I misteri del processo Monti e Tognetti

Chapter 4

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Ma un malefico genio sovrastava all'impresa. Curzio aveva detto pur troppo il vero. Gli sforzi magnanimi dei patrioti romani erano paralizzati da quel colossale spionaggio che la Curia romana accumulò in tanti anni, chiamando in suo aiuto tutti gli avanzi della barbarie che i popoli civili hanno ributtati innanzi all'impulso della libertà.

E se gli sforzi riuscirono vani, se inutilmente fu sparso il sangue di tanti generosi, la colpa è tutta di questo mostruoso connubio della rete di Pietro collo scettro di Nerone.

La delazione, dalla quale i patrioti non potevano difendersi, fu quella appunto che fin da principio sventò il piano della rivolta.

Nel momento stesso in cui il Comitato aveva raccolti nella grotta di Monte Aventino i capi-sezione e tutti quei congiurati ai quali era devoluta una importante missione da compiere, il direttore della polizia, nel suo palazzo di Monte Citorio, veniva avvertito da' suoi _confidenti segreti_, che fuori della Porta San Paolo, e precisamente nella vigna Matteini, stava nascosto un deposito di armi e di munizioni che dovevano servire per la insurrezione di Roma.

È facile immaginare l'allarme che produsse nel Governo una tale notizia; le precauzioni furono adottate, gli ordini furono diramati in un lampo; e mentre si raddoppiava il presidio dei corpi di guardia, e si mandavano grosse pattuglie per la città, una colonna, composta di una compagnia di zuavi e di mezzo squadrone di gendarmi a cavallo, moveva verso la Porta San Paolo.

Alle ore cinque e un quarto pomeridiane quella colonna giungeva alla vigna Matteini, e la circondava.

In quell'ora non si trovavano alla vigna che otto uomini. I duecento giovani destinati ad introdurre in città le armi e le munizioni non dovevano raccogliersi in quel luogo se non che verso le sei ore e mezzo.

Al primo presentarsi della truppa, quegli otto valorosi, che avevano la custodia del deposito, tentarono una resistenza impossibile esplodendo i loro fucili, ma ben presto furono sopraffatti dal numero, e alcuni di essi vennero uccisi, altri arrestati.

Così le armi che dovevano servire alle forze della rivolta, caddero in potere dei satelliti dell'oppressione.

Frattanto i giovani, che alla spicciolata uscivano dalla Porta San Giovanni per recarsi, girando le mura, alla villa Matteini, venivano di mano in mano, senza possibile resistenza, arrestati dalle numerose pattuglie che colà erano state a tal uopo disposte.

Non ostante queste precauzioni della polizia e della forza militare, nei dintorni del Monte Testaccio era riuscito di adunarsi al drappello destinato ad attaccare dal di dentro della città la Porta San Paolo, per facilitare così l'ingresso ai compagni, che dovevano recare dalla vigna le armi e le munizioni.

Infatti, all'ora fissata delle sei e mezzo, ignorando che le armi erano cadute in mano dei pontificj, quell'ardito drappello assaliva bravamente il corpo di guardia della Porta San Paolo.

Gli zuavi di guardia, superiori di numero, si difesero con accanimento, ma dovettero cedere all'impeto degli audaci Romani; questi s'impadronirono della porta, e non potendo aprirla, vi appiccarono il fuoco, e così schiusero il varco. Ma in quella che credevano d'incontrarsi coi loro compagni, reduci col carico delle armi dal luogo del deposito, s'imbatterono invece nelle truppe inimiche, che di quelle armi si erano appunto allora impossessate.

Non si scoraggiarono i patrioti di contro alla preponderanza del numero e all'avversità dell'opposta fortuna. Si fecero baluardo della porta, e tennero fermo.

La compagnia degli zuavi si avanzò alla bajonetta: fu accolta con un fuoco vivissimo, e costretta a ripiegare.

Allora mossero innanzi i gendarmi a cavallo, mulinando colle sciabole sguainate: i patrioti li aspettarono di piè fermo, e combattendo disperatamente li posero in fuga.

La colonna pontificia si ritirò nella vigna Matteini, e la Porta San Paolo rimase in potere di quel pugno di forti.

Intanto gli ottocento uomini destinati ad occupare il Campidoglio aspettavano inutilmente le armi, dispersi pel lungo tramite di vie che dalla Marmorata conduce fino a' piedi di quel colle.

Così inermi, isolati, e delusi nell'aspettativa, furono in breve circondati da un fitto cordone di truppe. Affrontarono imperterriti il fuoco nemico, ma circuiti da ogni parte e oppressi dalle forze sproporzionate degli assalitori, furono per la maggior parte arrestati, e tradotti nelle riboccanti carceri pontificie.

Non ostante il cumulo di questi disastri, o la mancanza delle armi, tutti quelli che poterono sottrarsi all'arresto, o liberarsi violentemente dalle mani degli sgherri papali, si lanciarono verso il Campidoglio. Erano pochi, divisi e muniti a mala pena di qualche fucile e di alcune bombe all'Orsini: ma pure sarebbero bastati all'impresa, se anche in questa non li avesse attraversati l'opera nefanda dello spionaggio.

Il Governo pontificio, avvisato fin dalla mattina del tentativo che si preparava, aveva fatto occupare improvvisamente il palazzo dei Conservatori, in cima del Campidoglio, da più compagnie di cacciatori esteri.

Così, quando gl'insorti si avanzarono per occupare quella posizione, furono ricevuti da una scarica tremenda, che partendo dalle finestre del palazzo e colpendoli di fronte, ne rovesciò la maggior parte sul terreno. La grande scalinata del Campidoglio apparve tutta seminata di cadaveri e bagnata di sangue.

Tutti i superstiti seguitarono a salire, esplodendo i loro fucili. Dalle finestre del palazzo continuava a partire un fuoco vivissimo.

Intanto i popolani del rione dei Monti, guidati dai loro capi-sezione, tentavano di giungere sul Campidoglio dalla parte del Foro Romano.

Si diedero a salire per le due gradinate secondarie dal lato dell'arco di Settimio Severo e da quello della Rupe Tarpea.

Quegli sbocchi erano fortemente occupati dai cacciatori esteri e dai gendarmi.

I Romani si trovarono nella svantaggiosa situazione di chi sale, combattendo contro chi si trova in alto; erano pochi e quasi inermi contro i molti e armati, ma pure procedevano animosi.

Si combatteva da ogni parte del Campidoglio: frequenti e micidiali erano i colpi dei soldati; scarsi e spesso vani quelli degli insorti.

La sacra collina, la fortezza di Roma, era come in antico attaccata e difesa accanitamente. Ma questa volta non erano i barbari che assalivano, non erano i romani che resistevano.

I barbari chiamati dai sacerdoti stavano accampati sul Campidoglio; e il popolo romano tentava invano di ripigliare ciò che la frode gli tolse, e gli contrasta la forza.

Lunghi ed eroici furono gli sforzi degli insorti, ma il soccorso delle truppe fresche in vantaggio dei pontificj decise della giornata.

I popolani, assaliti a tergo da nuove compagnie di cacciatori esteri, partiti al passo di corsa dalla vicina caserma, furono schiacciati fra due fuochi, mentre la fucilata continua del palazzo spazzava la grande scalinata.

Funeste del pari procedevano le sorti della rivolta in altri punti di Roma; e dappertutto invano si spargeva il sangue cittadino.

Il deposito di revolver destinato ad armare quei patriotti che dovevano attaccare il comando di piazza e il palazzo di polizia a Monte Citorio, fu scoperto anche quello per opera dei delatori, e venne sequestrato nel momento appunto in cui si doveva farne la distribuzione.

Pur tuttavia si tentò l'impresa; uccisa la sentinella, gli insorti attaccarono il corpo di guardia di Piazza Colonna, esplodendo delle bombe all'Orsini, unica arma che lor rimanesse: ma furono soprafatti dai drappelli di cavalleria che quivi giunsero a sgominarli.

IX.

La Caserma di Serristori.

Mentre accadevano le cose narrate nei capitoli precedenti, Curzio, Monti, e Tognetti si accingevano all'opera, ch'era stata affidata al loro patriottismo. Una delle parti più importanti del piano d'insurrezione era certamente la mina della caserma Serristori.

La caserma situata nel rione di Borgo, e a poca distanza dal palazzo del Vaticano, era occupata dagli zuavi pontifici. Questo corpo è reclutato fra i clericali più fanatici e feroci, su tutti i punti del globo. È un'accozzaglia di gente, di stirpi, e di lingue diverse, che non ha altro vincolo comune se non che l'acciecamento e l'intolleranza religiosa. Sono i giannizzeri del potere temporale.

Facendo saltare in aria quella caserma, e con essa la maggior parte degli zuavi, si toglieva il nerbo principale delle truppe papali, e mentre gl'insorti si trovavano a fronte di un numero preponderante, s'impediva almeno che nuove forze sopraggiungessero ad opprimerli del tutto, siccome poi sgraziatamente avvenne.

Quella operazione non era però senza un grave pericolo, e si richiedeva ad eseguirla una straordinaria audacia combinata col massimo sangue freddo. Fu perciò che Tognetti, il quale godeva tutta la fiducia dei capi, avendo ricevuto insieme a Curzio l'incarico di quella impresa, pensò di associarsi nella esecuzione l'opera dell'amico Monti, del quale gli erano noti così il coraggio come la sicurezza.

Si trattava d'introdursi in un magazzino di armi sottoposto alla caserma, al quale si poteva accedere per una porta che si apriva sulla via di Borgo Vecchio, introdurvi dei barili di polvere, e appiccarvi il fuoco. Conveniva eludere la vigilanza delle sentinelle, e correre il pericolo imminente di rimanere vittima dell'esplosione.

L'impresa era stata da lunga mano preparata dai capi; erasi fabbricata una chiave, che poteva aprire dal di fuori il magazzino, si erano riempiti di polvere due grossi barili, e finalmente si erano eseguite delle esperienze, dirette a conoscere se l'esito del colpo sarebbe riuscito quale si voleva.

Fu concertato fra i tre compagni che Monti e Curzio per primi, passando per la via di Borgo Vecchio, sarebbero entrati rapidamente nel magazzino, richiudendo la porta; per essere pronti ad aprirla quando Tognetti, che andava in traccia dei barili di polvere, fosse sopravvenuto con quelli in una vettura.

Pochi istanti prima che Monti e Curzio entrassero nel magazzino, questo era occupato da più zuavi.

Un capitano si era recato, con un sergente e diversi soldati, a prendervi delle munizioni, per due compagnie che dovevano andare a rinforzare il posto di Porta San Paolo. Là, come sappiamo una intera colonna di pontificj aveva impegnata battaglia contro pochi valorosi, ed era stata respinta.

Mancavano pochi minuti alle sette ore, quando Curzio e Monti, entrarono dentro il magazzino, e lo trovarono affatto vuoto di gente.

Il loro ingresso era passato inosservato anche al di fuori.

Era una vasta camera terrena a vôlta, e in quel momento, dopo richiusa la porta vi regnava una perfetta oscurità.

I due compagni s'inoltrarono cautamente a tentoni, tenendosi per mano.

Curzio inciampò in qualche cosa che diede un suono metallico.

Sporse innanzi la destra e tastò. Era un fascio di fucili.

Procedettero innanzi, e questa volta fu Monti che incespicò, e quasi cadde: aveva inciampato contro un mucchio di mattoni.

Quivi si fermarono, argomentando di trovarsi nel bel mezzo del camerone.

--Eccoci nel magazzino, disse Curzio a bassa voce. E qui sopra sta la caserma degli zuavi.

--Ed ora, disse Monti, aspettiamo Tognetti. Non tarderà molto.

--Le cose sono male avviate, riprese il primo, e senza questo colpo decisivo la causa della libertà è perduta.

--Ma si sentono sempre delle fucilate. I nostri si battono tuttora.

--I nostri sono inermi, che vengono scannati senza pietà dalle bajonette e dal piombo degli stranieri. Sì, Monti, or ora n'ebbi l'avviso. Le spie della polizia hanno scoperto il deposito delle nostre armi fuori della Porta San Paolo, e tutti i fucili colle munizioni furono sequestrati. In questo momento il popolo romano senz'armi e senza difesa è abbandonato alla strage.

--Ma dunque non c'è speranza?

--Sì, Monti, c'è una speranza ancora. I nostri stanno in questo momento assaltando il Campidoglio, sono armi per essi il furore e il disperato coraggio. Quando noi avremo fatto saltare questa caserma, e avremo impedito così che nuovi nemici vadano ad assalirli alle spalle, non tarderanno a impadronirsi di quel sacro e antico asilo di libertà. Colassù potremo tener fermo finchè ci giunga il soccorso di Garibaldi. È necessario che l'alba di domani vegga sventolare la bandiera nazionale sulle alture di Roma; altrimenti tutto è finito.

Una vettura si fermò sulla strada, e poco dopo un colpo leggerissimo fu bussato alla porta.

Curzio si avvicinò, e chiese sommessamente:

--Chi è?

--La Libertà di Roma! rispose piano del pari la voce di Gaetano Tognetti.

La porta fu aperta. E Tognetti coll'ajuto dei due compagni, trasse dalla vettura, e introdusse nel magazzino due barili, poi entrò dentro anch'esso.

La porta fu richiusa: la vettura partì.

--Come vanno le cose nostre?

Così chiese Curzio a Tognetti.

--Male, rispose. I nostri si trovano dappertutto senz'armi, e vengono massacrati senza pietà.

--Bisogna pensare a soccorrerli, disse Curzio. Entrando qui dentro abbiamo urtato in un fascio di fucili. Eccoli... sono qua. Noi porteremo loro queste armi.

--Ma prima, disse Tognetti, dobbiamo eseguire questo colpo della mina.

--Per la mina basto io solo! esclamò Monti. Voi altri andate.

--Che dici?

--Sì, fidatevi di me! penso io a tutto. Voi altri andate ad assistere i nostri fratelli, che si battono uno contro dieci.

--Qua, Tognetti, dammi la miccia e parti, al resto penso io.

--La miccia?

--Ma sì.

--Ah! non ci ho pensato!

--Disgraziato! e come fare?

--Vado a cercare...

--Ma no, non v'è da perdere un istante. Ogni minuto che passa costa la vita di cento romani.

--Non c'è più scampo!

--No, no, disse Monti. C'è un riparo!

--Quale? chiesero Curzio e Tognetti, ansiosamente, a una voce.

--Ecco qua: io tengo in saccoccia dei fiammiferi e un pezzo d'esca, questo mi è sufficiente.

--Che dici?

--Andate voi altri. Qui basto io solo, vi dico.

--No, no: un tanto pericolo vogliamo dividerlo con te.

--Ah sì!

--E i fratelli che hanno bisogno del nostro soccorso, li lascerete voi senza ajuto? Andate! non perdete tempo; andate a portar loro dei fucili.

--Ma tu come farai?

--Accenderò questo pezzo d'esca, poi lo porrò vicino alla polvere.

--Ma tu ti esponi così a una morte quasi sicura.

--Non importa: se io rimango morto, pensate voi alla mia povera moglie, a' miei figli.

--L'Italia intera ci penserà, disse Curzio. Tu rinnovi l'eroismo di Pietro Micca.

--Andate, andate; prendete i fucili.

--E dobbiamo lasciarti solo in tanto rischio!

--Non andate ad arrischiare la vita anche voi altri? correte dove c'è bisogno di voi.

I tre patrioti si strinsero le destre in atto di supremo addio.

Curzio e Tognetti si caricarono di quanti fucili poterono portare, ed uscirono.

Monti rimase solo.

Chi potrà dire quanti e quali pensieri gli corsero per la mente in quell'istante? V'hanno dei momenti nei quali si comprende una eternità di idee, e quello fu l'un d'essi per Monti. Egli pensò certo a sua moglie e a' suoi figli, che aveva nominati poco prima; alla moglie e ai figli, che stava forse per lasciare abbandonati e soli sopra la terra!

Pure egli non cedette a lungo al fascino di quei pensieri: l'idea del dovere, dell'obbligo ch'egli si era assunto in faccia ai compagni, lo dominò, e si accinse all'opera.

Assuefatto al barlume di luce che rischiarava debolmente il magazzino, scorgeva abbastanza gli oggetti che lo circondavano.

Andò a prendere i due barili di polvere nel luogo dove erano stati deposti, e ad uno ad uno li trasportò nel mezzo della camera. Li dispose in modo che le due bocche s'incontrassero.

Poteva avvenire però che non prendessero fuoco insieme. Per ovviare a questo inconveniente, dispose fra le due bocche un mattone, ed estratto da uno dei barili un pugno di polvere, la seminò su quel mattone in modo che servisse di strada da una bocca all'altra.

Toccò di nuovo i barili, si assicurò che fossero ben disposti, che la polvere di ognuno d'essi si congiungesse a quella del mattone.

--Ed ora, pensò, mi protegga Iddio!

Estrasse di saccoccia il pezzo di esca, lo palpò, lo stirò. Poi trasse fuori un astuccio, ne cavò un fiammifero, e lo accese fregandolo contro il medesimo astuccio.

Accostò uno dei capi dell'esca alla fiamma di quel fiammifero, poi la buttò via.

Si assicurò che l'esca fosse bene accesa soffiandovi sopra; poi, aiutato dal debole chiarore che spandeva lo stecco dello zolfanello, tuttora ardente per terra, appressò l'esca alla polvere sparsa sul mattone, e quivi la depose in maniera che coll'estremità non accesa toccasse la polvere¹.

¹ Questi particolari sono esattamente conformi alla stessa confessione fatta dal Monti durante il processo

Dopo ciò, procedendo a tentoni, ma rapidamente, Monti trovò la porta, ed uscì sulla via.

Era giunto appena nella vicina piazza di Scossa-Cavalli, che una detonazione spaventosa lo avvertiva che la mina era scoppiata.

X.

Ultimi sforzi.

Lo scoppio della mina non produsse quell'effetto che il Comitato di Salute Pubblica erasi ripromesso.

Solo una parte della caserma crollò, e precisamente quella ch'era situata sull'angolo della via Borgo Vecchio, e soli trentaquattro zuavi furono travolti nella rovina. La maggior parte degli zuavi era assente dalla caserma: chè, quando avvenne lo scoppio della mina, nuove compagnie erano già partite alla volta di Porta San Paolo.

Ormai piegavano senza riparo le sorti della rivolta.

I patrioti che accorsero al segnale dello scoppio furono arrestati dalle grosse pattuglie che sbarravano le vie.

Al Campidoglio, a Piazza Colonna, gl'insorti erano sbaragliati.

Solo resisteva ancora la Porta San Paolo. E contro quell'ultimo baluardo della libertà si scagliarono tutte le forze del dispotismo clericale.

Nuove colonne giungevano ogni momento a rinforzare l'attacco di fronte a quell'eroico drappello, che resisteva coll'energia della disperazione.

Solamente alle nove e mezzo della sera le truppe papali giunsero a ricuperare la Porta San Paolo, mentre i suoi difensori si disperdevano, cercando un asilo nelle vigne circostanti.

In quella sera la città presentava da ogni parte un desolante spettacolo: le strade, vuote di cittadini, erano asserragliate dalle truppe accampanti sulle piazze, e percorse da minacciose pattuglie. Intanto i gendarmi e i poliziotti andavano a picchiare alle case chiuse ed oscure, atterravano le porte, invadevano le dimore delle famiglie, strappavano i Romani dalle braccia delle mogli, delle madri, dei figli, per trascinarli nelle prigioni.

Bastava il più lieve sospetto, la più calunniosa delazione per incorrere in quella sorte. L'accusa sola era l'arresto, era il processo, era la condanna. Le spie e i birri stavano padroni della situazione.

Tutti quelli ch'erano segnati in nero nel libro della polizia (ed erano molti) in quella sera venivano ricercati. Nessuno era sicuro nel proprio letto!

Cupo e silenzioso sorse il giorno 23 ottobre sull'angustiata città. Quanti patrioti poterono sottrarsi alla carcerazione, e passare illesi attraverso dei fitti cordoni di truppa che barricavano in ogni parte le strade, accorrevano presso il Comitato, dicendo:

--Bisogna continuare a qualunque costo!

V'era però una fatalità che si frapponeva a quella tenace energia: era la mancanza di armi.

Dopo la vittoria riportata da Menotti a Monte Maggiore, respingendo, gli zuavi del papa, il campo dei garibaldini giungeva fino a Monte Libretti, a poche miglia da Roma. La presenza di Garibaldi, che alcuni giorni prima era giunto fra i volontari, aveva infuso nuovo spirito in quei valorosi, ed essi si accingevano all'ultimo attacco. Però le fortificazioni dei pontificj non permettevano ai garibaldini di avanzarsi colla celerità, che avrebbero voluto adoprare.

L'insurrezione di Roma doveva agevolare l'opera loro: ma il primo tentativo di rivolta fu represso nel modo che abbiamo veduto.

Il Comitato, incuorato dal coraggio indomito dei patrioti, si dispose alla riscossa. Organizzò un nuovo movimento, e frattanto spedì dei messi al campo dei garibaldini, perchè facessero noto il bisogno estremo di armi, in cui si trovavano i Romani.

Fu allora che i prodi fratelli Cairoli si accinsero a quell'ardua impresa, che doveva costare all'uno di essi e a molti compagni la vita.

Si unirono ad altri cinquanta animosi, e caricati di un buon numero di fucili, presero via pei monti Parioli, con intendimento di penetrare ad ogni costo nella città, e recare quel prezioso soccorso ai cittadini di Roma.

Giunti alla vigna Glorio fuori di porta del Popolo, alla distanza di due miglia circa dalla città, si fermarono quivi ad aspettare, secondo i concerti presi, il momento opportuno per introdursi in Roma.

Erano le ore 4 pomeridiane di quel giorno 23 ottobre quando il loro asilo fu scoperto.

La vigna Glorio venne assalita da cinquecento zuavi, che combatterono dieci contro uno.

I magnanimi compagni si difesero eroicamente, ma furono schiacciati dalla forza preponderante.

Il sangue italiano scorse a larga mano sotto le bajonette dei mercenari papali!

Frattanto le porte della città erano barricate e munite di artiglierie; i ponti sul Tevere erano minati per opera delle truppe; tutti i posti di guardia raddoppiati. Le pattuglie a piedi e a cavallo erano in moto giorno e notte. La piazza Colonna, piazza del Popolo, il Campidoglio, il Pincio, il Quirinale, tutti insomma i punti strategici, erano mutati in altrettanti campi trincerati, dove accampavano continuamente le colonne pontificie; la circolazione, divenuta difficile di giorno, era impossibile la sera. Roma dopo l'imbrunire era affatto deserta di popolo, occupata solo dai soldati.

Tale era l'aspetto della città in quelle funeste giornate; e intanto la polizia proseguiva imperturbabile ne' suoi arresti. Le prigioni non bastavano più ai detenuti, schifosamente agglomerati nei cameroni, nelle segrete, nei sotterranei, dappertutto.

Finalmente il generale Zappi proclamò ufficialmente lo stato d'assedio, e impose il disarmo generale, nuovo pretesto di perquisizioni e d'imprigionamenti.

Roma era dunque stretta in un cerchio di ferro e di bronzo; e mentre gli sgherri stranieri ribadivano le sue catene, i feroci poliziotti esercitavano liberamente il loro ufficio di manigoldi.

Eppure non cadde ancora l'animo dei generosi, che avevano giurato di vincere o morire, e coi polsi insanguinati dai ceppi, e col ginocchio degli oppressori sul petto, tentarono gli sforzi estremi contro la tirannide sacerdotale che li soffocava.

In vari punti della città s'impegnarono accaniti conflitti fra il popolo inerme e i prepotenti sgherri del papa.

A San Lorenzo e Damaso una compagnia di Antiboini, che traduceva un drappello di prigionieri romani, fu assalita dal popolo, costretta a lasciare i prigionieri, e cacciata in fuga.

Altre pattuglie venivano nello stesso tempo aggredite con bombe all'Orsini verso piazza di Pasquino, a Santa Lucia della Chiavica, alla Trinità dei Pellegrini, ai Monti, e in altri luoghi.

Questi atti di disperata audacia costarono nuove vite di cittadini, ma non valsero a smuovere le falangi reclutate dall'avidità e dal fanatismo su tutta la superficie del globo.

Il fatto più memorabile di quei giorni, e che formerà soggetto d'altra storia, fu quello della casa Ajani.

In quel vasto lanificio di Trastevere alcuni patrioti andavano faticosamente raccogliendo armi e munizioni nell'intento di adoperarle nel nuovo tentativo che si ordiva.

Per opera dei soliti delatori, la polizia fu avvertita di quei preparativi. Alle due antimeridiane del 25 ottobre una compagnia di gendarmi, coadjuvata da un battaglione di zuavi si presentò alla casa Ajani, intimando la consegna delle armi e la resa.

Alla minacciosa intimazione i Romani risposero impegnando un sanguinoso conflitto. Erano cinquanta, e non avevano che 28 fucili e 20 bombe alla Orsini!

Quattro ore durò la lotta; e ad ogni istante accorrevano nuove milizie in soccorso degli assalitori.