I misteri del processo Monti e Tognetti
Chapter 6
L'avvocato aveva pronunziate queste ultime parole (colle quali alludeva chiaramente alla setta gesuitica) con una tinta finissima di sarcasmo, lanciando insieme un'occhiata significante all'indirizzo del giudice Marini.
Questi raccolse la sfida contenuta in quello sguardo, e prese a parlare così:
--Col rispetto dovuto all'eccellentissima signora principessa, io non posso soffrire che il signor avvocato prosegua su questo tuono. Sappia il signor avvocato che io stesso sono incaricato della inquisitoria di questo processo, e a quest'ora ho già raccolti fatti tali da far dirizzare i capelli; ho un cumulo di prove, un arsenale di testimonianze, confessioni giudiziali e stragiudiziali, conquestioni, indizi probatori e amminicoli da far condannare due terzi di Roma. E se la clemenza del Sommo Pontefice non s'interponesse a quest'ora... a quest'ora... basta, non dico altro.
--Ignorava, riprese Leoni, che il signor giudice Marini fosse inquisitore di questo processo; ora tanto più sono desideroso di sostenere la parte di difensore, per quanto egli magnifica la gravità dell'accusa.
--Badi, signor avvocato, che la difesa criminale è un'arma a due tagli, e alle volte adoperandola si potrebbe insanguinare le mani.
--Quelli che riportano le mani insanguinate per solito sono gl'inquisitori.... e i carnefici!
Il giovane avvocato pronunziò codeste parole con tale un tuono sdegnoso, che il giudice si levò in piedi, pallido per la collera, esclamando:
--Signor avvocato!...
In buon punto giunse il servo della principessa, annunziando ad alta voce:
--Sua eccellenza monsignor Pagni.
XIV.
Il prelato e la principessa.
Monsignor Pagni, che noi incontrammo vestito da secolare nella povera casa di Giuseppe Monti, era in quella mattina abbigliato con tutta quanta la civetteria prelatizia. Dalla chioma leggiadramente azzimata intorno alla chierica fino alle scarpette da damigella, tutto era in lui accurato e lindo; l'abito dal taglio elegante, la mantelletta paonazza, finamente pieghettata, le calze di seta, il cappello coi fiocchi lucenti, ogni cosa rappresentava il lusso ecclesiastico in tutta la sua pompa.
Marini e Leoni si alzarono in piedi, al primo presentarsi di monsignore.
Il giudice si profuse in inchini, esclamando più volte:
--Eccellenza reverendissima!
Il prelato si avanzò con passo ardito e disinvolto; fece passando un leggero cenno della testa in risposta al saluto dei due signori, poi venuto innanzi alla principessa, le baciò la mano con galanteria, e le disse familiaramente:
--Bella cugina, come va?
--Bene, monsignore, rispose essa. Accomodatevi. Abbiamo appunto bisogno di voi.
Il prelato sedè vicino alla signora. Marini andò per baciargli la mano; egli fece un gesto di rifiuto.
--Avete bisogno di me! esclamò monsignor Pagni. Me fortunato! È una buona sorte trovarmi nel caso di poter servire in qualche cosa la mia amabile cugina.
--L'avvocato Leoni, che io vi presento, disse la principessa (Leoni fece un leggero inchino) bramerebbe di ottenere una grazia da voi, monsignore. Ed io ve la chiedo per lui.
--Una grazia, voi dite: chiamatelo piuttosto un comando. Ciò che vien chiesto dalla bocca della mia gentile cugina io non posso rifiutarlo.
--Egli vorrebbe come avvocato, difendere innanzi al Tribunale della Sacra Consulta i principali accusati della gran causa....
--Di lesa Maestà in primo grado, soggiunse il giudice processante.
--Io gli accorderò volentieri quanto egli mi domanda per vostro mezzo, disse monsignor Pagni alla principessa; ma credo bene di prevenirlo ch'egli aspira a un ufficio pericoloso.
--È quello che gli diceva io medesimo.....
Così soggiunse Marini, e più avrebbe detto, ma una brusca occhiata di monsignore, lo rese avvertito che non toccava a lui a interloquire in quel momento, ed egli si tacque tutto compunto.
--Per quanto periglioso sia quest'ufficio, disse Leoni con fermezza, io mi sento coraggioso abbastanza per compierlo.
--Quand'è così, soggiunse il prelato, io vi ammetterò a sostenere questa difesa, ma vi prevengo che il giudizio non avrà luogo tanto presto; non siamo che ai primi stadi dell'inquisizione. Non è vero, signor giudice?
Questa volta non parve vero a Marini di essere invitato a parlare da monsignore, e rispose senza timore:
--Al primissimo stadio, eccellenza. Si stanno appunto raccogliendo le fila preliminari degli indizi. Il processo intero sarà l'opera di molti mesi, sarà una mole ingente; sempre si aggiungono nuovi nomi, nuovi accusati.
--Intanto, disse Leoni, io ringrazio la signora principessa e monsignore; quando verrà il giorno del cimento, pregherò il cielo che mi dia forze bastanti all'impresa.
Poi si alzò salutando, e uscì. Anche il giudice si alzò, dicendo:
--Io pure riverisco la signora principessa, e prego umilmente monsignore di avermi nella sua memoria.
Poi camminando all'indietro, e intercalando quella marcia retrograda con riverenze da minuetto, uscì dal salotto.
La principessa e il prelato rimasero soli. Regnò qualche momento di silenzio. Monsignor Pagni fu il primo a romperlo, dicendo:
--È qualche tempo ch'io vedo una nube sulla fronte della mia cara cugina. Luigia, v'è qualche cosa che vi addolora.
--Nulla; v'ingannate, monsignore.
--Eppure sapete che da lungo tempo io sono uso a leggere nella parte più riposta del vostro cuore.
--Ebbene, che cosa vi leggete adesso?
--Un'occulta pena; voi non sorridete più; voi.... insomma non siete più la stessa.
--E a che cosa attribuite il mio cambiamento?
--Non saprei, disse il prelato con un accento particolare; poi dopo un momento aggiunse, guardando in faccia la principessa: A meno che non fosse vero ciò che si va dicendo per Roma, a bassa voce, ma si va dicendo.
--Che cosa mai? chiese essa con noncuranza.
--Che fra gl'insorti v'era un vostro amante, rispose lentamente monsignor Pagni, senza staccare gli occhi da lei. E ch'egli si trova ora in qualche pericolo.
--Che? esclamò la principessa con un grido irresistibile di spavento. Poi subito dopo represse la sua commozione, e disse con orgoglio: E voi poteste credere a questa bassezza?
--Io! aggiunse con ipocrisia il prelato. Il cielo me ne guardi!... Vi è però qualcuno che ci crede.
--E chi, di grazia?
--Vostro marito.
--Mio marito!
--Ma non temete; la mia protezione non sarà mai per mancarvi.
--Oh! esclamò essa con indignazione. Io so bene quello che vale la vostra protezione! di voi altri santi pastori! È la protezione del lupo sopra l'agnello. E non l'ho provata io stessa? E non era una povera orfanella, giovinetta, sola, e innocente, quando fui affidata alla vostra tutela? Voi eravate il nipote di mio padre, maggiore a me di anni e di senno, incamminato nella carriera ecclesiastica, uomo di pietà e di religione!... Ebbene, voi abusaste indegnamente di quell'incarico sacrosanto. Valendovi del potere che vi affidavano le leggi ed il sangue, invece di difendermi, voi mi avete sedotta, tradita; e nel giorno istesso nel quale il vostro dito riceveva l'anello vescovile, io sola, abbandonata, sopra un letto di dolore...
--Basta! proruppe monsignore. Qualcuno potrebbe udirvi.
--Io divenni madre: e la mia sventura fu un mistero per tutti. Ma voi, snaturato, voi che non miravate ad altro che all'ambizione della casa, voi mi costringeste a sposare un uomo che io aborriva, minacciandomi, se io rifiutava, di pubblicare la mia vergogna. Questa fu la tutela, questa la difesa, la protezione che io m'ebbi da voi!... Ed ora io debbo sorridervi, porgervi la mano, chiamarvi caro cugino, e anche ascoltare in pace gli oltraggi che mi volgete col sorriso di miele sul labbro!
Un servo entrò.
--Signora principessa, disse, un uomo domanda di parlarvi.
--Ha detto il suo nome? chiese ansiosamente la signora.
--Ha detto di chiamarsi Giano.
--Ah! finalmente!... Venga.
Giano fu introdotto dal servo.
--Vieni, gli disse la principessa. Avanzati.
Poi essa guardò in modo significativo il prelato. Egli comprese ch'era invitato ad uscire: squadrò con rapida occhiata da capo a piedi l'ignobile figura di Giano; poi, volto alla cugina, le disse:
--Vedo, signora, che avete degli affari. Vado nel gabinetto di vostro marito: ho appunto bisogno di parlargli.
--Accomodatevi, monsignore.
Il prelato uscì. La dama rimase sola con Giano.
XV.
Due madri.
La principessa guardò intorno per assicurarsi che nessuno era in quella stanza, fuorchè l'uomo che le stava dinanzi, poi gli chiese:
--Ebbene?
--L'ho portato in salvo, rispose Giano.
--Dove?
--A Firenze.
--E perchè hai tardato tanto?
--Non ho voluto ritornare finchè non sono stato proprio certo ch'egli fosse in sicuro. Adesso posso accertarla, signora, che è assicurato per bene.
--E non mi hai recato sue lettere?
--No, signora.
--Ma perchè non mi ha scritto?
--Ecco... si è fatto male a un braccio.
--E come?
--È cosa da nulla. Ha detto che le scriverà appena...
--Viene qualcuno: prendi, e parti.
Così dicendo, pose in mano a Giano una borsa di danaro. Egli s'inchinò, e partì.
La persona che sopraggiungeva nel salotto era il principe Rizzi. S'incontrò sulla soglia con Giano, e scambiò con esso uno sguardo d'intelligenza, poi si avanzò verso la moglie.
Essa era raggiante di gioia.
--Principessa!... diss'egli salutandola con ironica cerimonia.
--Voi, signore!
--Vi trovo assai lieta.
--E cercate indagarne la cagione, non è così, signore?
--È una prova dell'interesse che m'ispira la mia nobile sposa!
--Io sono avvezza a questo spionaggio di ogni ora, di ogni momento, che mi circonda e mi ravvolge, e investiga i moti più riposti del mio cuore. Questa volta, o mio signore, io voglio risparmiarvi la pena. Voi cercate di conoscere la causa della mia gioia, ed io ve la dirò. Sì, o signore, fra i giovani insorti, fra i campioni della rivoluzione, vi era un uomo che mi era caro, sì, caro più d'ogni altra cosa al mondo. E questo affetto, vedete, io io confesso a fronte alta, senza l'ombra della vergogna!
--Io ammiro la vostra franchezza, il vostro coraggio!
--Ebbene, o signore: questo giovane, che voi avete perseguitato, inseguito con accanimento, adesso è in salvo, è libero come son libere le nubi dell'aria. Ne ho avuta la certezza or ora. Egli è al sicuro dalle vostre persecuzioni: a meno che non vogliate andare a raggiungerlo fino a Firenze.
Il principe non rispondeva una sillaba. Solamente guardava la moglie con un'espressione infernale di dileggio.
--Tra noi, proseguiva essa, si era impegnata una partita, ed io l'ho vinta; il trionfo è mio, ecco perchè mi vedete lieta. Siete pago della spiegazione?
Il principe seguitava a tacere, e a guardarla in modo beffardo.
--Mi guardate e ridete! esclamò essa, atterrita suo malgrado dall'insistenza di quello sguardo diabolico. Perchè quel riso infernale? Esso mi spaventa e mi agghiaccia. Parlate, parlate, in nome di Dio!
In quel momento s'intesero delle acute grida al di fuori, e una voce di donna che proferiva queste parole:
--Lasciatemi!... voglio vederla!... voglio parlarle!...
--Quali grida!
Un servo entrò nella stanza, e disse alla principessa, che una donna si era presentata come una forsennata al palazzo, gridando di volere ad ogni costo parlare colla signora, e che essendole stato negato l'ingresso, era andata fuori di sè, tanto che i servi non poterono più trattenerla.
Infatti quella donna giunse quasi subito sulla soglia del salotto.
La principessa la riconobbe: era Maria Tognetti.
Maria si lanciò ai piedi della signora.
Il principe le guardò entrambe sempre ridendo, ed uscì.
--Maria, buona Maria, vieni! che ti è accaduto?
Così disse la principessa, quando fu sola colla povera donna, rialzandola, e accogliendola amorosamente fra le proprie braccia.
--Signora... soggiunse Maria con parole interrotte da spessi singhiozzi. Mio figlio... mio figlio è carcerato! sarà condannato!... Oh Dio! voi sola potete aiutarmi!
--Mio Dio! calmati, siedi, raccontami tutto.
--Io credeva che Gaetano fosse fuggito; aspettava una sua lettera di giorno in giorno... e questa lettera non veniva mai! Mi è venuto il dubbio che fosse carcerato!... Sono andata a tutti i tribunali, a tutte le carceri: tutti mi rispondevano che non sapevano nulla, che il nome di mio figlio sui registri non v'era. Io aveva cominciato a persuadermi ch'egli fosse in salvo, e aspettava, aspettava sempre che mi scrivesse. Questa mattina finalmente viene a trovarmi uno che è uscito dalle Carceri Nove, e mi dice che mio figlio è là dentro... là dentro, mia signora! processato per l'affare della caserma Serristori, e corre pericolo di essere condannato a morte!... Ahi signora, signora mia! voi sola potete salvarlo. Per l'amor di Dio, per le piaghe del Signore, per l'amore che portate al figlio vostro, salvate, salvate il mio povero figlio!...
Così dicendo. Maria s'inginocchiò nuovamente.
--Maria, alzatevi! tranquillatevi, per pietà! soggiunse la principessa. Tutto quanto io potrò fare lo farò; oh sì, spero di riuscire. Calmatevi, calmatevi, Maria.
Poi suonò un campanello. Entrò il servo.
--Monsignor Pagni? chiese ella.
--È nel gabinetto di sua eccellenza, rispose il domestico.
--Ditegli che io lo prego di venire da me. Ora, Maria, ritiratevi in questa stanza.
--Signora, a voi mi raccomando!
--Io vi devo la vita di mio figlio. Me fortunata, se potrò donarvi la vita del vostro!
La principessa condusse Maria Tognetti in un gabinetto attiguo, e ne chiuse la porta.
Monsignor Pagni comparve nel salotto.
--Io ho bisogno di una grazia suprema, disse la signora appena egli fu entrato. Non mi parlate d'impossibilità. Ciò che vi domando è necessario. Io stessa sono disposta a cosa che fino a questo momento credetti impossibile, a perdonarvi tutto il passato, a dimenticare tutto, purchè voi mi accordiate quello che sono per domandarvi.
--Se ciò che chiederete dipende da me, è mio dovere l'obbedirvi. Comandate.
--Non finte proteste! Io so che voi potete tutto; e quanto sono per chiedervi non eccede certamente il vostro potere. Se vorrete, mi esaudirete.
--Parlate.
--È necessario che uno de' processati per la rivolta sia salvo.
--Quando sarà pronunziata la sentenza, vedremo...
--No, no: non si deve frapporre indugio; ogni giorno, ogni minuto che quel giovane passa in carcere, è contato con angoscia indicibile dalla sua povera madre. Io voglio che oggi stesso quella donna sia consolata. Questa sera...
--Impossibile!
--Non lo dite. Io so che voi potete accordare la libertà a uno di quei detenuti.
--E come ordinare la scarcerazione di un reo di lesa maestà? Ma ciò è impossibile assolutamente, lo ripeto.
--È questa l'ultima vostra parola?
--L'ultima, la sola.
--Ebbene, disse la principessa dopo un istante con risoluzione: Voi non mi vedrete mai più.
--Cugina!
--Ho deciso.
--Che cosa?
--Non m'interrogate. Fui troppo vile per essermi esposta a un vostro rifiuto.
Il silenzio regnò per qualche minuto nella sala. La principessa era seduta in un seggiolone collo sguardo fisso dinanzi a sè. Monsignor Pagni, in piedi a poca distanza, la guardava cupamente. Finalmente egli disse:
--Voi, o signora, volete ottenere per mio mezzo la salvezza di un uomo che amate.
--Non è vero!... Ve lo giuro per la mia estrema salute. Non si tratta che di un debito di gratitudine. L'uomo ch'io voglio salvare, è il figlio di una donna, a cui debbo più che la vita.
--E nessun altro vincolo vi lega a lui?
--Nessuno.
--Non è desso...?
--È un povero giovane, un semplice muratore.
--Ebbene, vi farò vedere quanto mi è preziosa la vostra amicizia. Per servirvi mi espongo a un'assoluta rovina. Mi faccio complice della evasione di un detenuto politico!
E il prelato andò a scrivere alcune linee sopra un foglietto di carta, poi lo porse alla principessa.
--A voi!... Il capo-custode delle Carceri Nove consegnerà uno dei prigionieri a chi gli presenterà questo viglietto.
--Oh grazie!
Così dicendo essa vinse un intimo senso di ribrezzo, e stese la sua destra a monsignor Pagni.
Egli prese quella mano, la strinse, sorrise, e uscì dalla stanza.
--La principessa aperse la porta del gabinetto e chiamò Maria.
--Ho vinto... ho ottenuto! Tuo figlio è salvo.
--Mia buona signora! esclamò Maria, baciandole ripetutamente la mano.
--Ascolta: questa notte dobbiamo farlo uscire dalla prigione, e ridurlo in salvo. Prendi questo danaro; cerca una vettura. A mezzanotte ti troverai con quella in via Giulia innanzi alle Carceri Nove. Là mi rivedrai.
--Oh grazie! grazie! A mezzanotte.
Maria Tognetti baciò un'ultima volta le mani della principessa, e partì col cuore pieno di speranze e di preghiere.
Monsignor Pagni, che aveva tutto inteso da una stanza vicina:
--A mezzanotte! disse fra sè. Vi sarò io pure!
XVI.
Le Carceri Nove.
Come una minaccia e un incubo si eleva nel bel mezzo di Roma il tetro monumento delle Carceri Nove. Quella fabbrica quadrata, massiccia, scura, sembra, com'è infatti, la tomba di uomini viventi.
Ai quattro angoli vegliano eternamente le sentinelle; la porta è chiusa da un triplice cancello. Non un accento, non un gemito manifesta la vita disperata che si respira là dentro. Il Tevere passa mormorando a poca distanza, e par quasi che gema sulla sorte di tanti sventurati.
Il primo oggetto che chiama l'attenzione di chi s'inoltra in quella spaziosa e bella via Giulia, il primo pensiero che occupa la mente è l'edifizio delle Carceri Nove; e l'idea degli infelici che là dentro espiano l'amore della patria, turba l'anima siffattamente, che la bellezza scenografica della strada non è più ammirata nè avvertita.
Non è già che le Carceri Nove siano le sole carceri politiche di Roma. Dal Castello Sant'Angelo fino all'ultimo convento di frati; non v'ha in Roma un angolo che non sia stato adoperato dal governo dei preti a torturare un'anima generosa, a comprimere i palpiti più vitali di un cuore.
Quanto ai detenuti politici, la _giustizia dei papi_ aveva edificato a posta per essi il vastissimo carcere di San Michele, nel quale dovevano starsi imprigionati insieme alle donne di mala vita. Strano concetto che dimostra la nequitosa malizia della Curia romana! Il carcere di San Michele fu destinato ai rei di stato, e alle femmine di mala vita!
I chiercuti carnefici credevano d'infamare i patrioti, accomunando il loro destino a quello delle prostitute. Stolti! la gemma della virtù rifulge più bella in mezzo alle sozzure del fango: e l'infamia ricade tutta sul capo di coloro che tentarono avvilirla.
Del resto, per quanto vasto il carcere di San Michele, non bastò ai detenuti politici nella felicissima capitale del mondo cattolico, e non bastò nemmeno la succursale di quel carcere, inaugurata per vezzo pretino col nome di _San Micheletto_. Non bastò il forte di Paliano, scelto con sottile perfidia per l'espiazione delle condanne politiche nel luogo più insalubre e mortifero dell'agro romano, perchè le febbri maligne ajutassero e affrettassero l'opera micidiale degli aguzzini.
In breve, tutte le prigioni di Roma furono occupate dai carcerati per delitto di _lesa maestà_, confusi in quelle bolgie cogli omicidi e coi ladri mentre i conventi dei frati erano serbati come luogo di espiazione a quegli inquisiti più giovani e inesperti che davano ai preti qualche speranza di conversione.
Anche nella prigione delle Carceri Nove si trovarono adunque i patrioti agglomerati coi rei di delitti comuni; e non fu raro il caso in cui il giovinetto carcerato per semplice sospetto di patriotismo si trovò rinchiuso nella medesima cella con un assassino già condannato a morte, che aspettava di giorno in giorno l'ora del suo supplizio.
Un'iscrizione sulla porta di quella prigione ci ammonisce che la clemenza fu uno dei motivi che indussero Papa Innocenzo a far costruire le _Carceri Nove_. L'infelice che vi si trova detenuto può farsi un'idea esatta della _clemenza dei papi_.
I carcerati, e specialmente i politici, vi sono esposti a durissimi trattamenti. O accalcati alla rinfusa in fetidi cameroni, o isolati in celle umide e sotterranee, mancano d'aria pura e di luce. La nequizia dei preposti rese nulle e disusate anche le regole dell'igiene che presiedettero alla fondazione di quel carcere, duro ma non insalubre nella sua origine.
I detenuti delle Carceri Nove hanno oggigiorno per letto poca e sucida paglia: il loro vitto è scarso e malsano; sono sottoposti al digiuno e alla sferza per colpe leggere e spesso immaginarie!
Ma ciò che rende più orribile quel luogo infernale è la tortura morale, alla quale sono spesso soggetti quei detenuti per la durezza dei guardiani, degni interpreti della efferatezza dei governanti. Non solo manca agli sventurati ogni parola di conforto, ogni ajuto di benigno consiglio, ma vien loro negata sovente quella consolazione che i congiunti o gli amici con gentile pietà cercano di inviare oltre le mura del carcere. Avviene sovente che ai prigionieri si lascia ignorare che i parenti furono a chiedere loro novelle, loro si contende un semplice ricordo, un saluto: cosicchè alle loro pene si aggiunge il martirio dell'incertezza: sia che temano sulla sorte dei loro cari, sia che li angosci il dubbio di essere nella loro miseria obliati.
Un'altra pena atroce di quella crudele fra le carceri preventive si è lo spionaggio, la mala pianta che nell'interno delle prigioni pontificie trova salde e vigorose radici. Il sollievo più caro degli infelici è il racconto dei proprii casi, il compianto delle comuni sventure. Ebbene, anche quest'ultimo conforto è conteso ai detenuti politici nelle prigioni pontificie. Il compagno di carcere, che in sembiante di amico vi si stringe d'intorno, che con modi affettuosi vi sforza a parlare, è quasi sempre uno scellerato spione, che la polizia papale ha destinato al soggiorno delle carceri, un miserabile che, abusando della vostra sventura, compra colla nefanda delazione l'impunità di altri atroci delitti.
E, incredibile a dirsi, le relazioni di quegli ignobili e degradati strumenti formano spesso la parte sostanziale dei processi politici di Roma. Le confidenze strappate sotto il velo dell'amicizia, della compassione dai compagni di carcere, divengono il sostegno più saldo dell'accusa.
E come no? La forma inquisitoria del processo, abolita oggi da ogni Stato civile del mondo, è tuttora in vigore presso quel governo, che trovasi in lotta continua colla nuova civiltà. In Roma il processo inquisitorio è l'arme più terribile dei governanti, è la repressione più violenta contro le legittime aspirazioni del popolo, è la vendetta del forte sul debole.
Gli atti della procedura si compiono nel segreto e nel mistero. Le relazioni della polizia e le rivelazioni impunitarie sono la guida prima del giudice. Le delazioni carcerarie, di cui abbiamo sopra parlato, battezzate col nome pomposo di _confessioni stragiudiziali_, sorreggono tutto l'edifizio del suo processo. Quale possibile difesa, quale speranza di scampo rimane agl'inquisiti? Nessuna! Le forme della legalità non sono che vane apparenze dirette a perderli, a infamarli. Essi vengono sempre condannati nel modo e nella misura che giova e piace al Governo.
Appena il trono del papa fu puntellato dalle baionette francesi, e i difensori della libertà furono oppressi e respinti, e in Roma fu ristabilito l'ordine alla moda di Varsavia, i prelati che avevano tremato nei giorni della insurrezione si accinsero a vendicarsi del passato terrore sui carcerati.
In quei giorni le tante prigioni di Roma, e molti conventi, cambiati in luoghi di reclusione, bastavano appena ai detenuti politici.
Monti, Tognetti e il loro amico e compagno Curzio Ventura, erano stati, come vedemmo, rinchiusi nelle Carceri Nove: là dentro li avevano isolati in altrettante segrete.