I misteri del processo Monti e Tognetti
Chapter 9
Lucia si mise le mani congiunte sul seno, dove aveva sentita una fitta acutissima che le toglieva il respiro, sentì piegarsi le gambe, e stette lì lì per cadere.
Ma in quel momento il suo sguardo si volse sulla faccia del prelato. Essa lo vide guardarla con un sogghigno beffardo, nel quale stava dipinta tutta la diabolica gioia di un uomo che si beava all'aspetto di tanta sventura. Lucia comprese la crudeltà di quello scellerato, e non volle dargli un ultimo piacere coll'aspetto della sua debolezza. Richiamò gli spiriti attivi dell'anima con un supremo sforzo di energia. Indietreggiò come inorridita, si coperse la faccia colle mani, e fuggì correndo da quella casa abbominata.
XXI
Il giudice processante.
Erano pochi minuti dacchè Lucia Monti aveva lasciato il palazzo di monsignor Pagni quando si presentò nelle anticamere del prelato il giudice processante Marini, chiedendo udienza. Gli fu risposto che monsignore per quella mattina non voleva ricevere nessuno.
Il giudice guardò in aria furbesca il cameriere che gli parlava, mise la mano destra in una saccoccetta del suo panciotto nero, la cavò fuori carica di un bel mezzo scudo d'argento, e con quella strinse la mano del cameriere, dicendogli a mezza voce:
--Galantuomo, fatemi il piacere di dire a sua eccellenza reverendissima che il giudice Marini ha bisogno di parlarle, per un affare urgentissimo, che non ammette proprio dilazione.
--Vossignoria sarà servita all'istante, riprese il cameriere vinto da quei _bei modi_.
E dopo di essere entrato nelle stanze di monsignore, rientrò spalancando la porta, e dicendo:
--Entri, illustrissimo signor giudice.
--S'accomodi. Che cosa desidera? disse monsignore colla solita aria di protezione, lasciando in piedi _Sua Signoria illustrissima_, mentre egli se ne stava mezzo sdraialo sulla sua poltrona.
--Domando perdono a vostra eccellenza reverendissima, se riesco importuno in questo momento. Così esordì Marini, stando colla schiena curva e il collo piegato sull'omero destro, e tenendo il cappello con ambe le mani sopra la pancia.
--Dica, dica pure quello che ha da dirmi; purchè faccia presto. Questa mattina ho un mondo di cose da sbrigare, e mi piovono le noje.
--Io sono, come vostra eccellenza sa benissimo, l'istruttore del famoso processo.....
--Di lesa maestà.
--In primo grado. Non le dirò le fatiche, i sudori indefessi, le notti vegliate che mi costa questa causa. Io conosco tutta l'importanza della mia missione; non risparmio travagli, non mi arresto innanzi agli ostacoli. E.... posso dire, con qualche orgoglio (e qui accompagnò le sue parole con un risolino modesto) che la mia operosità fu già coronata da un certo successo. Uno dei punti più tenebrosi del processo, mercè le mie cure, è venuto in chiaro; quello che riguarda la mina della caserma Serristori. E su questo punto, eccellenza, sono stato proprio fortunato, perchè mi è riuscito di ottenere da uno dei rei principali la genuina confessione del fatto. Giuseppe Monti ha confessato il delitto ne' suoi più minuti particolari.
--È dunque vero? interruppe il prelato: quel Monti è uno dei principali delinquenti?
--Eccellenza, sì; ed io mi tengo sicuro, che non potrà andar esente dalla condanna capitale.
Gli occhi di monsignor Pagni mandarono un lampo di gioia selvaggia.
--Però, proseguì il giudice, ad onta de' miei sforzi pertinaci, non sono riuscito a cavargli di bocca i nomi de' suoi complici; e le mie cure sono dirette adesso a supplire in qualche modo al suo silenzio. Ho potuto raccogliere de' gravissimi indizi a carico di altri coinquisiti. Consta, per esempio, per la relazione di un _confidente segreto_, che Giuseppe Monti fu visto pochi momenti prima della esecuzione del misfatto in compagnia di Gaetano Tognetti, e di un certo Curzio Ventura... che...
Il processante si arrestò a questo punto, guardando in faccia monsignore, e cercando di misurare l'espressione della sua fisonomia per dedurne se dovesse seguitare oppur no.
Il prelato gli volse un'occhiata brusca, dicendo:
--Ebbene?
--Di un certo Curzio Ventura, proseguì il giudice, pel quale vostra eccellenza reverendissima si è degnata di mostrare un particolare interesse.
--E perchè? chiese monsignor Pagni con tal voce tonante, che fece tremare il terribile inquisitore.
--Perchè, rispose questi con voce sommessa, e arrestandosi ad ogni parola, come quegli che mette innanzi il piede per tastare il terreno prima di fare un passo: perchè vostra eccellenza reverendissima... si è compiaciuta... di accordare un salvacondotto al nominato Curzio Ven...
--Se così feci, interruppe il prelato con accento di collera, non fu già perchè io abbia qualche interesse per quel giovane. Mi meraviglio ch'ella, signor giudice, osi solamente supporlo. Se ella avesse più rispetto pe' suoi superiori, non penserebbe nemmeno che essi possano sacrificare le esigenze della giustizia alle loro particolari affezioni. Se io accordai un salvacondotto a Curzio Ventura, si fu unicamente perchè gl'interessi dello Stato lo esigevano imperiosamente. Capisce? perchè era una suprema necessità che il nome di quell'individuo non figurasse nel processo. Intende? E così facendo, io mi valsi di quella facoltà che mi viene concessa dal mio grado, e dai poteri straordinari che mi competono... ha capito? E mi stupisco, le dico, che il signor giudice processante abbia trovato a ridire su quanto io ho creduto di fare e comandare, me ne stupisco assai!
Durante quella intemerata il povero Marini aveva fatto una pantomina continua di assicurazioni, di proteste, di sottomissioni, e quando monsignore ebbe finito di parlare:
--Ma io, soggiunse, non ho supposto... non ho creduto... ma le pare, eccellenza, che io voglia ardire di sindacare le operazioni di un mio superiore? Ma ciò ch'ella fa è ben fatto; ma ella non deve rendere conto delle sue azioni all'umilissimo suo servitore. E poi, io mi sono espresso male. Capisco bene io ciò che vuol dire. Sì signore, gl'interessi dello Stato esigono.... capisco.... so bene. Ventura è romano; non si deve credere che gli agenti principali della ribellione fossero sudditi del Santo Padre. Dico bene, eccellenza?
E qui si arrestò temendo di cadere un'altra volta in fallo; ma il prelato non rispose, il giudice interpretò il suo silenzio come una tacita approvazione, e continuò:
--Ed è appunto per servire in questo senso agl'interessi dello Stato che io mi sono permesso di venire a disturbare l'eccellenza vostra.
--Che cosa vuol dire? si spieghi.
--Voglio dire, monsignore, che quel tal individuo, quel Curzio Ventura, il cui nome non deve figurare nella sentenza, è stato arrestato ai confini.
--Arrestato ai confini?
--Mentre faceva ritorno nello Stato Pontificio con abiti falsi, e falso passaporto.
--E dove si trova adesso?
--È trattenuto nella caserma dei gendarmi a mia disposizione: prima di farlo tradurre nelle Carceri Nove ho pensato bene d'interpellare l'eccellenza vostra.
--Ella ha fatto benissimo, signor giudice; il farlo rinchiudere nuovamente nelle Carceri Nove sarebbe stato un gravissimo errore.
--È quello che ho detto io medesimo, eccellenza, e per questo sono venuto ad avvertirla.
--Va bene; di questo affare me ne incarico io; vado anzi sul momento a consultarmi con Sua Eminenza il segretario di Stato. Quanto a lei, non se ne dia altro pensiero: il detenuto passi a mia disposizione, ed io penso al rimanente.
--Come comanda vostra eccellenza; sarà obbedita puntualmente.
E così dicendo, Marini s'inchinò per la centesima volta.
Il prelato suonò un campanello, e al servo che si presentò sulla porta, ordinò:
--La mia carrozza.
--Monsignore la riverisco, disse allora il processante, baciando la mano al prelato con un centunesimo inchino.
--La saluto, rispose seccamente monsignore.
Poi, mentre Marini se ne andava, camminando a ritroso come i gamberi, soggiunse:
--Aspetti!
Il giudice si fermò in tronco.
--So ch'ella desidera qualche cosa.
--Oh troppo buono a occuparsi di me, fece il giudice con una smorfia.
--Un avanzamento, una promozione...
--Io terrei paghi i miei voti quando... ma non ardisco sperare...
--Oh, dica pure.
--Quando fossi nominato assessore di polizia.
--Va bene; ne parleremo con sua eminenza.
--Ah monsignore! Ella vorrà degnarsi...
--Conti sulla mia protezione.
--Eccellenza!
Il giudice Marini ritornò a baciare la mano di monsignore coll'entusiasmo della riconoscenza anticipata, poi riprese il suo cammino retrogrado, finchè fu uscito dalla porta del salotto.
In anticamera sorrise al cameriere, che lo aveva introdotto, e nello scendere per le scale si fregò le mani, pensando:
--Ecco un mezzo scudo bene speso. Il posto di assessore questa volta è assicurato.
XXII.
Per salvarlo.
Misteri del cuore umano!
Vedemmo abbastanza quanto fosse perversa l'anima di monsignor Pagni. Eppure uno spiraglio di luce era penetrato in quel tanto bujo. Quando la principessa gli fece comprendere quale vincolo misterioso passasse fra lui e il prigioniero Curzio, quell'uomo crudele, dal cuore incallito nella ferocia spietata, provò qualche cosa d'incognito, di nuovo che si agitava dentro di lui, e si sentì spinto a volere la salvezza di quel giovane, ad amarlo!
Se il prelato avesse avuto una famiglia, una moglie, dei figli, il suo cuore ingentilito dalla dolcezza dei domestici affetti, non sarebbe mai giunto a quell'eccesso di perfidia nel quale era piombato. Ma così chiuso e serrato, come egli era, nell'egoismo ecclesiastico, siccome in un involucro impenetrabile ai più dolci sentimenti dell'umana natura, egli sentì a poco a poco la malvagità farsi arbitra assoluta delle sue azioni. E quel lampo di bene che gli balenò nella mente insieme alle parole _mio figlio_! quel lampo fugace si era perduto ben presto nelle fitte tenebre della sua anima fosca.
Ora, in mezzo al più brutale sfogo della sua perfidia, egli veniva sorpreso da un tenero sentimento al pensiero che Curzio si trovava nuovamente in pericolo della vita. Mistero inconcepibile! Quell'uomo istesso che pochi minuti prima aveva sorriso con barbara compiacenza innanzi agli strazi della povera Lucia Monti, ora si affrettava, e accorreva anelante per salvare la vita di un uomo!
La carrozza di monsignore Pagni si fermò in Piazza del Popolo innanzi alla caserma dei gendarmi papali.
La guardia uscì fuori; si schierò in parata; furono presentate le armi al prelato; e gli ufficiali scesero ad incontrarlo.
Ebbe egli appena manifestato il desiderio di parlare coll'arrestato, che fu posta a sua disposizione la miglior camera del quartiere; là dentro fu condotto alla sua presenza Curzio Ventura; e a un cenno di monsignore furono lasciati soli.
Curzio guardò sdegnosamente il prelato.
--Accomodatevi, disse questi, sedete, qui, vicino a me, senza cerimonie; non abbiate timore.
--Io non ho timore, rispose il giovane, e rimase in piedi.
--Voi non dovete vedere in me, riprese monsignor Pagni, nè il giudice, nè il prelato: consideratemi come un buon amico, che vuole il vostro bene, ed è venuto qui unicamente per giovarvi.
Curzio lo guardò, esprimendo la sua incredulità con un sorriso.
--Io sono mandato dalla principessa Rizzi, aggiunse allora Pagni.
--E che vuole essa da me? disse vivamente il giovane, essa mi ha ingannato!
--Per salvarvi.
--Essa mi ha ingannato! ripetè Curzio con maggior forza. Ella sapeva che io non avrei accettata la mia salvezza che ad un patto, e questo era che con me sarebbero salvi i miei compagni Monti e Tognetti. Come ha essa mantenute le sue promesse? Monti e Tognetti languono tuttora nelle Carceri Nove; dipendono sempre dal sanguinario tribunale della Sacra Consulta, e sulle loro teste sta sospeso il ferro della ghigliottina! E poteva io intanto starmene in sicurezza, sano e salvo, al di là dei confini, rinnegando l'amicizia, la solidarietà, la fratellanza, tutti i sentimenti, che mi legano a quegli infelici? Ah, no!... Dite alla principessa che le sue cure, i suoi inganni, furono vani; io sono ritornato!
--A che ritornaste, sconsigliato? Sperate forse di ridonare la libertà a coloro che nominaste, ormai non è più cosa possibile.
--Ebbene, io sarò pago di morire con essi. Sapranno almeno che io non ho acconsentito a dividere la mia dalla loro fortuna.
--Ah giovane, giovane! esclamò monsignor Ragni crollando la testa: questi sentimenti sono belli da leggersi nei libri di Plutarco, ma nella realtà della vita...
--Voi, voi, sacerdoti, proruppe Curzio, ci vorreste santi nelle massime, perfidi nella realtà. Voi ci vorreste ipocriti e bugiardi, anneghititi e schiavi, turpemente vigliacchi, per tenerci più sicuramente il piede sul collo. Ma no, viva Dio! qui dentro abbiamo ancora un alito di vita; e tanti secoli, nei quali ci avete addensata intorno quest'atmosfera di piombo non ebbero potere di soffocare ne' nostri petti il libero respiro. Arde ancora, scintilla la virtù latina. E voi lo sapete, voi che tremate, nell'intimo del cuore; e paurosi vi raccomandate alle spie e ai carcerieri, ai monaci e al boja, perchè sperdano e struggano la semenza dei _framassoni_! Sciagurati! a che vi giovano le catene ed il sangue? Un popolo non si uccide, un'idea non si estingue. Il sangue sparso ricade in tanta vergogna sulle vostre teste; e affretta il giorno della giustizia.
--Sangue caldo! testa esaltata! pensava intanto fra sè il prelato, crollando sempre la testa. Se io lo rimettessi in libertà, costui si rovinerebbe senza rimedio. Come fare adunque?
Stette alquanto pensieroso come chi cerca un consiglio, poi con un gesto risoluto.
--Non c'è altro partito! esclamò.
Si alzò, si avvicinò a una tavola; scrisse alcune righe sopra un foglio, volse un ultimo sguardo a Curzio senza parlare, e uscì dalla stanza.
Consegnò lo scritto con poche parole a un ufficiale superiore dei gendarmi, che lo accompagnò fino alla carrozza. Prima di salire in legno il prelato porse la sua mano a baciare agii ufficiali, poi ordinò al cocchiere:
--Al Vaticano!
Poche ore dopo la visita di monsignor Pagni, Curzio veniva posto in una vettura chiusa ermeticamente, la quale si avviò colla scorta dei gendarmi a cavallo verso Civitavecchia. Giunto in quella città, fu introdotto nella fortezza, e là dentro venne serrato in una prigione, e dato in custodia ai profossi militari.
Da quel momento il più assoluto segreto circondò il prigioniero. I suoi guardiani erano tedeschi, che non sapevano una parola d'italiano. Avevano per consegna di usargli ogni riguardo, di non lasciargli mancare alcuna cosa; e nello stesso tempo d'impedire il minimo tentativo d'evasione e qualsiasi comunicazione del detenuto col di fuori.
Curzio non vide più che i volti austeri dei profossi, dei quali non capiva il linguaggio, e che dal canto loro non comprendevano il suo. Egli divenne qualche cosa di simile al famoso prigioniero della _maschera di ferro_, poichè nessuno sapeva nella fortezza chi fosse, e perchè si trovasse là dentro. Solamente, fra i soldati esteri, di cui si componeva la guarnigione, si era sparsa la voce, che Curzio fosse un colonnello delle truppe pontificie, passato al nemico nella occasione dell'insurrezione, il quale aspettava di essere giudicato da un consiglio di guerra.
Monsignor Pagni, per salvargli la vita aveva ottenuto dal cardinale Antonelli, che Curzio restasse rinchiuso in quella fortezza e rigorosamente guardato e inaccessibile, fino a che fosse compiuto e definito il processo di Lesa Maestà, dal quale doveva essere escluso il suo nome.
La povera Maria Tognetti, la quale era rimasta come pazza pel dolore, quando la principessa Rizzi aveva salvato il proprio figlio invece di Gaetano Tognetti, si era presentata più volte al palazzo Rizzi, chiedendo di parlare colla principessa, ma sempre le era stato negato. La necessità terribile della situazione aveva resa spietata quella signora, che pure ebbe da natura un buon cuore. Essa aveva più volte pregato monsignor Pagni, perchè liberasse anche Tognetti, ma egli aveva sempre opposto che non era possibile, che c'era stato bisogno di tutto il suo credito per coonestare la liberazione di Curzio, che quella stessa non era riuscita che per sorpresa, che il tentarne un'altra sarebbe stata opera vana, che le più severe misure erano state prese perchè non avesser più a verificarsi simili cose, e finalmente che la sua stessa potenza non sarebbe bastata ad effettuarla.
Le preghiere della principessa non l'avevano dunque condotta ad alcun risultato, ed è perciò che non potendo esaudire la Maria, e, non avendo cuore di sopportare i suoi lamenti, e i rimproveri ch'essa aveva diritto di volgerle, era venuta nella crudele determinazione di tener chiusa la sua porta alla povera madre.
XXIII.
Scene preliminari.
Fra gli strazi dei prigionieri, le lagrime delle famiglie, le perfidie dei giudici, giunse, dopo un anno, il giorno del giudizio definitivo.
Il 16 ottobre 1868 si riuniva nella gran sala del palazzo Innocenziano di Monte Citorio il supremo tribunale della Sacra Consulta per giudicare la gran causa di Lesa Maestà.
Quanto sangue e quanto pianto gronda intorno alle pareti di quella sala, dove furono condannati al patibolo e alle galere tanti generosi patrioti! In quella sala sta scritta tutta la storia del papato moderno, di un potere che si regge col solo puntello delle bajonette e delle mannaje.
Un grande crocifisso pende dalla parete, e sott'esso sta un busto marmoreo di papa Pio IX.
Una gran tavola semicircolare, coperta da un drappo nero, è anteposta a dodici scanni pei giudici, fra i quali uno più elevato per il presidente. A diritta e a sinistra stanno altri scanni, pel procuratore fiscale, per monsignor relatore, pel difensore.
Dodici sono i giudici, compreso il presidente, e tutti prelati; tutti chiercuti, che giudicano della vita e della morte.
Per gli accusati non v'era posto; ch'essi non comparivano innanzi ai loro giudici, nè la loro voce si udiva nella sala del tribunale.
Il giudice processante Marini aveva fatta stampare e distribuire ai giudici la sua relazione del processo, la quale doveva servir di base alla sentenza; perchè i giudici non isvolgono mai le carte processuali, e si rimettono in tutto alla relazione del processante.
La relazione di Marini era riuscita un capo d'opera di perfidia e di astuzia. Nel compilarla egli si era mantenuto fedele al sistema, che gli vedemmo tenere nella istruzione del processo. Due fini principali gli erano stati imposti, e a questi aveva diretto tutto il suo lavoro. Egli doveva dimostrare queste due cose: che il movimento della insurrezione romana non fu opera dei cittadini di Roma, ma fu importato dal di fuori, e che gl'imputati non erano stati spinti nei loro atti dall'idea patriottica, ma sibbene da un vile interesse. Monti e Tognetti non solamente dovevano essere uccisi, dovevano anche essere infamati!
Tale fu la direzione che Marini diede alla sua relazione processuale, contorcendo i fatti e ravvolgendoli in ambagi cavillose.
Non tardò il processante a ricevere i rallegramenti dei monsignori della Sacra Consulta, e una ricompensa più gradita, che fu una croce dell'ordine _Piano_, che lo elevava al grado di cavaliere.
Tronfio dei novelli onori, e colla sua bella croce sul petto, Marini si aggirava nelle anticamere del Supremo Tribunale. Ad ogni monsignore che entrava, egli accorreva a baciare la mano, e ne riceveva una stretta, un sorriso, una benigna parola, che lo facevano andare in visibilio.
Quando fu la volta di monsignor Pagni, questi strinse la mano a Marini più a lungo degli altri, e:
--Bravo! gli disse. Bravo, signor cavaliere! Ho letta la vostra _relazione_ e posso assicurarvi che è un bel lavoro. Ve ne faccio i miei rallegramenti.
--Sono troppo fortunato, se l'opera mia ha incontrato l'approvazione dell'eccellenza vostra reverendissima, rispose Marini con un inchino.
--Sì, la mia piena approvazione, riprese monsignore. Ed io farò in modo che il sovrano favore non si limiti alla croce che vedo brillare sul vostro petto.
--E di cui sono riconoscentissimo a Sua Santità, e anche all'eccellenza vostra reverendissima, che colla sua potentissima protezione....
--Un posto di assessore di polizia è appunto vacante, e forse...
--Che? potrei forse ottenerlo! Ah eccellenza!
--Facciamo prima di compir l'opera, e poi verranno le ricompense. Anche noi sudiamo sangue per questa causa.
--A vostra eccellenza spetta un guiderdone più elevato. Questo processo diventa la base della cattedra di Pietro. Altro che bajonette e cannoni! processi, vogliono essere, processi e condanne, e condanne di morte.
Monsignore sorrise all'insolita parlantina del giudice processante. La croce dell'ordine _piano_, e la speranza dell'_assessorato_ l'avevano posto fuori di sè.
--Le condanne di morte! mormorò il prelato a mezza voce, in questa causa non dovrebbero mancare.
--Due per lo meno mi sembrano sicure, riprese il cavaliere piano, quelle di Monti e di Tognetti.
--Ah sì! ripigliò monsignore, queste due sono necessarie. Bisogna dare un esempio agli empi rivoluzionari.
--Vendicare i valorosi zuavi.
--E far vedere al sedicente regno d'Italia che non abbiamo paura dei _framassoni_.
--Dunque le pare, eccellenza, che la mia _relazione_ sia bene diretta a codesto fine?
--È una rete inestricabile, dalla quale non si potranno sciogliere gli accusati: è un documento, che rimarrà a infamia eterna dei nostri nemici.
--E alla maggior gloria del Santo Padre, soggiunse modestamente il cavaliere.
L'avvocato Leoni entrò nella sala, e salutò monsignor Pagni.
--Benvenuto, signor avvocato, disse questi. Vedete che ho mantenuta la promessa che vi feci in casa della principessa Rizzi. A voi è affidata la difesa degli accusati.
--Ho ottenuta la grazia, disse Leoni, e sono quasi pentito di averla impetrata.
--Eh capisco! soggiunse Marini, col suo risolino. Riandando il processo, vi siete persuaso anche voi della scelleraggine dei vostri difesi.
--No, rispose con forza l'avvocato, mi sono anzi convinto della loro innocenza!
--Come?
--Sì, della loro innocenza, e cercherò di trasfondere la mia convinzione nell'animo dei giudici. Ciò che mi rende titubante, e quasi smarrito, è la tremenda responsabilità che pesa sopra di me, ed io diffido delle mie deboli forze. Pazienza! io conosco qual'è il mio dovere, e spero coll'aiuto del Signore di compirlo.
--Dal lato nostro, disse monsignor Pagni, in tuono di compunzione religiosa, non bramiamo altro che di poter seguire i miti consigli della difesa. Preghiamo lo Spirito Santo perchè voglia illuminarci colla sua luce.
In quel punto, un usciere si avvicinò a monsignor Pagni, annunziandogli che una vecchia aspettava nella sala delle udienze private, implorando la grazia di parlargli per un momento.
--Sta per incominciare la seduta. Non posso.
Così disse monsignore; poi parve che gli sopravvenisse un pensiero, che gli fece mutare risoluzione. Fe' cenno all'usciere di ristare; si accomiatò dal giudice processante e dall'avvocato, e si avviò verso la sala delle udienze private.
Una vecchia lo aspettava infatti.
--Avvicinatevi, buona donna, diss'egli, con finta benignità. Chi siete? che cosa volete da me?
--Io sono la madre di Tognetti, monsignore, e voglio giustizia, intendete, giustizia.
--Non vi mancherà, buona donna. Noi siamo qui appunto per rendere giustizia.
--Mio figlio è innocente, monsignore: egli non merita la morte! Eppure ho inteso a dire che la Sacra Consulta vuol condannarlo a morte! Mio figlio è stato arrestato, perchè difendeva un altro, nell'atto che i birri volevano arrestarlo, e quest'altro, monsignore, era Curzio Ventura. Ora perchè Curzio Ventura è salvo, e mio figlio è in procinto di essere condannato a morte? Mio figlio doveva essere liberato; io aveva ottenuto la promessa dalla principessa Rizzi, e per suo mezzo anche la vostra, monsignore. Perchè dunque egli è rimasto in prigione, perchè dev'essere condannato?
Il prelato taceva.
--Il perchè ve lo dirò io, continuò la povera madre furibonda: perchè in vece di mio figlio avete voluto far fuggire Curzio Ventura; perchè Curzio Ventura è vostro figlio!