I misteri del processo Monti e Tognetti
Chapter 16
E il prete di vettura, sopravvanzando il chierico, traversò quasi di corsa la piazza, ed entrò con gran furia nel fabbricato del Gesù, per quella porta laterale che mena all'atrio della sagrestia e del chiostro.
La ragione di quella premura si era questa, che padre Bindi era uno dei segretari primari del Padre Generale: a tutti era nota la sua potenza, e don Omobono doveva aspettarsi da quella inattesa chiamata molto bene o molto male.
Salì a tre a tre i gradini della scala, e dal primo laico che incontrò nel corridoio fu guidato, non già nella cella, ma nell'appartamento di padre Bindi. Questi, che era un gesuita lungo e magro, ricevè don Omobono nel suo gabinetto di lavoro, seduto allo scrittoio ingombro di carte, e co' suoi occhiali sul naso.
--Reverenza, reverenza, mormorò più volte il povero prete, strisciando i piedi per terra, e battendosi il petto col mento.
--S'accomodi, don Omobono, sieda qui vicino a me.
--Troppo onore; mi hanno detto ch'ella mi comandava.
--Sì, desidero parlare con lei, ma senza cerimonie, così... da amici.
--Cosa dice? Troppo onore, reverendissimo!
--Sappia adunque, che l'ho fatto chiamare per l'esercizio di un'opera misericordiosa. Lei è, se non erro, quel sacerdote che abita nella stessa casa colla famiglia di quel disgraziato Monti, che è stato giustiziato jeri: pace all'anima sua!
--Reverenza sì, rispose il prete impaurito, io abito nella stessa casa; ma ho domicilio separato, separatissimo, reverenza.
--Ne sono persuaso; ma insomma, stando ad abitare vicino, avrà, m'immagino, qualche relazione colla vedova del Monti.
--Oh nessuna, reverenza, nessuna, ci conosciamo... così... di saluto appena... e nient'altro.
--Mi basta: senta adunque di che cosa si tratta.
Il nostro Santo Padre, che ha quel cuore pietoso ed angelico che tutti sappiamo, è commosso a compassione pensando al destino di quella donna infelice, di quei poveri figliuoletti. Pensa che quella famigliuola povera e abbandonata potrebbe facilmente volgersi al peccato, e cadere nell'eterna perdizione. Ecco pertanto che cosa Sua Santità ha destinato nell'inesauribile sua misericordia. I figli troveranno asilo nel nostro collegio, e la bambina nell'orfanotrofio del Sacro Cuore. Questa e quelli saranno allevati a nostra cura, e a spese di Sua Santità. La povera madre poi potrà celare il suo dolore nel convento delle Carmelitane scalze, dove per carità della stessa Santità Sua sarà ricevuta senza il pagamento della dote necessaria. Così sarà provveduto alla sorte dell'intera famiglia, la madre e i figli saranno preservati dalle diaboliche tentazioni, e vivranno nel santo timor di Dio. Ella, don Omobono, che è conosciuto dalla Monti, è incaricato di parteciparle le sovrane disposizioni. Queste notizie si ricevono con maggior piacere da una persona amica. E poi, potrebbe avvenire che delle cattive suggestioni, o un funesto spirito di indipendenza, distogliessero la donna dall'accettare per sè e pei figli delle offerte tanto generose e caritatevoli. In tal caso spetta a lei, don Omobono, che come amico di casa, e come sacerdote, parla naturalmente pel bene corporale e spirituale della famiglia. Spetta a lei persuaderla, convincerla e indurla ad accettare il beneficio, che deve ridondare in vantaggio de' suoi figliuoli. È disposto ad assumere questo ufficio pietoso?
--Sì signore, reverenza! Un incarico che mi viene da lei! Io la servirei in qualunque incontro, in qualsiasi evenienza.
--Va bene; si regoli dunque con prudenza. Ella è stato scelto per questo incarico appunto perchè nella sua qualità di prete... dirò così alla buona, e popolare, non è tale da svegliare... che so io? sospetti... dubbi, timori. Insomma, mi ha capito. Si ricordi sopratutto che preme sommamente al bene spirituale e corporale della vedova Monti, e de' suoi figli, ch'essa accetti questo paterno e amoroso consiglio. La vada dunque, e il Signore la soccorra col suo divino ajuto in quest'opera di misericordia.
Così dicendo, padre Bindi si levò in piedi, e con un inchino del capo congedò don Omobono, il quale intanto ripeteva gl'inchini con cui era entrato, dicendo sempre:
--La non dubiti, reverendo. Lasci fare a me. La servirò come si deve.
--Poi verrà ad avvertirmi del risultato, gli disse il gesuita quando esso fu giunto sulla soglia.
--Sì, reverendo; al più presto; stia pur sicuro.
Poi dopo un ultimo inchino, infilò il corridojo, quindi la scala, e giù pei gradini, saltandoli questa volta a quattro a quattro. Traversò la piazza del Gesù, sbirciando quella finestra, ch'era tuttora chiusa, e via via s'avviò verso Trastevere.
XL
Reti gesuitiche.
Lascio figurare qual notte angosciosa avevano passata Lucia e Teresa: solo i fanciulletti, che in sulla sera avevano ottenuto un poco di cibo, avevano poi dormito placidamente per tutta la notte.
Le povere afflitte vedevano volontieri don Omobono, del quale conoscevano la semplicità mansueta, tanto diversa dalla consueta boria dei preti di Roma.
Quando lo vide entrare, Lucia levò l'occhio mesto, e lo salutò con un breve cenno del capo.
--Poveretta!... fatevi cuore!... disse don Omobono, avvicinandosi a lei. Pensate ai vostri figliuoli, che sono il maggior bene che vi rimanga a questo mondo; pensate a questi cari angioletti, ai quali resta aperto un avvenire migliore.
--E quale? Poveri orfani, senza guida, senza sostegno! esclamò Lucia baciando con trasporto ciascuno de' suoi figli, che al solito stavano aggruppati, quale in grembo, e quale accanto a lei.
--La misericordia del Santo Padre è inesauribile, e... riprese don Omobono col suo fare dinoccolato, martoriando al solito il suo cappello, quasi volesse spremerne le parole che non trovava.
--Non mi parli del Papa! gridò Lucia, di quel vecchio spietato, innanzi al quale mi sono inginocchiata come innanzi a Dio, e che avrebbe potuto salvare la vita di mio marito con una parola, con un cenno della mano. Egli è stato l'assassino, il boja del povero Peppe!
--Non parlate così, sora Lucia, altrimenti scappo via, e non ritorno più. Non posso tollerare che in mia presenza si parli in tal modo di Sua Santità. Specialmente poi, quando vengo a parteciparvi un tratto veramente angelico del suo cuore paterno.
--Che? esclamò Lucia stupita, che cosa viene a parteciparmi?
--Guardate, proseguì il prete, se avete torto d'interpretare così sinistramente l'operato del Santo Padre! S'egli non ha salvato vostro marito, gli è proprio che non poteva senza ledere la giustizia: ma il suo cuore oh! il suo cuore ne ha pianto sicuramente. E ne volete una prova? eccola appunto, è questa, che appena soddisfatta la giustizia, il suo primo pensiero è quello di correre in soccorso della famiglia del condannato.
--Anch'esso! Che buona gente! disse Lucia, sorridendo amaramente. Che gente pietosa! Non posso lagnarmi di loro! È vero che mi hanno ammazzato il marito: ma poi in compenso mi mandano del denaro!
--Non è questa veramente l'intenzione di Sua Santità, soggiunse don Omobono. La sua munificenza va più oltre. Egli ha destinati i vostri figli ad essere mantenuti ed educati a sue spese nel collegio dei gesuiti, e la bambina nell'orfanotrofio del Sacro Cuore; e voi, che sarete naturalmente stanca del mondo, potrete trovar riposo nel convento delle Carmelitane, dove potrete pregar pace all'anima del vostro sposo, e passare in santa quiete la vostra vita.
--Ciò vuol dire, esclamò Lucia, ch'esso mi offre la prigione per me e pei miei figli! Egli, che non conosce il cuore di una madre, crede che io avrei acconsentito a lasciarmi strappare i miei figli così, e vuol fare di me una monaca, e de' miei ragazzi dei gesuiti!... Ebbene, dite voi, a Sua Santità, che s'inganna, che io non so che farne de' suoi doni, che io porterò alteramente per tutta la vita il nome di vedova Monti, e che questi miei figli saranno educati ad onorare la memoria del loro padre, e a maledire i suoi carnefici, come io in questo momento li maledico!
Don Omobono non aveva petto da resistere a tanta furia, e conobbe che innanzi a quella tempesta, era forza ripiegare le vele. Si ricacciò in testa il cappellaccio, ch'era ridotto in uno stato da non dire, e infilò la porta borbottando fra i denti.
Riprese poscia la via, non già con passo allegro e frettoloso, come aveva fatto prima, ma camminando lento lento, e di sghimbescio, chè lo turbava l'idea di ritornare innanzi a padre Bindi con una prova palese della sua imbecillità, e con una solenne lavata di capo in prospettiva.
Più si avvicinava al Gesù, più avrebbe voluto esserne lontano, e gli avveniva spesso di fare, senza accorgersene, un passo innanzi e due indietro. Nemmeno la vista della finestra aperta, che indicava la morte dell'ammalato, valse a rinfrancarlo, ed esso entrò a capo chino e in aspetto ritroso nel convento del Gesù, e salì alle stanze di padre Bindi.
--Ebbene? gli chiese questi.
--Ebbene, io sono un asino, reverenza! riprese don Omobono, con quel tuono di compunzione con cui si recita il _Confiteor_. E vostra reverenza ha fatto male a scegliere un asino come me per una missione di tanta importanza.
--E perchè? chiese il gesuita.
Allora don Omobono raccontò come la vedova di Monti avesse respinto sdegnosamente le sue offerte, tacendo però le frasi ingiuriose da lei proferite contro la santità del Beatissimo Padre, frasi ch'egli non avrebbe ripetute per tutto l'oro del mondo. Confessò ch'egli non aveva saputo trovare l'eloquenza necessaria per persuadere quella donna; e facendo quella esposizione, il povero prete faceva seguire ogni parola del suo discorso da una piccola pausa, nella quale pareva che ripetesse mentalmente: _mea culpa_, _mea culpa_!
Giunto alla fine, egli si aspettava una grandine di vituperi, o per lo meno una patente di bestia in tutte le forme, come gli era avvenuto di riceverne spesso da' suoi superiori ecclesiastici in circostanze di molto minore importanza.
Niente di tutto questo: il padre Bindi accolse con aspetto benigno, e quasi quasi con un risolino di compiacenza, la narrazione del prete; e quando questi ebbe finito:
--Bravissimo! egli disse stringendogli una mano. Vedo ch'ella ha benissimo compreso la sua missione, e l'ha eseguita precisamente in quel modo che si aspettava da lei.
Don Omobono rimase a bocca aperta.
Padre Bindi proseguì:
--Era da prevedersi che quella donna avrebbe rifiutato le nostre offerte. Eh! naturalmente il mal seme delle opinioni perverse si è trasfuso da suo marito in lei. Essa vorrebbe educare i figli coi medesimi principii libertini, i quali produrrebbero per essi la rovina del corpo e la dannazione dell'anima: il male di questa vita e dell'altra. Ma noi non possiamo permettere la perdita di queste creature, non possiamo tollerare ch'esse vengano allevate con delle idee contrarie ai santi principii della Chiesa Romana. E perciò bisogna ricovrare quelle anime benedette sotto il patrocinio della Santa Chiesa. E se la madre si oppone, ebbene lo faremo anche suo malgrado: la prima madre è la Chiesa. Dunque, don Omobono, noi faremo in modo che quei piccini siano portati nel santo asilo che li aspetta: e la madre, siccome bisogna pensare anche all'anima sua, sarà ricoverata anch'essa nel convento delle Carmelitane.
Quelle belle parole, proferite dal gesuita con tutta l'unzione della pietà e l'effusione della carità, volevano dire che si sarebbero strappati gli orfanelli di Monti dal seno della loro madre per farne dei monaci, e si sarebbe rinchiusa la loro madre in un convento, come in una prigione perpetua. Tali erano le benigne intenzioni del governo romano riguardo la famiglia del condannato.
--Noi dovevamo, riprese Bindi, provare colle buone maniere. Se la vedova Monti aderiva al nostro caritatevole invito, tanto meglio, allora ci avrebbe risparmiato le misure energiche alle quali, nel suo medesimo interesse, ci troviamo ora astretti di ricorrere. Ma, siccome quella donna ostinata, quella peccatrice indurita respinse la mano diretta a soccorrerla, così sarà necessario di adoprare per forza quei mezzi che devono condurre lei e i suoi figli sul cammino dell'eterna salute.
Don Omobono guardava maravigliato il reverendo padre, che seguitava a parlare. Il povero prete non comprendeva perchè mai si facessero a lui quelle confidenze.
--Potrebbe avvenire però, continuò il gesuita, e lì stava senza dubbio il nodo dell'affare, perchè così parlando esso piantò gli occhi in faccia a don Omobono in modo significante: potrebbe avvenire che la vedova Monti cercasse di fuggire, opponesse resistenza, e dovessero nascere scandali, calunnie. La cosa deve dunque condursi segretamente, e con tutta prudenza. Ed ecco come convien fare. Qui sta, e accennò i cassetti dello scrittoio, un passaporto regolare per quella donna; ella, don Omobono, glielo recherà, e le dirà, che non avendo essa accettato le offerte generose di Sua Santità, è invitata a lasciare lo Stato. Essa accetterà con gioia, entrando naturalmente la partenza ne' suoi disegni. Però, per vidimare il passaporto, dovrà presentarsi alla Direzione di Polizia; ora la Direzione sta sull'avviso, e quando essa si presenterà, sarà introdotta in una vettura chiusa, e senz'altro verrà condotta al convento delle Carmelitane. Assicurata così la madre, i figli verranno senza resistenza guidati al loro destino.
--Io dunque devo...
--Non far altro, che porgere amorosamente questo passaporto alla vedova Monti: il resto verrà da sè.
--Ma...
--Prenda dunque, e rifletta all'importanza di questo incarico.
Padre Bindi, consegnandogli il passaporto, licenziò don Omobono, e questi si avviò per le scale.
XLI
Eroismo di don Omobono.
Se il lettore si chiedesse perchè mai gli astuti gesuiti affidassero quell'incarico a un uomo, che aveva dato proprio allora una prova palmare di dappocaggine, facile è la risposta. Ciò ch'essi volevano, era di evitare la pubblicità, gli schiammazzi, che non si parlasse del fatto, e nessuno sapesse più nulla della donna e dei ragazzi. Così speravano che i figli della vittima, invece di crescere vendicatori del padre, divenendo gesuiti anch'essi, avrebbero un giorno maledetto la sua memoria. Ora, per condurre Lucia nel tranello, nulla valeva meglio della nota bonarietà del prete di vettura. Il dono che le veniva da lui non poteva tornarle sospetto in modo alcuno, ed essa sarebbe caduta sicuramente nell'agguato che le si tendeva. Avevano poi creduto necessario avvertirlo della trama, perchè sapesse regolarsi in conformità: e d'altra parte il suo carattere di sacerdote timido e pauroso, escludeva la possibilità di un tradimento. Tutto doveva adunque andare, secondo essi, per lo meglio.
Avevano fatti i conti senza il cuore di don Omobono; sì, questo cuoruccio, sebbene rincantucciato e impicciolito dalle frequenti paure, batteva ancora in un angolo di quel petto scarno e incavato. Il buon pretucolo si sentì rimescolare tutto all'idea di quel tradimento inaudito, che pareva al gesuita cosa tanto piana e naturale, da non farne nemmeno soggetto di discussione. D'altra parte però, l'obbedienza ai superiori ecclesiastici, in nome dei quali padre Bindi gli aveva parlato, sembrava a quell'omiciattolo, ch'era la genuflessione incarnata, una ineluttabile necessità. Combattevano dunque aspramente nel suo interno due principii, che la Chiesa Romana pone sempre in lotta fra loro: il sentimento del cuore, e il dovere dell'obbedienza passiva.
Per quanto il velo dell'ipocrisia avesse ravvolte le intenzioni dei gesuiti sulla superstite famiglia del condannato, quelle intenzioni dovevano apparire alla mente ingenua di don Omobono ciò che erano realmente, cioè, infamie belle e buone. Disporre dei figli contro il volere della madre, carcerare per tutta la vita una povera donna, di null'altro colpevole che di amare la sua prole e d'esser devota alla memoria di suo marito; trarla in inganno con un'offerta mendace, e farle trovare l'ultima rovina là dove le si prometteva salvezza, sono delitti che nessuna religione può giustificare, e contro essi si ribellava, suo malgrado, la coscienza di don Omobono.
Ne veniva di conseguenza, che se fece a lenti passi la strada che lo condusse al Gesù, ora poi non sapeva decidersi in nessuna maniera a imbroccare la via che doveva condurlo a Trastevere. Sostava a ogni tratto, retrocedeva a modo dei gamberi, cambiava strada, faceva strane giravolte, e chi l'avesse osservato e seguito, avrebbe creduto che gli fosse dato volta al cervello.
Finalmente, quando Dio volle, pose il piede sulla soglia della casetta, come sulla vetta del Golgota, sospirando e travolgendo gli occhi.
Lucia, meravigliata del suo ritorno, gli chiese che cosa gli recasse.
--Una buona notizia, disse don Omobono, col fare di chi trangugia un boccone amaro.
--A modo dell'altra? In tal caso, la tenga per sè.
--No... prendete.
E senz'altre parole, che troppo gli costava il parlare, le porse il passaporto traditore.
--Oh, bravo! esclamò Teresa; questo sì, ch'è un regalo che mi piace; e la ringrazio, don Omobono, e Dio le ne renda merito. Guarda, Teresa, un passaporto per andarmene dagli Stati del Papa. Io ritornerò a Fermo, e anche tu ci verrai. Ritornerò a Fermo! chi me l'avesse detto ritornare senza il mio Peppe... il mio Peppe, finito a quel modo!
Così dicendo, la povera donna diede in uno scoppio di pianto, che le sollevò il cuore: erano due giorni che non poteva più piangere.
Poi corse ad abbracciare ad uno ad uno i suoi piccini.
--E io vi condurrò in salvo, miei cari, diceva intanto. Finchè stavamo qui, io temeva per voi altri; pareva che un funesto presentimento mi avvertisse di qualche male che vi sovrastasse. Ma ora, grazie a Dio, potrò condurvi meco; andremo insieme dove si respira aria libera e si dormono i sonni tranquilli. Presto, presto, non tardiamo un momento. Teresa, aiutami a riempiere questa cassetta, e poi...
--Ma prima..., soggiunse don Omobono, parlando a stento, come se un nodo gli avesse serrata la gola. Prima bisogna... che voi andiate in persona alla Direzione di Polizia... per la vidimazione del passaporto, altrimenti...
--Ebbene, vado subito. Attendi ai ragazzi, Teresa. Ritorno in un batter d'occhio. Ogni ora che rimango in Roma, mi pare un secolo. Pare che il terreno mi bruci sotto i piedi. Dammi lo sciallo. Grazie anche una volta, don Omobono.
E Lucia si avviò rapidamente verso la porta.
Il povero prete non ne poteva più; la fiducia di Lucia, la sua gratitudine, le espansioni del suo amor materno, erano altrettanti colpi di pugnale per lui, che sapeva d'esser venuto a far la parte di Giuda. E quand'essa, dopo aver baciati un'ultima volta i suoi figli, si avviò rapidamente, tenendo fra le mani il passaporto, egli non resse più, e la richiamò, gridando:
--Lucia, aspettate!
--Che cos'è? cosa vuole?
--Per quanto amate i vostri figli, non andate alla Direzione di Polizia.
--Ma perchè?
--Quel passaporto è un inganno.
--Che cosa dice?
--Non mi chiedete altro. Salvatevi, fuggite, se potete, ma non fate uso di quel passaporto: quello è il segnale per farvi arrestare, per portar via i vostri figli.
--Ah! gridò Lucia, correndo a raccogliere i suoi figliuoli in un gruppo, che abbracciò in ginocchio.
--E lei me l'ha portato! disse poscia verso don Omobono.
--Fui costretto! me l'avevano comandato! Ma io, no, non mi sento la forza di tradirvi, povera donna; facciano pure quel che vogliono, mi chiudano a San Michele, mi taglino anche la testa, ma io voglio salvare l'anima mia.
Bisogna credere che don Omobono fosse arrivato a un grado supremo di esaltamento, per lanciare quella eroica sfida alla morte, e più ancora per cercare la salvezza dell'anima fuori dei precetti de' suoi superiori.
L'eroismo di don Omobono fu la salvezza di Lucia Monti e de' suoi figli, ed esso la sconta tuttora colla reclusione in un convento di capuccini, dove però, a dispetto del castigo, esso comincia ad ingrassare.
Lucia e la sua fedele Teresa poterono, coll'aiuto di un travestimento, fuggire a tempo dalla Roma dei preti, e portare a salvamento anche i bimbi.
Quella buona famiglia si trova adesso nella patria di Giuseppe Monti, confortata dalle consolazioni dei concittadini e dal compianto di tutta la nazione.
La povera madre di Gaetano Tognetti ha raggiunto il figliuolo!
La Corte di Roma si è macchiata di nuovo sangue. Essa ha affrettato il giorno della sua caduta e il trionfo della libertà.
Abbiamo accennato di volo nel capitolo X alla catastrofe di casa Ajani, nella quale i Romani si batterono disperatamente contro i soldati del Papa: una donna generosa fu sgozzata co' suoi figli, e molti altri furono fucilati, dopo fatti prigionieri, dagli zuavi.
Questo fatto diede origine ad altro processo, definito colla condanna a morte di due cittadini romani, Giulio Ajani e Pietro Luzzi, la qual pena fu poi commutata, in seguito alla intercessione di re Vittorio Emanuele, in quella dei lavori forzati a vita. Le più scrupolose ricerche ci pongono in grado di fare interessanti e curiose rivelazioni intorno all'andamento di questo processo, non meno importante di quello che s'intitola dal nome degl'infelici _Monti e Tognetti_.
Ajani e Luzzi, vittime illustri, languono tuttora nella galere del Papa-re.
APPENDICE
STORIA SUCCINTA DELL'INSURREZIONE ROMANA
Dacchè la nazione italiana per mirabile forza degli uomini e degli eventi, dopo tanti secoli di schiavitù e di divisione, potè dirsi libera e unita, un sentimento unanime, spontaneo, interpretato da un voto del Parlamento nazionale, volle e gridò Roma capitale d'Italia.
Una necessità storica e politica, dettò quel voto, e mantenne costantemente fisso nell'animo degli Italiani il desiderio di aver libera dal giogo dei preti la propria capitale. E quando le provincie venete furono anch'esse liberate dallo straniero, e cessò quell'incubo del quadrilatero, che pesava su noi come un'eterna minaccia, e quando mancò al re di Roma il sostegno delle armi francesi, quel desiderio divenne più irresistibile e veemente. Parve venuto il momento di redimere l'antica regina, di rivendicare la capitale d'Italia, e gli sguardi di tutti si volsero su Roma.
Questa opportunità fu sentita, egualmente dai Romani, i quali decisi ad affrettare il giorno del riscatto, fino dall'aprile 1867 costituirono un centro d'insurrezione, che fu rappresentato in Firenze dal centro di emigrazione sotto gli auspici di Garibaldi.
I concerti e i preparativi del movimento durarono tutto l'estate, fino a che nel 17 settembre, il generale Garibaldi, nel quale si accentravano le speranze della liberazione di Roma, comparve a Firenze manifestando apertamente l'intenzione di operare per quello scopo supremo.
Nei giorni seguenti apparvero le prime schiere d'insorti nelle provincie soggette al dominio pontificio, e per entrare in azione aspettavano forse la venuta di Garibaldi, designato naturalmente qual duce di quell'impresa. Ma il Generale, che il 22 settembre era partito da Firenze per Arezzo, e, oltrepassata quest'ultima città, procedeva verso il confine romano, veniva arrestato ad Asinalunga per ordine del ministro Rattazzi: e in pari tempo una nota del governo italiano, spiegando quella misura, disapprovava gli atti di Garibaldi. Esso dopo essere stato rinchiuso per due giorni nella fortezza di Alessandria fu condotto a Caprera.
A Firenze, a Milano, a Napoli e nelle altre città principali, del regno imponenti dimostrazioni popolari protestarono contro l'arresto del generale e in favore del movimento romano.
Nel giorno 30 di settembre, non ostante la mancanza di Garibaldi, scoppiò la rivolta nella provincia di Viterbo. Il fatto più importante di quel giorno fu la presa di Acquapendente, dove quaranta gendarmi rimasero prigionieri degli insorti.
A Bagnorea in uno scontro che durò due ore i pontifici sono battuti; così pure a Otricoli. Il movimento si propaga a Orte e a Ronciglione, convergendo verso Viterbo. La rivolta si estende in pari tempo nei monti di Bolsena, Soriano e Caprarolo.