Part 9
Quello che la donna aveva detto e scritto in certi momenti d’abbandono sentimentale, egli lo aveva accolto e convertito, per sè, in legge assoluta. Un marito, appassionato e geloso, non avrebbe potuto pensare e soffrire diversamente da come pensava e soffriva il signor Carlo....
A casa, verso sera, finalmente gli fu portato un biglietto di Giulia. — Lo ringraziava dal profondo del cuore d’averle risparmiate spiegazioni inutili e che sarebbero state uno strazio per ambedue. In un modo o nell’altro, quella vita avrebbe pur dovuto avere un termine.... Meglio adunque rassegnarsi e piegare il capo al destino! Lo chiamava “eroico amico„ per la parte che s’era assunto presso il marito. Si sarebbe sempre ricordata di lui e del tempo felice.... Avrebbe egli avuto in eterno un posto nel cuore di lei, come il più caro, il più degno degli amici suoi. — Il signor Carlo lesse più volte il biglietto prima di metterlo nel portafogli.
La sera andò, come di consueto, alla villa. Giulia durante la serata non uscì quasi mai da un gruppo d’amiche e d’amici, volgendo però di tanto in tanto la parola al signor Carlo con un fare cortesissimo. Volle anche regalarlo di qualche occhiata fra la passione e la compassione; ma andavano come a spuntarsi negli sguardi duri, freddi e raccolti di lui.
Il quale fu con tutti d’un contegno esemplare e, tranne l’aria un po’ abbattuta e taciturna, il solito uomo delle altre sere. Solo a un dato momento, quando credette di non essere osservato, prese da una piccola scansìa un album di Giulia chiuso fra i due fermagli d’oro. La chiavettina pendeva dal lucchetto; aprì e, fingendo di leggere, ne strappò pian piano una pagina ov’erano de’ suoi versi; non gli unici che aveva pensati, ma gli unici scritti per lei ne’ primi tempi dell’amore. Giulia sola notò quell’atto e lasciò fare. I versi dicevano:
Il Sogno dilettoso, il Sogno bello, Che la vita rapì nell’onde amare, Or, fermo al limitar del mio cervello, Chiede, o donna, per voi, di rientrare.
Dal cor, che le chiudea come un avello, Esce lo stuol delle Speranze care, E notte e dì con dolce ritornello Cantano intorno al cor: torna ad amare!
. . . . . . .
Poco dopo le undici, Giulia disse che si sentiva molto stanca della cavalcata del giorno. Salutò tutti, diede la bianca mano all’amico, dicendogli con accento spiccato: — A rivederci eh?... E salì nella sua stanza. Indi a poco la conversazione si sciolse. Mentre il signor Carlo s’accomiatava dalla signora Marianna, questa fece col viso un movimento d’interrogazione, a cui egli subito rispose:
— Vado domattina!
Discese solo nella notte la strada della collina. Arrivato vicino ad una grande croce di macigno eretta sulla strada, a un terzo della salita, sedette sul largo zoccolo e stette lì un pezzo immobile.... Che fulmineo rivolgimento di cose fuori e dentro di lui, nello spazio di ventiquattr’ore!... Avrebbe voluto essere cento metri sepolto sotto terra e non vedere e non udire e non intendere più nulla. Ma quella voglia d’annientamento era subito vinta, da un desiderio indomito di vivere, di sapere, di vedere, di lottare fino all’estremo contro tutta quella dolorosa realtà. E gli pareva troppo mostruoso che la dovesse finire a quel modo.... No, non doveva!...
Voltò gli occhi verso la villa Luigiani e li fissò in un quadrato luminoso che appariva lassù nel buio circostante. Era la finestra della stanza di Giulia; ed egli pensò che la giovane donna stava spogliandosi.... Si trovò in piedi come di scatto e rifece il pezzo di strada fino sotto alla finestra di Giulia.
Altre volte aveva scherzato con lei intorno a un vecchio albero che sorgeva di rimpetto, dicendole che pareva messo lì apposta per favorire la curiosità notturna d’un adoratore indiscreto. Svelto come un monello di quindici anni, il signor Carlo s’arrampicò sull’albero e vide per la finestra spalancata la Giulia che si svestiva. Poi subito sentì la sconvenienza di quella sua posizione; e scese dall’albero a precipizio....
Giulia, tratta dal rumore, s’accostò alla finestra e posò un momento le braccia nude sul davanzale, guardando a basso. Ma niente potè distinguere in quella oscurità; e chiuse lentamente le imposte.
V.
Il giorno dopo il signor Carlo andò all’_Hôtel Brun_ a vedere il Conte. Trovò un giovane di maniere cortesi, gioviale, facilone, all’apparenza sincerissimo. Sulla partita interesse, non ci volle gran tempo a intendersi, perchè la famiglia della moglie era larga nel concedere. Dal canto suo egli, dichiarandosi stanco di quella vita irregolare e desideroso di riunirsi a sua moglie, lasciò anche abbastanza travedere ne’ suoi discorsi che quelli dell’interesse, se erano forse i più forti, non erano però i soli argomenti che lo tiravano a riconciliarsi con la “sua cara Giulia„. Nell’abbandono del dialogo, il giovinotto disse al signor Carlo:
— Io riconosco di aver dei torti gravi verso mia moglie. E tanto più sono franco a confessarli e a dolermene, quanto maggiore è in me la sicurezza che Giulia mi ama e non ha mai cessato d’amarmi. Io ne ho la prova....
— Ah?!...
— Sì, ne ho la prova. Con avvocati e medici non si debbono aver segreti. Guardi....
E trasse fuori dalla tasca interna dell’abito una busta grande di carta, che porse sorridendo al signor Carlo. Conteneva parecchie lettere di Giulia inviate al marito durante i cinque anni della separazione, a intervallo di qualche mese ognuna.
L’avvocato, dissimulando l’emozione, si mise a scorrere quelle lettere.
Erano tutto un discorso malinconico sulla vita solitaria di lei. — Niente la divertiva, niente la distraeva. Le amiche la mortificavano coi compianti importuni e le domande indiscrete. Degli amici poi, alcuni la seccavano facendole la corte, alcuni altri offrendosele a confidenti e perfino a mentori!... Poi, di tanto in tanto, un pensiero fugace alla felicità perduta, una gentile sollecitudine di donna per la vita raminga e disordinata ch’egli menava; una espressione di tenerezza temperata di riserbo e di rimprovero.... Un vago accenno di speranze per l’avvenire. — Tra le lettere c’era anche un ritratto di Giulia in fotografia. Quello stesso che ella aveva donato al signor Carlo e che egli teneva, inquadrato, nella sua stanza. Glie lo avea mandato, scrivendogli che era l’_unica_ copia, che l’aveva ordinata esclusivamente per darla a lui, e che aveva obbligato il fotografo a distruggere la negativa....
Non volle più vedere oltre, e rimise lettere e ritratto nella busta, masticando qualche frase di complimento. Il Conte con ogni cortesia lo ricondusse fin sullo scalone e all’atto d’accomiatarsi gli disse, ridendo:
— Ma sa lei che Giulia s’è fatta molto più bella in tutto questo tempo? L’ho vista ieri al Giardino Pubblico e ne sono rimasto proprio incantato.... Tanto meglio, non è vero?....
E lo lasciò con una lunga stretta di mano.
Quell’ultima rivelazione fu pel signor Carlo più che un dolore. Essa metteva un acre risentimento d’offesa nell’animo dell’amante ingannato. E in lui principiò a ribollire sordamente il desiderio vendicativo.
E pensava; quella voce interiore che gli aveva imposto d’accettare un così strano e doloroso ufficio, era dunque stata una voce profetica! Era dunque fatale che egli arrivasse a vedere tutta e nuda la miserabile verità intorno a Giulia, intorno alla donna per la quale egli, cieco, tante volte avrebbe dato con gioia la vita!... E questa verità, senza aver forza di uccidere la passione, era come un caustico mordente che la ricercava tutta e struggeva quanto era in essa di morbido, di mite, di sottomesso; e la riduceva ad una specie di scheletro animato, forte, fiero e minaccioso.
Entrato nella sua stanza ruppe il cristallo del quadro che conteneva le fotografie; prese quella di Giulia e la fece in quattro pezzi. Cavò poi da uno stipo un grosso fascio di lettere e, messo ogni cosa sul caminetto, vi appiccò il fuoco. La fiamma azzurrognola ardeva silenziosa nella luce del giorno. Il signor Carlo stette a guardarla fino all’ultimo; e intanto gli pareva di sentirsi risuonare dentro una voce:
— Vai avanti, giustiziere!
VI.
Il calice amaro egli volle vuotarlo tutto.
La riconciliazione formale dei due sposi avvenne due giorni dopo, quasi di nascosto ed in modo semplicissimo. Il Conte andò e fu ricevuto da tutta la famiglia a braccia aperte. Nessuno fu invitato in quel giorno alla villa, tranne il signor Carlo. Non era stato egli il buono e felice mediatore della riconciliazione? La signora Marianna (parlando anche a nome della figliuola) lo aveva invitato con un biglietto; e il Conte, con uguale cortesia, aveva aggiunto il suo invito.
Il signor Carlo andò. Quando verso le due del pomeriggio entrò nel salotto, Giulia e suo marito sedevano sul divano posto fra la grande tavola di noce e la parete.
I due giovani formavano una bellissima coppia. Il Conte non ismentiva la sua compostezza di giovane elegante e raffinato; ma il volto attestava una sincera soddisfazione. Giulia, inchinando la sua adorabile testina bionda sulla spalliera del divano, mostrava nell’abbandono di tutta la persona quel mite languore che succede alle forti e care commozioni dell’animo. Ora teneva i grandi occhi socchiusi, come per raccogliersi, ora li fissava sul marito o li girava sui volti soddisfatti del padre e della madre....
Allor che, guardando dalla finestra, aveva visto comparire il signor Carlo sul cancello della villa, il volto di Giulia s’era turbato un poco. Era, volere o no, una nube sull’orizzonte. Annunziava un temporale?... Giulia stese la mano all’“eroico amico„, e sentì ch’egli rispondeva alla sua con una stretta franca. Bastò questo segno a rassicurare la giovane; e la conversazione s’incamminò disinvolta e tranquilla.
Dopo fecero tutti insieme una passeggiata nel breve parco che circonda la casa. Anche quel luogo era pieno di ricordi.... Giunti ad un bell’albero di robinia coi rami pioventi e intrecciati con arte a guisa di capanna, Giulia e il Conte v’entrarono, ridendo, e si sedettero sull’erba. Il signor Carlo, guardando in alto, con l’aria distratta, disse:
— Quest’albero dovrebb’essere vicino a seccare....
— Che! — ribattè il vecchio. — Per quelle poche foglie secche che lei vede tra il verde?... Effetto solito dell’autunno. L’albero è in ottime condizioni.
— E io credo che quest’albero dovrebb’essere vicino a seccare.
Lo strano discorso non ebbe seguito; ma nella mente di Giulia passò un soffio di ricordanze, che la fecero rimanere in silenzio per qualche minuto.
Verso le quattro la signora Marianna salì nelle stanze a vestirsi per il pranzo; il vecchio andò a schiacciare il suo consueto sonnellino d’un’ora. I tre rimasti girarono ancora un poco pei viali.... Come passare il tempo sino alle sette? Nessuno osava palesare quella preoccupazione. Intanto il signor Carlo si faceva sempre più taciturno e i discorsi andavano innanzi stiracchiati e languidi. Il Conte a un tratto ebbe una idea.
— Sapete che con la corsa delle quattro e quaranta arriva mio zio da Milano? Io vado ad attenderlo e gli preparo una bella improvvisata. Della nostra riconciliazione egli non sa nulla. Pensa, Giulia, se egli cascherà dalle nuvole quando, invece di arrivare all’_Hôtel Brun_, egli si vedrà condotto qua su a pranzare con noi!...
Giulia trovò che era una idea stupenda.
Dopo dieci minuti il _tilbury_ del Conte aspettava già dinanzi al cancello. Mentre egli s’incamminò per partire, Giulia lo accompagnò. Discendevano insieme, discorrendo, il breve viale fiancheggiato da vasi di limone e d’oleandri fioriti, egli un passo innanzi mettendosi i guanti, ella seguendolo e tenendogli una mano sulla spalla. Il signor Carlo, seduto sopra una panchina di marmo, intanto li sbirciava traverso i rami di un ciuffo di mortelle. I suoi occhi, guardando un poco di traverso, avvolgevano la taglia sottile di Giulia e tutta la sua figura elegante, curva un poco innanzi verso il marito; e seguivano anche il moto lento de’ piccoli piedi sulla ghiaia minuta e stridente del viale.... Quando i due furono presso al cancello, Giulia, credendosi non vista, rattenne con la mano il marito; questi si voltò, la baciò nella bocca e in un attimo fu sul _tilbury_ prendendo le redini e la frusta dalle mani del cocchiere. Salutò ancora con la mano e s’allontanò a trotto lento giù per la china.
VII.
Quando Giulia tornò al luogo di prima, non trovò il signor Carlo. Lo cercò con gli occhi qua e là, girò un poco pei viali, diede di sfuggita una occhiata sotto la robinia e chiamò anche ad alta voce: — Avvocato!
Nessuno rispose. Ella aveva provato prima un senso vago di tema e di confusione all’idea di ritrovarsi così subito sola, a tu per tu col signor Carlo. Per questo non le spiacque di non vederselo vicino; e si mise a scherzare con un bel canino pómero che da qualche tempo, non curato, le saltava intorno.
Intanto il signor Carlo, appena visto quel bacio s’era alzato di scatto; e ora s’allontanava dalla casa, con la fretta d’uno che fugge, andando senza saper dove.
Attraversò per uno stretto cancello l’alta siepe di bosso che divide il villino Luigiani dal vastissimo parco di una villa principesca che si distende per tutta la parte più elevata della collina. Infilò un viottolo tortuoso ed erto, procedendo senza mai voltarsi indietro e abbrancandosi agli arbusti per salire più lesto. Dopo circa un quarto d’ora arrivò ad una breve spianata in forma d’emiciclo, circondata da vecchi cipressi e con in mezzo la figura di un grande _Satiro danzante_ di marmo, tutta corrosa e annerita dalle pioggie.
Avrebbe voluto camminare ancora; ma gli parve che l’attraesse il sorriso ferino del satiro, e quella sua movenza procace; e stette qualche tempo a contemplarlo. Poi si voltò e vide sotto di sè, adagiata alle falde della collina, l’ampia città turrita, illuminata a grandi striscie purpuree dal sole che tramontava, già molto vicino all’orizzonte. E tendendo un momento l’orecchio gli parve che di laggiù, fra quelle case e quelle torri, risonassero, e, a malgrado della distanza, arrivassero fino a lui delle voci conosciute....
In lui il cruccio dell’anima e lo sconvolgimento doloroso dei sensi, dopo quel periodo già troppo lungo di sottomissione e di martirio contenuto, si erano scatenati in una aperta rivolta.
In piedi, con le tempia fra le mani che gli tremavano, cominciò una lunga evocazione di ricordi che si mescolavano, in tumulto, a intimazioni, a domande, a brevi attese di risposte, a scoppi furibondi di collera. Era un rapido confronto che egli instituiva, nell’egoismo della sua coscienza urtata e malata, fra sè stesso e la donna che era stata sua, che gli aveva giurato d’essere sua per tutta la vita.... E la conclusione di tutto si presentava a lui nella immagine repugnante di una oscena contaminazione.... La bianca e bella figura di Giulia cinicamente andava a insudiciarsi fra le braccia del Conte.... E quel fatto doveva, senza alcun dubbio, accadere, di lì a poche ore, proprio in quella stessa sera, a pochi passi da lui, proprio in una delle stanze di quel villino che vedeva lì sotto.... Allora tutte le offese, tutti gli sdegni, tutti i martiri della sua passione si condensarono in un atto disperato della volontà, risoluta ad impedire che “quel fatto„ avvenisse....
Poi che questo proposito fu bene compiuto e sigillato nel suo cervello, il signor Carlo si sentì come alleggerito.
E ridiscese. Giunto alla siepe di bosso, non la varcò per il piccolo cancello ma vi appoggiò il petto e sporse il capo avanti, guardando all’ingiù come dalla balaustrata di una terrazza. Intanto il sole si era del tutto nascosto. A basso, nella stretta valle formata dalla insenatura delle colline, l’ombra era già molto cresciuta e da quella si alzava un immenso cicaleccio di passeri cercanti tra le acacie folte il loro asilo della notte. Sopra a quel passerìo lontano, lamentoso e monotono, regnava già il silenzio della sera tranquilla. La stella di Espero brillava nel sereno come un bellissimo occhio di diamante. Dintorno, non una voce, non un rumore. Nella prossima strada deserta non un suono di carri o di passi. Le tre o quattro ville vicine pareva che si guardassero fra loro in silenzio, aspettando la notte; mentre, alla sommità del colle, la napoleonica villa Aldini, col gran timpano della sua fronte e il colonnato dorico, dava a tutta la scena un’aria dolce e grave di paesaggio antico.
Il signor Carlo guardava immobile. A un tratto udì la voce di Giulia, che canterellava il motivo d’una romanza di Tosti. Poi la vide uscire per un viale da una macchia di piante, incamminarsi con aria indolente verso la casa, salire lentamente i gradini della scala, dare, voltandosi, una occhiata verso il cancello della villa e scomparire. Egli aspettò ancora qualche minuto. Poi discese, passando per il piccolo cancello. Poi entrò anch’egli nella casa.
Attraversò la loggia d’ingresso, già oscura, ed entrò nel salotto. Oscuro anche quello; ma potè scorgere la figura di Giulia, seduta sul divano e alquanto rischiarata dai morenti riflessi del tramonto che entravano dalla finestra vicina a lei. La giovine donna sedeva con la fronte appoggiata alle due palme delle mani distese sul tavolo. Forse pensava, forse dormigliava. Tra il fondo di una porta e il pavimento, appariva una riga luminosa e si udiva qualche lieve rumore e qualche bisbiglio di voci. Erano i servitori che muovevano intorno alla tavola del pranzo, nella stanza accanto.
Il signor Carlo, avanzatosi senza far rumore, si fermò ritto vicino alla donna:
— Giulia, ascoltami.... Tu non puoi, tu non devi riunirti al Conte.... e andare questa notte con lui....
Parlava con una voce secca, che gli usciva dalle labbra aride.
Giulia si riscosse o dai pensieri o dal sonno, alzò il capo con un movimento di sorpresa e sbarrò gli occhi in faccia al signor Carlo, senza dire una parola. Questi, curvandosi un poco verso di lei, proseguì:
— Sono io, Giulia! Sono io il tuo marito vero. Non me l’hai tu scritto e detto tante volte?... Questa tua riunione col Conte non la voglio!... È deforme, è infame!... Non c’è tempo da perdere. Alzati subito e vieni con me....
— Voi siete pazzo!
— Sì, se vuoi, sono pazzo; ma la mia decisione è immutabile. L’amore, i giuramenti, la colpa, se vuoi, ci uniscono con un vincolo che nulla al mondo può distruggere.... Vieni subito con me!
E cominciò fra i due, a voce bassa, un dialogo che fu tutto una lotta a esclamazioni, a monosillabi, a frasi tronche e strozzate dall’ansietà e dal tremito.... Quelle due anime, quelle due vite, si urtavano con un cozzo terribile; e come avviene in pochi istanti che l’aria circolante nei polmoni si tramuta in veleno, così in quell’urto l’amore e la simpatia si tramutarono in odio, d’ambo le parti; un odio a cui nulla poteva resistere, irrompente furioso da tutto il vigore di due egoismi disperati.... Essi, in quell’ultimo barlume del vespero, si videro anche una volta: pallidi, sfigurati, ansanti, abbietti.... Infine, Giulia, raccolta ogni sua forza, gli sibilò sul viso con rabbia:
— O partite subito, o io chiamo!
E, puntando le mani sulla tavola, fece per alzarsi; ma l’altro non le lasciò il tempo. S’udì uno scoppio d’arma da fuoco, e la donna ricascò fulminata sul divano.
La porta della stanza accanto subito si spalancò e, insieme con una viva colonna di luce, entrarono i servitori esterrefatti. Quasi nello stesso momento entrarono, correndo dalla porta che dava sulla loggia, anche il Conte, accompagnato dallo zio.
Il signor Carlo fece alcuni passi verso il Conte e gli disse con voce ferma, accennando verso il divano:
— Essa voleva commettere un vile adulterio con voi.... Io glie l’ho impedito!
E lasciò cadersi a’ piedi il piccolo revolver.
FRA GINEPRO.
Da un’ora s’era fatto buio e il silenzio nella strada era quasi completo. L’aria fredda, la notte stellata e senza luna. Avevo lasciato dietro di me un gruppo di case con tutti gli usci chiusi; qua e là alcune finestre soltanto avevo viste illuminate.
Adesso la strada provinciale andava per un lungo tratto senza passare davanti nè a case nè a ville.
Io comminavo di molto buon passo perchè in un’ora circa volevo essere a casa, ove i miei m’aspettavano per la cena di Natale. Un’ora di cammino a piedi, di notte, solo.... Dentro di me, da principio, quasi impercettibile, ma poi via via sempre più avvertita, cresceva una inquietudine malinconica e sospettosa. Davo delle rapide occhiate dinanzi a me, alla strada deserta, alle siepi, agli alberi, ai neri colli lontani sulla mia destra, alla pianura anche più nera, che s’affondava e spariva sulla mia sinistra. E se avessi avuto ancora qualche dubbio su quello che m’accadeva, sarebbe bastato a dissiparlo il grande sollievo che provai quando m’accorsi che stava per raggiungermi un carro; e sentii dietro di me, ancora lontane, le sonagliere dei cavalli. Era una di quelle pesanti e lunghe _mambrucche_ dalle ruote altissime colle quali i montanari dell’Appennino bolognese scendono ancora in città per la via di Loiano, con carbone o altro. Il carro ritornava in su vuoto; il montanaro, lungo disteso sul carro e chiuso nel suo gabbano, pareva addormentato. Ma i cavalli robusti andavano quasi di trotto e mi fu impossibile camminare al pari con essi, come ne avrei avuto la voglia.... Dopo dieci minuti sentivo appena nell’aria cheta i campanelli delle sonagliere; poi più nulla; e questo mi dispiaceva; e questo aumentava il mio malumore.... Insomma, come un Renzo Tramaglino qualunque, avevo paura, e non dei ladri.
Io!... Io che studiavo il quarto anno di medicina e chirurgia nella regia università; io che avevo letto da poco, nella traduzione di Luigi Stefanoni, _Forza e Materia_ del Buchner, e ne ero rimasto bravamente persuaso.... Come avrebbero riso di me i miei compagni!... E il professor Concato?... E il professor Ercolani?... Tant’è!...
Il fatto veramente non mi accadeva per la prima volta. Quelle tre miglia di strada, così bella e allegra, che io avevo l’abitudine di fare in pieno giorno senza un pensiero al mondo, di notte invece con le ombre, con la solitudine e il silenzio assumevano tutt’altra sembianza e mi producevano un effetto tutto diverso.
A ogni pezzo di strada incontravo luoghi di cattiva fama, luoghi paurosi per leggende soprannaturali e ricordi di tristi fatti. Ed erano racconti che avevo udito narrare più volte quand’ero ragazzo. — In quella cappelletta solitaria e sempre chiusa, fra un gruppo di vecchie acacie, che è a sinistra della strada a un chilometro da Bologna, in certe notti dell’anno, si vede subitamente la finestra illuminata, e di dentro si sente borbottare un prete che dice la messa.... Più oltre, allo sbocco del vicolo che mette per la più corta a Monte Donato, nel principio di questo secolo fu ucciso un giovane signore che veniva, a notte inoltrata, da un colloquio amoroso in una delle ville vicine. L’ombra dell’assassinato s’era mostrata più volte a qualche viandante attardato e solo.... Sulle basse spallette, che riparano la via dal canale presso al Mulino Grande, molti giurano che in certe notti si vede una vecchia tutta vestita di nero che fila in silenzio. Essa lascia passare il viandante senza nemmeno guardarlo: ma quando è passato lo chiama per il suo nome di battesimo con un suono di voce che fa rabbrividire. Una notte un barrocciaio, di quelli che vanno a caricare i sassi e la rena nella Savena, con gran coraggio aveva voluto accostarsi e interrogarla; ma era stato raccolto la mattina dopo nel fosso, svenuto e coi capelli incanutiti. E ogni volta che lo interrogavano su quell’accidente, si faceva il segno della croce; e non c’era verso di cavargli una parola di bocca....