I misteri del processo Monti e Tognetti
Chapter 5
Il popolo, dalle contrade vicine, tentava ogni mezzo per ajutare i difensori della casa. In mancanza d'armi, i popolani di Trastevere rovesciavano sul nemico mattoni, sassi, masserizie, quanto loro veniva alle mani.
Propagatasi la notizia del conflitto, da ogni parte i cittadini, quantunque inermi, tentavano di accorrere in soccorso dei loro fratelli, ma in ogni contrada le comunicazioni erano chiuse da un fitto cordone di truppe; vano ogni ardimento.
Anche questa volta la fortuna sorrise ai carnefici. I prodi difensori della casa Ajani, isolati, divisi dai loro concittadini, circuiti da un migliajo di combattenti nemici, consumate le munizioni, esauste le forze, ma non il coraggio, furono assaltati dagli zuavi, che giunsero a penetrare dentro la casa.
Non cedettero quei valorosi: e lottando corpo a corpo, contrastarono ogni palmo di terreno ai soldati irrompenti. Nell'atrio, sulle scale scorreva il sangue. Le donne combattevano al fianco degli uomini, e cogli uomini cadevano trafitte, senza mandare un lamento.
Una di esse, Giuditta Tavani romana, incinta di sei mesi, con un suo bambino in braccio, combatteva armata di revolver, e vicino a lei combatteva un suo figliuoletto, garzoncello di tredici anni.
Ferita da molti colpi di bajonetta, Giuditta seguitava a lottare, e a difendere i suoi figli: finalmente cadde colpita da una palla nel mezzo del petto. L'eroica donna, il suo ragazzo, il bambino furono sgozzati senza pietà dai soldati del papa!
La lotta durò continua di piano in piano, di stanza in stanza; finchè, divenuta impossibile la resistenza, incominciò la strage; uomini, donne, fanciulli, combattenti e inermi, furono passati a fil di bajonetta o moschettati.
Così Roma nel 25 ottobre suggellò col proprio sangue il voto, che col sangue istesso aveva scritto il 22, e quel voto suonava: Odio eterno alla sovranità del papato!
In quel medesimo giorno 25, Garibaldi, quasi per vendicare gli assassinati di casa Ajani, riportava la splendida vittoria di Monte Rotondo. Molti pontificj restarono morti in quella gloriosa giornata, e duecento prigionieri e tre cannoni caddero in potere dei nostri.
È un nuovo passo verso Roma: anche uno sforzo e Garibaldi vi sarà entrato. Già i suoi volontari inseguono i papalini fin sotto le mura, ed esso dal casino di San Colombo in vista della città avverte i romani di tenersi pronti al supremo cimento.... quando le truppe francesi sbarcano a Civitavecchia, e alle ore tre pomeridiane del 30 ottobre entrano in Roma!
XI.
L'osteria della Sora Rosa.
Ai bevitori del buon vino dei Castelli era nota una taverna, situata in un vicolo a piedi del Monte Quirinale, a poca distanza della fontana di Trevi. Era l'osteria della Sora Rosa.
La Sora Rosa, l'ostessa, stava imperturbata al suo banco nei giorni di sommossa come in quelli di reazione, o che si dovesse nella sua bettola organizzare una rivolta, od operare un arresto; era amica dei liberali, come delle spie, purchè suoi avventori, e purchè pagassero: era un'immagine di quelle antiche deità che i pagani fingevano indifferenti ai casi umani, immutabili per volger di tempi e di eventi.
Era la sera del 30 ottobre; del giorno stesso in cui i Francesi erano entrati in Roma, troncando ogni speranza di ulteriori tentativi, rendendo vani tutti gli eroici sforzi tentati fino allora. L'osteria della Sora Rosa presentava un aspetto singolare. Da un lato stavano seduti alcuni uomini del popolo, dall'aspetto torbido e cupo. Giuocavano e bevevano, eppure sembrava che li occupassero altri pensieri che non erano quelli del vino e delle carte.
A un altro tavolo stavano a cioncare allegramente alcuni zuavi, un tedesco, uno spagnuolo, un francese, bella miscela di fedeli credenti!
Erano lieti; nei giorni passati avevano sacrificate tante vite di scomunicati rivoluzionari, alla maggior gloria del Santo Padre, che già credevano di vedere schiuso sulle loro teste un lembo di paradiso.
Erano lieti: avevano per tanti giorni, ricevuto un lauto soprassoldo, che le loro tasche riboccavano di monete d'argento, portanti la effigie del benedetto pontefice e re.
Erano lieti, per Dio! Non erano forse sopraggiunti i Francesi a sorreggere la loro fortuna vacillante, a ricacciare indietro i garibaldini colla furia dei fucili Chassepots?
Epperciò esalavano la loro letizia in ogni maniera possibile. Bevevano, canticchiavano, cozzavano insieme i bicchieri, facevano brindisi al Papa e alla Francia, al buon vino e alle monete d'argento, alla morte degli eretici romani, e alla prosperità della chiesa cattolica.
E quand'ebbero cioncato e inneggiato a loro bell'agio, si alzarono traballando, si presero a braccetto, e se ne andarono cantarellando nelle loro tre lingue un coro degno dell'antica Babele.
Quando furono usciti dalla osteria, un giovane che giuocava gettò le carte rabbiosamente sul tavolo, e sclamò:
--Hanno ragione di cantare questi maledetti, hanno ragione! Uh! se non tornavano i Francesi, dàlli e dàlli, avremmo poi finito con cacciarli tutti quanti nel Tevere.
Vicino a quel giovane stava un uomo di mezza età, di grossa corporatura, di fisonomia sinistra, vestito con una giubba di velluto e con un cappello di feltro, calato sulla fronte.
Costui diede col gomito sul braccio a quegli che aveva parlato, e gli susurrò a mezza voce:
--Non vi fate sentire a dir queste cose; potrebbe succedervi qualche male.
--Io, caro mio, riprese l'altro, parlo come me la sento. Il cuore ce l'ho sulle labbra, io.
--Male, amico, male! A questi tempi il cuore bisogna tenerlo serrato a doppio catenaccio, come faccio io. Vi voglio bene, e per questo vi dò un consiglio di amico. Ci sono tante spie in giro!
--Accidenti a loro! a me non importa niente. Mi mandino anche in galera: ci starò per poco! Oh sì!
Un nuovo personaggio entrò nell'osteria.
Era un uomo di alta statura, tutto avvolto in un mantello, che gli celava parte del volto.
Quello sconosciuto passò vicino al tavolo, dove stavano i giuocatori; si arrestò per un istante vicino a quell'uomo di bieco aspetto, che aveva raccomandata la prudenza al suo compagno; gli battè sulla spalla, poi essendosi quello rivoltato a guardarlo, senza aprir bocca, gli fe' cenno di seguirlo, indi andò a sedersi in una tavola isolata e lontana da quella dove si giuocava.
L'uomo lo seguì, e sedette vicino a lui, poi disse:
--Ebbene? Che volete, compare?...
Si arrestò; guardò meglio l'incognito, lo riconobbe, e soggiunse rispettosamente:
--Lei! eccellenza!...
Ma l'altro lo interruppe, facendogli segno di tacere; poi chiamò il garzone dell'osteria, e fece portare un boccale.
--Che cosa fai qui, mascalzone? chiese l'uomo che veniva chiamato eccellenza, mentre il suo interlocutore, dopo aver riempito il bicchiere, lo vuotava in un fiato.
--Io farei la medesima domanda a lei, rispose questi con quel tuono mezzo officioso, mezzo insolente, che assume qualche volta la bassa gente quando il superiore si pone al suo livello.
--Rispondi a me. Che cosa fai qui?
--Sto qui, così... per passare un'ora... per divertirmi.
--Tu menti, mio vecchio Giano.
--Come vuole vostra eccellen...
--Taci!
Intanto l'uomo misterioso non aveva più la faccia coperta dal mantello, e Giano poteva liberamente riconoscere nelle sue fosche sembianze il principe Rizzi.
Era proprio desso, ch'era venuto incognito e solo nell'osteria della Sora Rosa: ora vedremo a qual fine.
--Tu menti, replicò il principe. Vuoi che io ti dica perchè sei qui?
--Avrei piacere di saperlo, disse Giano.
--Prima di tutto, tu aspetti una persona.
--Questo è vero. Avanti.
--Questa persona è un giovane chiamato Curzio, un settario, uno dei capi della rivoluzione.
--Questo poi! fece Giano con una smorfia. Non sono capace!
--Zitto là! disse bruscamente il principe, e proseguì: Tu l'aspetti per farlo fuggire. Hai già pronti i cavalli che devono portarlo fuori di Roma, ed anche oltre il confine. Tu tieni lì in saccoccia...
--Che cosa? i cavalli?
--Il falso passaporto che deve servire per la fuga di quel giovane.
--Ma, eccellenza, per chi mi prende?
--Ti prendo appunto per quello che sei. Tu tieni anche in saccoccia la somma di duecento scudi romani, dei quali cento devono servire per tuo compenso, e gli altri cento per le spese della fuga.
--Vedo ch'ella è informata proprio benino, e io non persisterò a negare, purchè mi dica come mai ha saputo...
--Io so inoltre, che la persona, la quale ti ha dato quei duecento scudi insieme all'incarico di questa impresa, non è altri che la mia signora moglie, la principessa Rizzi: essa, che vuol salvare ad ogni costo il suo amante Curzio. Nega adesso, se hai coraggio.
--Io non nego nulla; vorrei solamente sapere come mai vostra eccellen...
--Zitto!.. Ora tu hai due strade da scegliere: una è quella di mettere in esecuzione il progetto della fuga; in tal caso sarai arrestato insieme a Curzio, tradotto alle Carceri Nove, e posto sotto processo a disposizione della Sacra Consulta.
--Questa strada non mi garba affatto. Sentiamo l'altra.
--L'altra consiste nel lasciar le cose come stanno, e non opporsi all'arresto di Curzio. In tal caso egli solo sarà carcerato, e tu ti godrai in santa pace l'intera somma dei duecento scudi. Scegli fra la Carceri Nove e i duecento scudi.
--Scelgo i duecento scudi.
--Sta bene. Ascolta dunque come devi comportarti: fra poco verrà in questa osteria Curzio, secondo quanto ha concertato con te. Tu devi tenerlo a bada, dicendogli di aspettare qui in tua compagnia la persona con cui dovete partire. Egli si tratterrà qui senza sospetto, finchè verrà la forza ad arrestarlo. Tu allora ti trarrai da parte, e lascerai fare. Va bene così?
--Benissimo, rispose Giano. E aggiunse fra sè: Eh, per essere un principe la sa lunga in queste cose!
Poi, dopo qualche istante di silenzio, riprese:
--C'è una sola difficoltà.
--Sentiamo.
--Io devo render conto dell'affare alla signora principessa...
--La signora principessa deve credere che la commissione è stata eseguita: tu dunque le dirai che Curzio ha passato felicemente il confine e si trova in salvo.
--Ma se poi viene a sapere che invece si trova in prigione?
--Imbecille! i processi della Sacra Consulta si conducono nel più stretto segreto, e nessuno conosce il nome dei carcerati. La principessa non saprà mai nulla.
Ciò detto, il principe si alzò in piedi, poi disse a Giano:
--Dunque, giudizio! Pensa che se tu fossi arrestato saresti tradotto...
--Alle Carceri Nove.
--Pensa che dalle Carceri Nove qualche volta si passa...
--Sulla piazza dei Cerchi.
--E sulla piazza dei Cerchi...
--Zaf! esclamò Giano, facendo il gesto di un rapido taglio.
--Mi hai inteso. Prudenza e fedeltà! aggiunse il principe pianissimo.
Poi gettò una moneta sul tavolo, si avvolse nel mantello, e uscì dalla taverna.
Giano ritornò al tavolo dei giuocatori, canterellando:
--La-la-laral-là! La-la-laral-là!
--Ohè! mastro Giano! gli chiese la Sora Rosa dal suo banco. Chi è, se è lecito, quell'omaccio nero nero, che ha parlato fino adesso con voi? mi ha tutta l'aria d'un beccamorti.
--Altro che beccamorti! disse Giano, Quello è nientemeno... sapete chi e?
--Chi mai?
--Un venditore di cerotti pei calli. Sì, proprio. Un uomo che ha l'abilità di farvi camminare diritto come un fuso. Mastro Matteo, eccomi qua: ripigliamo la nostra partita: a me le carte.
Un uomo entrò nell'osteria, e andò a sedersi inosservato in un angolo oscuro.
Era Giuseppe Monti. Egli era sfuggito quasi per miracolo alle carcerazioni di quei giorni. Niuno aveva sospettato di lui; nessuna spia lo aveva denunziato.
Ora che tutto era finito, egli avrebbe voluto partire da Roma senza ritardo. A lui solo non sarebbe riuscita difficile la fuga; ma egli non poteva lasciare esposta alle crudeli rappresaglie del Governo pontificio la sua innocente famiglia.
Troppo spesso i preti governanti sogliono vendicarsi della salvezza dei patrioti sui loro congiunti.
Domandare un passaporto in quei giorni sarebbe stato lo stesso che svegliare un sospetto, che poteva riuscire fatale.
Egli aveva dunque deciso di aspettare ancora, a meno che non si fosse presentato un modo di scampo per tutta la sua famiglia.
In quella sera Curzio gli aveva dato appuntamento nell'osteria della Sora Rosa.
XII.
L'arresto.
Non era molto che Monti aspettava, quando Curzio giunse nell'osteria.
Entrato appena, il giovane scultore si assicurò con un'occhiata di tutte le persone ch'erano là dentro.
Si avvicinò a Monti, e gli disse all'orecchio:
--Aspetta.
Poi passò dall'altra parte della stanza, e fattosi accanto ai tavolo dei giuocatori, chiamò Giano.
--Lascio le carte per un momento, disse questi a' suoi compagni. Aspettatemi.
Quindi si alzò in piedi, e si ridusse con Curzio in un canto della taverna.
--È tutto all'ordine? chiese il giovane.
--Tutto, rispose Giano.
--Il passaporto?
--L'ho in saccoccia.
--I danari?
--Anche.
--La carrozza?
--Anche... cioè voglio dire che la carrozza ci aspetta.
--Dove?
--Non so...
--Come, non sai?
--Il vetturino deve venire a prenderci qui.
--A prenderci qui?... Ma è un uomo sicuro?
--Come me stesso. È un mio compare.
--Dunque, non abbiamo niente a temere?
--Nientissimo.
--Me ne accerti?
--Quanto è vero ch'io sono un galantuomo.
--E a che ora deve venire questo tuo vetturino?
--Alle otto.
--Sono già suonate.
--Ebbene, sarà qui a momenti.
Curzio rimase pensoso, poi disse:
--Senti, Giano, prima di partire vorrei... se fosse possibile...
--Che cosa?
--Rivedere mia... la principessa.
--Manca il tempo.
--Avrei voluto darle un ultimo saluto.
--Glielo darò io per voi. Non vi movete di qui. Sarà qui a momenti.
--Chi?
--Non ve l'ho detto? il vetturino, il mio compare. Aspettiamo, non abbiamo che da aspettare. Intanto, così, per non destare sospetti, io vado a finire la mia partita.
E infatti, Giano tornò a sedere al tavolo di prima, e a giuocare tranquillamente.
Un altro uomo entrò nell'osteria, e si avvicinò a Curzio: era Gaetano Tognetti. Anch'esso aveva ricevuto dallo scultore un appuntamento in quel luogo.
Curzio lo prese per mano, e lo condusse al tavolo dove aspettava Monti.
--Amici, disse allora il giovane artista, la nostra partita per ora è perduta. La ricominceremo forse in breve, ma questa volta abbiamo perduto. In questo momento il trionfo è pei preti e pei loro spioni. Bisogna partire da Roma; per giovar meglio alla causa del suo riscatto, bisogna partire. Tutto è concertato per la mia partenza, ma mi piangeva il cuore di lasciar voi, miei fratelli, nel pericolo, che ad ogni ora che passa pende sui vostri capi. Una persona amica pensò già a provvedermi di passaporto e di danaro. Or bene, io mi sono procurato un foglio di via, che può servire per voi due. Seguitemi, amici miei, e fra poche ore avremo varcato il confine, saremo in salvo.
--Amico mio, ti ringrazio, disse Monti, ma io non posso dividermi dalla mia famiglia: non posso lasciare mia moglie e i miei figli soli, in preda alla vendetta dei preti, la più implacabile delle vendette!
--E tu, Tognetti?
--Io, rispose Tognetti, non posso abbandonare mia madre. La mia fuga scoprirebbe che io ebbi parte nella congiura, e questi cani, non potendomi avere in loro potere, non tarderebbero un istante a vendicarsi sulla povera vecchia, cacciandola in prigione.
Curzio rimase pensoso.
--Dunque, come farete? chiese dopo un momento di silenzio.
--Aspetteremo, rispose Monti, che si presenti il modo di salvare con noi anche la famiglia.
--Ma voi rimanete esposti a un pericolo tremendo! Se vengono a scoprirvi, siete perduti.
--Piuttosto morire, disse Tognetti, che mancare al mio dovere di figlio.
--Nel giorno in cui ci siamo posti nella congiura abbiamo rinunciato alla vita, aggiunse Monti.
--Ottimi amici! soggiunse Curzio. Voi siete migliori di me.
--Non è vero. Tu non hai famiglia, sei libero di partire. Non sei astretto dai doveri che incombono su noi.
--E poi, la polizia conosce certamente il tuo nome come quello di un Capo-sezione; mentre noi oscuri popolani non saremo sospettati da nessuno.
A questo punto la porta dell'osteria si aperse.
Un uomo dall'aspetto sinistro comparve.
--Oh che brutta figura! disse uno dei giuocatori.
--Dio ne scampi, disse piano un altro. È un lavorante di manichini.
Quell'uomo, ch'era un commissario di polizia, entrò scambiando un segno impercettibile con Giano.
Sulla porta semischiusa si mostrarono le faccie laide dei birri papali.
Ognuno comprese che cosa stava per accadere, e nella osteria non s'intese un respiro.
Il commissario mosse difilato alla tavola, dove stavano i tre amici, si volse a Curzio, e gli chiese con tuono burbero:
--Siete voi il signor Curzio Ventura?
--Son io, rispose lo scultore.
--Ebbene, siete in arresto, gridò il commissario. E nello stesso tempo gli afferrò la giubba sul petto.
Monti e Tognetti si alzarono, e cacciando indietro lo sgherro, lo costrinsero a lasciare l'amico.
Alla vista di quella lotta i birri, ch'erano rimasti fino allora sull'ingresso entrarono tumultuosamente nell'osteria della Sora Rosa.
Erano otto o dieci manigoldi, vestiti in borghese, ma muniti di stili e pistole.
In un attimo si scagliarono addosso ai tre amici.
--Legateli tutti e tre, gridò il commissario.
--Indietro! esclamò Curzio.
E facendosi innanzi colle braccia robuste, atterrò due birri, che si erano avvicinati per impadronirsi di lui.
Al primo cominciare del tafferuglio, Giano aveva imboccata la porta della taverna, e se l'era svignata.
Gli altri giuocatori balzarono in piedi, e si diedero a lottare coi birri.
È indescrivibile lo scompiglio che si produsse nell'osteria. Volavano i bicchieri, le bottiglie; le panche venivano inalberate a modo di bastoni, le tavole erano rovesciate.
I poliziotti spararono alcuni colpi di pistola, che in quella confusione non ferirono alcuno. La stanza si riempì di fumo, e si accrebbe il serra serra, e l'intreccio dei lottanti.
Sola la Sora Rosa in mezzo a quell'immenso schiamazzo se ne stava seduta al suo banco, imperturbabile, con una specie di olimpica serenità.
Fra la nebbia del fumo, e il disordine di quel parapiglia, poteva riuscire ai tre amici di guadagnare la porta, e fuggire. E già divisavano di farlo, e già riusciva loro di mettere il piede sulla soglia, quando la via apparve sbarrata da una compagnia di gendarmi che si avanzava colla bajonetta in canna.
La resistenza non fu più possibile. Monti, Tognetti e Curzio, e i loro difensori dell'osteria furono legati, ammanettati, e trascinati alle Carceri Nove.
XIII.
Il giudice processante e l'avvocato.
Era passato un mese dopo gli avvenimenti narrati nei capitoli precedenti, quando due uomini s'incontrarono nelle anticamere del palazzo Rizzi, e insieme furono introdotti nel salotto della principessa.
L'uno era il giudice processante Marini, vera figura da inquisitore in abito secolare; lungo, scarno, occhi grifagni, naso adunco, bocca che si spalancava in modo spaventoso, dita lunghe, sottili, artigliate. Era qualche cosa di mezzo fra l'uomo e l'avoltojo.
L'altro presentava col primo un marcato contrasto: giovane dalla fisonomia simpatica, dall'occhio trasparente, dalla fronte elevata, pareva l'ideale della franchezza e della lealtà: era il giovane avvocato Leoni.
Quei due personaggi si scambiarono al primo incontro un freddo saluto. Quando furono soli nel salotto, il giudice pareva che volesse scandagliare l'avvocato co' suoi sguardi penetranti; poi gli si avvicinò, e cominciò con accento melifluo:
--Ho piacere di avervi incontrato, signor avvocato; è un dolce conforto quello di rivedere gli amici dopo i pericoli e la sventura.
--Grazie, signor giudice, grazie, rispose seccamente Leoni.
--Finalmente si respira liberamente, riprese Marini. I tentativi diabolici dei nostri perversi nemici andarono in perdizione. Il trono del Sommo Pontefice si basa ormai sopra incrollabili fondamenta.
--Sopra le armi francesi, non è vero, signor giudice? disse l'avvocato Leoni con un sorriso impercettibile d'ironia.
--Le armi francesi furono mandate dall'Onnipotente a difendere il suo rappresentante. Gli empi satelliti dell'inferno furono vinti.
--Colla potenza delle armi spirituali!
--Ecco la signora principessa.
La principessa Rizzi entrava infatti nel salotto vestita con un elegante abito da mattina. L'affanno di una celata angoscia traspariva nel suo volto incantevole, come un'aura ineffabile di poesia.
Essa salutò con un grazioso inchino i due visitatori, che l'aspettavano.
Il giudice processante fece tre o quattro reverenze profonde, dicendo:
--M'inchino umilmente all'eccellentissima signora principessa. Come sta la sua preziosissima salute?
--Sto bene, rispose freddamente la principessa. Poi volgendosi a Leoni: Come va, signor avvocato? gli disse con amabile sorriso.
--Grazie, principessa.
--Sedete, signori.
La signora sedette; i due uomini l'imitarono. Poi la principessa suonò il campanello, e al servo che comparve ordinò:
--La cioccolata.
--Come sta, riprese il giudice processante, l'eccellentissimo signor principe, suo consorte degnissimo?
--Bene, rispose la signora, poi si volse di nuovo all'altro: Avvocato....
--Come sta, continuò il giudice, il reverendissimo monsignore, suo cugino?
--Bene! Avvocato, era molto tempo che non aveva il piacere di vedervi.
--Sapete, o signora, rispose Leoni, che io non frequento le sale dell'aristocrazia.
--Convien dire adunque, soggiunse la principessa, che vi conduca qualche cosa di straordinario.
--Non lo nego, o signora, rispose Leoni. Io son venuto a trovarvi colla speranza di ottenere una grazia, ma una grazia di tal natura, che son certo mi perdonerete di essere venuto per questo motivo.
Un servo entrò, recando la guantiera colle tazze di cioccolata e coi biscottini, e servì la principessa, e i due signori.
--Oh squisita! esclamò il giudice processante, dopo ch'ebbe intinto un biscottino nella sua tazza.
--Ma se non l'avete ancora assaggiata! disse la signora.
--Non importa; a me basta vedere la cioccolata per giudicarla. Questa è propriamente una cioccolata alla gesuita.
--Alla gesuita! ma voi ci spaventate, signor giudice, disse ridendo Leoni.
--Non vi spaventate, signor avvocato, continuò Marini. Si chiama una cioccolata alla gesuita quella, nella quale, immerso il biscottino, rimane diritto come un palo confitto in terra, senza piegare nè da un lato, nè dall'altro. Tale è la cioccolata che io prendo nella sagrestia di Sant'Ignazio, nella prima domenica d'ogni mese, dopo aver fatta la santa comunione.
--Dunque, soggiunse la principessa, volgendosi all'avvocato Leoni, dicevate che avete da chiedermi qualche cosa; dite pure: vi ascolto.
--Non a voi, signora, veramente, rispose Leoni, ma per intercessione vostra son certo di ottenere quanto bramo, poichè la cosa dipende da vostro cugino monsignor Pagni.
--L'eccellentissimo e reverendissimo monsignor Pagni! soggiunse a modo di correzione il giudice Marini, che stava intingendo il quinto biscotto nella sua tazza.
--Di che si tratta dunque? chiese la principessa all'avvocato.
--Sapete, o signora, rispose questi, che si sta facendo il processo contro coloro che hanno avuto parte nella insurrezione del mese passato. Sarà una causa importante, terribile. Ebbene, io ambisco l'onore di essere ammesso a difendere gli accusati principali.
--E ciò dipende da monsignor Pagni?
--Sì signora, poichè egli è uno dei membri più influenti del Supremo Tribunale della Sacra Consulta.
--Siete ambizioso, avvocato; cercate la via di farvi un nome.
--No signora. Non è per ambizione che io domando che mi sia affidata questa missione difficile e pericolosa, ma perchè nell'intimo del cuore sono convinto che quegli accusati non sono così rei come si vorrebbe far credere. No, non sono malfattori prezzolati quelli che impugnarono le armi nei giorni della rivolta; saranno stati ribelli, traviati, colpevoli, se volete; saranno caduti nell'errore, nel delitto anche, ma ciò che li spingeva era un'idea nobile e generosa; e non dovrebbero condannarli coloro che sostengono che _il fine giustifica i mezzi_!