I misteri del processo Monti e Tognetti
Chapter 13
La riva di quella palude era frastagliata ad angoli che raddoppiavano il cammino. Curzio era giunto in un luogo nel quale i cespugli selvaggi riuniti a modo di siepe giungevano a toccare l'orlo dell'acqua, allorchè intese al di là di quel fogliame un rumore metallico simile a quello ch'è prodotto dal cozzo delle armi da fuoco. Certamente v'erano dei soldati nascosti fra quegli arbusti.
Retrocedè subito, e seguendo sempre la riva dello stagno, e raddoppiando il passo, continuò ad allontanarsi; a un tratto si trovò impedito il cammino da un corso d'acqua che veniva a perdersi nella palude. Con un salto vigoroso, si slanciò, e giunse a piede asciutto dall'altra parte del rivoletto.
Di là si apriva uno spazio più largo, libero dalle acque e dalla boscaglia; il fuggiasco poteva inerpicarsi sopra una piccola eminenza, che aveva di fronte, e franando giù dall'altra costa, trovare la salvezza. Ma in quella appunto che formava questo pensiero, ecco sbucare da quello stesso rilievo di terreno altri armati.
Era ormai cosa evidente: gli davano la caccia. Esso era circondato, come il cignale, intorno a cui si è formato un circolo di mute e di cacciatori.
Senz'armi, senza difesa, senza ajuto alcuno, esso era abbandonato ai nemici che si avanzavano da ogni parte. Già il cerchio si faceva più stretto, e le voci dei soldati, che si additavano fra loro il fuggitivo, giungevano fino a lui.
Che fare in quel supremo momento? Raggiunto dai soldati, avvinto, incatenato, sarebbe ricondotto a prigionia più dura, più disperata, si sarebbe di nuovo macerato in quegli sforzi impotenti, in quei desolanti pensieri di prima. Valeva meglio attirare sopra di sè il piombo di quelle carabine... e finirla! Fu con tale intendimento che Curzio simulò di volgere a impetuosa fuga dalla parte dell'acqua stagnante.
--Egli ci sfugge! gridò una voce. Fuoco!
E subito dopo i colpi dei moschetti echeggiarono in quella mesta solitudine.
Curzio, colpito da cinque o sei colpi, cadde supino. Non gli rimase che un istante di vita: il tempo di rivolgere un pensiero a sua madre, e un'ultima invocazione al Dio dell'avvenire.
Quando i soldati giunsero al luogo dov'era caduto lo trovarono cadavere.
Le trame tenebrose del principe Rizzi e del suo sicario avevano ricevuto il loro compimento.
Era vicina la notte: pochi soldati rimasero a far guardia al morto che si sarebbe trasportato l'indomani. Gli altri ritornarono in città.
Dopo la mezzanotte un soldato boemo stava di sentinella presso il cadavere, mentre i suoi compagni dormivano avvolti nei loro pastrani sotto un riparo di frasche. Stanco e un poco avvinazzato, egli andava sonnecchiando, finchè postosi a sedere sopra un sasso si lasciò vincere da quel torpore, che è una cosa di mezzo fra il sonno e la veglia.
Il buon boemo vagava da qualche istante in quella indecisa regione che sta fra i sogni e la vita reale, quando è svegliato del tutto da un rumore indistinto: spalanca gli occhi, balza in piedi, e vede vagamente in quell'ombra un braccio del morto alzato che ricade, e nello stesso tempo sente qualche cosa strisciar via tra l'erbe del terreno e le frasche.
Restò colpito da un improvviso terrore. Le fole superstiziose da cui fu cullata la sua infanzia diventano in quel momento realtà spaventose; vuol gridare e non può, vuol camminare, e non lo reggono le gambe. Trema come per freddo, e gli battono i denti.
Quando venne il caporale per toglierlo di sentinella, lo trovò in quello stato, fu deriso da tutti come pauroso, e alla mattina fu portato all'ospedale con una febbre gagliarda.
Quegli che produsse la disgrazia del soldato boemo fu Giano. Egli aveva promesso al principe un segno palpabile del suo trionfo. Curzio teneva al dito un anello, dal quale non si era mai diviso, perchè era un ricordo della principessa, e Giano lo sapeva, perchè una volta egli stesso aveva recato quel dono. Egli pensò dunque di portare al principe quel contrassegno.
Ronzando intorno al luogo dell'uccisione, approfittò della dormiveglia di quel soldato per avvicinarsi al cadavere, e strappargli dal dito l'anello, fuggendo subito carpone per terra, mentre la sentinella, allibita dallo spavento, divenne incapace di muoversi e di gridare.
Quando fu sotto il raggio della luna, guardò l'anello per riconoscerlo. Era ben quello; e di più, era tutto macchiato di sangue rappreso: ciò gli accresceva valore!
XXXI
Sua Santità Papa Pio IX.
Pio IX!... Pochi uomini della storia ebbero nella vita tanti singolari contrasti quanti se n'ebbe il conte Giovanni Maria Mastai Ferretti, assunto al pontificato col nome di Pio Nono. Capitano di cavalleria, lasciò le spalline per la mantelletta di prelato; missionario, viaggiò il vecchio e il nuovo mondo; antico framassone, iniziato in una loggia d'America, ha poi anatemizzati e scomunicati tutti quanti i framassoni dei due emisferi; esordì nel governo formandosi un ministero di repubblicani, e termina il suo regno ricevendo dai gesuiti l'imbeccata dei _sillabi_ e delle _encicliche_.
Nessuno è giunto come lui all'apice delle benedizioni, per piombare poscia nel più profondo dell'abbominazione. Fuvvi un tempo in cui il suo nome fece il giro di tutta la terra, accompagnato da un eco di riconoscenza e di osanna; oggi esso è segno alle maledizioni di un popolo intero. Quella mano che nel 1846, scrivendo l'amnistia dei patrioti, diede il segnale della grande riscossa italiana, quella stessa mano ha segnato il comando esecutivo di tante sentenze di morte, ha consegnato tante teste al carnefice!
Che cosa è dunque quest'uomo? È il fariseo, che ravvolge il coltello traditore nelle pieghe del manto sacerdotale? È il tiranno assetato di sangue, che numera con gioia feroce le vittime scannate a' suoi piedi? È il prepotente erede d'Ildebrando che agogna la signoria del pastorale sopra la spada, e vuole elevare la cattedra di Piero sovra i troni più alti dei re?
Niente di tutto questo. Pio IX non è altro che un uomo volgare, che ha tutte le aspirazioni e gli stimoli della vanagloria, senza quella forza invincibile di volontà che è fonte e sostegno delle grandi ambizioni.
Nel principio del suo regno, quando egli bandì le riforme liberali, il suo primo desiderio fu quello di procacciarsi la fama dell'innovatore benefico, dell'uomo clemente e generoso. Fu allora che il partito retrogrado spinse le cose all'estrema rovina: quell'uomo debole si smarrì in faccia alle conseguenze della politica da esso inaugurata, e si lasciò andare come perduto in braccio di quel partito. Riposto sul trono riconquistato dalle armi straniere a prezzo di tanto sangue, il Papa non doveva regnare più che di nome. Il cardinale Antonelli, interprete della grande maggioranza dei cardinali, fu il vero sovrano; non così però, che anch'esso non dovesse subire lo sterminato potere dei gesuiti, che sopra ogni altro domina in Roma, e contro il quale nessuna potestà ecclesiastica potrebbe impunemente cozzare.
Coloro che governano in vece del Pontefice, conoscendone intimamente il carattere, blandiscono la sua vanità in tutti i modi. Una turba di fanatici intuona incessantemente un coro inesausto di lodi sul suo sistema di governo, che è appunto quello che piace ai dominatori gesuiti. Ed egli, vecchio acciaccato, e indebolito nelle facoltà della mente siccome nelle fibre, si compiace della definizione dei dommi, della pubblicazione dei memorandi, e della convocazione dei concilii, come di cose che devono raccomandare il suo nome alla posterità, sogno supremo e vaneggiamento dell'anima sua. E dopo un ricevimento di ufficiali, o una rivista di artiglierie sui prati della Farnesina, passa a far pompa dei paramenti levitici, nelle feste sontuose del Vaticano, o nelle visite dei conventi: e in mezzo a quelle soddisfazioni dell'amor proprio, a quegli orgogliuzzi, a quelle superbie puerili, passa contento l'ultimo avanzo della sua vita, senza badare più che tanto al sangue e alle lagrime che si spargono in suo nome.
A quel vegliardo dal cuore appassito, non resta vivo altro sentimento di quel medesimo che lo faceva caracollare baldanzosamente sul suo cavallo parato negli anni primi della giovinezza. Solamente l'oggetto della sua vanità è mutato: l'impulso è lo stesso.
Entriamo a vederlo; entriamo in quel sublime palazzo del Vaticano, che è quasi un Panteon dell'arte italiana; che ha per appartamenti le stanze dipinte da Raffaello, e per oratorio la Cappella Sistina, e per museo domestico il Belvedere; che racchiude insieme la Trasfigurazione e il Giudizio Universale, l'Apollo e il Laocoonte.
Entriamo. Passiamo per l'atrio custodito dagli alabardieri svizzeri, traversiamo il cortile vigilato dai palatini, percorriamo le anticamere gremite di guardie nobili, di prelati, di camerieri segreti, di _scopatori_¹, di _bussolanti_, di servidorame alto e basso; arriviamo alle stanze intime di Sua Santità. Ecco una camera parata da un damasco cremisi, che rimanda una tinta rossastra su tutti gli oggetti; e cremisini sono anche i divani, le seggiole, i tappeti che coprono le tavole; e rosso è il cortinaggio delle finestre, e rosso è il riflesso degli specchi. Si direbbe un lago di sangue.
¹ Così è chiamata una delle cariche più onorifiche della corte romana.
Un uomo solo, un vecchio pingue e grasso, sta genuflesso in un inginocchiatoio ornato da cuscini di velluto; egli è coperto da una veste bianca, che gli scende fino ai piedi, adorna di finissima trina e coperta da un ampio bavero circolare. Tiene giunte le mani e levata la testa, e lo sguardo rivolto verso un bassorilievo di marmo bianco infisso alla parete, dinanzi al quale, sta accesa una lampada. E testa e sguardo sembrano atteggiati al raccoglimento religioso.
Così pregava il Papa nella mattina del 18 ottobre 1868, e sotto le sue ginocchia, sopra un cuscino dell'inginocchiatoio, stava un foglio di carta ripiegato. Quel foglio era la sentenza, colla quale due giorni innanzi il Tribunale Supremo della Sacra Consulta aveva condannati a morte Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti.
Ogni volta che il sanguinario tribunale emana una sentenza di morte, perchè questa possa eseguirsi è necessario che il Pontefice la faccia seguire dalla sua approvazione. Epperciò ognuna di quelle sentenze, dopo pronunciata, viene trasmessa dal presidente della Sacra Consulta nelle mani di Sua Santità, perchè si degni approvarla.
In tale occasione i pontefici sogliono mettersi in orazione colla sentenza sotto le ginocchia, invocando, come dicono, la ispirazione divina, per decidersi ad approvare la condanna, oppure a far grazia della vita ai condannati.
Papa Pio IX stava dunque in quella mattina inginocchiato sulla sentenza di Monti e Tognetti.
Il bassorilievo, sul quale teneva intento lo sguardo, rappresentava la santissima Trinità, il Padre Eterno in sembianza di vecchio venerando, alla sua destra il Figliuolo in figura di Salvatore, col simbolo della redenzione fra le braccia, e sopra essi lo Spirito Santo in aspetto di colomba di pace. Ognuna di quelle figure, considerata secondo le credenze cristiane, doveva ispirare sentimenti di mansuetudine nella mente del vecchio sacerdote. Il Creatore rappresenta la paternità col suo inesauribile affetto; il Redentore del mondo è la personificazione più commovente del perdono; lo Spirito Paracleto rende visibile e toccante il vincolo d'amore che stringe l'uomo al suo Dio.
Ahimè! non erano queste considerazioni spirituali, non erano i sublimi precetti dell'Evangelio, che tenevano occupata la mente del vecchio in quei solenni momenti. Il suo pensiero vagava sulle grandezze temporali del soglio, abbracciava la sede dei Cesari, venuta in potere del prete coronato, raccapricciava per gli sforzi dei ribelli che vogliono rovesciare il suo trono, si compiaceva nel novero delle baionette e delle bocche da fuoco, che stanno in difesa della sua sovranità, e trasvolava più lontano nei campi insanguinati di Mentana, e gli pareva di ascoltare il rimbombo dei fucili _chassepots_, e credeva di vedere un branco di camicie rosse, lacere e disperse, e la bandiera francese e la papale, insieme conserte, piantarsi vittoriose in mezzo alla strage.
Eppure, fra quelle nebbie dell'orgoglio si facevano strada i miti consigli della pietà. Egli, vecchio cadente, spingere nel sepolcro due vite rigogliose e fiorenti! E sarebbe stata tanto bene la parola del perdono sulla bocca di un sacerdote!
Questi pensieri erano baleni fugaci in mezzo a una tenebra fitta. I consiglieri, i confidenti, i confessori, e cardinali, e prelati, e gesuiti, gli avevano susurrato lungamente all'orecchio, che l'unica via di salvare il papato e la Chiesa era la severità, che i nemici della religione avevano colmo il sacco della nequizia, che spargere il sangue di due ribelli era opera pietosa, perchè con questo s'impediva il traviamento di mille innocenti, che il perdono sarebbe stato, più che periglioso, funesto e irreparabile danno, perchè dalla mitezza i nemici traevano maggiore ardimento, e sarebbe venuto il tempo che avrebbero soverchiata ogni possa, ogni riparo, e che era un tentare Iddio fidare ciecamente nel suo aiuto, senza por mano agli argomenti umani, e non si doveva abusare della Provvidenza, nè ostentare in tali casi la clemenza, chè ogni virtù giunta all'eccesso diventa vizio colpevole e dannoso.
Così lo stuolo dei neri corvi aveva ammonito e impaurito il povero vegliardo: ed erano questi i pensieri che colle fantasmagorie delle schiere armate, e delle battaglie, e delle rivolte, e delle mine, tornavano più spesso a travolgere la sua testa vacillante; sì che i tepidi sentimenti della compassione e della benignità restavano in quel turbine soffocati e dispersi.
XXXII
Scene intime del Vaticano.
Stava il Pontefice raccolto in quella meditazione, di cui abbiamo dato un'idea, quando un _camerario_ bussò discretamente alla porta; poi a un cenno del Papa entrò nella stanza. S'inginocchiò sulla soglia, e disse:
--Santità, l'eminentissimo Baldoni domanda la grazia d'essere ammesso al bacio del santo piede.
Pio IX si levò in piedi, appoggiandosi all'inginocchiatoio, e con due o tre passi lenti e stentati si ridusse a sedere in un soffice seggiolone di velluto.
Stette alquanto immobile e come irresoluto, poi si volse al camerario, sempre inginocchiato, e gli disse:
--Venga Baldoni.
Il _camerario_ si levò ed uscì.
Dopo un istante si riaperse la porta; entrò nella stanza il cardinale Baldoni, e si genuflesse.
Il Papa gli fe' cenno di alzarsi, e di venire innanzi.
--Venite, figliuolo, disse: la vostra visita è benvenuta in questo momento.
--Voglia il Signore che io sia esaudito nella grazia, che vengo a domandare a Vostra Santità, disse il cardinale.
--Voi venite a chiedere la grazia di due condannati?
--Sì, beatissimo Padre.
--Dunque, voi siete del parere, che l'accordare questa grazia sarebbe cosa opportuna?
--Io credo che sarebbe l'opera più buona che Vostra Santità possa eseguire in questo momento.
Pio IX stette alquanto pensoso in silenzio, poi soggiunse, ripetendo ciò che gli era stato detto all'orecchio ben cento volte in quei giorni:
--Eppure è necessario un esempio! così dicono tutti.
--Si vuole l'esempio della severità e del rigore; e non sarebbe più efficace quello della clemenza e del perdono?
--La baldanza dei nostri nemici cresce a dismisura.
--E si crede atterrarla col sangue?... Beatissimo Padre, io non dovrei parlare con argomenti umani a chi riceve le sue ispirazioni dal cielo; ma se guardiamo alla storia dei popoli e dei regni, vedremo che lo spargimento del sangue non ha mai rassodato un trono, ma piuttosto ne ha accelerato la caduta.
--Questo non potrà accadere della cattedra di San Pietro, la quale è fondamento di quella Chiesa, contro cui le porte dell'inferno non potranno mai prevalere.
--Appunto per questo, Santità, perchè siamo certi di quell'aiuto divino, che non sarà mai per mancarci, non abbiamo d'uopo di ricorrere a quei mezzi violenti, ai quali sogliono affidarsi i re della terra pel mantenimento delle loro monarchie. Solamente il vicario di Cristo può mantenersi intatto, come colomba che sorvola sul lago delle brutture umane, senza averne le ali insozzate.
Il Papa non rispondeva più, ma appoggiato colla faccia alla palma della mano, pensava. Quelle parole del cardinale avevano evocate le ridenti immagini del tempo passato, allorquando esso aveva seguiti i consigli di pace e di perdono, che Gesù Cristo gli trasmise dall'alto della sua croce, e disserrate le prigioni, e frante le catene, s'era vista intorno una famiglia amorosa ed esultante, e un popolo intero lo aveva chiamato l'angelo della redenzione. Per fermo quello era stato il tempo più bello della sua vita; quella fu l'aureola più splendente, che abbia mai circondato un capo coperto dal pesante triregno.
E il suo cuore, fatto sterile e duro da quella lunga solitudine del trono, ritrovava un'onda di tenerezza, alla quale si rannodava quell'indomito sentimento, che a traverso i traviamenti della vita, gli fa sempre ambire l'esaltamento e la glorificazione del suo nome.
Il cardinale Baldoni guardava intento la figura del Pontefice, scrutando nel suo interno; e parve che indovinasse quanto si volgeva dentro quell'anima, perchè, avvicinandosi alquanto, gli mormorò quasi all'orecchio:
--Quante benedizioni, quanti auguri, quante espansioni di gratitudine giungerebbero fino alla Santità Vostra!...
Quelle parole furono come la stilla che fa traboccare il vaso pieno, perchè subito dopo il Papa disse:
--Baldoni, datemi un foglio.
Il cardinale corse a un tavolo, su cui stava carta e calamajo, prese un foglio, lo sovrappose a una cartella, e intinse una penna, poi venne innanzi al Pontefice; s'inginocchiò, gli porse la penna, e gli presentò il foglio sulla cartella, sostenuta dalle sue mani.
--Il divino Spirito, disse, guidi ora la mano di Vostra Santità.
Il Papa si accinse a scrivere.
In quel momento sopraggiunse il _camerario_ ad annunziare a Sua Santità che sua Eminenza il cardinale Antonelli, Segretario di Stato, domandava udienza.
Antonelli entrò col suo riso sarcastico sulle labbra. S'inginocchiò sulla soglia, sorse, si avvicinò.
Pio IX con un movimento istintivo gettò con una mano la penna, e coll'altra respinse la cartella col foglio, che Baldoni gli stava porgendo.
Quei movimenti non sfuggirono all'occhio linceo del Segretario di Stato.
--Beatissimo Padre, disse questi, sono venuto a pormi agli ordini della Santità Vostra, per accompagnarla alla rivista.
--La rivista! disse il Papa come trasognato.
--La Santità Vostra ha forse dimenticato che per oggi fu fissata una rivista del corpo degli zuavi, alla quale si è degnata promettere che sarebbe intervenuta.
--Davvero che non me ne ricordava affatto; ma è proprio oggi?
--Oggi appunto; e l'ora sta per suonare.
--Ed io che non ci aveva pensato! Ora converrà che mi faccia vestire.
Il cardinale Baldoni guardò in faccia l'Antonelli, che teneva le labbra inarcate a un ghigno beffardo.
Quell'incidente della rivista gli pareva uno stratagemma del Segretario di Stato.
Antonelli si avvicinò a una finestra: e sollevò la cortina.
--Ecco, disse, che la truppa è schierata in Piazza San Pietro e senza dubbio aspetta l'arrivo di Vostra Beatitudine.
--Aspetta? suonate dunque, Antonelli; fate allestire la carrozza, e vengano a vestirmi.
Antonelli suonò il campanello, e diede degli ordini al _camerario_.
Baldoni si avvicinò intanto al Papa, e gli disse a bassa voce:
--Se prima di uscire Vostra Santità volesse degnarsi di scrivere quelle due righe...
--È meglio che vi pensi ancora, rispose Pio IX.
--Pensarvi! riprese il cardinale. Con un tratto di penna può salvare due vite umane, e vuole pensarvi!
--Zitto, che Antonelli non vi senta, disse piano il Papa.
Baldoni si volse, e vide Antonelli, che in quel momento esprimeva col riso la sicurezza del trionfo.
Baldoni volse un'occhiata di compassione al Pontefice, poi s'inginocchiò in atto di congedo.
Pio IX gli fece sul capo il segno della benedizione, e gli disse:
--Venite a trovarmi.
Il cardinale rispose a mezza voce:
--Quando ritornerò, Santità, sarà troppo tardi.
Il Papa finse di non capire.
Baldoni fu raggiunto in anticamera dal cardinale Antonelli, che lo accompagnò fino alle scale con ironiche dimostrazioni di cordialità e di ossequio.
Intanto i camerieri intimi erano entrati nella stanza del Papa per comporre il suo abbigliamento.
XXXIII
Il Papa nero.
Lasciammo il cardinale Rizzi quando dalla festa da ballo si era fatto condurre al convento del Gesù, dove si fece annunciare al Padre Generale dei gesuiti. Un tanto visitatore fu ricevuto non ostante l'ora tarda dal Generale.
Egli stava lavorando nel suo gabinetto; due giovani gesuiti francesi suoi segretari particolari, gli leggevano delle lunghe filze di rapporti segreti, ai quali egli apponeva di sua propria mano delle brevi postille in matita rossa.
All'ingresso del cardinale si levò in piedi, e fe' cenno ai segretari di lasciarli soli. I due frati uscirono. Il Generale indicò un seggiolone all'eminentissimo, e sedè dopo di lui.
Prima di assistere a quel colloquio, è necessario farsi un'idea della potenza straordinaria del Generale dei gesuiti.
In Roma esso è chiamato comunemente il _Papa nero_. Ed è cosa notoria che mentre il _Papa bianco_, ossia il vero Pontefice, non ha che un'autorità nominale ed apparente, come quella degli antichi dogi di Venezia, non v'ha nessuna potenza che stia sopra a quella del _Papa nero_.
Ciò proviene sopratutto da quella forza meravigliosa di organizzazione che seppe dare alla sua società Ignazio di Loyola, spirito veramente straordinario, mezzo soldato e mezzo estatico, che seppe associare l'elemento della subordinazione militare all'annientamento religioso, e così raggiunse l'ideale della passività nell'uomo, ridotto come una macchina in mano dei suoi superiori. Così i gesuiti hanno migliaia e migliaia di forze e d'intelligenze, spoglie di volontà, al servizio di una intelligenza e di una volontà, identificate in un uomo che è l'unico motore di tutto quell'immenso organismo. Questo è appunto il Generale, ossia il _Papa nero_.
Col mezzo dell'istruzione, della confessione, della stampa, del commercio, dei viaggi, usando a proprio vantaggio di tutti i progressi della civiltà, variando norme e sistemi a seconda dei tempi, il gesuitismo ha saputo dominare sul mondo, e resiste ancora agli attacchi incessanti della filosofia, della morale e del patriottismo.
In Roma i gesuiti sono i padroni veri della situazione, e usufruiscono del pari le truppe forestiere, l'obolo di San Pietro, le credenze religiose, e le influenze politiche. Il Papa, capo apparente della chiesa e il cardinale Antonelli, che regge il governo temporale di Roma, stanno sotto il dominio dei gesuiti. L'uno e l'altro hanno per confessore un padre gesuita incaricato di _dirigere le loro coscienze_, cioè di conformare i loro atti, nella sfera spirituale come nella temporale, agli intendimenti del loro Generale.
Pio IX, è poi il vero Pontefice che si richiede ai gesuiti; dominato com'è dalla vanagloria, egli si appaga degli elogi, degli omaggi e delle esaltazioni, in cui essi lo avvolgono, come in una nube d'incenso. Contento di quelle innocue soddisfazioni, come il fanciullo dei suoi balocchi, non imprende nemmeno un tentativo di rivolta contro la volontà che lo soggioga e dirige in tutte le sue operazioni.
È dunque vero che il potere del _Papa nero_ è tanto solido e reale, per quanto è vano ed illusorio quello del _Papa bianco_.
--Reverendissimo Padre! cominciò il cardinale Rizzi, l'ora della mia visita le dirà abbastanza che si tratta di cosa della massima urgenza.
--Ed io ringrazio vostra Eminenza della sua premura, rispose il Generale offrendo una presa di tabacco al cardinale.
--Si tratta nientemeno di un complotto, che ho scoperto questa sera alla festa di mia cognata, un complotto nel quale entra perfino un'Eminentissimo, e che ha per iscopo di salvare la vita ai due ribelli condannati a morte dal Supremo Tribunale della Sacra Consulta.