I miei racconti

Part 11

Chapter 113,715 wordsPublic domain

Sulle prime, Oliverotto non si diede per vinto e cercò di rompere qualche maglia a quella perfida e fitta rete di sorveglianze e di spionaggi che d’ogni parte li involgeva; ma ogni suo tentativo, per audace o astuto che fosse, riuscì inutile.

Una notte, guardando alla finestra della Contessa, credè di accorgersi che non gli facevano la solita guardia. Scese nel fossato della Rocca, esplorò bene intorno. Nessuno. Alzò gli occhi alla finestra della stanza ove essa dormiva, e vide splendervi il lume. Allora si sentì tutto invadere dalla brama di salire in qualunque modo fino a quella finestra, chiamare la sua donna, parlarle delle sue pene e veder di cogliere attraverso la inferriata un suo bacio.... Sì, uno, cento baci per calmare un poco la sete d’amore che dentro lo tormentava!

Immaginava il giovane che la forza del volere e il desiderio ardentissimo gli avrebbero conferita la facilità rampicante d’uno scoiattolo; ma invece il salire non fu senza grandi ostacoli e dolori.... Saliva adagio adagio, adoprando ogni punta di sasso ed ogni crepaccio del vecchio muraglione; talvolta era costretto a fermarsi a lungo, talvolta a ridiscendere e studiare altra combinazione di cavità e di sporgenze. Più d’una lucertola, sentendo le dita che il giovane ficcava fra le pietre, usciva spaventata strisciandogli fra la faccia e il muro; e una nottola, turbata anch’essa nel suo nascondiglio, gli volava dintorno silenziosa e lugubre. Di man in mano che s’appressimava al termine desiderato, crescevano gli ostacoli, l’incertezza, la smania disperata. Aveva le mani e i piedi sanguinanti e tutto il corpo gli grondava di sudore freddo.... Finalmente potè abbrancare una sbarra dell’inferriata e, fatto un ultimo sforzo, arrivò a tirarsi su di mezza persona contro la finestra. Gittò innanzi lo sguardo e stava per sussurrare il nome della cara donna, quando s’accorse d’avere innanzi a sè, ritta, appoggiata al davanzale della finestra, la vecchia contessa, che lo guardava senza muoversi, con occhi severi....

Poco mancò che Oliverotto non cascasse all’indietro nel fossato della Rocca.

Unico conforto non conteso ai due innamorati era dunque il vedersi e il parlarsi in presenza d’altri; e in quello essi condensavano tutte le sollecitudini e cercavano d’acquetare o contenere alla meglio tutti i desiderii.

Passavano così le giornate lente, uniformi, uggiose. Oliverotto e la Contessa ogni dì stavano lunghe ore seduti uno in faccia all’altro, essa fingendo d’istoriare coll’ago i pietosi fatti di Bradamante, egli fingendo di leggere qualche trattato dell’arte della guerra o qualche libro di cavalleria. La vecchia contessa e alcun altro fidato della casa non mancavano mai di esser presenti.

I due si parlavano di rado. Invece si guardavano lungamente, intensamente, deliziandosi e tormentandosi insieme con un linguaggio muto e infaticabile. E gli occhi neri d’Oliverotto pareva che, supplicando, chiedessero: — fino a quando? — E gli occhi azzurri della Contessa non sapeano che rispondere, chiedendo anche essi: — fino a quando? — Le quattro ardenti pupille, stanche e non mai sazie di quella amorosa e intensa contemplazione, di tanto in tanto tremavano, si inumidivano, pareva che si stemperassero chetamente in bagliori languidi e tristi.... Nelle serate lunghe, dirimpetto al focolare gigantesco, mentre sugli alari bruciavano i vecchi faggi di Monte Venere e si udiva fuori lamentarsi il vento dell’Appennino, Oliverotto leggeva alla contessa qualche scena del _Pastor fido_:

Ben è soave cosa Quel bacio che si prende Da una vermiglia e delicata rosa Di bella guancia; e pur, ch’il vero intende, Come intendete voi Avventurosi amanti che il provate, Dirà che quello è morto bacio a cui La baciata beltà bacio non rende. Ma i colpi di due labbra innamorate Quando a ferir si va bocca con bocca....

La morbosa tenerezza di questo e somiglianti passi era al cuore dei due poveri giovani come olio bollente alla fiamma. Gli occhi, ora vivi e scintillanti, ora annuvolati, smarriti e depressi, riprendevano quel loro ufficio di esprimere insieme e di esasperare il desiderio infelice.... E talvolta l’interno struggimento cresceva a tal segno che la Contessa era costretta, avanti l’ora, di ritirarsi nelle sue stanze. Oliverotto allora correva ansando sugli spalti della Rocca a respirare l’aria gelata della notte, ad imprecare alle stelle, a tempestare contro il suo avverso destino!

In meno d’un mese, i due amanti erano ridotti ad uno stato davvero compassionevole; e guardandoli nei visi consunti si sarebbe detto che sulla loro giovinezza passava un soffio di vecchiaia precoce.... Ma tutto ciò era meno che nulla in confronto a un meraviglioso fenomeno che nei loro occhi si veniva manifestando.

Non era, no, un inganno visivo della gente, ma un fatto che ogni giorno saltava agli occhi sempre di più.

Le grandi pupille della bionda Contessa, che erano di un bellissimo azzurro oltremarino, sembrò da prima che un poco si annebbiassero smontando in una tinta meno dolce e meno pura. Poi quell’annebbiamento si rese sempre più opaco: e crebbe e crebbe tanto che fu ben necessario riconoscere ch’essa mutava in nero il colore degli occhi. Era forse effetto delle lagrime che l’infelice versava di continuo la notte, invece di pigliar sonno?... Ma d’altra parte anche negli occhi di Oliverotto accadeva mutamento! Le pupille nerissime e fiere del giovane amoroso cominciarono a temprarsi d’una luce più dolce e mansueta che adagio adagio le veniva come clarificando; poi apparvero striate qua e là di piccole vene azzurreggianti, le quali, dilatandosi ogni giorno, accennavano ad invadere presto tutto il campo dell’iride....

Che era avvenuto nell’interno di quei due esseri? Con che forza di corrente misteriosa le due anime, incontrandosi, toccandosi, baciandosi, solo e sempre per gli occhi, agli occhi avevano potuto indurre quella trasformazione, anzi quello scambio mirabile?... La vecchia sorvegliatrice non fece motto e nemmeno diede mai segno d’essersi accorta di cosa alcuna; ma la gente della Rocca guardava, tra stupita e atterrita, a quello che taluni chiamavano una bieca opera del Diavolo, altri semplicemente un nuovo miracolo d’Amore.

Non andò molto tempo che già per largo tratto di paese s’era sparsa la voce del fatto inverosimile; e molti trassero al castello, studiando qualche pretesto onde accertarsene cogli occhi proprii.

I due amanti sulle prime gustarono una strana e immensa voluttà, contemplandosi così trasformati dalla potenza dei loro sguardi. Si sentivano come più uniti nell’amore; vedevano nei loro occhi come un segno di predestinazione a unione più intima e durevole. Ma ben presto sopraggiunse il terrore ad agitare in vario senso le loro anime. Un giorno o l’altro sarebbe pur tornato il Conte....

La Contessa, nelle veglie interminabili, meditava di sottrarsi colla morte alla propria vergogna, e a chi sa quale dura espiazione, quando il terribile marito l’avrebbe guardata negli occhi accusatori!... Oliverotto, dal canto suo, inspirandolo la disperazione, lavorava ad un piano di fuga in cui era risoluto d’affrontare per la salvezza della sua donna l’estremo del cimento. Ma intanto ogni mattina ambedue pensavano, rabbrividendo come due condannati a morte, che in quel giorno stesso, forse, sarebbe giunto alla Rocca l’annunzio di un prossimo ritorno!

. . . . . . .

Giunse invece una improvvisa serenità in quell’orizzonte così minaccioso. Un giorno, sull’imbrunire, bisognò calare il ponte e ricevere nella Rocca, con le debite onoranze, un messo del Senato bolognese. Egli riferì il sunto di un dispaccio da Roma: — Sisto V, sia che avesse chiamato a sè con lusinghe il Conte per averlo più sicuro nelle mani, sia che in quel frattempo nuovi e più forti capi d’accusa si fossero scoperti contro di lui, appena giunto il Conte a Roma, lo aveva fatto legare e chiudere a Castel Sant’Angelo; e dopo breve processo, strangolare. — Il dispaccio del Senato non diceva se la clemenza sovrana avesse largito al nobile giustiziato l’onore e il conforto del cordone di velluto; bensì annunziava che la giustizia del sommo pontefice non sarebbe andata oltre nel punire, mantenendo alla famiglia del ribelle spento beni, titoli e privilegi.

AL DI LÀ DELLA SIEPE.

Quest’anno l’estate ha voluto entrare allegramente nel dominio dell’autunno. La vendemmia sollecita è già finita nei vigneti e anche sulle viti attorte agli alti alberi allineati per i poderi. — Sovra i campi di frumento e di granturco è passato l’aratro. Le terre brune, e qua e là ancora lucenti per il taglio fresco del _coltro_ profondato nei solchi, ora si scaldano al sole e si ritemprano all’aria, aspettando la seminagione prossima.

E la campagna è ancora tanto bella! Più bella d’una bellezza solenne e dolce per questo ozio intermedio dei grandi lavori campestri, per tutto questo verde lavato, rinfrescato e visibilmente ringiovanito dalle ultime pioggie settembrine.

Il sole è alto e scotta come di giugno; ma appena io tocco l’ombra d’una casa o di un albero, sento che il fondo dell’aria si è molto mutato. Effetto delle notti già lunghe. E vado per questa distesa di campagne che dalla prima radice delle colline si abbassano lentamente, un poco ondeggiando, verso la via Emilia e verso il fiume.

Una pace immensa, un silenzio immenso. Prendo per i sentieri vicinali — qui li chiamano _stradelli_ — tortuosi e pieni di polvere. Le siepi di biancospino, umili nel maggio e di un verde delicato, ora si sono fatte alte e dense e aspre, come le vuole l’amico Gabriele; se non che di tratto in tratto un cespuglio di more selvatiche e qualche alberello carico di bacche rosse rompono questa irta monotonia di ostacoli bilaterali; e pare che l’occhio li noti volentieri.

Io non so bene dove mi conducano questi stradelli polverosi. Continuano sempre dinanzi a me, entrando uno nell’altro, tagliandosi talvolta uno coll’altro, sdoppiandosi, piegando in tutte le direzioni. Per orientarmi, guardo il campanile rosso della parrocchia di Pizzocalvo che sorge sull’umile collina, alla mia destra....

* * *

Ho incontrato un barrociaio a vuoto, e mi ha detto che veniva da Medicina e andava a Monterenzo per la strada che sale lungo il letto dell’Idice. Nessun altro incontro. Pei contadini questa è l’ora del desinare; e i signori villeggianti intanto digeriscono la colazione chiacchierando intorno alla tavola. Alcuni leggono il giornale pisolando. Qualche signora preferisce di rimettersi al lavoro d’ago, qualche ragazza di sbadigliare sopra un romanzo o di sognare a occhi aperti, distesa sopra una _chaise-longue_.... Il dèmone meridiano entra per le finestre semichiuse, volteggia per le stanze silenziose e carezza delicatamente i corpi e le anime mezzo sopìte.

Ecco che arrivo in paese di conoscenza!... Nel punto ove i due stradelli s’incontrano, lo spazio si allarga, l’ombra è più estesa, l’aria più fresca. Quattro alti pilastri spiccano nel verde e due bei sedili di pietra invitano a riposare e a curiosare per la vasta cancellata.

Io siedo e ricordo, guardando. L’antica villa signorile, ove non è nascosta dagli alberi del parco, mostra i muri neri e verdognoli, screpolati qua e là. Sul davanti e molto più vicino alla siepe di cinta — una bella siepe difesa da una rete di filo di zinco — si vede la cappella, ombreggiata anch’essa da vecchi olmi, piccola ma svelta e pomposetta nella sua architettura della prima metà del settecento.

Di queste cappelle ne ho vedute parecchie venendo dalla collina. Difficile ritrovare una villeggiatura un po’ antica che non abbia la sua; e quasi tutte appaiono costruite o rifatte nello stile del secolo scorso. Esse ricordano un tempo nel quale i nostri nonni, anche la pietà volevano circondata di tutti i comodi e non disgiunta da certe forme di privilegio. Le cappelle erano come l’accessorio sacro e il distintivo gentilizio della vita campestre dei signori. Quando la famiglia si stabiliva in campagna per i lunghi mesi dell’estate e dell’autunno, doveva avere tutto con sè; anche la messa in casa e il prete a disposizione.

Il prete era, s’intende, ossequioso e compiacente. Veniva preferito d’umore gioviale; e se era un poco baggèo non guastava. Anzi! — Arrivava la mattina col cuoco sul barroccino della spesa. Celebrata la messa, trovava pronta la colazione a parte; e mentre sorbiva il cioccolatte, i signori e le signore lo circondavano festeggiandolo, proverbiandolo, interrogandolo delle nuove di città. Se restava a pranzo, lo incitavano ad alzare un poco il gomito e a dir male dell’arcivescovo, o almeno del vicario generale. Se pernottava, era sicuro che qualche sorpresa lo aspettava nella sua stanza. Una volta gli facevano trovare nel letto un grande fantoccio, che doveva essere la vecchia governante, segretamente innamorata di lui; un’altra volta era il letto che gli sprofondava sotto con orribile fracasso; un’altra volta.... Sempre le stesse burle e sempre le stesse risate.

Quello, a ogni modo, fu il tempo aureo di queste cappelle villereccie; e qualche bella giornata avevano — con ricchezza d’apparati, di lumi, di fiori — almeno per la solennità del Santo titolare.

Ma poi successe un’epoca infausta alle povere chiesette abbandonate. Finchè i conti e i marchesi si limitavano a leggere Voltaire, il male non fu irrimediabile, visto che anch’esso il signore di Ferney andava alla messa, per un riguardo ai suoi contadini. Ma la invasione delle novità doveva andare molto più a fondo e portare ben altri mutamenti! Mutarono le idee, mutarono le usanze e mutarono anche i padroni. Per effetto di chirografi troppo facilmente moltiplicati e messi in giro, alcune cappelle, insieme alle ville e ai poderi, caddero persino _in manus infidelium_. Voglio dire degli ebrei; e non furono sempre le peggio trattate.... Quante altre, per gli umili usi a cui si vedevano ridotte, avrebbero avuto ragione d’invidiare le sorti di quelle che i padroni, nuovi o vecchi, avevano allegramente adeguate al suolo, in onta ai sacri canoni, per ampliare l’area del prato o del giardino o del parco inglese!

* * *

Molte altre, come questa, rimasero semplicemente nell’abbandono e nell’incuria. Il tempo fece la parte sua, e sopra di loro si distese lentamente la fisonomia delle cose morte....

Quanto tempo sarà passato dacchè uno spirito di vita non è entrato là dentro!... La bruna cicuta verdeggia liberamente a piedi dei muri laterali e qualche bel ciuffo di erba si vede anche sui gradini e sul margine della porta. La Santa titolare, dipinta a buon fresco entro il vano del timpano barocco, poveretta, non ha più nè sembiante nè emblemi riconoscibili; e mostra da ogni parte il color nero della imprimitura.

Mi vince la curiosità; e passato il cancello vado a osservare l’interno della chiesetta per una delle due finestrelle basse ai lati della porta.... Tra la pace animata, gioconda, luminosa della campagna aperta e la quiete di quel breve ambiente chiuso, il contrasto non è solamente enorme; è quasi pauroso. Credo d’avere ben poche volte sentita così potentemente l’antitesi tra gli stati fondamentali della percezione e le forme della vita. — Ho in me come un senso di sdoppiamento subitaneo. — Una parte di me stesso è passata là dentro ad abitare la chiesina abbandonata, a osservare minutamente tutti gli oggetti, a spiare, a frugare, a fiutare da per tutto, anche gli angoli più reconditi e più ombrosi, con un misto di attonitaggine sentimentale, di tenerezza e di pietà.... Mi pare di sentirmi vivere in un piccolo pezzo di spazio freddo e in un piccolo pezzo di tempo inerte, che vennero, non so da quanti secoli, imprigionati là dentro fra quelle quattro mura — immobili, taciturni, tristi — lontano dall’eterno movimento mondiale, divelti e sequestrati per sempre dal gran dramma della vita dell’universo, al quale un tempo furono congiunti....

Intanto i miei occhi si sono avvezzati a veder meglio nell’interno. Un pulviscolo d’oro si muove silenzioso dentro un raggio di sole pallidissimo, che è passato a stento dall’alto, per una vetrata sulla quale, chi sa da quanto tempo, si vanno addensando il grumo e la polvere e le tele di ragno.... Il raggio di sole arriva a rischiarare un inginocchiatoio, che un tempo deve essere stato tinto in verde, collocato dinanzi a una povera _Praeparatio ad Missam_, gialla come una vecchia carta pecora e strappata largamente nel mezzo. Da tempo immemorabile quella _Praeparatio_.... non prepara più nulla a nessuno.

Sopra l’altare senza candelabri, vaneggia una cornice di gesso, a muro. Ma il quadro manca. Era forse un buon dipinto del Franceschini o del Calvi o di uno dei due Gandolfi, e fu levato di là, e ora si trova in qualche vecchia galleria. Ma quella grande cornice vuota accresce la squallidezza a tutto quello squallore; e pare che sconsacri la piccola chiesa.

* * *

Una cosa è certa. Anche da questo chiuso e da questo silenzio e da questo abbandono, esce un sottile aroma di poesia. Mi tornano in mente — chi sa per quali meandri mnemonici! — delle strofe caramente melanconiche di Jacopo Vittorelli e di Ippolito Pindemonte; tornano perfino certe lontanissime letture dei romanzi del visconte D’Arlincourt, ove le chiesette campestri, vicino ai castelli turriti o in mezzo ai boschi, nelle pronube albe serene o nelle notti cupe di tempeste e di delitti, hanno spesso tanto da fare.

Attorno alle pareti interne della cappella, giù verso il pavimento, riesco a leggere in modo abbastanza distinto alcune lapidi sepolcrali. Incontro per tre volte un nome, _Giovanna_; e mi sovviene che lo porta pure l’attempata signora, che abita adesso nella villa paterna, dalle mura screpolate e nerastre. — Una rovina anch’essa la signora, come tutto il rimanente, quantunque opponga al tempo delle resistenze disperate.

Ed ecco, io penso, tutto quello che qui rimane in piedi di tante tradizioni domestiche! Un nome comunissimo di donna, tenuto vivo nella famiglia, per mera consuetudine, e che presto finirà.... E dire che probabilmente alcune di quelle ormai lontane antenate, quando pensavano al sepolcreto domestico, avranno anche immaginato con tenerezza confidente una lunga catena di ricordi pii proseguita dalle future generazioni.... Avranno pensato alla loro cappella gentilizia parata a bruno in certi memori giorni, e a delle grandi corone di fiori freschi posate dinanzi alle lapidi mortuali.... O nostre ingenue fedi nella pietà dei ricordi domestici! La Vita guarda davanti a sè con sollecitudine affannosa, e presto si scorda di voltarsi indietro.

In buon punto, una voce femminile viene a rompere quel mio triste soliloquio; e mi volgo verso la strada.... Alta sopra la verde linea della siepe, vedo una testa di donna con una gran chioma di un colore inverosimile, che si avanza, si avanza rapidamente, come se volasse; e arrivata al secondo pilastro, svolta improvvisamente verso l’interno della villa... Santi numi! È lei, la mia _quarta_ Giovanna, che torna da una passeggiata in bicicletta, seguìta dal suo giovane fattore. Alla sua età e sotto questo fulgore del Sole, che gli eroi d’Omero invocavano sulle loro gesta!

Col busto eretto sui fianchi doviziosi, il volto acceso, una parte dei capelli al vento e le due mani ferme al lucido manubrio, passa come un lampo la indomita signora, evidentemente non badando nè a me nè alla chiesetta ove posero le sue antenate. È veramente splendida; è addirittura sorprendente, per chi sappia il suo atto di nascita!.... Un mio giovane amico, poeta e miope, ora vedrebbe in lei il simbolo della Vita, che passa trionfando....

Io mi levo il cappello.

DOPO DIECI ANNI.

La contessa Florenzi fece a posta attaccare il _landau_, e giunse di buon trotto alla villa dell’amica per informarla del grande avvenimento.

— Sai chi è arrivato?

— Chi?

— L’Arnaldi. L’ho incontrato stamani in via Tornabuoni. Mi ha subito riconosciuto e, staccatosi da un gruppo d’amici, mi ha fermato sul marciapiedi per salutarmi. Io invece alla prima non lo riconoscevo.... Una trasformazione, mia cara! Al tempo che partì era un ragazzo impacciato, mal vestito, nè bello nè brutto, per me piuttosto antipatico. Adesso è un giovanotto biondo con la taglia forte e svelta; ha la fisonomia aperta e distinta, le maniere elegantissime. Deve avere trentacinque anni.... e non ne dimostra trenta. Ah, mia cara! Non c’è che la vita inglese per fare gli uomini o per rifarli a modo.... Sapevi del suo ritorno?...

Donna Giulia sapeva, all’incirca, del ritorno dell’Arnaldi perchè egli stesso glielo aveva annunziato come imminente in una lettera di quindici giorni addietro. Lo sapeva, ma con l’amica si finse sorpresa. Poi disse:

— Gli scriverò stasera che venga a vedermi....

Nel pronunziare quest’ultima parola la voce le si alterò un pochino; ma forse fu una cosa impercettibile per l’amica, la quale si mise a discorrere dei pettegolezzi della città. E in quei giorni ve n’era per l’appunto un paio di comicissimi. Donna Giulia più volte unì le sue risate sonore a quelle dell’amica.

— Ora che t’ho dato una buona nuova, — conchiuse la Florenzi, — e che t’ho fatto ridere di gusto, ecco che me ne vado!

E risalì leggera in carrozza. Rifacendo la strada essa aguzzava la mente per veder pure di convincersi se, ascoltando l’annunzio del ritorno dell’Arnaldi, l’amica sua non avesse proprio tradito alcun turbamento. Le pareva e non le pareva. Ma già, quella Giulia!... Tanto strana, tanto impenetrabile!

Giulia stette a veder partire l’amica, poi rimase un poco dinanzi alla villa, abbassando lentamente la testa, mentre con la punta d’una delle sue scarpine pareva che volesse trivellare il terreno umidiccio del viale ricoperto di una ghiaia lucida e minuta.

I capelli biondi, troppo biondi alla viva luce, le cadevano a larghe treccie, parte sulle spalle e parte sul viso. Nella sua vestaglia bianca e celeste di taglio elegantissima e ricca di pizzi, la sua alta figura si contornava ancora magnificamente. Si capiva che era stata una gran bella donna.... Ma aveva quarant’anni e ne dimostrava almeno quarantacinque.

Quando fu in casa scrisse con mano nervosa una lettera e la consegnò al servo da portare subito in città. Poi abbassò ella stessa lo _sthor_ alle due finestre del suo salotto; s’aggomitolò più che non si sdraiasse sovra un piccolo divano e chiuse gli occhi.

Nel salotto era quasi buio completo e in tutta la villa un perfetto silenzio di _siesta_ estiva.

La mente di Giulia spaziava nei ricordi. — Allorchè conobbe l’Arnaldi essa aveva trentatre anni; era nella sua più splendida eflorescenza di donna. Quanti avevano detto d’amarla e quanti anche glie l’avevano provato! Un principe di casa regnante non aveva dubitato di compromettersi, restando parecchi mesi attaccato a lei e obliando nel lungo indugio le sue alte convenienze di principe e i suoi obblighi di marito.... L’Arnaldi invece, quando la conobbe, era ancora un giovinetto uscito di poco dalle università col suo diploma d’ingegnere meccanico, solo decantato da qualche amico per il suo ingegno audace e promettentissimo. Le era piaciuto e l’aveva voluto. Ma aveva dato tanto poco d’ardore e d’esclusività a quel suo amoretto, che essa sulle prime non s’era nemmeno creduta in obbligo di romperla interamente con una sua avventura più vecchia e non ancora del tutto venutale a noia.

Egli invece no. Aveva messo nell’amarla tutto l’abbandono del suo cuore quasi vergine; e ogni giorno, serrandola fra le sue braccia pazzo di passione e di gelosia, la obbligava a pronunciare i più terribili giuramenti: che amava lui solo, che nessuno aveva mai amato a quel modo, che lo amerebbe in eterno!...