I misteri del processo Monti e Tognetti
Chapter 11
Fra i voti raccolti v'erano quattro _no_; bastavano altri due per formare parità e determinare l'esclusione della pena di morte.
L'ottavo giudice e il nono furono pel _sì_.
Il decimo pel _no_.
Anche un voto negativo, e gli accusati erano salvi.
Mancavano due voti: quello di monsignor Pagni e quello del presidente.
Questi interrogò Pagni tremando.
--Sì! rispose questi con voce vibrante.
Mancava solo il voto del presidente.
L'istante era solenne.
I voti raccolti erano undici, sei pel _sì_, cinque pel _no_. Se il voto del presidente era pel _sì_, gl'inquisiti venivano condannati; se era pel _no_, si formava la parità de' sei voti contrarj co' sei favorevoli, e in tal caso essi erano salvi. La loro vita e la loro morte dipendevano dunque dal voto di monsignor Presidente.
Tutti gli sguardi dei prelati, tanto di quelli che avevano pronunciato il sì come degli altri che avevano detto no, si volsero a guardare quell'uomo, che con un monosillabo doveva decidere di due esistenze.
Un'antica consuetudine è in vigore nei tribunali romani. Quando dal voto del presidente, che è sempre l'ultimo a votare, dipende l'assoluzione o la condanna degli accusati, quel voto è sempre favorevole, specialmente se si tratta di pena capitale.
Ma la morte di Monti e di Tognetti era decretata prima ancora di quel giudizio. Ben lo sapeva il presidente, che dopo un istante di sospensione pronunciò la fatale parola: _Sì_!
Così il risultato della votazione fu di sette _sì_ e cinque _no_. Monti e Tognetti furono condannati a morte alla maggioranza di sette voci su dodici. Un voto contrario di meno li avrebbe salvati. Essi furono dunque dannati all'ultimo supplizio in forza di _un solo voto_, che fece traboccare la bilancia in loro danno.
Anche fra i prelati pontificj della Sacra Consulta ve ne furono cinque che credettero Monti e Tognetti immeritevoli di morte; eppure essi furono condannati alla ghigliottina!
Il presidente proclamò il risultato della votazione, esclamando trionfalmente:
--La pena di morte è pronunziata!
Il cancelliere stese la sentenza. Poi il presidente suonò il campanello.
Gli uscieri rientrarono; a un cenno del presidente introdussero il relatore, il procuratore fiscale e il difensore.
La sentenza, colla quale Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti venivano condannati alla pena di morte, fu letta ad alta voce dal cancelliere.
La seduta si sciolse.
Monsignor presidente prese a parte l'avvocato Leoni, ch'era rimasto come esterrefatto, e gli disse con ipocrita ironia:
--Mi rallegro con lei, signor avvocato; ha fatto una bella difesa. Ella è giovane, e le si prepara un bell'avvenire. Quanto a quei due infelici, io la consiglio a ricorrere per essi alla clemenza e pietà del Sommo Pontefice.
--Alla clemenza del papa! sclamò con fuoco l'avvocato Leoni; e più avrebbe detto, ma si trattenne.
Tacque alquanto; poi disse, indicando il crocifisso che dall'alto aveva assistito a quella scena:
--Io me ne appello piuttosto alla giustizia di Dio!...
Nella sera medesima, il cancelliere si presentava alle Carceri Nove per leggere la sentenza ai prigionieri. Si recò prima alla segreta di Giuseppe Monti, poi a quella di Gaetano Tognetti.
Monti ascoltò sino alla fine la lettura senza dar segno di commozione. E quando fu finita, diede un solo grido:
--Poveri miei figliuoli!...
E gemendo si rovesciò sul suo coviglio di paglia.
Tognetti si diede a ridere rabbiosamente, poi disse al cancelliere:
--Direte a quei signori della Sacra Consulta, che auguro loro un buon sonno!
XXVI.
L'áncora di salvezza.
La sentenza della Sacra Consulta aveva portato un colpo terribile in seno a due famiglie.
Rinunzieremo a descrivere quegli strazj; quando il dolore è giunto a un certo punto, la penna e il pennello sono impotenti del pari a ritrarlo. Per questo il pittore greco coperse con un velo la testa sulla quale doveva essere impresso il colmo dell'angoscia.
Erano sopratutto i cuori di due donne, che sanguinavano atrocemente: la moglie di Monti e la madre di Tognetti.
L'avvocato Leoni, quel giovane generoso, che aveva con tanto coraggio perorato la causa dei due condannati; e che s'era trovato a un punto di salvarli entrambi, volle fino all'estremo compiere la sua missione.
Colla pietà del Cireneo nel cuore, si recò nella mattina seguente alla casa di quelle due donne, per dividere le loro lagrime, unico conforto che possa arrecarsi in quei supremi dolori.
Poi non volle limitarsi al sollievo del compianto, ma volle aggiungere un consiglio. Egli non aveva alcuna fede nella clemenza del papa, ma pure comprese che quelle poverette erano in diritto di tentare almeno di appigliarsi all'unica áncora di salvamento che restasse, e questa era appunto la grazia del pontefice.
Egli consigliò dunque a Lucia Monti di tentare ogni mezzo per poter presentarsi al pontefice.
Lucia scosse la testa in atto di sconforto.
Essa avea salite tante scale durante il processo, e aveva trovato il gelo in tanti cuori sacerdotali, che non poteva fondare nessuna speranza sulla compassione di un prete.
Pure ella sentì il dovere di tentare ogni estremo mezzo per la salvezza di suo marito, e si raccomandò all'avvocato, poichè era tanto buono con lei, che le trovasse egli il mezzo di penetrare nel recinto del Vaticano, sino ai piedi del papa.
Leoni disse che vi avrebbe subito pensato, con quella sollecitudine che richiedeva l'urgenza del caso, e sperava di ritornare con una buona novella.
Come abbiamo detto, egli non fidava nella riuscita di quel tentativo, ma non poteva lasciare quel cuore che stava per spezzarsi, senza consolarlo almeno con un alito di speranza.
Dalla casa di Monti l'avvocato passò in quella di Tognetti.
Maria Tognetti era stata, come vedemmo, duramente respinta da monsignor Pagni nel giorno innanzi nelle sale della Sacra Consulta. Era stata ricondotta a casa a viva forza: e quivi un commissario di polizia le aveva intimato di non recarsi più nel palazzo di Monte Citorio, altrimenti verrebbe arrestata.
La povera donna era quasi demente.
Si può facilmente immaginare l'esacerbazione che aveva prodotto nel suo animo contristato quel trattamento; alla sera poi era sopravvenuta la notizia che suo figlio era condannato a morte: notizia, che le pietose vicine le avevano data con tutti i possibili riguardi, ma che necessariamente aveva portato una trafittura tremenda nel suo cuore di madre.
L'avvocato la trovò dunque in tale stato di esaltazione, che faceva veramente temere della sua ragione.
Ella volle rimaner sola con lui; e con una narrazione, interrotta ad ogni tratto dai singulti e dalle lagrime, le raccontò tutto quanto era passato fra lei, la principessa Rizzi e monsignor Pagni, e come essi per salvare il loro figliuolo avevano sagrificato il suo Gaetano, e come le porte del palazzo Rizzi le fossero chiuse irrevocabilmente, e nel giorno prima fosse stata cacciata a forza dal palazzo di Monte Citorio, dove erasi presentata a monsignor Pagni.
L'avvocato l'ascoltò senza far parola, poi rimase lungamente pensando in silenzio; finalmente levò la testa, e disse alla donna, la quale aspettava ansiosamente ch'egli parlasse:
--Acquietatevi, Maria. Mettete, per quanto potete, in calma il vostro spirito, che in questa storia io travedo un filo di speranza per la salvezza di vostro figlio.
--Davvero? Oh santa Vergine del cielo! gridò la Tognetti, esaltandosi a un tratto, all'idea di quella speranza.
--Ma calmatevi, ve ne supplico! Noi otterremo forse qualche cosa, ma a patto di essere, per quanto è possibile, tranquilli e prudenti. Abbiamo a fare con gente potentissima, e colla violenza e l'audacia non faremmo nulla; bisogna adoperare invece le arti dell'astuzia e della preghiera. Ascoltate, Maria: la principessa Rizzi è buona; perchè si sia ridotta a chiudervi spietatamente la strada di giungere fino a lei, bisogna dire che vi sia stata astretta da tutto l'esaltamento dell'amor materno, che è il più esclusivo e il più prepotente dei sentimenti. Pietosa per suo figlio; fu costretta ad essere crudele con voi. Voi forse, che tanto amate il vostro Gaetano, al suo posto avreste fatto lo stesso. Ma il suo cuore non è cattivo: io son certo ch'ella sente rimorso di avere trattato con voi a quel modo. Il fatale annunzio della sentenza di jeri deve averle pesato nel cuore. Se voi poteste in questo momento giungere a presentarvi a lei, se voi le parlaste, non già come una donna offesa che reclama giustizia, ma come una povera madre che prega e piange per la vita del figlio, io sono certo che voi arrivereste a toccare le fibre più sensibili del suo cuore. E siccome la famiglia Rizzi è una delle più potenti di Roma, per mezzo di lei non sarà difficile ottenere la grazia di vostro figlio.
--Dio lo voglia! esclamò Maria congiungendo le mani, con l'espressione più commovente della preghiera.
--Ora a voi, riprese l'avvocato: mettetevi in calma più che potete. Adesso bisogna pensare al modo d'introdurvi nel palazzo Rizzi. Sarebbe opportuno che io mi trovassi vicino per... Oh! appunto... io non vi pensavo più. Devo averlo in saccoccia... Ecco.
Leoni tolse di tasca il portafogli, lo aperse, e cercò fra le carte che vi erano contenute. Trovò quella che voleva, la svolse, la guardò, poi disse:
--È questa sera!
La carta che guardava era l'invito a un ballo di gala che la principessa Rizzi dava appunto in quella sera.
--Aspettatemi, disse l'avvocato alla Maria, e pregate il Signore. Prima di sera mi rivedrete.
Egli corse al palazzo Rizzi: attraversò l'atrio, salutato dal guardaportone, che lo conosceva; salì le scale. I servi erano tutti affaccendati nei preparativi della festa.
Giunto all'anticamera, l'avvocato Leoni chiese del cameriere Giuseppe.
Giuseppe, antico servitore della casa Rizzi, era un vecchio dai capelli bianchi, padre di numerosa famiglia. Leoni lo conosceva da lungo tempo.
--Giuseppe, gli disse questi, quando furono soli in uno stanzino, bisogna che tu mi aiuti a fare una buona azione.
--Dica pure, signor avvocato, e se posso...
--Sai che io sono il difensore di quei due poveretti, che ieri sono stati condannati a morte. Ebbene, sappi ancora che la madre d'uno di essi vorrebbe pregare la signora principessa, affinchè intercedesse, allo scopo di ottenere la grazia sovrana per suo figlio. Io le ho promesso di trovar modo d'introdurla presso la signora, ed è in questo appunto che ho bisogno del tuo aiuto.
Giuseppe pensò alquanto, poi disse:
--Si vedrà. Domani...
--Oh no! Vedi bene che è cosa di tale e tanta urgenza, che un'ora di ritardo può decidere della vita. È necessario che questa sera Maria Tognetti parli alla principessa.
--Ma questa sera è impossibile! Vossignoria sa bene che vi è il ballo.
--Appunto; non si potrebbe, nella confusione della festa...?
--Aspetti!... Sì, vi sarebbe un mezzo. Questa sera, oltre alle sale, sarà illuminato anche il giardino, al quale si discende per una scala della loggia superiore, e vi si recheranno gli invitati a passeggiare. La Tognetti potrebbe introdursi per una porticella, che dal vicolo qui vicino mena al giardino, e là potrebbe starsene nascosta fra i cespugli, finchè le capitasse agio di parlare colla padrona.
--Va bene; al rimanente penserò io, disse l'avvocato,
--Or bene, io posso procurarle la chiave della porticina.
--Siate benedetto!
Il vecchio uscì dalla stanza, e ritornò, dopo qualche minuto, con una chiave.
--Ma badi, disse, se qualcuno venisse a sapere che io le ho affidata questa chiave, sarei rovinato.
--State sicuro, buon Giuseppe.
--Io pongo in sua mano l'avvenire della mia famiglia.
Così dicendo, il cameriere porse la chiave a Leoni.
--Queste sono quelle azioni, disse l'avvocato, per cui non bastano i ringraziamenti. Vi ricompensi il cielo della vostra misericordia.
--Così potesse quella poveretta ottenere l'intento!
Leoni strinse la mano al vecchio cameriere, e corse a casa della Tognetti, alla quale consegnò la chiave colle opportune istruzioni.
XXVII.
La festa da ballo.
Le sale della principessa Rizzi erano illuminate; la musica vi spandeva i suoi concenti: si ballava.
La principessa aveva la morte nel cuore. Essa sapeva come il suo Curzio si trovasse nella fortezza di Civita-Vecchia, e conoscendo il suo carattere, e i motivi della sua detenzione, tremava per i pericoli che gli sovrastavano continuamente, e più tremava per l'avvenire. Se anche riusciva a Monsignor Pagni di tenerlo illeso finchè durava quel malaugurato processo, che avverrebbe dopo quando egli fosse in libertà? A che cosa lo avrebbe spinto quell'indole focosa, e il desiderio di vendicare i suoi compagni? Dovevano dunque tenerlo sempre in istato di prigionia? E così non sarebbe egli deperito egualmente per giungere al suo fine?
Tali erano i pensieri angosciosi che occupavano il suo cuore, ai quali si aggiungeva, come aveva pensato Leoni, il pungolo del rimorso. Difatti per giovare a suo figlio, per ottenere una salvezza, che non avrebbe forse mai raggiunta compiutamente, essa aveva crudelmente tradita quella buona Maria, che aveva ricorso a lei, come al suo angelo tutelare. Per appagare il suo sentimento materno, aveva straziato il cuore di un'altra madre. Essa aveva fatto di più, aveva respinte le preghiere della povera donna, interdicendole l'accesso alla sua casa; aveva chiuse le orecchie per non udire i suoi lamenti, e le sue supplicazioni. Essa era stata non solo cattiva, ma ingrata e crudele.
Queste ed altre riflessioni tormentavano senza posa il cuore della principessa. Eppure essa dava una festa. Ohimè! vi era costretta.
Ogni anno in quel giorno si dava un ballo nel palazzo Rizzi. Era l'anniversario del giorno in cui il cardinale Rizzi, il fratello del principe, era stato rivestito della porpora cardinalizia, e quella solennità ecclesiastica veniva sempre ricordata con una festa profana.
In quel ballo adunque il cardinale era il re della festa, e riceveva gli omaggi delle più belle dame dell'aristocrazia romana, che v'intervenivano sempre.
Il cardinale Rizzi era un uomo di cinquantacinque anni, piuttosto grasso, la sua faccia era rotonda e schiacciata, vermiglia a macchie paonazze, e tempestata di bitorzoli; aveva i capelli rossi distesi sulla sommità della fronte e sopra le orecchie. In quella sera era vestito coll'abito da festa: sottana di porpora, coi guarnimenti d'armellino e il fermaglio di gioje, vestiario pomposo, che faceva risaltare la sua bruttezza ributtante, piuttosto che sminuirla.
Monsignor Pagni, vestito anch'esso col suo abito di gala, faceva una corte assidua a Sua Eminenza. Egli agognava al giorno in cui avrebbe anch'esso acquistata la dignità di principe della chiesa; sapeva che il cammino più rapido per arrivarvi è quello dell'adulazione e della servilità: e mormorava fra sè e sè questa giaculatoria: _Abbassatevi per essere innalzati_.
Il cardinale era seduto in luogo elevato nella gran sala da ballo, e tutte le signore che entravano col loro abbigliamento da veglia, colle spalle nude e il seno scoperto, andavano per la prima cosa a inchinarsi dinanzi a lui, e a baciare la mano morbida e liscia, ch'egli porgeva.
La principessa affranta nel cuore, ma sorridente nel volto, come richiedeva la sua posizione, riceveva gli invitati, e faceva gli onori di casa con quella squisitezza di grazia, che è un privilegio delle nature più elevate.
Il principe suo marito fin dal principio della festa si era dileguato dalle sale. Un servo gli si era avvicinato, gli aveva mormorato qualche parola all'orecchio, ed esso si era prontamente ritratto nelle sue stanze.
Un uomo dall'aspetto volgare, dalle vesti grossolane lo aspettava, nel suo gabinetto: era un'antica nostra conoscenza, era Giano.
Dalla sera dell'osteria, nella quale esso aveva servito così bene ai voleri del principe, lo stesso Giano era diventato il suo agente segreto, il suo intimo confidente, il suo spione.
Quell'uomo spiegava un'abilità particolare negli intrighi tenebrosi, e specialmente nei maneggi dello spionaggio. Egli dunque servì il principe Rizzi mirabilmente.
Sarebbe cosa lunga e tediosa seguire Giano per tutta la tortuosa trafila de' suoi raggiri. Il fatto sta che il principe era arrivato a sapere da lui la liberazione di Curzio dalle Carceri Nove, il suo ritorno nello Stato Pontificio, il suo arresto, e per ultimo la sua detenzione nella fortezza di Civita-Vecchia.
Fra il principe e sua moglie, lo sappiamo, s'era da lungo tempo impegnata una partita accanita, e la posta del giuoco era la vita di Curzio, quel giovane ch'era avvinto alla principessa con un misterioso legame.
Da principio la vittoria parve piegare dal lato della moglie, quando ella seppe disporre la fuga di Curzio con arte infinita al cessare dell'insurrezione, poi il marito aveva preso il sopravvento, comprando il soccorso di Giano, e facendo operare l'arresto del giovane, poscia pareva ch'ella avesse vinto, quando lo fece uscire dalle Carceri Nove, e condurre fino al di là del confine; il suo ritorno aveva riposto la superiorità dalla parte del principe: finalmente la sua reclusione nella fortezza di Civita-Vecchia tornava a dare la probabilità del trionfo alla principessa; ed era appunto in quel momento che il marito di lei si sforzava di riguadagnare il vantaggio.
Informato appuntino d'ogni cosa dal suo Giano, il principe concertava con esso i modi di riuscire nell'intento. In quella sera della festa Giano reduce appunto da una sua gita a Civita-Vecchia, era venuto a riferire al principe il risultato delle sue osservazioni, e a comunicargli un suo piano.
Si trattava di procurare l'evasione di Curzio dalla fortezza, e per tal modo cagionare la sua perdita.
Il progetto piacque al principe Rizzi, il modo della esecuzione fu discusso a lungo fra lui e il suo satellite, e infine venne adottato e approvato in ogni sua parte.
Giano ricevè dal padrone una buona somma di monete, e partì.
Il principe fece ritorno nelle sale del ballo. Nella prima s'incontrò colla moglie: egli sorrise, e volse a lei uno sguardo trionfante. Essa ignorava la ragione di quel riso e di quell'occhiata, ma sentì un brivido correrle per tutto il corpo.
La sentenza del giorno innanzi, alla quale il governo annetteva grande importanza, formava il soggetto principale delle conversazioni, di mezzo alle danze e alle armonie musicali nella festa del palazzo Rizzi.
Il cardinale Rizzi era uno dei sanfedisti più arrabbiati, e nel sacro collegio dei cardinali faceva parte di quella, che potrebbe chiamarsi l'estrema sinistra, ossia il partito d'azione dei clericali, quel partito che con De Merode e Lamoricière condusse il governo del Papa all'attitudine bellicosa, e alla campagna delle Marche ed Umbria nel 1860.
Il suo consiglio era sempre pel contegno più energico, e pei mezzi più violenti. Nessuna transazione colle tendenze del secolo, nessuna moderazione nell'esercizio della sovranità ecclesiastica e temporale, la massima prepotenza sui sudditi, la massima severità contro i liberali; tali erano i suoi principj.
Non è a dire dunque s'egli approvasse di gran cuore la doppia condanna di morte che la Sacra Consulta aveva emanata nel giorno antecedente; se qualche cosa gli dispiaceva in quella sentenza si era che i capi consacrati alla morte invece di due non fossero almeno almeno due dozzine.
Egli dunque si congratulava con monsignor Pagni, che faceva parte del Supremo Tribunale, e mostrava la soddisfazione che sentiva, perchè (come egli diceva) i membri della Sacra Consulta si erano in quella occasione mostrati consci dei loro doveri, degni della fiducia che in essi aveva riposto il Santo Padre e il Governo.
Anche il giudice Marini, il neo-cavaliere dell'ordine _Piano_ fu presentato a Sua Eminenza come una delle persone più benemerite in quel processo, dovendosi attribuire, come disse officiosamente monsignor Pagni, in gran parte al suo zelo, al suo acume, alla sua operosità lo splendido risultato della causa.
Il cardinale si degnò di sorridere benignamente all'indirizzo del cavaliere, e questi ne andò tutto gonfio del sorriso eminentissimo, più che non lo fosse per la sua croce, e per l'_assessorato_ di là da venire.
La principessa pallida, pallida, e col bagliore della febbre negli occhi, passeggiava sotto il braccio all'avvocato Leoni. Ella sapeva ch'egli era stato innanzi alla Sacra Consulta il difensore di Monti e Tognetti, ma non ardiva d'interrogarlo sui particolari di quella seduta, chè troppo si sentiva lacerata nell'intimo del cuore al solo pensarvi.
L'avvocato le chiese di ballare seco un _valzer_, di cui l'orchestra aveva intuonato il preludio.
--Grazie! rispose essa con voce soffocata, non ballo stassera.
--Si sente poco bene? chiese il giovane, al quale non era sfuggito il tremito della mano, che posava sul suo braccio.
--No, soggiunse la signora; ma il caldo delle sale, lo splendore dei lumi, il chiasso della musica, mi hanno fatto girare la testa.
--Vuole che scendiamo in giardino? un poco d'aria fresca le porterà giovamento.
--Non vorrei che fosse troppo freddo.
--Potrà coprirsi colla sua mantellina.
E senza aspettare la risposta, Leoni corse a prendere la mantellina di casimiro, che la principessa avea deposta sopra un divano. Traversarono la sala, e giunsero alla loggia, dalla quale si scendeva al giardino. Era un portico magnifico a colonne di granito e a dipinti raffaelleschi, tutto chiuso dalle invetriate e adorno di specchi e di busti antichi.
Una scala di marmo bianco coi parapetti intagliati conduceva al giardino ricco di aranci e di fontane, e in quella sera vagamente illuminato, a lampade opache di vario colore.
In cima alla scala Leoni adattò la mantellina sulle spalle della principessa, poi sostenendole il braccio, scese con essa.
Il giardino era pressochè deserto. Le coppie che poco prima si aggiravano per le curve dei viali infiorati, erano state richiamate nelle sale dalle battute del _valzer_.
L'avvocato Leoni, tenendo al braccio la principessa, prese la via che costeggiava il muro di cinta, tutto coperto da un fitto rosajo, immaginandosi, che da quella parte si trovasse la porticella, per la quale Maria Tognetti doveva essere entrata nel giardino.
L'uno e l'altra tacevano, tutti assorti com'erano in pensieri, che sebbene diversi, convergevano a un punto solo. Così silenziosi arrivarono dove il viale si perdeva in quattro o cinque sentieri, in mezzo ai quali era una statua dal vasto piedistallo circuito di sedili.
Dietro a quello, stava nascosta Maria, che, sporgendo ad ora ad ora la testa celata dalle foglie dei virgulti, cercava di conoscere chi si andava avvicinando.
Quando vide appressarsi l'avvocato e la principessa, sentì battere violentemente il cuore, e delle goccie di sudore freddo bagnarle la fronte. Le pareva che la vita del figlio suo dipendesse da quel momento.
Si resse colla mano ai fregi marmorei del piedestallo, poi quando i due che si avanzavano le furono proprio vicini, uscì fuori, e si piantò ritta in piedi dinanzi a loro.
La principessa mandò un grido, subito rattenuto. Essa aveva creduto a una visione, a un'illusione della sua fantasia agitata dal rimorso, e rimase immobile pel terrore. Ma quando Maria si avanzò ancora, e si accinse a parlare, ed essa non potè più dubitare della realtà di quella figura, si sciolse rapidamente dal braccio di Leoni, e mosse per fuggire. Ma la Tognetti non gliene diede il tempo; l'afferrò per le vesti, e sclamò:
--Voi m'ascolterete, signora, mi ascolterete!
--So che cosa volete: la vita di vostro figlio! mormorò a bassa voce la principessa, senza volgersi a guardare quella donna, che le faceva veramente paura.
--Egli è condannato a morte! intendete, signora? Aspetta il giorno del suo supplizio... e per vostra cagione!
--È vero, è vero: voi avete il diritto di accusarmi, di maledirmi; ma per quanto ho di più sacro, per la vita del figlio mio, vi giuro che io farò tutto quanto è possibile per salvare il vostro.
--Un'altra volta mi faceste la medesima promessa.
--Una forza irresistibile mi costrinse a mancarvi, ma questa volta...