dir tutto!
--Io ho detto tutto, e ora condannatemi, se volete, disse Giuseppe Monti in atto di suprema rassegnazione.
--Ma voi aveste dei compagni nella esecuzione del nero misfatto, e di questi non avete parlato. Perchè la vostra confessione possa ritenersi _piena_ ed _intera_, voi dovete accennare alla giustizia i nomi di tutti quanti i vostri complici, coadjutori, mandanti, correi e fautori.
--Signor giudice, proruppe Monti passando dall'umiliazione allo sdegno, io posso confessare le mie azioni, ma non quelle degli altri. Se così facessi, io mi renderei un vil delatore!
--Ma io vi prevengo, figlio caro, che la vostra confessione non può valer nulla, proprio nulla, vedete, se non è _piena_ ed _intera_; e, come vi ho detto, non può chiamarsi tale se non dite anche i nomi dei vostri compagni.
--Questi io non li dirò mai.
--In tal caso, me ne duole nel cuore, ma voi rimanete esposto a tutto il rigore della legge. Pensate alla moglie e ai figli!
--No! esclamò Monti; l'amore che io porto ai figli e alla moglie non mi farà mai diventare una spia! Morirò sul patibolo, se occorre, ma non mi farò mai il denunciatore de' miei fratelli.
--Peggio per voi! gridò il giudice coll'espressione della più fiera minaccia.
Allora comprese il povero Monti a qual laccio era stato colto da quell'infame che gli aveva fatta balenare la speranza della grazia, e rappresentata la miseria della sua famiglia, per meglio estorcergli la confessione, e così spingerlo più facilmente sotto il taglio della ghigliottina. Tale era il suo infame mestiere!
--Doveva immaginarlo! gridò il carcerato scuotendo fieramente le sue manette di ferro. Voi altri non fate grazia se non che alle spie; ed io, stolto, mi sono lasciato adescare dalle vostre lusinghe, e vi ho prestata l'arma per colpirmi più facilmente! Non importa: mi avreste assassinato egualmente. Ma sentite: voi siete il giudice, io sarò il condannato; ebbene, io mi sento tranquillo nella mia coscienza; dite voi altrettanto, se lo potete!
--Riconducetelo nella sua prigione, urlò il giudice, e se parla ancora domatelo colle nerbate.
Petronio accorse, e preso per un braccio il prigioniero, lo trasse alla segreta, mentre col ruvido dorso della mano si asciugava una lagrima.
--Oh grazie! mormorò Monti, che lo sorprese in quell'atto.
La tacita compassione del suo carceriere lo compensava della durezza del giudice.
XIX.
Il figlio.
Frattanto il giudice inquisitore si fregava le mani, e diceva al cancelliere Passerini:
--Benissimo! benissimo! ecco il frutto delle mie operazioni notturne. Noi cominciamo ad avere in mano un filo della trama, e questo filo basterà per svolgerla tutta quanta.
Poi, volto a Petronio, ch'era ritornato, dopo avere cautamente cancellati da' suoi occhi i vestigi del pianto pietoso:
--Presto, presto, disse. Fate venire l'accusato Gaetano Tognetti.
Tognetti dormiva, e fu risvegliato dalla voce e dalla mano di Petronio, che lo scuoteva.
--Chi è? mia madre? gridò l'infelice giovane, svegliandosi all'improvviso.
--Altro che mamma! c'è qui il giudice che vi aspetta.
--E che vuole il giudice da me?
--Vuole esaminarvi.
--Proprio adesso che stava dormendo. Maledetti! non ci lasciano riposare nemmeno alla notte.
Questo breve dialogo ebbe luogo fra Tognetti e il carceriere, mentre quest'ultimo eseguiva la penosa operazione di costringergli le mani nei ferri, senza i quali, non potevano i detenuti comparire alla presenza di Sua Signoria illustrissima.
--Come ti chiami? cominciò il giudice, quando Tognetti fu alla sua presenza.
--Non lo sapete? Mi avete pur fatto chiamare.
--Sei Gaetano Tognetti?
--Se l'ho detto che lo sapete! perchè dunque me lo domandate?
--Meno arroganza, giovinotto, e rispondi a dovere. Come hai passata la sera del 22 ottobre?
--E voi, come l'avete passata?
--Rispondi a dovere. Come hai passata la sera del 22 ottobre?
--So molto io!... E chi se ne ricorda?
--Questi infingimenti sono inutili! esclamò il giudice, adoperando questa volta la ciera brusca, per atterrire il giovane Tognetti. Consta alla giustizia che in quella sera tu hai preso parte alla nefanda ribellione; consta che hai commessi misfatti e nequizie senza termine; consta che hai perpetrati omicidi, ferite, ed altri crimini e delitti; consta sopratutto, che ti sei macchiato del crimine di lesa maestà in primo grado.
--Consta, consta, consta! soggiunse Tognetti con piglio beffardo. E se vi consta tutto questo, perchè mi venite a interrogare?
--Per ottenere dal tuo labbro la genuina narrazione del fatto.
--Resterete colla voglia in corpo, perchè da me non otterrete nessuna confessione.
--Pensa, riprese il giudice, pensa che la negativa non potrà giovarti, perchè i tuoi stessi compagni ti hanno accusato, e sopratutto Giuseppe Monti, che è stato esaminato in questo punto prima di te. Esso ha raccontato ed esposto per filo e per segno la compartecipazione che tu hai avuta nella perpetrazione del reato.
Tognetti, niente spaventato dal volto arcigno, nè dai biechi sguardi, nè dalle fiere parole del processante, volendo almeno vendicarsi collo scherno, che è l'ultima sfida dei vinti, si mise a ridere, e disse:
--Queste sono tutte bugie: ed io non credo un'acca di quanto mi dite. Nessuno de' miei compagni è capace di un simile tradimento. Voi mi date ad intendere queste fandonie per farmi cadere nella rete, e poter poi vantare che mi avete indotto a fare una confessione _spontanea_. Ma con me non ci arrivate, sapete.
--Pensa, gridò il giudice, piantandogli in faccia que' suoi occhiacci grifagni, pensa, che persistendo in questo contegno tu vai incontro diritto diritto alla morte!
--E che m'importa? soggiunse il giovane. Credete che io non capisca che la nostra sorte è decisa fino d'adesso? A che mi gioverebbero le umiliazioni, i pianti e le preghiere? a niente; avete già destinato di farmi morire. Ebbene io morirò; ma voi non avrete la consolazione di vedermi a piegare la fronte, e dimandarvi perdono. Io morirò sì, ma almeno voglio avere la soddisfazione di parlare liberamente fino all'estremo della mia vita.
--Pensa all'anima tua! disse l'inquisitore con voce lugubre.
--I conti dell'anima, io li faccio direttamente col mio Dio: fate lo stesso anche voi.
--Pensa alla tua vecchia madre.
--Mia madre! poveretta! esclamò Tognetti con tenerezza mista di rabbia. Voi altri infami la farete morire di dolore!
--Vedo che sei un peccatore indurito, soggiunse il processante, crollando la testa. Ritorna nella tua prigione!
E questo aggiunse con un gesto di ripulsione, con cui pareva dicesse le parole sacramentali degli esorcisti: _Vade retro Satana!_
Suonava appunto la mezzanotte, nel momento in cui Petronio rinserrava coi chiavistelli la segreta, ove era rientrato Tognetti.
--È mezzanotte! disse il cancelliere, sollevando per la prima volta la punta del naso dalle sue carte, e guardando il suo principale. Il pover'uomo sperava che fosse giunto il termine del lavoro, poichè dal grande scrivere aveva le dita tutte indolenzite. Ma la sua speranza fu delusa.
--Prima che ce ne andiamo, disse il giudice, voglio interrogare nuovamente Curzio Ventura. Appoggiandomi sulla confessione di Monti, potrò cavare qualche cosa anche da lui.
E a Petronio, ch'era di ritorno, al solito, col mazzo delle chiavi e la sua berretta nelle mani:
--Animo, disse, andate a prendere il detenuto Curzio Ventura.
Una carrozza si fermò in quel momento innanzi alla porta delle Carceri Nove.
Era la principessa Rizzi, che giungeva con Maria Tognetti.
La principessa comandò a Maria di aspettarla nella carrozza; poi, dopo avere abbassato il velo sul volto, si presentò al cancello della prigione, chiese del capo-custode, e a questi mostrò lo scritto di monsignor Pagni.
Il capo-custode s'inchinò profondamente, e condusse la signora attraverso un labirinto d'anditi e di scalette, fino a quel tal camerone, a cui mettevano capo le porte di tante segrete, e nel quale vedemmo già il secondino Petronio lottare col sonno. Giunto quivi:
--Sono ai comandi di vostra eccellenza, disse il capo-custode, che aveva fiutato la gran dama.
--Come vedete, soggiunse la principessa, che teneva sempre in mano il foglio: quest'ordine di monsignore vi comanda di consegnarmi il prigioniero che io nominerò.
--Eccellenza, sì. Qual è il prigioniero che devo consegnarle?
--È...
La principessa Rizzi stava per pronunziare il nome di Gaetano Tognetti, ma nello stesso punto si arrestò, e invece di quel nome emise un grido acutissimo.
Essa aveva veduto aprirsi una fra le porte ferrate delle segrete, e uscirne scortato da un secondino un giovane prigioniero. Era Curzio Ventura, che veniva condotto da Petronio innanzi al giudice Marini.
Lo vide essa appena, che lo riconobbe: ma pure non credeva a' suoi occhi, e si avvicinò a guardarlo meglio nel viso; poi fra i singhiozzi esclamò:
--Curzio! Curzio! sei tu?
Intese la voce della madre il giovane, e mosse per abbracciarla, ma lo impedirono i ferri che gli tenevano strettamente avvinte le mani e le braccia.
Il giudice Marini, cui già pareva troppo lungo l'indugio del carceriere, che doveva condurgli dinanzi l'inquisito, all'udire, quelle voci, uscì fuori dalla stanza degli esami, e venne nel camerone, seguito a breve distanza dal suo indivisibile cancelliere Passerini.
--Che significa ciò? esclamò vedendo una signora in atto di favellare al detenuto. Che cosa cerca quella donna? cacciatela fuori!
La principessa allora si avvicinò al giudice, e sollevando il velo, che subito dopo abbassò nuovamente, gli mostrò chi essa era.
Il giudice si raumiliò tutto; e cercando di emendare le maniere ostili di prima a furia di servilità, s'inchinò fino a terra, dicendo:
--Eccellenza, che cosa comanda?
--Guardi questo foglio, diss'ella, mostrandogli lo scritto. Conosce il carattere di monsignor Pagni?
Il giudice processante lanciò sulla carta uno sguardo, con cui si assicurò ben bene dell'autenticità della firma, poi disse:
--Ma ella è padrona, padronissima, collo scritto e senza scritto; può fare e disfare quello che vuole.
La principessa si volse allora al capo-custode, e disse, indicando Curzio:
--Il prigioniero che dovete consegnarmi è questo.
Ad un cenno del capo-custode, Petronio, tutto lieto, si affrettò a togliere le manette al detenuto.
--Venga, signor cancelliere, abbiamo finito, diceva intanto il giudice a Passerini; e questi, contento anch'esso come Petronio, raccolse in fretta le carte e le penne.
Marini, passando innanzi alla signora, si sprofondò nuovamente in un inchino, dicendo:
--Servo umilissima di vostra eccellenza! e si diresse verso la scala, seguilo dal suo caudatario.
--Curzio, affrettati, vieni! disse a Curzio la principessa.
--Dove? chiese il giovane sbalordito.
--In libertà, rispose ella, in libertà! Io posso salvarti; ma non tardare, vieni.
--Io dovrò fuggire, salvarmi, esclamò Curzio, mentre i miei fratelli rimangono in carcere, colla morte sospesa sui loro capi?
Essa non si attendeva quella resistenza; tremò che qualche ostacolo sopraggiungesse a frapporsi alla salvezza del figlio, e cercando un mezzo d'indurre Curzio a seguirla, esclamò:
--I tuoi compagni! anch'essi saranno salvi.
--Anch'essi?
--Sì, te lo prometto; ma ora non indugiare, vieni, altrimenti non saremo più in tempo... Pensa che frapponendo un ritardo, non solo cagioni la tua perdita, ma anche la loro.
Cieca per la paura di quella situazione tremenda, ansiosa di persuadere il figliuolo a seguirla, la povera madre non sapeva più che dire.
E Curzio riprese:
--Avrai tanto potere da salvarli anch'essi?
--E non ho il potere di farti fuggire?
--Mi giuri che otterrai anche la loro salvezza?
--Sì, te lo giuro. E ora vieni, se pure non vuoi perdere anche tua madre. Se tu rimani, io, no, non mi divido da te!
--Ebbene, io vengo teco! disse Curzio, dopo aver pensato un ultimo istante. Accetto la libertà, ma a patto che ne godranno anche i miei compagni.
--Fidati in me; vieni.
Così dicendo, la principessa conduceva seco Curzio; quando, giunta con esso al cancello del camerone, s'imbattè sulla soglia con monsignor Pagni.
--Fermatevi, o signora! gridò il prelato.
Essa si arrestò come impietrita. Curzio si ritrasse sdegnosamente lontano.
--Voi mi avete ingannato, disse monsignore a bassa voce alla principessa.
--Lasciatemi! diss'ella.
--Fermatevi, ripigliò monsignor Pagni. Voi non uscirete di qui con quell'uomo. È quello il giovane muratore che volete salvare? pel quale mi chiedeste un salvacondotto? quello è lo scultore Curzio Ventura, che la fama dice vostro drudo; e non erra, perchè gli è per salvar lui che voi abusaste della mia buona fede; è per salvar lui che voi siete qui dentro!
--Se sapeste... disse la principessa. Io non posso tutto spiegarvi. In nome di Dio, lasciatemi uscire!
--Voi non uscirete con lui, vi dico.
--Ebbene, volete tutto sapere? sappiatelo, soggiunse ella con risoluzione; e fattasi dappresso al prelato, parlandogli all'orecchio, con voce sommessa ma vibrata continuò:
--No, non è una tresca impudica che mi lega al giovane scultore; è l'amore il più puro, il più santo; è l'amore di madre!... Sì, io sono la madre di Curzio Ventura!... E, se non basta, sappiate ch'egli ha vent'anni, ch'egli è nato dopo che voi mi abbandonaste indegnamente al rimorso e all'infamia. M'intendete, o signore?
Monsignor Pagni, colpito profondamente da quelle parole, guardò fisso la principessa; lesse ne' suoi occhi smarriti l'espressione del vero; volse lo sguardo dalla parte ov'era Curzio tutto tacito e concentrato, esclamò:
--Egli è mio...
--Tacete! gl'impose essa con un gesto eloquente.
Il prelato la rassicurò con un cenno della mano; poi si avvicinò al giovane, guardandolo con tutta l'espressione dell'affetto.
Curzio all'appressarsi del monsignore si arretrò alquanto, e lo fissò con quell'occhiata di schifo e di diffidenza, che suol volgersi ad un rettile velenoso.
Il prelato si arrestò, curvò la testa, rimase un istante in silenzio, poi voltosi alla principessa:
--Andate, signora, le disse; voi siete libera di partire.
Essa prese Curzio per mano, e traendolo seco, scese precipitosamente le scale, i cancelli della prigione si aprivano l'uno dopo l'altro innanzi allo scritto di monsignor Pagni.
Giunta che fu sulla strada, la principessa trovò Maria Tognetti, che impaziente di abbracciare suo figlio, era scesa dalla carrozza, e si era avvicinata alla porta della prigione.
Appena vide giungere la sua protettrice seguita da un giovane carcerato, porse innanzi le braccia per stringere al seno il suo figliuolo; ma vedendo, invece del suo Gaetano, Curzio, che la principessa fece salire rapidamente nella carrozza, salendo anch'essa subito dopo, la povera Maria rimase immobile e muta. Voleva gridare, chiamare suo figlio, chiederne conto alla principessa, lanciarsi allo sportello del legno, al cancello delle carceri. Ma la sorpresa, l'emozione, il contrasto, le tolsero a un tratto il movimento e la parola. Agitò le mani, mandò un rauco gemito, ma si sforzò invano di muoversi e parlare.
La principessa sentì tutto il pericolo di quel momento; se Curzio si accorgeva dello scambio, pel quale esso veniva salvato invece del suo compagno Tognetti, avrebbe rifiutato di fuggire, e chi sa cosa sarebbe avvenuto.
La paura la rese crudele; seguendo l'impulso irresistibile dell'amore materno, che fa anteporre la salvezza di un figlio ad ogni altra considerazione, comandò al cocchiere di far partire la carrozza al galoppo.
Maria vide allontanarsi rapidamente il legno, e con esso ogni sua speranza; guardò anche una volta le tetre muraglie che le contendevano il figlio, mandò un grido, e cadde riversa sopra il selciato della via.
XX.
La rivincita di un prelato.
La desolazione più fiera era entrata nella casetta di Trastevere, dove un giorno aveva regnato la pace e la serena tranquillità di una vita modesta e incolpata. La famiglia di Giuseppe Monti era colpita dalla maggiore fra le disgrazie. Il capo maestro languiva in un carcere durissimo, minacciato da una condanna di morte, soggetto a tutte le privazioni e ai patimenti del prigioniero, e martoriato da quell'angoscia più crudele d'ogni altra d'essere diviso dalle persone tanto care al suo cuore.
Intanto sua moglie, i suoi figli, abbandonati, privi di soccorso, soffrivano l'inopia delle cose più neccessarie, e il tormento più feroce struggeva il cuore della Lucia, il pensiero delle sofferenze di suo marito, e il terrore della sorte che gli soprastava.
Essa era ignara della parte che Monti aveva avuta nella rivolta; ma sinistre voci erano giunte fino a lei, che parlavano di gravi indizi, di prove, di confessioni, di pene estreme, e tremende; e in quella incertezza paurosa quanto fosse straziata l'anima della povera donna, chi ha cuore nel petto può facilmente immaginarlo.
Nei primi giorni essa aveva trovata quella violenta energia, che assiste la donna nei momenti più terribili della vita. Animata da un virile coraggio, si era presentata agli uffici, alle prigioni, aveva parlato ai giudici, ai cancellieri, aveva chiesta udienza a prelati, e cardinali; preci, pianti, denaro, tutto aveva posto in opera per giovare al marito.
Ma quando vide tornar vani tanti sforzi pertinaci; quando vide accolte con fredda indifferenza le sue disperate supplicazioni, e perdersi tutte le sue monete nelle ingorde mani degli uscieri e dei secondini, senza alcun frutto, e ch'essa non poteva nemmeno aver notizia dello stato di suo marito, e del suo destino, e che le era conteso perfino il conforto di vederlo una volta, di mescere con esso il pianto degl'infelici, allora la povera donna sentì lo scuoramento entrarle nel cuore, e venirle meno ogni forza. In quella febbrile attività dei primi giorni si era consumata tutta quanta la sua energia; essa cadde in uno stato terribile di prostrazione.
Frattanto le sue risorse pecuniarie erano mancate, avendo ella consunti tutt'i suoi risparmi in quegli inutili tentativi: e i suoi bambini avevano bisogno di pane. Fu allora che la buona Teresa divenne l'angelo tutelare della famiglia.
Anch'essa aveva un pensiero d'amore che si volgeva dolorosamente alle Carceri Nove; ch'essa era amante e fidanzata del giovane Tognetti; ma all'aspetto di quella immensa sventura, che aveva colpita la sua cugina Lucia, dimenticava gli affanni suoi proprii per dividere le pene atroci della moglie di Monti. E quando il coraggio di questa, giunto all'estremo, diè luogo a un cupo sconforto, essa pensò e provvide ai bisogni della famiglia.
Si diede a lavorare giorno e notte senza riposo, e per quella fatica continua, smagrito il bel corpo, ingiallite le guancie e incavati gli occhi, mutò in breve sembiante, meno avvenente agli sguardi, ma più eletta e divina pel cuore; chè nulla sublima la donna quanto l'esercizio della pietà, la più celeste fra le virtù.
Lucia voleva lavorare anch'essa, ma in quello stato di affralimento a mala pena poteva reggere l'ago, e troppo spesso il pianto le faceva velo agli occhi, ed il dolore le toglieva ogni senso di vita.
Allora la brava Teresa moltiplicava le sue forze, i suoi pensieri; assisteva la desolata, acquietava i bimbi, provvedeva il vitto, e trovava tempo da lavorare per tutti.
Quando Lucia riacquistò un poco di vigore, ricominciò le sue gite. Si recava al cancello delle Carceri Nove supplicando quei cerberi che le lasciassero almeno vedere in lontananza il marito, per assicurarsi ch'esso era in vita; correva di porta in porta dai giudici per impetrare la salvezza del prigioniero, e ritornava sempre più sconsolata.
Un giorno le fu indicato il palazzo di monsignor Pagni, siccome quello d'uno dei membri più potenti della Sacra Consulta, del supremo tribunale, dal quale dipendeva la causa di suo marito. Ed essa, poveretta, salì anche quelle scale, e chiese di monsignore.
Dapprima le fu negato l'ingresso, ma insistè e pianse tanto, che il suo nome fu annunziato al prelato. Subito dopo essa fa introdotta nel salotto elegante, dove monsignore dava udienza ai supplicanti, insultando quasi col suo fasto alla loro miseria.
Monsignor Pagni, vestito colla consueta ricercatezza, in sottana di seta paonazza, stava seduto, in atto di molle riposo, sopra un soffice seggiolone; nè all'aprirsi della porta si volse a guardare chi entrasse. La povera Lucia si avanzò trepidando, e non osava guardare in volto il prelato. Poi si fermò, e rimase in umile atteggiamento, aspettando di essere interrogata ma egli noncurante, non la guardava nemmeno.
Essa allora si accinse a parlare, e alzò gli occhi da terra. Lo vide, appena che riconobbe il prelato, non ostante le mutate vesti e il tempo trascorso. Rabbrividì; avrebbe voluto fuggire, ma il pensiero del marito, la cui vita pendeva forse dalla volontà di quell'uomo, l'arrestò. Si provò di parlare, ma la sua lingua incollata al palato non poteva articolare un accento.
Lucia stava immobile, quasi istupidita: monsignore si degnò finalmente di volgere il capo dalla sua parte; la guardò, la squadrò dalla testa ai piedi, poi disse in tuono di benigna clemenza:
--Che volete, buona donna?
Ella si sforzò allora di pronunciare qualche parola, e riuscì a stento a balbettare:
--Mio marito... si trova... in prigione...
--Chi siete voi? chiese il prelato, mirandola cogli occhi socchiusi come fanno i miopi.
--La moglie... di Giuseppe Monti.
--Ahimè! fece monsignore con una smorfia; mi dispiace per voi, povera donna, ma non so mica come vostro marito potrà cavarsela. Uhm! si tratta di lesa maestà in primo grado. L'ha fatta grossa quel Monti. Voi dunque siete sua moglie!... Avvicinatevi; avete figli?
--Tre, eccellenza.
--Guardate, se un padre di famiglia deve cospirare contro il suo legittimo sovrano!... E voi, non vi siete mai accorta dei raggiri, delle male pratiche di vostro marito?
--No, eccellenza...
Monsignor Pagni fingeva di non riconoscere la moglie del soprastante muratore, e intanto osservava i mutamenti cagionati dal dolore su quella donna. Il volto emaciato dalle angoscie, gli occhi arrossiti dal pianto continuo non erano più tali da suscitare dei desiderj amorosi. Il prelato sorbiva invece la voluttà infernale della vendetta.
Quella donna l'aveva un giorno respinto sdegnosamente: ed egli aveva giurato di vendicarsi. Il giorno del suo trionfo era giunto più presto che non credeva: pareva che la cieca fortuna avesse cospirato in suo favore.
Ed ora quella donna orgogliosa, che lo disprezzò, era lì supplicante, paurosa, piangente, ed egli poteva a colpi di spillo ferirla nella parte più sensibile del cuore. Proseguiva dunque lentamente, e studiando con feroce piacere l'effetto delle sue parole sul volto di quella disgraziata:
--Uhm! non so: è una causa grave; potrebbe anche andar bene, ma sarebbe un miracolo del cielo. Quel disgraziato Monti, sopratutto, si trova in una condizione più seria degli altri.
Poi, dopo una pausa atroce:
--Non so davvero se gli riuscirà di salvare la pelle!
--Ah!
Lucia diede un grido fortissimo; poi, diritta, irrigidita, colla bocca anelante, coi grandi occhi neri aperti, spalancati, colle braccia protese in avanti, mormorò con voce soffocata:
--Che dite, eccellenza? Mio marito... si trova in pericolo di...
--Di andare alla morte... Ma, Dio buono, sicuro; credete che si possa impunemente ribellarsi al proprio sovrano, al padre amoroso dei fedeli?
--Ah Dio! credo di divenir pazza... non lo dica, eccellenza... pensi che abbiamo tre figliuoli... tre fanciulletti innocenti... che non hanno colpa di nulla...
--E che cosa ci posso fare io?... Egli doveva pensarci, prima di mischiarsi nelle cospirazioni della setta. Adesso l'ha fatta: la pagherà.
--Dio mio!