I misteri del processo Monti e Tognetti
Chapter 7
Il loro contegno era diverso, secondo la differenza del loro carattere. Curzio, anima sdegnosa, che aveva imparato fino dai primi passi della vita a combattere colle avversità della sorte, si era chiuso in una specie di stoica rassegnazione. Non una sua parola, non un suo gesto dimostrava rabbia o sdegno in faccia ai carcerieri. Egli serrava tutto in sè stesso il magnanimo dispetto dell'impresa mancata. Calmo e sereno in vista, ruminava fra sè e sè le delusioni del passato e le speranze di una futura riscossa. Noncurante del suo destino e della sua vita, pensoso solo di quelle grandi idee che occupavano la sua mente: la patria e la libertà!
Gaetano Tognetti, giovane di carattere più irrequieto e impaziente, non sapeva adattarsi alle angustie del carcere, nè sopportare in pace la rovina di tanti ardimenti, nè riposarsi nelle aspettazioni dell'avvenire. Insofferente della prigione, si martoriava più e più colle smanie incessanti, che gli rodevano il cuore, e che esalavano in grida disperate di cruccio e di dolore.
Giuseppe Monti era tutto concentrato nel pensiero della sua famiglia. Sua moglie e i suoi figliuoletti abbandonati, esposti alla miseria; gli strazj di quella povera donna, incerta della sorte di lui, tremante per la sua vita, i pericoli ai quali essa era in preda; queste erano le immagini crudeli che angustiavano il suo cuore, e rendevano più dolorose per lui le ore interminabili della prigione. Tutto compreso da quella pena, tanto orribile pel cuore di un marito e di un padre, Giuseppe Monti non dava segno di vita; soffriva pazientemente la durezza del carcere, e solo ad ora ad ora, quando le torture del suo pensiero si facevano più insoffribili, mormorava a bassa voce queste sole parole:
--Povera mia moglie! poveri miei figli!
XVII.
Il secondino Petronio.
Fra i secondini delle Carceri Nove, fra quei manigoldi dal cuore indurito v'era per caso un buon uomo, che in mezzo a tanto spietata ribalderia serbava un cuore accessibile alla pietà.
Era un certo Petronio, bolognese, antico lavorante di canapa; condannato una volta per un ferimento da lui commesso nel calore di una rissa, gli avevano commutata la pena della galera nell'ufficio del carceriere, cosa non rara negli Stati del papa, dove son pochi gli uomini onesti e liberi che si offrano spontanei al mestiere dell'aguzzino.
Nella sera di quel giorno in cui avvenivano nel palazzo del principe Rizzi le scene narrate nei capitoli precedenti, il secondino Petronio si trovava di guardia in un camerone interno delle carceri; toccava a lui di vegliare per tutta la notte in quel luogo.
Il buon uomo si aiutava col tabacco da naso e con quello da fumo, contro il sonno che minacciava d'invaderlo. Guai se il capo-custode nella sua ispezione notturna lo avesse trovato addormentato! Una mezza dozzina di nerbate, susseguita da una giornata di cella e di digiuno, era il meno che potesse toccargli.
Egli prendeva un tratto la pipa, e tirava quattro boccate di fumo, poi deponeva la pipa e pigliava la scatola, e fiutava due prese di tabacco, poi ricorreva di nuovo alla pipa per ritornare poscia alla scatola. Ma ormai tutti i provvedimenti tornavano vani: già le sue palpebre divenivano pesanti pesanti, e si chiudevano, e la sua testa si abbassava prima lentamente, poi più presto, fino a che il mento gli si andò a posare addirittura sul petto.
Per fortuna in quel momento stesso l'orologio della prigione suonò le undici ore.
Petronio si svegliò di soprassalto, gridando:
--Olà! alt! ferma! vuol scappare!... Ah! proseguì poscia, fregandosi ripetutamente gli occhi e la fronte, mi pareva che qualcuno volesse scappare... Maledetto sonno! la pipa non basta più a farmi stare sveglio, e il tabacco nemmeno!... Uh! che brutta vitaccia quella del carceriere!
E qui il buon Petronio, dopo essersi ben bene impinzato il naso di _rapè_, ed avere sgombrata la testa con una scarica continuata di starnuti, si abbandonò al corso delle sue consuete meditazioni.
--Brutta vita! ripeteva fra sè. Sempre in mezzo alle miserie, sempre chiusi in questa spelonca come tanti gufi! E poi non potere neanche dormire alla notte. Almeno i carcerati riposano a loro bell'agio!
In quel momento, quasi a smentire l'assertiva del carceriere, un lungo, penoso gemito uscì da una segreta vicina, la cui porta si apriva appunto in quel camerone, dov'era Petronio.
--Chi è? cos'è stato? esclamò egli. Sarà questo qua che ogni tanto si lamenta.
Petronio si alzò dalla sedia, e si avvicinò alla porta, donde pareva che il gemito fosse uscito. Quella porta aveva un finestrino che poteva aprirsi dal di fuori per spiare nell'interno della segreta. Egli tirò il catenaccio, e aperto il finestrino, guardò dentro.
La luce di un fanale appeso alla volta di quel lugubre camerone, mandava per il pertugio aperto da Petronio raggio bastante per discernere dentro la segreta la figura di un uomo, che stava rovesciato sul suo coviglio, colle mani intrecciate sopra la testa, in atto di disperato dolore.
Petronio si fermò a contemplare quei misero, e intanto pensava fra sè:
--L'ho detto io. Era lui che mandava quel lamento. Sempre così questo povero Monti! Ah! è proprio vero! egli riposa meno ancora di me.
Poi il dabben uomo richiuse il finestrino, e passò dall'altra parte del camerone, dove aprì un simile sportello, e guardò dentro a un'altra segreta. Era quella di Curzio.
--Quest'altro invece se la dorme in pace! pensò Petronio. Beato lui! Se potessi fare lo stesso anch'io!
Staccatosi anche da quella porta, il bravo secondino si diede a passeggiare in lungo ed in largo per opporre migliore resistenza al sonno, ch'era sempre lì lì per tornare ad assalirlo.
In fondo al camerone era un cancello, pel quale si passava nelle altre parti della prigione... a quel cancello stava di guardia una sentinella.
Petronio si avvicinò al soldato, e gli chiese:
--Camerata, che ora abbiamo?
--Sono appena suonate le undici ore.
--Le undici! e io credeva che fosse passata la mezzanotte!
--Ho ancora un'ora da passare in fazione.
--Ed io ho ancora sette ore da vegliare! Maledetto mestiere!... Torniamo a fumare.
Era appena tornato a sedere nel posto di prima, e aveva riaccesa la pipa che si era spenta, quando Petronio intese un altro lamento, che come il primo proveniva dalla cella di Monti.
Il pietoso secondino si sentì rimescolare il sangue; e ritornò al finestrino della porta. Guardò un tratto il prigioniero, poi lo chiamò, dicendogli:
--Ehi! pover'uomo, non potete dormire?
Monti volse la testa verso il pertugio, stette alquanto in silenzio, chè gli pareva strano quell'accento di compassione in un carceriere, poi domandò:
--Siete padre voi?
--Io no.
--Allora non sapete... non potete sapere... Il padre ch'è staccato dalla sua famiglia non trova mai pace.
--Avete moglie e figli?
--Tre figli: e il più piccino non ha che sei mesi!
--Poveretto!
Monti aguzzò lo sguardo, fissando il volto di Petronio, attraverso le sbarre del finestrino: e cercava d'indovinare in quell'oscurità se la pietà del secondino fosse vera o finta.
Pare che l'esame tornasse favorevole a Petronio, poichè Monti prese a dire:
--Voi, che mi sembrate più buono degli altri, ditemi qualche cosa della mia famiglia: dacchè sono qui dentro, non ho mai potuto vedere la mia povera Lucia.
--Io... disse Petronio tutto confuso. Io non so nulla.
--Ella sarà venuta, riprese Monti, sarà venuta per vedermi, e gliel'avranno negato. Non è così?
--Io vi dico che non so niente.
--Ah! se volete dirlo, lo sapete. Abbiate compassione di un povero carcerato; che io sappia almeno se mia moglie è in salute, se è libera!
Il povero Petronio, che non era assolutamente della stoffa, con cui si fanno i carcerieri, si sentiva ammollire il cuore, e non sapeva come fare a resistere alle preghiere del prigioniero.
In quel momento altre persone entrarono nel camerone, senza che il secondino, tutto assorto ne' suoi pietosi sentimenti, se ne accorgesse.
Il giudice Marini, al quale era devoluta insieme all'istruttoria del processo politico, la sorveglianza del carcere dove erano detenuti gl'inquisiti, faceva sempre le sue visite in ore insolite e inaspettate, a modo di sorpresa.
Egli si era fatto aprire senza rumore il cancello del fondo, e si avanzava cautamente nel camerone, mentre Petronio aveva tutta rivolta la sua attenzione verso Monti.
E questi seguitava a pregarlo che gli desse qualche notizia della sua famiglia, e lo togliesse da quella insoffribile ansietà.
--Ma io non posso dirvi niente, ripeteva il secondino.
--Non posso! soggiunse Monti: non posso, voi dite; ma dunque, è vero, voi lo sapete!... Oh ditelo! date un sollievo a questo tribolato!
--Non posso dirlo.
--Ve ne prego; voi siete un buon uomo. Ditemi solo se mia moglie viene qualche volta.
--Viene ogni giorno! gridò Petronio, che non poteva più trattenere le lagrime.
--Birbante! gridò subito dopo una voce tuonante.
Era quella del giudice Marini, che nello stesso momento diede un forte colpo sulla spalla del disgraziato Petronio.
Non può descriversi la confusione del secondino. Tutto tremante, si cavò dal capo la berretta, gli cadde di mano la pipa, e balbettò:
--Si...signor... giu...giudice!... Eccellenza!...
--A questo modo fai il tuo dovere? esclamò Marini tutto infuriato. Stai a far conversazione coi carcerati; e di più dici loro quello che non devono sapere! Penserò io a farti castigare! Ti farò cacciare in cella oscura, a digiuno rigoroso.
--Signor giu...giudice!
--Meriteresti di starci un pajo di mesi.
--Signor...
--Animo! prepara la stanza degli esami; portavi i lumi e tutto l'occorrente.
Petronio non se lo fece dire due volte, e corse ad approntare una stanza attigua a quel camerone, la quale serviva ad uso di cancelleria criminale per l'interrogatorio dei detenuti.
Marini si volse al suo cancelliere Passerini, ch'era rimasto rispettosamente indietro.
--Questa sera, disse, voglio assumere i costituti di Curzio Ventura, di Giuseppe Monti e di Gaetano Tognetti. Imparate, signor cancelliere, imparate l'arte del criminalista! Noi dobbiamo far tesoro delle ore notturne. Questi sono i momenti più propizi per esaminare i detenuti. Essi vengono svegliati dal sonno e subito tratti innanzi al giudice; si presentano all'esame tutti sbalorditi e confusi. Non hanno tempo di architettare un sistema di difesa, di preparare le loro risposte, e vengono a cadere nella rete da loro medesimi siccome uccelletti inesperti. Alla notte, signor cancelliere, sempre alla notte!
Petronio venne a dire che la camera degli esami era preparata. Il giudice e il cancelliere vi entrarono.
Era una stanza che metteva i brividi solo a vederla. Le muraglie erano quelle nude e annerite della prigione. Un gran tavolo coperto da un tappeto nero occupava quasi per intero lo spazio: un enorme crocifisso appeso alla parete pareva che guardasse fieramente gl'infelici che venivano tradotti là dentro; quattro candele infisse nei candelieri di legno erano disposte in quadrato, come se fossero state intorno a una bara. Da un lato stava uno scaffale pieno di processi voluminosi, che per ogni pagina indicavano una lagrima e una stilla di sangue!
_Sua Signoria illustrissima_ (così veniva chiamato il giudice nelle intestazioni degli esami) si assise comodamente in un seggiolone dal cuscino di cuoio, posto sotto il crocifisso, di faccia alla porta d'ingresso.
Il cancelliere, uomo piccolo e ranicchiato, al quale l'antica abitudine degli inchini aveva notevolmente arcuata la spina dorsale, si era seduto sopra una sedia di paglia; e postisi gli occhiali inseparabili sul naso, stava provando le sue penne sopra un foglio di carta.
Petronio se ne stava in piedi sull'uscio, col mazzo delle chiavi in una mano e la berretta nell'altra, aspettando gli ordini del signor giudice.
Il pover'uomo, guardando quella faccia torbida e buia, rabbrividiva non più per sè, ma pei disgraziati, la cui sorte pendeva dall'arbitrio di quell'uomo e dei suoi padroni.
XVIII.
L'inquisizione del processo.
--Fate venire alla mia presenza il detenuto Curzio Ventura, disse il giudice a Petronio, che uscì immantinente, scegliendo una fra le chiavi del suo mazzo. E voi, soggiunse volgendosi a Passerini, voi, signor cancelliere, cominciate a intestare il costituto.
Poi seguitò, dettando con gravità:
«Addì venticinque novembre eccetera, nel locale delle Carceri Nove eccetera, innanzi a Sua Signoria illustrissima eccetera.»
Curzio fu introdotto da Petronio.
Il giovane artista era stato vestito colla casacca dei prigionieri, e aveva le mani unite e serrate dalle manette, ma pure non aveva dimessa la sua aria di dignità e d'incrollabile fermezza. Postosi in piedi accanto alla tavola, dirimpetto al giudice, lo fulminò con un'occhiata sdegnosa.
--Aspettate i miei ordini lì fuori dalla porta, disse il giudice al carceriere.
E Petronio uscì inchinandosi, e chiuse l'uscio.
--Come vi chiamate? chiese poscia Marini al detenuto.
--Mi avete interrogato un'altra volta, rispose Curzio con piglio sprezzante. Il mio nome vi è noto.
Il giudice processante, vedendo che incontrava del duro, si atteggiò al sembiante della dolcezza.
Egli sapeva assumere modi e parole diversi, secondo l'indole dei detenuti da esaminare.
--Io sono venuto, caro figliuolo, disse con voce benigna, a vedere se le meditazioni del carcere vi hanno insegnato la via della prudenza. Voi per parte vostra già siete confesso di aver presa una parte attiva nella nefanda ribellione del mese passato, ma ostinatamente vi siete ricusato di parlare dei complici e degli istigatori; e questi appunto sono quelli che importa conoscere alla giustizia.
--Io posso rispondere del fatto mio, non di quello degli altri, rispose Curzio fieramente.
--Pensate, figliuolo, riprese il giudice col medesimo tuono di paterna mansuetudine; pensate che quando si rendesse palese che voi, suddito del Santo Padre, istigato e traviato per opera dei perversi venuti dal di fuori, v'incamminaste vostro malgrado nella via della perdizione, tutto potreste sperare dalla sovrana clemenza.
--Io solo, liberamente, e di mia propria volontà, presi parte alla rivolta, e l'unico fine che mi proposi fu quello di abbattere il trono del papa, e congiungere Roma all'Italia!
--Badate, non vi lasciate vincere dalle suggestioni dell'orgoglio; non rigettate da voi stesso la misericordia del Santo Padre, ch'è già disposta e pronta a venire in vostro soccorso. La vostra salvezza sta in vostra mano, figliuolo; basta che diciate le cose come stanno. Non è egli vero che foste spinto a ribellarvi al vostro legittimo sovrano dai malvagi venuti appositamente per sedurre e traviare i fedeli Romani? Se così è veramente, la vostra colpa è molto leggera, perchè voi siete giovane e facile ad essere ingannato. In tal caso, io posso impegnarmi di ottenere in vostro favore il benefizio di una grazia sovrana.
--È l'impunità che voi mi offrite? esclamò il giovane scuotendo in atto d'indignazione le mani avvinte dalle manette. L'impunità!... Ma non sapete che io non curo nè la prigione, nè il patibolo? Fatemi pure mozzare la testa; io sono in vostre mani, voi potete farlo impunemente. Ma non vi lusingate che per le fallaci promesse di una grazia disonorante, io m'induca a tradire la santa causa della libertà. Oh! comprendo bene la ragione per cui vorreste da me le risposte che mi chiedete! Questo vostro processo è diretto a mostrare che il movimento della insurrezione di Roma fu opera di gente venuta di fuori; che i cittadini romani non v'ebbero parte alcuna, o l'ebbero affatto secondaria. Vorreste far credere al mondo che i Romani adorano il papa e lo scettro dei preti! Impostori! numerate i prigionieri politici, de' quali rigurgitano le vostre prigioni, e vedrete quanti sono i sudditi fedeli che l'amoroso pontefice serba all'ergastolo e alla galera! Romani siamo noi che impugnammo la armi contro il potere sacerdotale; Romani furono i morti del Campidoglio, di porta San Paolo, di Trastevere, ed essi e noi, morti e viventi, non abbiamo che una voce per esecrare il governo del papa e i suoi infami ministri. Scrivete, signor cancelliere, scrivete, questa è la mia confessione.
Sebbene questa parlata, e il calore col quale la pronunziò il giovane carcerato, avesse dovuto togliere al giudice ogni speranza d'indurlo a servire alle sue brame, tuttavia esso continuò impassibile nel suo sistema di gesuitismo.
E, rendendo tanto più benigno il suo sorriso, per quanto l'altro vibrava più terribili occhiate:
--Ma figliuolo! riprese, possibile che siate in preda a un simile acciecamento! E non conoscete l'enormezza del vostro peccato? Se non vi spaventano le pene temporali, dovrebbero atterrirvi gli eterni castighi, che vi aspettano nell'altra vita.
--Quelli, se esistono, non a noi, ma ai nostri giudici sono serbati.
--Dunque non sentite il pungolo del rimorso?
--L'unico rimorso che io provo è quello di non essere riuscito nell'intento, ma mi consola una fiducia: che tanto sangue non fu sparso invano, e che non è lontano il giorno della nostra vittoria.
--Tanto giovane, e tanto pervertito! esclamò il giudice, congiungendo ipocritamente le mani. Ma non sapete che terribile è la sorte che vi si prepara?
--Qualunque sia, io l'aspetto senza paura. Tremerete forse voi altri nel segnare la mia condanna; ma non io nell'affrontarla.
--Voi volete morire nell'impenitenza finale! Così disse il giudice crollando la testa; poi, dopo qualche momento di pausa, riprese:
--Dite dunque qual parte aveste nella rivolta.
--Voi siete il giudice, rispose Curzio. A voi spetta indagarlo.
--Da costui non caviamo nulla, disse Marini sottovoce al cancelliere; poi voltosi all'inquisito, e dimessa l'apparenza della bontà:
--Se continuate a questo modo, gli disse, lascerete la testa sul palco. Ve lo prometto.
Poi chiamò:--Petronio! E al carceriere che si presentò: Riconducetelo, disse, al suo carcere.
Il prigioniero si avviava col secondino, quando il giudice li richiamò indietro:
--Aspettate! Petronio, domani, che è un giorno dedicato a san Pietro, farete digiunare rigorosamente questo detenuto: ciò servirà al bene dell'anima sua.
E poichè il carceriere e il prigioniero furono partiti del tutto, voltosi al cancelliere, con libero sfogo il giudice Marini proruppe:
--Questi indemoniati liberali sono tutti a un modo! Non si piegano neanche colle bastonate. Oh! se io potessi vorrei finirla presto con costoro! Una buona catasta di legne in mezzo a piazza San Pietro, e poi metterveli sopra tutti dal primo fino all'ultimo. Non c'è altro mezzo per finirla con questi scellerati.
Petronio, dopo aver ricondotto Curzio alla sua segreta, ritornò a ricevere gli ordini di Sua Signoria illustrissima.
--Fa venire Giuseppe Monti! disse Marini.
Dopo due minuti Petronio ritornava, conducendo Monti ammanettato come il compagno che l'aveva preceduto.
--Siete voi Giuseppe Monti?
--Son io.
--Voi, poveretto, avete moglie, e tre figli?
--Sì signore, rispose sospirando.
--Avreste desiderio di rivedere la vostra famiglia? chiese il giudice, atteggiandosi a quanto mai poteva mostrare di affettuosa premura.
--E me lo domanda? disse Monti con un accento che diceva tutto.
--Ebbene, prese a dire Marini dolcissimamente, v'insegnerò il mezzo vero e sicuro, per rivedere presto la vostra famiglia: una franca, piena e sincera confessione. Finchè persistete a negare fate il vostro danno, e non altro. Non c'è che un veritiero racconto dei vostri falli che possa salvarvi. Ma credete che la clemenza del Santo Padre rimarrà indifferente di fronte a una simile prova di pentimento? Una grazia intera e assoluta sarà la vostra ricompensa. Esitate ancora? Prendete esempio dal vostro complice Curzio Ventura, che in questo momento ha fatto una spontanea confessione, raccontando tutti i particolari del suo misfatto e narrando anche la parte che voi stesso ci avete avuta.
--Possibile!
--Vedete adunque che la giustizia è già informata d'ogni cosa. Ci sono prove bastanti per condannarvi tutti: ma io desidero la vostra confessione, unicamente per avere una prova del vostro pentimento, e con questa ottenere per voi la sovrana grazia, e così rimettervi in seno alla vostra povera famiglia. Questa sarebbe la consolazione più cara al mio cuore. Da voi dunque dipende assicurarvi con una parola sola la salvezza in questa vita, e di più la salute eterna nell'altra. Confessate, figliuolo. Pensate a quella meschinella di vostra moglie, ai vostri tre figli, poverini, che rimangono senza un appoggio, senza una guida nel mondo!
Una lotta terribile si combatteva nel cuore del povero padre, e l'interno contrasto traspariva evidente dalle contrazioni del suo volto e dalla immobilità degli occhi pensosi.
Marini indagava con acuto sguardo la penosa battaglia di quel cuore; simile alla jena, che aspetta l'ultimo anelito di un morente, per lanciarsi a divorarne il cadavere.
--Ebbene, disse finalmente Giuseppe Monti. Sì, signore, io confesserò!
--Oh bravo! esclamò il giudice sorridendo. Scrivete, signor cancelliere, scrivete che l'inquisito Monti confessa.
--Dunque, riprese poscia volto al prigioniero, con un raddoppiamento di benevolenza, dunque, figliuolo, voi confessate. Dite, dite pur tutto senza timore; quanto sarà più ampia la vostra confessione, tanto più largo vi sarà schiuso il tesoro inesauribile della sovrana clemenza. Voi dunque foste uno di quei settari, che iniquamente sovvertirono l'ordine pubblico, e si ribellarono contro il potere del Sommo Pontefice, operando stragi infinite e nequizie d'ogni maniera? Non è vero? Scrivete, signor cancelliere, scrivete che confessa tutto.
--Ma io.... prese a dire Monti.
--Voi non vorrete, figliuolo, interruppe il giudice, non vorrete perdere il merito della vostra confessione spontanea con delle restrizioni inopportune. Voi dunque volete dire che operaste nella rivolta qualche fatto speciale, non è così?
Monti esitava ancora a rispondere, e il giudice ripigliò, con sembiante d'amorosa sollecitudine:
--Io già lo so, vedete, so tutto. Solamente desidero di sentirlo dalla vostra bocca, per procacciarvi il frutto della confessione. Da bravo... pensate ai vostri figliuoli! Dite dunque, qual'è il fatto che fu perpetrato da voi? ditelo pure liberamente: non temete che debba mancarvi la grazia per quanto enorme sia il vostro misfatto. La clemenza del Santo Padre non conosce confini. Coraggio figliuolo: anche una parola, e tutto è finito. Qual'è questo fatto? dite.
E tanto andò innanzi l'astuto, uso a strappare dagli inquisiti la confessione di falli veri e non veri, con quella sorta di tortura morale, tanto insistè nelle fallaci esortazioni, che il povero Monti, perduto, smarrito, preso come si dice col laccio alla gola, lasciò sfuggire quelle fatali parole:
--La mina!
Il giudice Marini ebbe appena intesa quella voce, che l'afferrò a volo tutto giulivo.
--Ecco, pensò fra sè, il bandolo della matassa; costui è uno dei rei principali! costui è destinato ad essere il capro espiatorio della insurrezione! Questo processo mi procaccerà onore immortale!
Formulate in un baleno queste conclusioni, l'inquisitore si volse alla vittima destinata fino da quel momento al supplizio, e con un sorriso di benigno incoraggiamento sulle labbra, gli disse:
--Proseguite, figliuolo, dite pur tutto; guardate l'immagine di Nostro Signore Gesù Cristo che col suo esempio vi esorta alla mansuetudine, e fate un atto di vera contrizione; raccontatemi la cosa in tutti i suoi particolari.
Poi, precorrendo alle risposte di Monti, si volse impaziente al cancelliere dicendogli:--Scrivete, scrivete: egli confessa di aver fatta rovinare la caserma Serristori, mediante una mina accesa di sua propria mano, con deliberato proposito di cagionare la morte di tutti quanti i prodi difensori della Santa Sede, e della santissima religione.
Stretto da nuove insistenze, e suggestioni, Monti raccontò il fatto della mina in tutta la parte che lo riguardava, tacendo assolutamente quanto avevano operato i suoi compagni, guardandosi bene dal pronunziare il loro nome.