I misteri del processo Monti e Tognetti

Chapter 15

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Intanto altri confortatori conducevano Monti nella stessa cappella.

E anche a lui:

--Rassegnatevi, dicevano, rassegnatevi, fratello, all'ultima fine.

Esso rispondeva:

--Per me ci sono rassegnato. Solamente mi duole di lasciare senza un aiuto, senza un sostegno al mondo la mia povera moglie e i miei innocenti figliuoli.

--Non temete per essi: il Santo Padre si prenderà cura di loro.

--Quegli che fa morire il padre si curerà dei figli? Io non ho speranza che in Dio! Esso è il padre vero di tutti gli afflitti, e avrà compassione de' miei poveri piccini.

Intanto il mesto corteo giungeva alla cappella, dove già stava Tognetti inginocchiato. Appena questi vide arrivare Monti, balzò in piedi, e gli corse incontro.

--Giuseppe!

--Gaetano!

E si strinsero in un lungo abbraccio.

Quante memorie, quanti affetti, quanti dolori si riassumevano in quella stretta! I due amici non si erano più riveduti dalla sera in cui furono arrestati nell'osteria della Sora Rosa. Quanto avevano dovuto soffrire dopo quella sera! Ed ora si rivedevano così vicini alla morte!...

Il primo a trovar la parola fu Tognetti, che disse:

--Povero Beppe! Dopo un anno ti rivedo! e in questo giorno!

--L'ultimo della nostra vita.

Gli astanti rispettarono quell'ultimo segno di amicizia e di ambascia dei due moribondi, e li lasciarono scambiarsi liberamente le supreme parole di addio.

--Povero amico! ripigliò Tognetti. Per colpa mia ti vedo ridotto a questo passo. Io fui che venni a cercarti, a toglierti dal seno della tua famiglia. Perdonami!

--Che io ti perdoni? rispose Monti. No, ciò che ho fatto lo feci perchè me lo consigliava la mia coscienza. Ho cercato di giovare, per quanto potevo, al mio paese: e ho una voce qui dentro che mi dice che il sangue che stiamo per versare non sarà inutile alla causa della libertà, della giustizia e della vera religione di Cristo.

--Coraggio, dunque, caro Giuseppe! Già, quanto avremmo vissuto ancora noi altri? Venti o trent'anni, e poi bisognava in ogni modo morire. Ebbene, figuriamoci di averli campati.

Poi mandò un sospiro, e proseguì:

--Solo mi duole per quella poveretta di mia madre, e anche per la buona Teresa, che mi voleva tanto bene.

--E a me duole per la povera Lucia, per le nostre creature! Le lascio nella miseria.

--Rassicurati per questo, soggiunse Tognetti. Non è possibile che i nostri fratelli lascino languire le nostre famiglie; noi non lasciamo loro del denaro, ma il nostro nome e il sangue che spargeremo, questo sarà il loro patrimonio.

In questo momento uno dei confratelli, staccandosi dagli altri, venne a porsi fra i due condannati, e li abbracciò entrambi in atto d'amore. Non si poteva distinguere il suo volto a causa del cappuccio che lo copriva, ma era tanta la commozione che appariva ne' suoi occhi, che Monti e Tognetti si convinsero che lo sconosciuto era un vero amico.

Pareva che volesse parlare e non potesse per la piena dell'affetto. Finalmente proferì con voce tremante queste sole parole:

--Miei cari!

La sua voce era ignota ai condannati.

--Chi siete, che vi mostrate tanto pietoso con noi? chiese Tognetti.

--Diteci almeno il vostro nome, che possiamo tenerlo a mente in queste poche ore che ci restano da vivere, disse Monti.

--Io sono Leoni.

--Il nostro avvocato! esclamarono ad una voce Monti e Tognetti.

Anche nel fondo della loro prigione era giunta la voce del calore e della passione con cui li aveva difesi il giovane avvocato.

--Non posso dirvi, diss'egli, con voce soffocata dalla commozione, non posso dirvi, miei cari amici, quanto io sono addolorato di vedervi a questo punto. Tutto quanto poteva suggerirmi l'ingegno, il cuore, la coscienza, tutto ho detto per voi, ma inutilmente!

--Siamo persuasi di quanto ha fatto per noi, disse Tognetti. Ma è inutile: doveva andare così. La ringraziamo proprio di cuore.

--Non possiamo compensarla di tanta carità, se non col nostro amore, e anche per poco, soggiunse Monti.

--Miei cari, riprese Leoni, io avrei voluto procacciarvi la vita, la libertà, ahimè! non ho potuto. Solo un ultimo conforto posso recarvi. Vostra madre, Tognetti, vostra moglie, Monti, avrebbero voluto esser qui ad abbracciarvi per l'ultima volta, ma non è stato loro concesso. Io mi sono offerto di venire in loro vece; esse vi mandano per mio mezzo gli ultimi baci. Tognetti, abbracciate vostra madre.

Tognetti si lanciò ad abbracciare Leoni, singhiozzando e baciandolo, come se avesse baciato sua madre. Poi venne la volta di Monti, che intenerito del pari, non si stancava di mandare altri e altri baci a ciascuna delle sue creature.

--Signor avvocato, a lei mi raccomando, disse poscia Giuseppe Monti: la prego di pensare a' miei figliuoli. Dica alla mia povera moglie, che mi ha visto ne' miei ultimi momenti, che io era tranquillo, perchè sicuro nella mia coscienza, e perchè confidava nella misericordia del Signore, che non manca come quella degli uomini. Le dica che fino all'ultimo ho avuta in mente la sua memoria.

--Ed io, aggiunse Tognetti, la prego di andare, dopo che io sarò morto, a consolare mia madre. Le dia lei il tremendo annunzio nel modo che saprà dettarle il cuore. L'aiuti lei a sopportare questo colpo... se pure... potrà rimanere in vita!... Mi ama tanto!... Le dica che mi perdoni tutte le amarezze che le ho cagionate, e che, piacendo a Dio, ci rivedremo nel cielo.

L'amoroso colloquio fu troncato dai gesuiti, i quali, temendo forse che i condannati si occupassero troppo delle cose di questa terra, vennero a prenderli, perchè ciascuno di essi si confessasse.

Intanto sopravvenne un canonico di Santa Maria Maggiore, il quale disse messa all'altare della cappella, e dopo la messa, essendo terminata la confessione dei due pazienti, diresse loro dall'altare un fervorino d'occasione, poi li comunicò coll'ostia consacrata.

Dopo quella, dovettero gl'infelici ascoltare altre due messe in ginocchio, recitando il rosario: nuove torture adottate dalla chiesa romana in sostituzione delle tanaglie roventi, che una volta si applicavano ai condannati prima di assoggettarli all'ultimo supplizio.

Che diavolo! la morte tutta in un colpo è cosa troppo dolce, non dura che un istante! Bisogna farne gustare l'amaro a goccia a goccia, e per questo ufficio pietoso le messe valgono un tanto più delle tanaglie. Queste coll'acutezza del dolore fisico facevano dimenticare lo strazio morale della distruzione imminente; quelle invece rinforzano più viva nell'animo la tortura del pensiero.

XXXVII

Il martirio.

Erano terminate le messe, quando entrò nella cappella il cancelliere Passerini, incaricato di ricevere il testamento dei due condannati. Quel pover'uomo di cancelliere aveva un cuore che non era assolutamente fatto per la sua carica; era tutto agitato e contrafatto in volto, e balbutiva nell'annunziare a Monti e a Tognetti il motivo della sua venuta.

--Io non ho nulla da lasciare a' miei bambini! disse Monti, al quale le lagrime gonfiarono gli occhi a quel pensiero. Li affido alla pubblica carità.

--E voi, Tognetti?

--Non lascio altro che i miei abiti, ma non li fate portare a mia madre, perchè nel vederli proverebbe troppo tracollo; piuttosto fateli distribuire a dei poveri bisognosi.

L'orologio delle Carceri Nove suonò lentamente le cinque ore. Non si travedeva ancora il primo chiarore del mattino. Era ancor notte, notte profonda.

S'intese nella strada uno scalpito di cavalli e il ruotare di due carrozze. I condannati rabbrividirono.

Erano i cavalli della scorta; erano le carrozze che dovevano condurli al patibolo.

In quel punto si aperse rumorosamente la porta della cappella. Monti e Tognetti credettero di veder comparire il carnefice. Era un prelato.

Monsignor Pagni, non astretto dalla sua carica, ma per spontanea volontà, era venuto, come membro della Sacra Consulta, ad assistere agli ultimi momenti dei condannati.

Pareva che uno spirito di odio segreto o di rappresaglia rabbiosa lo rendesse bramoso del loro sangue.

Il suo intervento in quell'ultimo stadio della condanna era cosa così odiosa, ch'egli pensò di coprirne l'efferatezza con un motivo plausibile. E perciò, atteggiato il volto all'espressione della benignità religiosa:

--Cari figliuoli! disse rivolto ai condannati, ho una buona notizia da darvi. Sua Santità, il beatissimo Padre dei fedeli, mosso a pietà del vostro stato, e per darvi una prova del suo paterno amore, nonchè della sovrana clemenza, manda ad entrambi...

Il cuore dei due sventurati aveva cominciato a palpitare fino dalle prime parole del prelato: un vago presentimento pareva annunciar loro qualche cosa di fausto. Di mano in mano che progrediva il suo dire, l'ebbrezza della speranza rinfiammava rapidamente i loro cuori, e giunsero a tale, che prima ch'egli terminasse esclamarono ad una con tutto l'entusiasmo della letizia:

--La grazia!!

--Manda ad entrambi, proseguì imperturbabile il prelato, la sua apostolica benedizione, e in pari tempo l'indulgenza plenaria, la quale dopo la morte vi farà salire prontamente alle glorie sempiterne del cielo.

Quell'atroce derisione dell'ipocrisia sacerdotale strappò un grido di rabbia ai due condannati. E Tognetti, al quale l'amarezza della delusione fece ribollire il sangue.

--Sì! esclamò. Il Santo Padre ci vuol molto bene! Perchè arriviamo più presto in paradiso, manda il boja ad aprirci la porta.

Un gesuita corse a prenderlo per un braccio, e ad imporgli silenzio. L'altro s'impadronì di Monti. Poi l'uno e l'altro tenendo sotto il braccio ciascuno un paziente, preceduti e seguiti dai confratelli di San Giovanni Decollato, si avviarono verso le scale. I confratelli recavano i ceri come in un funerale, e cantavano le preci dei morti.

Così accompagnati Monti e Tognetti scendevano lentamente le scale. A metà di quelle trovarono una immagine della Vergine, che in atto d'amore teneva il bambolo fra le braccia. In altra occasione sarebbero passati innanzi a quel quadro senza badarvi, ma nello stato dell'animo loro quella vista li commosse talmente, che entrambi si lanciarono insieme in ginocchio dinanzi all'emblema del più santo fra gli amori umani, l'amore materno.

Scesero ancora: varcarono la porta delle Carceri Nove, per entrare in una prigione più stretta e terribile: il cocchio chiuso, che doveva condurli fino a piedi della ghigliottina. Entrarono infatti ciascuno in una carrozza, insieme al gesuita confessore, e a due confratelli confortatori.

Grossi drappelli di dragoni e di gendarmi a cavallo scortavano le due Carrozze.

Le prime file dei cavalli s'incamminarono; poi di lì poco, si mossero le vetture. E il corteo si avviò lentamente verso la piazza de' Cerchi.

Folte pattuglie di gendarmi e di fantaccini percorrevano le strade, donde dovevano passare i condannati: facevano sgombrare la gente e chiudere le finestre.

A prolungare fino all'ultimo il tormento morale dei pazienti si faceva procedere lentissimo il convoglio: tanto che giunsero sulla Piazza de' Cerchi dopo un'ora di cammino!

Erano le sei e mezza antimeridiane.

La piazza dei Cerchi era vuota di popolo, chè gli armati che ne occupavano gli sbocchi impedivano a chiunque l'accesso. V'era solamente disposta in quadrato la truppa degli zuavi. Secondo che il loro colonnello aveva chiesto, e il Papa accordato, essi assistevano al supplizio di Monti e Tognetti.

In mezzo al quadrato militare, si elevava un palco di legname, e sopra quello l'infame macchina della ghigliottina.

I primi raggi del sole nascente facevano scintillare il ferro massiccio dal taglio obliquo, aguzzo, lucente.

Un uomo barbuto stava ritto in piedi con una mano appoggiata a uno dei bracci della ghigliottina, quell'uomo era il carnefice. Altri due uomini erano seduti sulla scala che conduceva alla piattaforma: erano i suoi ajutanti. Essi aspettavano.

Le carrozze si fermarono presso al palco; Monti e Tognetti scesero ajutati dal confessore e dai confortatori. Le carrozze ripartirono vuote.

Monti pel primo fu condotto a piedi della scala e gli fu ordinato di salire. Uno degli ajutanti lo prese per mano, e lo trasse su.

Giunto in cima alla piattaforma, il carnefice lo fece inginocchiare, e posare il collo sul ceppo. Il ferro discese, e la testa spiccata dal busto rotolò sul palco; mentre il corpo informe cadeva dall'altra parte, mandando fiotti di sangue dal collo reciso.

Il boja raccolse quella testa: l'afferrò colla mano destra pei capelli, e stendendo il braccio, e girandolo intorno la mostrò da ogni parte agli zuavi schierati.

Intanto, uno degli ajutanti asciugava con una spugna il ferro della ghigliottina; l'altro era sceso a metà della scala ad incontrare Tognetti.

Il carnefice rialzò rapidamente il ferro pesante.

Salendo la scala, Tognetti scivolò: i gradini erano bagnati dal sangue che scorreva giù dalla sommità del palco. L'aiutante lo prese fra le braccia, e lo portò su pegli ultimi gradini. Quivi fu sospinto dall'esecutore che aveva fretta. E in un attimo tutto fu finito.

Anche la testa di Tognetti fu mostrata agli zuavi: e i loro tamburi suonarono lungamente.

I due cadaveri furono chiusi nelle bare, che partirono accompagnate dalla compagnia di San Giovanni Decollato, mentre la truppa sfilava, e nella piazza guardata dai gendarmi e dai birri rimanevano il carnefice e i suoi uomini intenti a smontare e disfare l'apparato omicida.

Se abbiamo narrata in tutti i suoi particolari la scena funesta non fu per vaghezza dell'orribile, ma per rappresentare più vivamente quale fu nella sua esecuzione la condanna che la Sacra Consulta inflisse ai due martiri Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti.

XXXVIII

La moglie e la madre.

Le precauzioni della polizia romana non si erano limitate a vietare l'accesso del popolo nella piazza dell'esecuzione, e impedire la circolazione nelle vie che i due condannati dovevano percorrere.

Alla moglie dell'uno, alla madre dell'altro era stato negato di dar loro l'estremo addio. Ora si temeva che quelle donne pazze di dolore fossero uscite dalle loro case, e cercando di giungere fino ai loro cari, mentre venivano condotti al supplizio, avessero colle loro grida chiamata gente ed eccitato del tumulto. Perciò fino dalla notte le abitazioni di entrambe erano state circuite da un picchetto di zuavi, che avevano per consegna d'impedire l'uscita a chiunque.

Quelle infelici, per tutto quel giorno orrendo, in cui la immaginazione rappresentava alla loro mente lo strazio della persona amata, ebbero presente ad accrescimento di dolore, e quasi a scherno del loro patire, l'abborrita divisa degli zuavi pontifici.

La povera Lucia, che aveva pel lungo lagrimare essiccata la sorgente delle lagrime, non piangeva più, ma esalava un lugubre, continuo ululato: piangevano i figliuoletti nel vedere così mesta la madre, sebbene non ne sapessero la terribile cagione, e Teresa doveva reprimere il pianto e consolarli, e acquetarli, perchè colle loro grida non rendessero più acerbe le pene della sventurata.

Ma in quell'età infantile il dolore non fa tacere i bisogni istintivi della vita, e non molto andò che i fanciulletti chiesero del pane. In casa non v'era cibo di sorta, e Teresa si avviò per provvederne: ma gli zuavi di guardia le impedirono il passo. Non valsero rimostranze e preghiere, nè il pianto dei bimbi che avevano fame. Cosa incredibile, ma vera! Nel giorno del supplizio di Monti sua moglie, e i suoi figli mancarono di pane!

Verso sera alla vedova infelice, si presentò, una visita inaspettata, il colonnello De Charette, il comandante degli zuavi, quello stesso che aveva domandato al Papa l'onore di assistere alla esecuzione di Monti e Tognetti.

Egli entrò con aspetto triste e benevolo, si tolse di capo il cappello, e si avvicinò a Lucia, circondata da suoi figlioletti.

--Signora! diss'egli. La sventura che vi ha colpito è di quelle che non hanno riparo, ed io non venni a porgervi sterili parole di consolazione. Ma voi siete madre, proseguì accennando i fanciulli, che lo guardavano meravigliati e spauriti da quella nuova figura. Siete madre, e i vostri figli sono certamente la cosa più cara che vi rimanga al mondo. Vostro marito ha pagato il debito che aveva colla giustizia; il pensiero de' miei zuavi doveva volgersi naturalmente alla sua vedova e ai suoi orfani, che non ebbero nessuna parte nel suo fallo, eppure ne portano la pena, restando derelitti e soli sopra la terra. Lenire un dolore così grande e immeritato come il vostro, signora, non è possibile: ciò che possiamo fare si è di rendere meno trista la vostra sorte, provvedendo all'avvenire dei vostri bambini. Gli è con questo intendimento che gli zuavi pontifici, non serbando nessun rancore verso la famiglia del condannato, commossi anzi dalla vostra condizione infelice, hanno posto in comune delle offerte. Esse devono servire come ho detto a migliorare la sorte dei vostri figli, e come madre, non potete rifiutare quanto ho l'onore di porgervi a nome del corpo degli zuavi pontifici.

Posto fine al suo dire con un inchino rispettoso, il colonnello presentò a Lucia un portafoglio.

Lucia Monti balzò in piedi con uno slancio, e sebbene un tremito convulsivo l'agitasse, rimase ferma colla testa alta, e gli occhi fissi in quelli del colonnello. Essa era una povera popolana, non usa a studiare le frasi e i bei modi, in quel punto poi si trovava in tale stato di prostrazione, che male reggeva il pensiero: ma la naturale altezza dell'animo, e il tumulto dei sentimenti le dettarono in quel momento solenne, le parole più proprie a rintuzzare la tracotanza dello straniero, il quale sotto le apparenze della bontà celava la superbia, che coi suoi zuavi lo aveva spinto ad ostentare quel beneficio.

--Signore, disse con voce sicura, mio marito è morto! e voi lo avete ucciso. Bastava una preghiera degli zuavi, e in ispecie del loro comandante, perchè il Papa gli facesse la grazia. Ma voi altri invece lo voleste morto, voi altri lo avete posto sotto il taglio della ghigliottina. Ed ora venite ad offrirci delle monete come un prezzo della sua vita! Avete parlato de' miei figli! Ma sappiate, o signore, che io vorrei vederli morire ad uno ad uno di fame, piuttosto che cibarli col vostro pane. No, i miei figli non sono poveri; essi possedono una grande eredità, il nome del loro padre, il nome di Giuseppe Monti!

Ciò detto, Lucia con un gesto della mano indicò la porta al colonnello. Egli fece un altro inchino, ed uscì. V'era tanta nobiltà nel contegno di quella donna, ch'egli si sentì profondamente umiliato.

L'avvocato Leoni, reduce col cuore affranto della chiesetta di San Giovanni Decollato, dov'erano state deposte le bare, contenenti i resti di Monti e Tognetti, pensò che il dolore più atroce da consolare era quello della madre. La vedova aveva almeno un conforto, sebbene amaro anche esso in tanta desolazione: la vista de' suoi figli.

A passi ora lenti, ora affrettati, come di chi vorrebbe giungere a un tempo, e non vorrebbe, arrivò alla casa della Tognetti, dov'erano di guardia, come abbiamo detto, gli zuavi. La vecchia infelice stava prostesa in un letto, quasi assopita in quella calma, che segue un lungo sussulto convulsivo.

Sentì appena il passo dell'avvocato, che indovinando chi era si scosse, e spalancando gli occhi, li protese verso la persona che veniva. Per quanto dovesse aver perduta la speranza della grazia, pure una ostinata lusinga le stava nel fondo del cuore, che troppo insoffribile torna al cuore di una madre adattarsi all'idea della morte del figlio.

L'ora dell'esecuzione era trascorsa; tutto era finito. Eppure essa sperava ancora, sperava in un evento straordinario, in un miracolo del cielo. Poveretta! le pareva ancora impossibile che il suo Gaetano dovesse morire a quel modo.

Al riconoscere l'avvocato parve che un segreto presentimento le annunziasse una buona novella.

--Mio figlio! gridò. La grazia!

Il sangue le affluì alla testa; le sue mani si agitarono, come cercando un sostegno.

La situazione di Leoni era terribile. Gli conveniva disingannare subito quella donna: ogni indugio avrebbe accresciuta la sua speranza, e resa più fatale la delusione.

Fece colla testa un'impercettibile segno negativo; l'espressione della sua fisonomia disse il rimanente.

L'idea terribile di quanto era avvenuto si affacciò allora alla mente della madre.

L'ora era passata; se la grazia non era intervenuta, e dunque la morte del suo Gaetano era consumata. Lo pensò in un baleno.

Essa si era lasciata vincere dall'entusiasmo della speranza troppo addentro; il contraccolpo fu tremendo.

Leoni la vide farsi livida a un tratto, e cadere all'indietro sul letto.

Corse a sostenerla: era morta!

In quel medesimo giorno il principe Rizzi presentò a sua moglie come un regalo l'anello insanguinato di Curzio, con queste parole:

--La partita è vinta!

La principessa mandò un grido, e fuggì dal palazzo. Poche ore dopo essa era chiusa nel convento delle _sepolte vive_, dov'era badessa una sua zia. Tutto il potere del cardinale suo cognato non valse a toglierla da quell'asilo.

XXXIX

Don Omobono.

I lettori ricorderanno il povero prete di vettura che comparve nel principio di questo racconto, colla sua miseria e le sue paure. Passata quella burrasca dell'insurrezione, egli era ritornato alle sue consuete abitudini: frequentava le sagrestie delle cento chiese di Roma, e confuso nel crocchio dei sagrestani e dei chierici, tendeva l'orecchio per sentire se si bucinasse di qualche ricco di quella parrocchia che stesse per rendere l'anima al Creatore. In questo caso egli metteva in moto le sue gambe secche e sottili come quelle di uno struzzo; andava a spiare intorno al palazzo del morituro; chiedeva quale fosse la finestra della sua camera da letto, e in quelle imposte figgeva lo sguardo, come il navigante d'un tempo alla stella polare. Appena vedeva aprirsi la finestra, ed era segno che il malato era morto, don Omobono correva subito alla chiesa parrocchiale a farsi iscrivere fra i primi per la messa funebre, sicuro così d'intascare sei, otto, o dieci paoli, secondo il grado di ricchezza o piuttosto di vanagloria della famiglia del defunto.

Nè si creda che il povero prete armeggiasse così per avidità di danaro; gli era proprio che a forza di messe di vettura, per quanto fosse limitato nelle sue esigenze, stentava a campare la vita.

Egli abitava sempre nella casetta di Trastevere, in una stanza adjacente all'abitazione della Lucia Monti. Dopo l'incidente di monsignor Pagni, e più ancora dopo l'arresto e il processo di Giuseppe Monti, don Omobono non era più entrato nella casa delle due donne, per paura di compromettersi; ma, quando giunsero i giorni della massima afflizione, quando Monti fu condannato a morte, allora il naturale buon cuore del povero prete la vinse sul sentimento di paura che lo predominava, ed egli accorse a confortare come meglio potè la misera famiglia, e, non potendo far altro, a piangere con quelle donne. Quando poi Monti e Tognetti furono decapitati, egli si propose di consacrare alla loro memoria una messa, che avrebbe detta gratuitamente, non ostanti le sue strettezze finanziarie.

Nel giorno seguente a quello in cui ebbe luogo l'esecuzione, don Omobono, incantucciato fra due pilastri di un palazzo in piazza del Gesù, guardava a bocca spalancata una finestra del primo piano, nella casa dirimpetto: aveva saputo appunto allora, nella sagrestia del Gesù, che stava per morire un ricco signore, pel cui funerale si sarebbero dette delle messe da uno scudo l'una per lo meno, ed egli già calcolava su quello straordinario provento, per potere poi nel dì dopo dire la messa gratuita, che stava ne' suoi progetti.

Un chierico della chiesa, ch'egli aveva lasciata pochi minuti prima, venne a toglierlo da quella contemplazione.

--Don Omobono, disse il chierico, eravate appena partito dalla sagrestia, che il padre Bindi ha mandato a cercare di voi con gran premura.

--Il padre Bindi! disse don Omobono sgusciando gli occhi. Ha cercato di me?

--E con grande premura.

--Eccomi, eccomi; che sua reverenza non abbia da aspettare.