I misteri del processo Monti e Tognetti
Chapter 12
Un subito rumore giunse all'orecchie delle due donne e dell'avvocato, che assisteva in silenzio a quel dialogo.
Il _valzer_ era terminato: le liete coppie ritornavano a respirare l'aria aperta nel giardino; e si affollavano nella scala cianciando e ridendo.
--In nome di Dio, partite, gridò la principessa.
--Dunque me lo giurate? la vostra mano, signora! disse la Maria.
La principessa le porse la sua mano agghiacciata. La povera donna la strinse con forza, replicando:
--Lo giurate!
Poi sparì rapidamente fra il fogliame del boschetto.
XXVIII
Spionaggio.
L'avvocato sostenne la principessa che vacillava.
--Non si devono frapporre indugi, disse una voce a poca distanza da loro: la sentenza deve eseguirsi immediatamente.
--E se intervenisse la grazia sovrana? soggiunse un'altra voce.
--È impossibile! riprese la prima. In questo caso la grazia sarebbe abdicazione. Se quei due ribaldi non venissero decapitati, manderei all'aria il mio cappello rosso.
La principessa si volse; quegli che aveva pronunciate queste ultime parole era suo cognato, il cardinale Rizzi, ch'era sceso in giardino, passeggiando con monsignor Pagni.
Essa rabbrividì fino nelle ossa, si strinse al braccio dell'avvocato, e quasi trascinandolo, fece ritorno con esso alle sale del ballo.
Passando accanto al cardinale Rizzi, aveva sentito l'orrore che si prova al contatto di un'aspide, e a quella sensazione penosa per contraccolpo era succeduto il baleno di un'improvvisa speranza.
Alla festa assisteva un altro cardinale, ch'era appunto il contrapposto di quello; era uno di quei rari esempi di tolleranza e di moderazione, che appajono come eccezioni in mezzo allo stuolo idrofobo delle eminenze e dei prelati. Il cardinale Baldoni, più che sessagenario, aveva una testa coronata di capelli bianchi, sulla quale stava impressa la serenità dell'anima. Egli doveva la porpora alla profondità de' suoi studi teologici, che per quanto assidui, non erano giunti a isterilire del tutto il suo cuore. Si sapeva che il Papa lo stimava, e gli voleva bene, e spesso i suo' miti consigli erano riusciti bene accetti a Sua Santità; sebbene nel fatto avesse poi prevalso la volontà dei più accaniti clericali. Costoro disponendo dell'obolo di San Pietro, e degli arrolamenti della marmaglia mondiale, avevano acquistato un tale sopravvento nelle cose di governo, che sovente lo stesso cardinale Antonelli aveva dovuto piegarsi ai loro voleri.
Conoscendo l'indole buona del cardinale Baldoni, la principessa pensò che da lui solo si poteva ottenere una intercessione abbastanza potente per indurre il Papa a fare la grazia ai due condannati, o almeno al più giovane di essi, ch'era Tognetti.
Si avvicinò dunque al porporato, e lo pregò di passare con essa in un salottino, dove a sua richiesta li seguì anche l'avvocato Leoni.
La signora lo presentò al cardinale, come l'avvocato che aveva strenuamente difesi i due condannati a morte dalla Sacra Consulta, poi espose con tutto il calore la domanda, ch'essa medesima gli faceva in nome di lui. Tutto ciò che può dettare la passione a una donna essa lo disse; l'avvocato aggiunse tutte le ragioni, che la giurisprudenza e la logica suggerivano, per consigliare la grazia sovrana in quella occasione.
Egli fece osservare a Sua Eminenza come Monti e Tognetti non potessero dirsi autori principali del delitto di Lesa Maestà, pel quale erano stati condannati, non potendo essi venir considerati altrimenti che come agenti subalterni della ribellione, e perciò non dovevano essere puniti colla pena capitale; tanto più che la condanna, non solo non era stata pronunciata all'unanimità, ma era stata anzi decisa da una debolissima maggioranza. Che Tognetti in ispecie, stando anche all'accusa, non avrebbe avuto nel fatto che una parte del tutto secondaria, e militava poi anche a suo favore la giovane età di ventitrè anni.
Il cardinale Baldoni ascoltò attentamente, stette alquanto pensoso in silenzio. Poi prese una mano della principessa e una dell'avvocato, le strinse colle sue e disse:
--Domani io mi presenterò a Sua Santità; e tutto quanto è possibile per ottenere la grazia dei due condannati, o almeno del solo Tognetti, io lo dirò, e lo farò. Pregate il Signore perchè mi assista.
La principessa e l'avvocato, con moto spontaneo e concorde, si abbassarono a baciare le mani del cardinale, ch'era in quel momento il sacerdote vero dell'amore e del perdono.
La principessa Rizzi non aveva chiusa la porta del gabinetto per non destare sospetti, e credendo che nessuno sarebbe stato tanto indiscreto da scrutare il segreto di quel colloquio.
Ma ella si era ingannata.
Il cavaliere Marini era, come sappiamo, nella festa. Quell'uomo possedeva un istinto poliziesco tutto speciale, un colpo d'occhio da vero inquisitore: erano queste le qualità che lo distinguevano, e che avevano fatto di lui il processante pontificio per eccellenza.
Con queste facoltà naturali perfezionate da un lungo esercizio, esso era arrivato a un tal punto di percezione subitanea, che nulla, di quanto si diceva o si operava intorno a lui, gli sfuggiva. Coglieva a volo le frasi, vedeva colla coda dell'occhio, e a forza di raziocinii istantanei penetrava nell'intima ragione dei fatti.
Egli si accorse dunque delle parole che la principessa rivolse al cardinale Baldoni, quando essa lo pregò di accompagnarla nel gabinetto; e ne aveva indovinato istintivamente il motivo.
Quando poi vide la signora ritirarsi in compagnia del cardinale, e seguirli l'avvocato Leoni, non ebbe più dubbio sull'oggetto di quella conferenza, e passando più volte innanzi alla porta del gabinetto, vi ficcò dentro lo sguardo; vide l'avvocato parlare con calore, mentre la principessa era atteggiata alle preghiere, di più intese pronunziare il nome di Tognetti, e infine vide lo slancio con cui i due supplicanti avevano attestata la loro riconoscenza al cardinale.
Era ormai cosa evidente per il giudice processante. L'avvocato e la principessa avevano pregato l'eminentissimo Baldoni, perchè chiedesse al Papa la grazia dei due condannati a morte, ed esso aveva acconsentito. A' suoi occhi era quella una specie di complotto, che metteva in pericolo il governo, la religione, e più ancora il compimento dell'edifizio processuale da lui con tanta fatica innalzato, e che doveva essere coronato con due capi recisi.
Quelle tre persone non erano ancora uscite dal gabinetto, che il cavaliere Marini, correndo a rompicollo giù per la scala della loggia, scendeva in giardino per dare avviso della sua scoperta al cardinale Rizzi. Questi inorridì alla sola idea che i due ribelli potessero andar salvi dalla morte, che un suo collega, una delle colonne di Santa Madre Chiesa, potesse proporne la grazia al Pontefice. Pensò che non v'era tempo da perdere per scongiurare un tanto pericolo. Ringraziò fervorosamente il giudice processante: e senza risalire nelle sale, fece venire la sua carrozza, e non ostante che fosse notte inoltrata comandò al cocchiere di condurlo al _Gesù_, celebre convento dei gesuiti romani.
XXIX
A Civita-Vecchia.
Curzio era stato rinchiuso nel maschio della fortezza: la sua celletta quadrata era posta nella sommità dell'edifizio; riceveva aria e luce da un finestrino sbarrato posto al di sopra della porta, la quale si apriva in una loggetta coperta, che guardava il mare. Gli era accordata un'ora di passeggio ogni giorno su quella loggetta.
Gli sguardi di Curzio in quell'ora di sollievo, nella quale poteva godere dell'aria e della luce a suo piacere spaziavano sulla vasta superficie delle acque, e la sua mente trasvolava in quei sogni di libertà, che sono così cari al prigioniero. Avveniva qualche volta che la sua attenzione era attirata più in basso da un rumore di catene e da un indistinto frastuono di voci.
Il prigioniero si volgeva allora a guardare in fondo alle mura stesse della fortezza, e scorgeva dapprima un indistinto brulicare d'esseri viventi somiglianti a uno sciame di rettili raggomitolati nel fondo di un pozzo; poi guardando meglio si avvedeva che quegli esseri appartenevano alla razza umana. Erano infatti uomini, vestiti uniformemente a righe di colore oscuro, e agglomerati in un profondo e fetido cortile; alcuno di essi mandava ad ogni passo il lugubre suono dei ferri che gli stavano avvinti a' piedi; altri appajati dai ceppi, erano costretti a muoversi di concerto. Erano insomma galeotti.
Eppure quegli uomini chiacchieravano, scherzavano allegramente, a giudicare dai loro movimenti e dalle voci, e qualche volta uno scroscio di risa schietto e romoroso giungeva fino alle orecchie di Curzio.
Egli rabbrividiva allora, pensando che anch'esso poteva essere condannato alla galera, e quindi venire calcato in quella putrida fogna, e frammisto a quei volgari malfattori, a quei ladri, a quegli omicidi, che colle infami vesti sul dosso, e colle colpe più infami sulla coscienza ridevano della pena insieme e del delitto.
Pensava che più dolce sarebbe in tal caso la morte incontrata e subìta in un punto, e gli sorgea la voglia di precipitarsi giù da quella loggia andando a battere il capo sulle pietre o le roccie del fondo. Ma l'idea del dovere lo tratteneva dal farlo. Egli rifletteva che fino a tanto che fosse in lui fiato di vita poteva tornar utile alla sorte de' suoi fratelli, e quindi non aveva il diritto di disporre de' suoi giorni, finchè quelli dei compagni fossero in pericolo.
E così pensando, lo angosciava l'idea di essere là chiuso e isolato, e di non poter far nulla per essi. Cento volte aveva chiesto a' suoi carcerieri con parole e con cenni, che lo facessero parlare con un giudice, con un uditore, con un ufficiale qualunque. Esso aveva l'intenzione di fare una deposizione sul fatto della mina, in modo da aggravare tutta la colpa sopra sè stesso, e così giovare in qualche modo a Monti e Tognetti. Ma quei militari, non intendevano, o fingevano di non intendere, e non rispondevano in modo alcuno alle sue interrogazioni, tali essendo gli ordini che dovevano eseguire.
Un giorno il giovane prigioniero tutto rapito da' suoi pensieri, misurava a gran passi la piccola loggia, sì che in tanta strettezza di spazio gli era forza di rivolgersi ad ogni tratto, e finiva con descrivere quasi un cerchio, come fanno le belve chiuse nella gabbia, quando sentì cadere vicino a sè un piccolo oggetto penetrato dal di fuori.
Lo cercò, lo raccolse, era un sassetto al quale era ravvolto e legato con un filo un pezzetto di carta. Slegò e svolse quella carta, e vi trovò scritte in un brutto carattere, e con pessima ortografia queste sole parole:
«Monti e Tognetti sono stati condannati a morte.»
Corse ad affacciarsi al parapetto e guardò di fuori.
Dinanzi si apriva allo sguardo la scena interminata del mare; laggiù sotto il maschio i baluardi con qualche sentinella che passeggiava col fucile sopra la spalla, più in fondo la darsena che in quel momento pareva deserta; i galeotti erano fuori al lavoro.
Curzio non poteva capire donde e da chi gli fosse stato lanciato quel dispaccio aereo. Seguitò a guardare da ogni parte, e si accorse che sopra una specie di terrazza che copriva un fabbricato basso e adjacente al maschio della fortezza stavano lavorando otto o dieci forzati: non era impossibile che qualcuno di essi lanciando con braccio vigoroso il sassetto l'avesse spinto fino alla loggetta dov'egli si trovava.
Ma tutti quei condannati parevano intenti al loro lavoro, e nessuno di essi rispose ai cenni che Curzio rivolse da quella parte. E poi, come e perchè uno di quei galeotti avrebbe potuto trasmettergli quell'avviso? da chi dunque sarebbe proceduto? da persona amica o nemica? Fosse vera o falsa la notizia?
Queste furono le riflessioni nelle quali si sprofondò la mente di Curzio.
--Ad ogni modo, questa fu la conclusione a cui venne, l'obbligo mio è quello di accorrere in loro soccorso, di tentarlo almeno. La sola possibilità del fatto m'impone questo dovere.
Sporse il capo fuori dal parapetto, e misurò l'altezza a cui si trovava, studiò tutte le sporgenze e le scabrosità del muro, per vedere se era possibile una discesa. Si ricordò di aver letto come Benvenuto Cellini operasse la sua fuga da Castel Sant'Angelo, calando da un'altezza molto maggiore. Ma poi? quando fosse disceso non sarebbe osservato da otto o dieci sentinelle, che non tarderebbero un momento a fargli fuoco adosso? E quand'anche arrivasse a toccare illeso il terreno; non si troverebbe sempre dentro il recinto della fortezza, e soprafatto dal numero dei soldati? E non sarebbe allora rinchiuso in una cella più stretta e sicura della prima? Stava discutendo questi pensieri, quando venne il sergente profosso colle sue chiavi a chiuderlo nella segreta; l'ora del suo passeggio era trascorsa.
Nel giorno seguente Curzio, mulinando sempre mille diversi progetti, aspettò con impazienza il momento in cui lo stesso sergente sarebbe venuto ad aprire la porta della sua cella, ed egli sarebbe stato libero di passeggiare nella loggetta. Giunse finalmente il momento, e Curzio appena fu solo, corse ad affacciarsi al parapetto, e rivolse la sua attenzione da quella parte dove stavano a lavorare i forzati. Si accorse allora che in quel giorno erano passati a un altro posto molto più vicino a quello dove egli si trovava: stavano sul tetto di un corpo di fabbrica che faceva parte del maschio, ma non giungeva all'altezza maggiore dell'edifizio.
Alcuni galeotti erano stati scelti per eseguire tutte le opere muratorie di riparazione di cui avevano bisogno i fabbricati del forte: ed erano quelli appunto che nel giorno innanzi il prigioniero aveva visti a lavorare in una terrazza, e in quel dì erano passati sopra un tetto vicino.
Curzio li osservò con attenzione; se da quelli era provenuto l'avviso, senza dubbio con essi si avvicinava anche il soccorso. Così pensava, quando si avvide che uno dei condannati, colto il momento in cui i suoi compagni erano volti da un'altra parte, fece verso lui un rapido cenno, di cui esso non comprese bene il significato; ma pareva che volesse dire: _Aspettate_.
Non v'era dubbio, era da quella parte ch'egli aveva un amico. L'idea che si trattava di un galeotto mosse un istintivo ribrezzo nell'animo del giovane. Ma poi pensò che poteva anche essere un patriota condannato agl'infami ferri della galera per causa politica, e si decise di accettare l'ajuto che quegli non avrebbe tardato ad offrirgli.
Pure egli aspettò invano un altro segno; passò l'ora intera senza alcuna novità, e il sergente profosso, puntuale e inesorabile come il tempo, venne ad aprire la porta della cella, e a riserrarla, dopo ch'esso fu entrato. Curzio passò quella notte in una agitazione continua; erano passati due giorni, dacchè gli era pervenuta la notizia della condanna; certamente la esecuzione era vicina. Nel suo modo di sentire magnanimo ed entusiasta lo starsene inoperoso in tale frangente era un delitto, anche per lui così chiuso e guardato a vista nella cinta d'una fortezza; a costo di frantumarsi il capo od essere crivellato dalle palle egli doveva tentare di evadere. Non sarebbe forse riuscito a giovare a' suoi compagni. Non importa: egli sarebbe morto com'essi; e il salvamento della sua vita non avrebbe lasciato sul suo nome il sospetto di un'impunità comprata a prezzo del tradimento. In questi pensieri vagò per tutta quella notte e nel dì seguente, sicchè quando vennero ad aprirgli la porta pel consueto passeggio, egli aveva già fermato fra sè e sè un proposito disperato.
XXX
Tradimento.
Curzio, venuto fuori sulla loggia ed affacciatosi al parapetto, si accorse con meraviglia e piacere, che quella volta i galeotti addetti alle opere muratorie della fortezza, erano molto più vicini a lui che non fossero il dì prima. Essi lavoravano in quel giorno sopra una specie di ponte mobile, situato a ridosso di quella parte del maschio, ov'egli appunto si trovava.
A un leggero sibilo ch'egli emise, un forzato, che Curzio riconobbe per quello stesso che nel giorno innanzi gli aveva fatto cenno di aspettare, volse la testa in su, e appena lo vide, gli fece un altro segno, più espressivo del primo, col quale gli diceva con tutta evidenza: Tenetevi pronto.
Curzio rimase intento cogli occhi ad ogni più piccolo moto di quei condannati; gli parve che quel medesimo che gli aveva diretti quei segni, scambiasse un rapido cenno col loro guardiano. Poi di lì a poco, come se avessero terminato il lavoro della giornata, i galeotti a due a due sfilarono giù dal ponte: uno solo rimase: era proprio quello che aveva stretta seco una segreta intelligenza. Era di quelli che non portavano la catena.
Il giovane prigioniero non ebbe tempo di maravigliarsi del come quel forzato avesse potuto rimanere indietro sul ponte non ostante la sorveglianza del guardiano, chè una sorpresa più forte lo aspettava. Appena il condannato fu rimasto solo, con una sveltezza e un'agilità, che lo dimostravano provetto in siffatti esercizi, si diede a salire ponendo i piedi sulle ineguaglianze del muro, come avrebbe fatto sui gradini di una scala. Fu così rapida la sua salita, ch'egli giunse al parapetto e saltò dentro la loggia di Curzio, prima che questi potesse rendersi ragione di tutta l'estensione del pericolo che quell'uomo correva, e prima che nessuna delle tante sentinelle che vigilavano all'intorno si accorgesse di quel viaggio prodigioso.
--Presto, presto! disse quell'uomo appena fu vicino a Curzio; vestitevi con questi abiti.
E così dicendo in un baleno egli si trasse di dosso la casacca, i calzoni, e il berretto a righe gialle e nere, che formavano il suo vestiario da galeotto.
Curzio rimase un istante irresoluto; per quanto forte fosse il desiderio ch'egli aveva di fuggire dalla sua prigione, si arrestò per un momento innanzi all'idea d'indossare quegli abiti. Ma vinse ben presto la ripugnanza, e spogliati con prestezza eguale a quella del condannato il suo soprabito e i suoi calzoni, si vestì rapidamente cogli abiti di colui.
--Ora, gli disse il galeotto, scendete subito per la strada per la quale io sono montato; la discesa vi riuscirà certo più facile della salita.
--E poi? chiese Curzio.
--Poi raggiungete il drappello dei forzati, e non temete. Il guardiano farà il resto.
Dunque il guardiano era d'accordo, pensò Curzio. Ma non era tempo da riflessioni. Salutò con un'occhiata più che con la voce quell'uomo misterioso; misurò collo sguardo la distanza che lo separava dal ponte mobile, scavalcò il parapetto, si aggrappò a quello colle mani, lasciò andare le gambe, cercò coi piedi un appoggio, e coi piedi e colle mani attaccandosi ai buchi della muraglia e alle rotture delle pietre diroccate, discese per l'altezza di cinque o sei metri, finchè cadde, più che non arrivasse, sul ponte. Di lì senza perder tempo entrò nella finestra, per la quale si penetrava nell'interno dell'edifizio. S'incamminò per un corridoio che trovò aperto dinanzi, e in fondo a quello raggiunse il drappello dei forzati, al quale doveva unirsi. Il guardiano gli fece un segno segreto con cui gli confermò la sua connivenza.
Curzio si confuse nel branco dei galeotti, e il guardiano li avviò innanzi.
Essi passarono corridoi, scalette, e baluardi, finchè giunsero nel cortile della fortezza, e di quivi passarono dalla gran porta, per ridursi alla darsena. Era cosa consueta, e nessuno vi faceva attenzione.
Quando furono giunti fuori della fortezza, si avviarono giù per una stradella vicina. In quella via il guardiano s'incontrò in un suo collega e con quello scambiò poche parole, dopo le quali gli cesse la guardia del drappello, ed egli col solo Curzio si avviò da altra parte.
È cosa consueta in Civita-Vecchia dove i galeotti sono occupati in ogni sorta di lavori, anche pei privati, il vederne un solo scortato da un guardiano volgere in una direzione qualunque.
Curzio e il guardiano passarono per molte vie, finchè si condussero all'aperta campagna. Quando furono giunti a un certo punto il guardiano fe' cenno a Curzio di fermarsi, poi si volse indietro, si accertò che non erano spiati da nessuno, e disse:
--Seguitemi!
Presero un sentiero di traverso, camminarono senza altre parole. Passarono in mezzo a una melanconica pianura, intralciata da roveti e da acque stagnanti, percorsa qua e là dalle mandre di bufali e di cavalli selvaggi; sì ch'era forza ad ora ad ora ripararsi nelle _staggionate_¹.
¹ Così chiamano nell'agro romano quei ripari di legno, dove si sta al sicuro dalle offese dei bufali e dei cavalli sciolti.
Il guardiano si fermava ad ogni tratto, e guardava intorno come per orizzontarsi, poi proseguiva il cammino, Curzio si fermava con esso, e con esso riprendeva la strada.
Andavano e tacevano. Pareva inutile a Curzio il fare domande. O quell'uomo voleva salvarlo, ed egli non aveva che a seguirlo per ridursi a buon porto: od era un traditore, e in questo caso egli era ormai in sua balìa, e non v'era possibile riparo. Unica via era quella di abbandonarsi alla sorte.
Quando furono pervenuti, dove la boscaglia si faceva più fitta, e l'acqua dilagava in palude, il guardiano si arrestò, e mandò un fischio prolungato al quale quasi subito fece risposta un fischio più acuto. Ed ecco sbucare da un cespuglio un uomo, e farsi incontro a quei due.
Curzio riconobbe la figura di Giano. Egli ignorava la parte di complicità che quell'uomo aveva avuto nel suo arresto, ma non poteva a meno di nutrire una certa diffidenza contro colui, che gli aveva promesso di condurlo a salvamento nella sera stessa in cui venne arrestato. E perciò quell'incontro gli mise nell'anima il sospetto, di cui diè segno indietreggiando d'alcuni passi.
--Non temete, disse allora Giano avanzandosi, io ho giurato alla signora principessa di liberarvi dalla prigione, e se l'altra volta non giunsi a trarvi a salvamento, spero questa volta coll'ajuto del Signore di riuscirvi.
Poi Giano fece un segno di convenzione al guardiano, che aveva condotto Curzio fino in quel luogo, e gli pose in mano del denaro che, l'altro guardò, e numerò ben bene prima di allontanarsi. Il giovane fuggitivo non era troppo rassicurato dal discorso di quell'uomo misterioso, ma egli si trovava in tale condizione, che gli era forza di seguire l'unica via che gli si era schiusa dinanzi.
Giano s'inoltrò nella boscaglia, facendo un cenno a Curzio, e questi gli tenne dietro.
Girarono a lungo in quel labirinto di macchioni e di paludi. Più s'inoltravano, e più si faceva forte nella mente di Curzio il sospetto del tradimento, e già meditava di abbandonare la sua guida, e qual si fosse il rischio, cacciarsi a caso nel bosco, fidandosi alla cieca fortuna: quando all'improvviso lo stesso Giano, che sopravanzava d'un buon tratto di strada il compagno spicca una rapida corsa, e in un baleno si perde nel più fitto della macchia, lasciando Curzio solo sopra il sentiero.
Allora ciò ch'era dubbio, diventa un'assoluta certezza. Giano era un traditore, che aveva procurata la sua evasione per condurlo a più sicura rovina.
Ma che fare in una situazione tanto pericolosa? Da che parte potea egli rivolgersi, così perduto in un bosco, all'avvicinarsi della notte, ignaro delle strade, stanco del cammino, senza cibo, senza denaro, e con quelle vesti da galeotto sul dosso?
Non poteva nemmeno decidersi a passare la notte alla meglio in quel luogo. Giano era andato senza dubbio a denunziarlo; e i soldati sarebbero venuti a cercarlo senza ritardo. Si mise in braccio della provvidenza, avviandosi alla ventura per uno di quei tanti sentieri della boscaglia. Dove lo condurrebbe? egli non lo sapeva ma camminava, camminava, colla speranza di allontanarsi almeno a tempo dal punto dove il traditore l'aveva lasciato.
Era forse un quarto d'ora che procedeva in quella direzione, quando si trovò sbarrata la via da un bacino d'acqua stagnante. Retrocedere, sarebbe stato un perdere tutto il frutto del cammino percorso: tentare il guado era troppo rischio e forse inutile. In quella stretta il giovane pensò di costeggiare lo stagno fino a che potesse riprendere il sentiero nella direzione di prima.