Part 10
Strano! Questi racconti da bimbi e da donnicciole io li conoscevo da un pezzo, fin da ragazzo, e in quella notte non ci credevo certo più che non ci avessi creduto prima. — O dunque? Come spiegarmi quella dubbiezza che mi faceva guardare dinanzi a me, quell’ansietà che mi stimolava ad affrettare i passi, nel tempo stesso che una trepidazione invincibile pareva che mi avviluppasse le gambe?... In certi momenti mi sembrava che il mio io si dividesse in due; e che una metà, sana, tranquilla e incredula, gettasse sull’altra metà agitata e titubante uno sguardo pieno di compassionante rimprovero e di sprezzo. Ma con tutto questo, il mio malessere non diminuiva!
— Questione d’atavismo! — dicevo fra me. — Certamente, questione d’atavismo!... Io sono il risultato fisio-psichico di una lunga generazione di gente che, più o meno, ha creduto a queste cose; ed è sceso in un col sangue e si è annicchiato nel mio essere allo stato d’istinto cieco quello che ne’ miei antecessori era credulità vera e consciente. Ecco perchè adesso io provo, mio malgrado, quello che Victor Hugo chiama: “l’aspettazione dell’impossibile„.
Allora mi diedi a seguire con cura il filo di queste idee; e facevo ogni sforzo d’attaccare la mia mente a quel filo perchè l’aiutasse ad andare lontano, lontano, lontano.... Cominciai col pensare a un trattato di fisiologia pubblicato di recente; poi agli altri miei studii di materia medica.... Male, per bacco!... Proprio la mattina stessa aveva lavorato attorno al cadavere di una donna di circa trent’anni morta di tubercolosi.... Ritirai con un brivido la mia mente da quella sala, da quel tavolo di marmo, da quel povero corpo consunto dalla tisi, inciso e squarciato dal mio bisturi.... Allora guardai in su al cielo stellato, cercai la chioma di Berenice, Orione, Marte; e mi fermai collo sguardo sul Carro dell’Orsa, lucidissimo.... Poi cominciai a canterellare un motivo delle _Campane di Corneville_, raccogliendo intanto tutte le forze della mia volontà per concentrare la mente in un pensiero che non fosse quello della donna anatomizzata. E vi riuscii senza sforzo.... Ma perchè v’ero io riuscito a quel modo?... Ahimè, la mia paura aveva fatto nè più nè meno di quell’importuno, che dopo avervi seccato per un’ora camminando, per esempio, alla vostra dritta, a un tratto si stacca da voi; ma non avete ancora avuto il tempo di mandare un sospiro di sollievo, che eccovelo alla vostra sinistra più vicino e più seccatore di prima.
Infatti mentre che i miei pensieri si inseguivano e si accavallavano nel modo che ho detto, io ero venuto oltrepassando uno dopo l’altro parecchi dei luoghi dinanzi ai quali la paura m’abitava i suoi fantasimi pazzi. Ma adesso si avvicinava il più famoso e il più terribile di tutti; la Croce di Camaldoli!
Domandate alla gente, per molte miglia intorno, notizie della Croce di Camaldoli e sentirete. Materialmente parlando, non si tratta che di un vecchio pilastro, sormontato da una gran croce di ferro; e sorge sulla strada maestra, allo svolto di una via che, un tempo, conduceva a un convento di Camaldolesi, edificato sulla collina. Il convento, sullo scorcio del secolo passato, venne prima soppresso, poi demolito affatto, e adesso nel suo luogo hanno costrutto un terrapieno militare. Ma il vecchio pilastro e la gran croce nera sono rimasti. Ed è là che _si vede_ di notte e _si sente_ un frate sedente col capo chino dentro il suo cappuccio, che recita il rosario a bassa voce.... In questo punto poi, il dubbio non è permesso. Troppe persone hanno veduto, passando, questo frate notturno, e attestano con giuramenti la verità di quello che dicono.
Io m’avvicinavo dunque alla Croce di Camaldoli. Bisogna anche dire che il luogo ha, di notte, una brutta fisonomia. La strada in quel punto fa una curva e si abbassa. Cinque o sei vecchie quercie, avanzo di un bosco antico, nereggiano là vicino gigantesche; la collina a mano manca, più ripida che altrove, pare che incomba sulla strada con un piglio sinistro. Guardando intorno nel ristretto orizzonte non si arriva a vedere indizio d’abitazione umana....
Io andavo preoccupato e sollecito con la testa in avanti e gli occhi incerti. Mi ricordo che da un pezzetto s’era levato un vento freddo e tagliente. Sentivo rumoreggiare da lontano i rami delle alte quercie; e vicino a me tutti i virgulti del fosso e tutti i ramoscelli della siepe stormivano con un suono acuto e continuato, che mi dava la sensazione di un lungo unisono di violini scordati, stridenti e sibilanti sulla quarta corda. Il cuore mi batteva forte contro le costole.... Quando fui a pochissimi passi dal pilastro e dalla croce, vi fissai bene gli occhi, con la speranza di vedere libero e vuoto il gradino del piedestallo.... Invece.... Angeli e ministri di grazia!... C’era il frate!
Ebbi un momento l’idea di dare indietro; ma io era ormai troppo vicino. E poi, con la stessa sincerità con cui ho raccontato le mie miserabili paure, dirò che in quel momento e a quella vista, non so per quale reazione, sentii salirmi al capo un fiotto di sangue caldo, che mi infuse coraggio. Mettiamo che fosse il coraggio della disperazione.... Mi mossi, mi slanciai anzi verso il nero frate sedente, e stavo per mandargli un grido, quando intesi una voce:
— Buona sera, dottore. Sei tu?... Buonasera, dottorone!...
Sentire la voce e riconoscere l’individuo fu un punto. Era fra Ginepro: un giovane e giovial frate torzone, conosciutissimo in tutti i dintorni dai contadini e dai villeggianti, presso i quali spesso veniva a questuare. Tutti gli facevano allegra accoglienza, credo più per il suo buon umore che per le sue giaculatorie.
Chi sa che faccia aveva! Ma fra Ginepro non diè segno di accorgersi di nulla. — Che fai tu qui a sedere? — gli chiesi io con molta stizza nella voce. Fra Ginepro, senza muoversi, mi guardò di sotto in su con un risolino arguto e due occhietti lustri:
— A camminare tutto il santo giorno, e sempre col cavallo di San Francesco.... già.... viene voglia di mettersi a sedere! Sono andato su e giù tutto il giorno. Ho fatto una buona _cerca_....
In fatti vidi per terra vicino a lui le due bisaccie piene. M’accorsi ancora che il fraticello non era proprio _ebriosus_ nel pieno senso della parola; ma gli avevano nella giornata offerti parecchi bicchierini dell’acquavite del Natale; e si capiva che non li aveva sempre ricusati.
Stemmo un poco in silenzio tutti e due. Poi fra Ginepro ripigliò:
— Hai un sigaro da donarmi, dottore?
— No.
— Ebbene, quando non l’hai tu, l’ho io.... E cacciata la mano destra nella larga manica sinistra della tonaca, cavò fuori un sigaro toscano e me lo offerse colla punta delle dita, sempre sorridendo.
Io ero avvezzo a quella sua barzelletta del sigaro, come pure a quella di sentirmi da lui chiamato dottore prima del tempo. Trassi un fiammifero, e, riparandolo dal vento dietro il pilastro, accesi il toscano. Intanto il frate s’era alzato, aveva prese di terra le due bisaccie e se l’era posate lentamente sulle spalle....
— E dove vai, adesso, fra Ginepro?
— E dove vuoi ch’io vada?... Al convento, se Dio vuole!
— Fino lassù all’Osservanza? A quest’ora? Non arriverai certo in tempo per la cena.
— Basta che arrivi in tempo per la messa di Natale!
Mi diede quest’ultima risposta facendo una vocina mansueta e patetica, in cui era sempre una lieve intonazione di celia. Poi, avviandosi:
— Addio, dottorone! Buona notte e buone feste!
Anch’io lo salutai, e proseguii la mia strada. La proseguii sentendomi alleggerito da un gran peso, vedendo tutto bello intorno a me, ridendo delle mie paure e meravigliandomene come di uno strano sogno.
Così giunsi in vista della mia casa; vidi con gioia le finestre a piano terreno illuminate, ed entrai allegramente, fumando ancora il sigaro regalatomi da fra Ginepro.
LA STATUA.
Nell’isola di Cipro. — Un boschetto di mirti e di rose, dietro il quale si travede una casa bianca e rossa, con pronào. — Delle colombe candide volano intorno.
=Pigmalione= giace per terra in atto di dormire. — =Mercurio= sta in piedi dinanzi a lui.
MERCURIO — .... Nella stanza ove, due anni fa, sorgeva la bianca statua, sorge adesso un’ara. Quando, per l’ardore de’ tuoi desiderii aiutati dalla grazia della Dea, la statua s’animò e divenne la donna tua, tu facesti voto insieme a lei che, al compiersi d’ogni anno, su quell’altare, voi due avreste compiuti sacrifici e date libazioni eucaristiche a Venere misericordiosa.... Svegliati, Pigmalione, e rispondi a me.
PIGMALIONE — (_Apre gli occhi, riconosce Mercurio e balza in piedi_).
MERCURIO — Rispondi. Al termine del primo anno tu adempisti fedelmente la promessa. Dall’altare incoronato di fiori, col fumo del pingue incenso odoroso, saliva in alto il tuo fervido inno di grazie. In questa beata isola, nessun mortale poteva dirsi felice al pari di te. Così suonava il tuo inno, ora compie un anno. E adesso?
PIGMALIONE — (_China lentamente il capo senza parlare_).
MERCURIO — Gli Dei dall’Olimpo ti contemplavano vicino a quell’altare, abbracciato alla bellissima Galatea, la sposa tua, e sorridevano della tua, della vostra felicità. Gli Dei non si compiacciono solamente nelle tragiche pugne degli uomini contro il Destino.... Il padre Zeus lodò nuovamente Venere per l’amoroso prodigio operato nel freddo marmo; e Venere tornò ad esserne lieta e orgogliosa come in quell’istante memorabile.... Ti ricordi?
PIGMALIONE — Sì!... Quando i suoi occhi tremolarono improvvisamente per il primo senso della vita, e subito fissandosi in me, parve che me vedessero prima della stessa luce — o Mercurio! — io non credo che in terra e in cielo una felicità più grande sia stata provata mai.... Allora io non vidi il rimanente del suo bel corpo colorarsi, palpitare e muoversi.... non vidi che gli occhi, quei suoi due occhi innamorati, i quali mi tenevano tutto, anima e sensi, in un rapimento di beatitudine senza nome.... O Mercurio! tu sei venuto a parlarmi nel sonno, mentre io sognavo anche una volta di quel momento divino....
MERCURIO — E dammi ragione dunque di quanto accade qui!... Oggi compie il secondo anno. Il sole ha passata la linea meridiana da un pezzo e già s’approssima all’occidente. La tua sposa, dal mattino, ha tutto apparecchiato per il sacrificio: e ti attende, ed è mesta, e cerca d’ingannare il tempo lungo dell’attesa filando e cantando. Ascolta....
GALATEA — (_Canta di dentro_)
Giù, nei prati fragranti Dell’eterno asfodèlo, Forse tra le vaganti Ombre t’incontrerò;
Ma lunge al patrio cielo E a la gentil dimora, Amar potremo ancora? Io sempre t’amerò!
MERCURIO — La canzone è triste.... e nella voce della donna trema il desiderio.... Ma i fiori hanno tempo d’appassire sull’altare, aspettando che a te venga la brama d’accostarti ad esso e di por mano al sacrificio.
PIGMALIONE — Gli Dei guardano al cuore dei mortali; e io non voglio che essi veggano il disaccordo tra il mio cuore e le parole del mio inno....
MERCURIO — Pigmalione!... E che mai ti ha potuto rendere tanto ingrato al favore della Dea?...
PIGMALIONE — O divino figliuolo di Maia, abbi pietà di me e non parlarmi a questo modo!... Non sono io ingrato, no; sono un infelice che si dibatte e si cruccia sotto il rigore di una strana e terribile fatalità.... Più volte mi sono picchiato il petto come un forsennato; più volte sono disceso colla mente nell’imo fondo della mia coscienza interrogando: ho colpa io di quanto accade?... E la coscienza mi ha risposto di no. Ascolta, Mercurio.... Ero felice con Galatea; l’amavo, l’adoravo come si può creatura mortale. Il pregio delle amabili forme guardavo nelle altre donne, ma con mente serena d’artista e senza un tremito di desiderio. In questa isola dell’Amore, verso cui fanno vela da tutti i lidi di Grecia, e dalla Trinacria e dall’Asia le donne più devote alla Dea; dinanzi ai delubri del tempio di Amatunta, entro i boschetti odoriferi che con le ombre discrete proteggono i più dolci misteri, quante bellezze ho vedute passarmi vicine!... A molte piacqui io per la mia giovinezza e per il prestigio dell’arte mia. Molte anche entrarono nella mia casa, più per essere ammirate dallo scultore che per ammirare le sue opere.... Bellezze ingenue come Pandora, o fieramente virginali come Artemide, o liberamente procaci come Arianna quando s’abbandonava nei cori delle Baccanti.... Le guardai tutte come se fossero d’avorio o di marmo pentelico; e le rimandai disdegnando. Vissi appartato e fedele come Orfeo.... Nessuna donna valeva e vale, anche oggi, per me, uno sguardo e un sorriso di Galatea!
MERCURIO (_Interrompendolo_). — Anche oggi tu dici?
PIGMALIONE — Lasciami proseguire. Sì, anche oggi. Il mio circolo si chiude in lei; vedo lei sola; ma dentro quel circolo accade uno strano sviamento de’ miei pensieri e de’ miei desiderii.... Da principio, mentre ero con Galatea e l’udivo parlare e cantare, e la vedevo muoversi e danzare e incoronarsi di fiori e sorridermi, la mia mente correva sempre alla statua immobile, alla statua fredda e muta.... E quel confronto m’empiva di un misto di orgoglio, di gioia e di tenerezza.... Mi sentivo più grande di Prometeo, perchè quelle stupende forme le avevo modellate e scolpite io stesso con queste mie mani; mi sentivo di lui più felice, perchè la creatura fatta e animata da me io l’amavo di passione e mi sapevo riamato da lei.... Forse ero troppo felice; e la gelosa Erinni mi guardò allora con que’ suoi occhi torvi, che non perdonano!... Infatti, trascorso un anno, lentamente, insensibilmente, i termini del confronto si andarono mutando nella estimazione del mio spirito.... La vita reale di Galatea, varia, mutabile, caduca, soggetta alle leggi del Tempo, agli accidenti della Fortuna, agli assalti del dolore, agli inquinamenti della volgarità, cominciò a presentarsi a me come uno specchio ogni tanto attraversato e offeso da qualche ombra; mentre la pura forma inconscia e inalterabile, che io le avevo dato nel marmo della statua, seguitava invece a splendere sempre nella mia memoria co’ suoi contorni intatti... Anzi di mano in mano che la prima forma s’andava offuscando, il fulgore della seconda si faceva più vivo e più affascinante per me. Che vuoi tu che io ti dica altro?... Da un pezzo in qua io non posso più pensare alla mia donna senza ricordarmi che ogni ora che passa mi ruba qualche cosa di lei; e questo converte in amarezza il sentimento lieto del mio possesso. Ho un bel cacciarla da me, ma l’idea della sua vecchiaia mi assale in un modo non so se più compassionevole o più spaventoso.... E mentre un riflesso solare scherza con le sue chiome color di bruna viola, talvolta io rabbrividisco credendo di vederle spuntare i primi capelli bianchi; e in qualche smorfia gentile della sua bocca voluttuosa e in qualche curva graziosa del suo candido collo, io tremo di veder comparire le prime rughe.... O Mercurio! Il mio è un tormento continuo che non ha paragone. Quando gli Immortabili diedero alla schiatta di Giapeto il senso divino dell’arte, vollero davvero beneficarci o non piuttosto mettere in noi il seme di grandi inquietudini?... Lo ignoro. So che adesso, ogni volta che guardo Galatea, tuttochè giovane e fiorente, veggo insieme delinearsi e biancheggiare vicino a lei la prima Galatea del mio pensiero, la Galatea pura, perfetta, incorruttibile.... ideale! E questa — sappilo — è una rivale terribile, contro a cui non hanno che una mediocre potenza le illusioni, i piaceri e le lusinghe della vita caduca.... E la povera viva è debellata e soccombe in questa lotta incredibile e pur vera.... E tutto il mio desiderio, come un amante infedele che torna all’amore suo primo, si va allontanando da lei e si volge verso.... a quell’altra! (_Si nasconde la faccia con le mani e piange_).
MERCURIO — Sei molto infelice....
PIGMALIONE — Sono forse anche colpevole. Sì! Quando un mortale venne gratificato dagli Dei d’un portento benefico pari a quello che fu compito per me e non sa appagarsene, vuol dire che in lui ci ha da essere colpa.... Ebbene, che gli Dei mi puniscano e ch’io scompaia dalla vista del divo Sole.... Se vieni esecutore della loro collera, che tu sia il ben venuto, o Mercurio!...
MERCURIO — No. Allorchè Venere operò il prodigio, ella intese alla tua felicità. Non ad altro. L’animazione di Galatea ebbe questo solo fine, unica ragione dell’esser suo.... Adesso....
PIGMALIONE — Che vuoi tu dirmi, o figliuolo di Zeus?
MERCURIO — Attendi.
GALATEA (_Compare sulla soglia della casa, in veste candida, tenendo in mano una corona di rose_). — Pigmalione!... Il sole tramonta. Non temi tu che Venere si sdegni per il nostro indugio?...
MERCURIO (_Assumendo la voce di Pigmalione_). — Galatea! Entra nella stanza del sacrificio e ponti presso l’altare ad attendermi.
GALATEA — Ho rinnovate le rose intorno all’altare, perchè olezzino fresche. Vieni.... Non tardare più molto! (_Rientra_).
Un lungo silenzio. Pigmalione scruta con ansietà il volto impassibile del Dio.
PIGMALIONE (_Con gesto supplichevole_). — Parla, o Mercurio!...
MERCURIO — Venere è Dea misericordiosa e giusta. Tu vivrai. La bella Galatea è ora nel mio dominio.
PIGMALIONE (_Con accento di terrore_). — Ahimè!... Funebre condottiero delle anime, stai tu forse per condurla teco nei prati fiorenti d’asfodèlo?...
MERCURIO — No. Fra pochi istanti essa rientrerà nel candido marmo, che il dolore non tocca e la vecchiezza non dissolve.
PIGMALIONE (_Cadendo in ginocchio_). — Grazie! Ed io l’amerò eternamente!
MERCURIO — Rimani finch’io non ti chiami. (_Entra solo nella casa_).
GALATEA — (_canta di dentro_)
Giù nei prati fragranti Dell’eterno asfodèlo, Forse fra le vaganti Ombre t’incontrerò....
La voce di Galatea cessa improvvisamente con un piccolo grido. — La dolce melodia continua. — Pigmalione si leva in piedi e guarda ansioso verso la casa.
Il sole è tramontato. — La stella d’Espero risplende bellissima. Le colombe, riunitesi sopra un albero di mirto, levano insieme il volo e migrano dal boschetto.
OCCHI ACCUSATORI
(VECCHIA CRONACA).
Al signore della Rocca erano giunte notizie gravi ed ordini precisi.
A Bologna, per volontà di Sisto V, avevano già strangolato in carcere, con un bel cordone di velluto rosso, il conte Giovanni Pepoli. Parecchi de’ suoi seguaci e complici erano stati anch’essi strangolati, senza nemmeno l’onore del cordone di velluto! Altri erravano fuggiaschi per le valli e per le montagne dell’Appennino; ma li inseguiva l’ira del terribile papa e poca speranza di scampo avevano. A lui, il Conte, salva la vita e gli averi; ma doveva andare subito a Roma a chieder perdono e fare atto di umile sudditanza, prostrato a’ piedi santissimi del sovrano.
Non era il caso d’esitare; e bisognava partir subito.
La Contessa sarebbe dunque rimasta sola nel castello. A esporre la sua delicata giovinezza ai disagi e ai pericoli del lungo viaggio in quella cruda invernata e per quelle vie mal sicure, nemmeno si poteva pensare.
Il Conte andava corrugando le sopracciglia nere e si metteva spesso una mano nei capelli grigi, perchè un sinistro pensiero gli passava per la mente....
Ma il giorno innanzi la partenza tenne un lungo e segreto colloquio con la sua zia, valida e fiera vecchia ne’ suoi ottant’anni; poi fece schierare nella gran sala, al cospetto d’entrambi, tutta la gente del castello. Alla gente egli rivolse discorso breve, ma con quell’accento di comando insieme e di minaccia, al quale non si era mai osato resistere neppure con un moto dell’animo: — Ogni potere, durante la sua assenza, passava nella vecchia contessa. Legge assoluta per _tutti_, dal più alto al più umile abitatore della Rocca, la sua sovrana volontà; e guai all’autore della più piccola trasgressione!
L’indomani il conte partì. Gli addii della giovane sposa furono affettuosi, ma senza lagrime.
E come avrebbe potuto piangere la Contessa alla partenza del marito?... Troppo ora la empiva tutta di sè e la signoreggiava un altro sentimento! L’amore, negato a lei giovinetta nel freddo isolamento della vita claustrale; l’amore, desiderio vago e timida speranza, che, appena intravvisto, le era stato duramente vietato, quando la famiglia, toltala dall’antico e nobilissimo convento della Sambuca, l’aveva subito messa tra le braccia del Conte, che poteva essere suo padre!
Invece il giovane conte degli Alidosi aveva quattro anni meno di lei e non era che suo lontano parente da parte del marito. Quando, pei rovesci di quella potente casata, il padre fu costretto a mandarlo al castello dell’amico perchè vi crescesse sicuro e vi fosse educato da cavaliere, Oliverotto degli Alidosi era poco più che un ragazzo malfermo in salute, timido e come spaurito della vita che s’era aperta dinanzi a lui in mezzo a dolori e terrori di tragedie domestiche. Parlava di rado e male. Solo qualche volta, dai suoi occhi nerissimi pareva che lampeggiasse intensa la vitalità della fiera schiatta da cui era nato.
La dolce castellana raccolse da prima su quel taciturno fanciullo le cure e gli affetti della maternità, che altrimenti non le era stato concesso d’espandere. Ed ebbe la gioia di veder fiorire la sua salute, e le sue membra fortificarsi, e da quella triste puerizia uscire rapidamente una giovinezza animosa e leggiadra.
Una volta, tornando insieme al Conte da una caccia sull’Appennino pistoiese che li aveva tenuti fuori parecchi giorni, Oliverotto, vista la bella Contessa che li aspettava nell’angusto cortile del castello, gittò l’arme a un servo, corse a lei e la baciò; poi rimase lì interdetto e turbato vedendo che la bella dama arrossiva, e sentendosi anch’egli salire al volto un gran calore come di vampata improvvisa.... Cominciarono fino d’allora per il Conte i corrugamenti delle ciglia e quel gesto di portare la mano ai capelli, mentre la sua mente, più sovente che non avesse voluto, pensava insieme alla Contessa e al giovane ospite....
Ma l’amore non istette per questo; e fece occultamente la sua strada, senza che i due avessero modo d’avvertirlo e di schermirsi. Essi s’amavano già di passione e non lo sapevano: e quando lo seppero, s’amarono con più violento abbandono, obliando, calpestando, sfidando ogni ritegno ed ogni ostacolo.
Ed erano appena alle prime dolcezze, quando arrivarono gli ordini improvvisi, che fecero partire il Conte per Roma.
Cominciò allora per i due innamorati una vita di supplizio indicibile.
In tutta la rocca e nei dintorni prese subito a dominare con volontà minuziosa e temuta la vecchia zia del Conte; la quale, sia che agisse per gli ordini avuti, sia che si compiacesse ad attuare un suo proprio disegno, circondò ed afflisse i due giovani di vigilanze così severe e continue, che ogni più viva e gelosa immaginazione ne sarebbe rimasta superata. La vecchia pareva ritornata indietro di vent’anni. Non era più nè impedita nell’andare nè miope nè sorda. Si trovava sempre in ogni luogo dove la sua ingegnosa sorveglianza la richiedesse; e dormiva con un occhio solo, se pure è vero ch’ella dormisse, là in quel suo lettuccio che s’era fatto portare vicino all’uscio della stanza da letto della Contessa. Con questa poi adoperava ogni gentilezza più compita e col giovine Oliverotto anche; ma nelle ventiquattro ore del giorno, mai un minuto secondo nel quale i due potessero trovarsi soli a scambiarsi una parola, a stringersi la mano di furto!...
Tormento siracusano. E tanto più atroce perchè i due innamorati, in udire della prossima partenza del conte, s’erano naturalmente lasciati andare ad ogni sorta d’immaginazioni dilettose. Quella inattesa contrarietà pareva dunque a loro una durezza ingiusta del destino a cui si rivoltavano, egli con le imprecazioni ed essa con le lagrime. Vane le lagrime e vane le imprecazioni! La vecchia era sempre al suo posto, e tutti nella rocca con una esattezza implacabile eseguivano, fin quasi a sorpassarlo, il suo comandamento.