I misteri del processo Monti e Tognetti
Chapter 14
--Vogliono salvarli per mezzo della grazia sovrana! interuppe il Generale sorridendo ironicamente.
--Appunto: ed io temo che vi possano riuscire. Sua Santità ha un cuore tanto angelico, che la compassione degli infelici basta a commuoverlo. Non mi farebbe meraviglia che arrivassero a voltargli la testa.
--È vero! il pericolo è abbastanza serio, e convien pensare senz'altro al rimedio.
--Per questo sono venuto subito a prevenirne vostra Riverenza.
--Ringrazio vostra Eminenza della sua premura.
--Ella troverà senza dubbio il riparo.
--Vi ho già pensato. Chi è il cardinale che si è incaricato di chiedere la grazia?
--Credo che sia l'eminentissimo Baldoni.
--Ah! Ah! capisco: è pecora segnata.
--Dunque ci pensa lei.
--Viva tranquillo, Eminenza.
--Non udremo un tanto scandalo.
--Non è il momento di mostrar debolezza.
--La riverisco.
--Le bacio le mani.
Il cardinal Rizzi partì soddisfatto di sè; si fece condurre a casa, e andò a dormire il sonno del giusto.
Il Generale fece venir subito nelle sue stanze tre padri, fra quelli che erano più addentro nei suoi segreti, erano il confessore del Papa, il confessore del cardinale Antonelli, il confessore del colonnello De Charette, comandante degli zuavi pontifici. Con essi il Generale tenne un lungo conciliabolo, ch'ebbe per iscopo di stabilire il modo sicuro di sventare gli sforzi di coloro che volevano ottenere dal Papa la grazia di Monti e Tognetti.
I confessori di Antonelli e di De Charette si posero all'opera alla mattina seguente; il confessore del Papa doveva operare più tardi.
La parata degli zuavi in Piazza San Pietro, e il ricordo che il Segretario di Stato fece al Pontefice di una supposta promessa erano conseguenze delle loro manovre.
Gli zuavi erano schierati sulla piazza, col loro colonnello De Charette alla testa. Quando apparve scalpitando sotto gli archi del colonnato il primo drappello della scorta del Papa, i tamburi suonarono, la fronte di battaglia si allineò, e al comando del colonnello i soldati presentarono le armi. Al primo drappello di cavalleria successe quello dei gendarmi, poi l'altro delle guardie nobili, e finalmente apparve la splendida carrozza dell'erede del pescatore.
Allora gli zuavi s'inginocchiarono, la bandiera si abbassò, e il colonnello in ginocchio anch'esso sul terreno aspettò la visita del sovrano. La carrozza del Papa si fermò innanzi alla truppa; i servi apersero lo sportello. Il cardinale Antonelli e un prelato, ch'erano in compagnia del Pontefice, lo aiutarono a scendere.
Pio IX, seguito dal cardinale e dal prelato, mosse verso il colonnello, e gli fece il cenno della benedizione sopra la testa, poi percorse tutta la fronte del reggimento, guardando con visibile compiacenza gli armati e le armi, e trinciando ad ora ad ora segni di croce colla mano aperta verso i soldati genuflessi.
Poi il Papa si avvicinò di nuovo al colonnello, e gli disse:
--Ci consoliamo con lei: noi riconosciamo sempre i nostri bravi zuavi, e sempre più ci teniamo contenti di loro.
--Beatissimo padre! soggiunse De Charette, i miei soldati anelano sempre l'occasione di potere spargere di nuovo il loro sangue in difesa della Santità Vostra.
Il Papa mise un sospiro, e:
--Sappiamo, disse, pur troppo che il loro sangue fu sparso!
--Ne sono compensati a esuberanza dalla benevolenza di Vostra Beatitudine, ripigliò il colonnello. Poi aggiunse: E anche dalla severa giustizia, che ha colpito i loro assassini.
Pio IX mandò un altro sospiro.
--Anzi, mi è forza chiedere in loro nome una grazia a Vostra Santità.
--Una grazia! esclamò il Pontefice, al quale sorse in mente il pensiero, che gli stessi zuavi volessero domandare la grazia dei due condannati. Dite pure, quale essa sia l'accorderemo.
--I bravi zuavi, a cui sta impressa nell'animo la morte dei loro fratelli, di quei prodi uccisi, il cui sangue grida tuttora vendetta, domandano l'onore di assistere sotto le armi alla esecuzione dei due delinquenti.
--È una soddisfazione ch'essi reclamano! disse il Papa sorpreso.
--È un servigio che si offrono di prestare, ribattè il colonnello.
--Sta bene, saranno esauditi.
Ciò detto, il Papa rifece sul capo del colonnello il segno della benedizione, poi ajutato dal cardinale e dal prelato, rimontò in carrozza.
Il cocchio papale insieme al corteo si avviò verso Porta Angelica, per la consueta passeggiata.
XXXIV
La firma del Papa.
Dopo tre quarti d'ora, il Papa era di ritorno nel palazzo del Vaticano, scese di carrozza sotto il portico del gran cortile quadrato, e preceduto dalle guardie e dai prelati di camera, seguito a breve distanza dal cardinale, salì le scale.
Erano giunti alla loggia dove stanno le scene del Vecchio Testamento, dipinte dalla mano di Raffaello d'Urbino, e da quella passavano nell'atrio vicino, quando all'improvviso apparve una donna, la quale, resistendo alle guardie, e trapassando lo stuolo dei cortigiani, venne a genuflettersi innanzi al Papa.
La voce soffocata dall'emozione e dai singhiozzi non le serviva, e invano cercava di parlare distintamente.
--Santo Padre!... mio marito!... furono le sole parole che potè emettere a stento, poi cadde svenuta.
L'inaspettata apparizione, l'agitazione di quella donna, fecero qualche impressione sull'animo di Pio IX, il quale ordinò che appena fosse rinvenuta fosse introdotta nelle sue stanze.
Infatti, dopo qualche minuto, Lucia Monti veniva condotta in quella medesima stanza cremisina, dove vedemmo il Papa pregare colle ginocchia posate sulla doppia sentenza di morte.
Questa volta, rinfrancata alquanto, e rimessa dallo sgomento del primo incontro, la moglie del condannato trovò una parola libera e commovente, pregando per suo marito.
--Santità! diceva ella, con una parola lei può ritornare da morte a vita il mio povero marito, la pronunci questa parola, per amore di Dio; e lei sarà come un Dio per me! Io la prego pei miei piccoli bambini, che aspettano il loro padre. Pensi che ha tanto sofferto, poveretto, in quest'anno, che ha passato in prigione, lontano dalla sua famiglia, e sopratutto dopo la condanna, all'idea di non poter più abbracciare i suoi figli. Oh! se ha fatto del male lo ha già pagato. Santo Padre! gli perdoni, come ha perdonato Nostro Signore. Renda il padre a quei poveri piccini, renda il marito a questa povera derelitta! Non abbiamo nel mondo altro sostegno, altra guida. Se questa ci manca, che sarà di noi? Ella, che è il padre degli afflitti, il ministro di Gesù Cristo, si lasci commovere da questo pianto, abbia compassione di noi poveri cristiani, ci tolga dalla desolazione! Può consolarci con una parola, la dica, per la Beata Vergine, per tutti i Santi la dica!
A questo punto l'infelice donna fu vinta nuovamente dall'emozione, si lasciò andare singhiozzando, prostesa colle mani giunte e la testa sul terreno.
Nel cuore del Papa si agitava una fiera tenzone. Lo abbiamo già detto, il cuore di Pio IX non è del tutto indurito. Sotto il lievito dell'egoismo e dell'indifferenza epicurea, accumulata da tanti anni di pontificato, serba ancora una fibra sensibile: e questa fu scossa dal pianto e dalle preci di quella meschina.
Egli si sarebbe adunque piegato a far la grazia ai condannati; ma appena vi poneva il pensiero, gli si presentavano nello stesso tempo i fantasmi dei gesuiti, e degli zuavi, e di Antonelli, e dei cardinali arrabbiati, che l'impaurivano, e sgridavano, e lo distoglievano dall'idea della clemenza, come da una debolezza imperdonabile e fatale.
Ma i muti singulti di Lucia, più eloquenti delle sue parole, a poco a poco finivano di vincere il cuore dei vecchio. Egli si alzò di subito: si avvicinò al tavolo, vi trovò la carta, e la penna, che poco prima gli aveva presentato il cardinale Baldoni. Intinse la penna, e scrisse una linea sulla carta.
In quel momento entrò un _camerario_, ad annunziare il padre Ferri.
Pio Nono rabbrividì.
Il padre Ferri era il confessore che la compagnia di Gesù aveva scelto a dominarlo: esso rappresentava agli occhi del Papa tutta intera l'idra gesuitica nella sua immensità spaventosa.
Egli si scostò dal tavolo, e fe' cenno al _camerario_ di allontanare la supplicante. Il domestico disse a Lucia di seguirlo. Essa avrebbe voluto aggrapparsi disperatamente a quell'ultima speranza della grazia, ma sentiva mancarsi le forze. In quello sforzo supremo aveva esaurito ogni vigore, mandò un ultimo gemito di preghiera verso il Pontefice, e dovè attaccarsi al braccio del _camerario_ per uscire senza cadere.
Mentre Lucia si allontanava dalla stanza del Papa, vi entrava in sua vece il Padre Ferri.
Egli s'inginocchiò dinanzi al Pontefice, e cominciò:
--Santo Padre! È la beatissima Vergine concetta senza macchia, che mi ha ispirata l'idea di venire a trovarla. Vostra Santità sta per prendere una gravissima risoluzione, ed io che indegnamente fui assunto all'onore di dirigere la sua coscienza, mi sento in dovere di porgerle una parola di consiglio.
--Padre! Venite a parlarmi in qualità di mio confessore? disse il Papa.
--Santità sì.
--Alzatevi dunque, e parlate al servo dei servi di Dio.
Il gesuita si levò in piedi e parlò in tuono d'ispirazione profetica, mentre il Papa seduto sul seggiolone, ma curvo col tronco, e col capo in segno di reverenza, lo stava ascoltando.
--Voi, Padre beatissimo, in questo momento porgete l'orecchio alla voce della clemenza, bella virtù e degna veramente d'un re sacerdote! Ma quando la giustizia fa udire la sua parola, la clemenza deve cedere e tacere. Perfino l'Onnipotente chiuse l'orecchio alle voci della misericordia e non esitò a sacrificare il suo prediletto figliuolo per soddisfare alla giustizia. La giustizia è la base e il cardine d'ogni opera buona, e senza la giustizia le altre virtù non sono altro che ombre ed errori. Nubi gravide di tempeste stanno addensate nei cieli, il tuono rumoreggia nell'aere, le mine degli empj sono approntate sotto i nostri piedi, e non aspettano che la scintilla che mandi tutto in rovina. Da chi troveremo soccorso, se mostriamo di amare i nostri nemici più degli stessi difensori, e se lascieremo inulte le ossa di coloro che sono morti per noi? Nè possiamo lusingarci di vincere colla mansuetudine i nostri nemici. Il demone dell'empietà li ha acciecati, e non anelano se non che distruzione e rovina. Il nostro perdono è l'arma di cui si sono valsi altra volta per ribellarsi, e cacciare lontano gli eletti del Signore. Con costoro la misericordia diventa empietà, e pietà il rigore.
Pio IX ascoltava tacendo; non rispose, non fiatò. Stese la mano sulla tavola, prese la carta che aveva scritta poco prima, e la lacerò.
Il gesuita comprese il suo trionfo e sorrise.
Nello stesso tempo veniva annunziato il cardinale Antonelli.
--Datemi quel foglio, disse il Papa al Camerario.
E indicò la sentenza, ch'era rimasta sul cuscino dell'inginocchiatoio.
Il famigliare prese la carta, e la porse inginocchiandosi al Pontefice.
Questi afferrò la medesima penna con cui aveva un minuto prima vergato la grazia, e scrisse rapidamente due parole in calce a quel foglio, mentre il segretario di Stato entrava nella stanza.
--Eminentissimo, a voi! disse Pio IX porgendogli il foglio. Ecco la sentenza approvata.
Antonelli la prese senza parlare, e scambiò col padre Ferri un'occhiata di soddisfazione.
Il Papa li invitò a lasciarlo solo, dicendo che non si sentiva bene.
Quel debole vecchio, sbattuto da tante emozioni, stava male veramente.
Il cardinale e il gesuita uscirono insieme.
XXXV
Raffinamenti gesuitici.
Il segretario di Stato era aspettato nel suo gabinetto dal Generale dei gesuiti, al quale entrando mostrò la sentenza che aveva in mano.
Tanta era l'impazienza del generale, ch'esso la prese dalle mani del cardinale, prima che questi gliela porgesse. La svolse, la guardò e appena ebbe posti gli occhi sull'_exequatur_ papale, sul suo volto si dipinse quel sorriso, che poco prima si era ripercosso fra il padre Ferri, e il cardinale Antonelli.
Fra quelle tre persone regnava il silenzio. Antonelli si era seduto allo scrittoio. Il generale, ritto in piedi colla sentenza in mano, vi teneva fisso lo sguardo senza leggerla. Il gesuita stava in piedi in alto rispettoso vicino alla porta.
Il primo a rompere il silenzio fu il cardinale.
--Ed ora, disse, non resta a far altro che a dare esecuzione alla sentenza.
--E nel più breve tempo possibile, aggiunse a modo di coda il gesuita.
Il Generale tacque alquanto, poi disse:
--No!
E mentre pronunciava quel monosillabo, i suoi occhi mandarono un lampo che dava a quella parola una sinistra espressione.
Il cardinale, alquanto sorpreso di questo contegno, di cui non comprendeva il significato, soggiunse, rivolto al Generale:
--Che cosa dice, vostra reverenza? Non è urgente di dare questo esempio al più presto possibile?
--No! ripetè il Generale colla stessa energia selvaggia.
--Mi permetta di dirle, reverenza, che non comprendo perchè si dovrebbe tardare. Il lavoro della Sacra Consulta fu anzi affrettato negli ultimi stadi del processo, perchè la sentenza potesse venire emanata qualche giorno prima del dì 22 ottobre. Il 22 ottobre, come ella sa, fu il giorno in cui scoppiò la nefanda ribellione, il giorno in cui Monti e Tognetti commisero il loro misfatto. Ebbene, fu nostro pensiero che quel giorno stesso sia destinato al loro supplizio. Così daremo occasione ai framassoni romani di festeggiare degnamente l'anniversario della loro impresa. Ai piedi del patibolo dei loro compagni, potranno rinnovare i giuramenti della cospirazione.
E il cardinale pose fine al suo dire con un riso secco e stridente.
Il Generale dei gesuiti lo guardò fisso, con uno sguardo così cupo che mise un brivido nelle fibre dello stesso cardinale: gli si avvicinò; prese una sua mano fra le sue; gli appressò la bocca all'orecchio, e mormorò con strano accento queste sole parole:
--Eminenza! Aspettiamo: non vi perderemo nulla.
Poi baciò la mano al cardinale, e dopo gl'inchini di uso, seguito dal suo gesuita, uscì dalle stanze, e discese le scale del Vaticano.
Col suo consiglio, il Padre Generale dei gesuiti induceva il governo pontificio a protrarre per lunghi giorni l'agonia dei due condannati, dopo che, essendo stata dal sovrano rifiutata la grazia, e ordinata l'esecuzione della sentenza, la loro morte era irrevocabilmente decisa. Ciò che indusse il Generale a questo consiglio, non fu solamente il desiderio di una raffinata vendetta, prodotta dagli spasimi di quegli infelici, sospesi fra la vita e la morte, e lungamente straziati dalla terribile alternativa, dalla lotta tormentosa fra la speranza e il timore che accompagnano fino sul palco il condannato a morte.
Esso pensava ancora che si poteva usufruire quel martirio atroce, pel maggior utile della Santa Sede, e la _maggior gloria di Dio_.
Era facile infatti che facendo balenare la speranza della grazia, ossia della vita, a quegli sventurati che già si sentivano col piè nella fossa, si ottenessero dalle loro labbra delle rivelazioni, che mettessero la curia sulla strada di nuove procedure, e procacciassero altre vittime alla ghigliottina papale.
In tale bisogna, s'impiegò lo zelo e l'acume del giudice Marini, uomo rotto a tutte le arti sottili del processante pontificio, e che aveva data tanta prova del suo valore in quel medesimo processo. Egli con lena infaticabile, ritornò a tentare e premere con domande suggestive e artificiose lusinghe i due condannati, cercando con ogni mezzo di estorcere da loro il nome di nuovi complici tuttora impuniti.
Ma tutte le fatiche del cavaliere _piano_ riuscirono vane di contro alla fortezza dei due martiri coraggiosi, che si dichiararono mille volte pronti alla morte, piuttosto che all'infamia del tradimento.
Nè si diedero vinti per questo i martoriatori, che disperando di ottenere le bramate rivelazioni, volsero ad altro intento l'ingegno, perchè non restasse affatto senza frutto l'indugio frapposto alla piena soddisfazione della vendetta sacerdotale.
Pensarono, che i condannati fermi al niego sul punto della denuncia, si potevano almeno, in quell'estrema angoscia della prolungata agonia, costringere a umilianti ritrattazioni, a forzate dimostrazioni di pentimento. Così, non solamente avrebbero essi immolate quelle vittime, ma le avrebbero insultate e vilipese, presentandole al cospetto del mondo siccome colpevoli morsi dal pungolo della coscienza, e maledicenti il loro passato, siccome codardi che genuflessi implorano il perdono dai loro carnefici.
Che i gesuiti abbiano raggiunto questo scopo meglio del primo, hanno voluto farlo credere essi medesimi. Infatti essi fecero stampare, diffondere e spiegare al popolo nelle chiese una lettera che, dicono, Giuseppe Monti avea diretta al Papa dal fondo della sua prigione.
In quella lettera, Monti avrebbe manifestato di essere stato ascritto alla società massonica, e che da questa era stato condotto al passo in cui si trovava; avrebbe inoltre chiesto umilmente perdono a Dio e al Santo Padre del suo operato, rivolgendosi per ultimo allo stesso Pontefice, implorandone la benedizione, e raccomandando alle preghiere di lui l'anima sua, ed alla sovrana generosità un piccolo figlio.
Sappiamo quante volte la Corte romana abbia falsate consimili ritrattazioni, e abbiamo quindi tutta la ragione di credere apocrifa anche questa: tanto più dopo che la loggia massonica Fabio Massimo ha dichiarato che l'infelice Monti non aveva mai appartenuto a quell'associazione. Ma fosse pur vera quella lettera, essa ridonderebbe a maggiore infamia del Papa e del suo governo.
Si comprende infatti come possa essere carpita facilmente una simile dichiarazione, nelle angosce del carcere e alla vigilia del supplizio, a un povero condannato a morte, _marito_ e _padre_! Ma ciò che sorpassa le forze ordinarie della mente, si è il comprendere come il vecchio prete che regna in Roma abbia risposto al padre di famiglia che gli domandava perdono e implorava la sua compassione per la prole innocente, gli abbia risposto, diciamo, compartendo sul di lui capo la paterna benedizione, e consegnando in pari tempo quel capo alle mani del boja!
Stentavano intanto nella durezza della prigione e nella riflessione della morte imminente, i due condannati, sorbendo da oltre un mese l'amarezza degli estremi momenti. E intanto i loro carnefici stavano studiando il modo di rendere più raffinate le delizie della vendetta. La vendetta fu chiamata un giorno il piacere degli dèi: ora potrebbe dirsi il piacere prediletto dei preti sovrani.
Passato l'anniversario della insurrezione romana, si studiava di scegliere per l'esecuzione un giorno, nel quale il supplizio di Monti e Tognetti suonasse come un insulto eloquente al principio nazionale degl'Italiani.
Di lì a poco parve presentarsi una favorevole occasione per porre in atto quel divisamento. Il principe Umberto e la principessa Margherita, recandosi da Firenze a Napoli per la via ferrata, sarebbero passati dalla stazione di Roma.
Nessun momento poteva essere più propizio di quello. Quando appunto i principi italiani si fermavano per qualche momento alla stazione di Roma, dovevano balzare le teste dei due condannati. Per tal modo i giovani principi, la dinastia di Savoja, la nazione italiana, il principio unificatore, ricevevano ad un punto l'impronta di un oltraggio feroce.
È noto come i principi fossero avvertiti a tempo di quanto meditava a loro scorno la Corte papale, e come, cambiando l'itinerario prescritto, evitassero studiosamente la cerchia di Roma e i confini papali.
Perduta anche quella occasione, e impazienti oramai dell'ultima strage, piuttosto che stanchi di martoriare le loro vittime, i preti governanti di Roma fissarono la morte di Monti e Tognetti pel giorno 24 novembre, giorno della riapertura del Parlamento italiano, per inviare quell'annunzio ferale, come saluto beffardo ai rappresentanti della nazione.
Dal giorno della condanna erano passati trentanove giorni! trentanove giorni che i condannati a morte consumarono ora per ora in dolorosa agonia! Trentanove giorni, nei quali i loro parenti attesero mille e mille volte la grazia, per ripiombare mille e mille volte nella disperazione.
XXXVI
La vigilia dei condannati a morte.
L'orologio della Chiesa Nuova batteva le ore 11 pomeridiane del giorno 23 novembre 1867, e le sentinelle degli zuavi appostate intorno alle Carceri Nove si davano di tratto in tratto la voce:_ All'erta_, _sentinella_! quando all'imboccatura della strada Giulia, dalla parte di San Giovanni dei Fiorentini si avanzavano lentamente i confratelli di San Giovanni Decollato. È una compagnia composta di nobili e di ecclesiastici romani, che esercitano verso i condannati a morte l'ufficio di confortatori. Essi andavano alle Carceri Nove per cominciare le loro funzioni.
A Monti e Tognetti era conteso perfino il sollievo che poteva porger loro la natura, con un estremo riposo: dovevano passare le _otto ore_, che li separavano dal momento del supplizio, fra le nenie dei confortatori e le esortazioni dei preti.
Mentre i confortatori entravano per la porta del carcere e salivano sulle scale, il secondino Petronio, che doveva aprire le segrete dei condannati, e condurli nella cappella, aspettava l'arrivo della confraternita in quel camerone della prigione, dove l'abbiamo incontrato un'altra volta, e dove faceva fra sè e sè queste riflessioni:
--Quei due poveretti devono proprio andare alle morte questa mattina!... Questo pensiero mi produce un affanno, che non posso spiegare. Io sono avvezzo a vedere queste disgrazie. Eppure questa volta mi sento proprio stringere il cuore. Ma perchè? Perchè questi due disgraziati non sono assassini. Avranno forse fallato, ma credevano di far bene!... Quel povero Tognetti così giovane! E Monti, poveretto, che lascia la moglie e tre figli, e il bambino più piccolo ha diciotto mesi!... Ah, che miseria!... Se dipendesse da me, io farei loro la grazia sul momento. Pare impossibile che il Santo Padre, che dicono che è tanto buono, non debba sentir compassione, quando la sento io, che sono una pellaccia dura d'un carceriere! Ma io sono un ignorante, e lui ne sa più di me. Dovrà andare così, dovrà andare.
Il canto mortuario del _miserere_ che saliva sulla scala, e di lì a poco il chiarore dei ceri, che apparve oltre il cancello, annunziarono l'arrivo della compagnia di San Giovanni Decollato. I confratelli incappucciati entrarono nel camerone.
Uno dei confratelli teneva inalberato il lugubre vessillo della compagnia, che porta dipinto nel drappo nero una testa recisa. Dietro a lui si schierarono in due file gli altri tutti coi cappucci calati sul volto e i ceri accesi in mano, continuando il loro canto funerario.
Due di essi si staccarono dal nero drappello, e, uniti al secondino Petronio, andarono a prendere Gaetano Tognetti nella sua segreta. Lo trovarono che dormiva: lo risvegliarono, e gli annunziarono che si avvicinava l'ora della sua morte. Egli fu assalito da una spasmodica contrazione dei nervi: quella natura giovane e vigorosa si ribellava all'idea di una immatura e violenta distruzione.
Lo condussero in cappella, per consegnarlo colà ad un gesuita, che doveva essere il suo confessore.
Poscia passarono alla segreta di Monti; esso non dormiva, stava invece pregando. Pregava per la donna che lasciava vedova, pei bambini che lasciava orfanelli.
Durante il tragitto dalla segreta alla cappella, Tognetti, sedato quel primo tumulto del sangue, si rimise in calma, e ai confortatori che lo esortavano ad incontrare la morte rassegnato e da buon cristiano, e a pazientare.
--Pazienza! diceva, sì, avrò finito almeno di tribolare. Io già la grazia non l'ho mai sperata. Sapevo bene che il Papa non me l'avrebbe mai fatta.
Appena giunto nella cappella, fu posto nelle mani del gesuita, che subito lo prese a braccetto, e, presentatogli un crocifisso dinanzi alla faccia, gli chiese per prima cosa se credesse nella passione e morte di Nostro Signore Gesù Cristo.
--Sì, padre, rispose Tognetti: io credo in Nostro Signore, e i miei conti desidero farli direttamente con lui.