I miei racconti

Part 8

Chapter 83,882 wordsPublic domain

Era una cosa lugubre insieme e commovente. Il medico, sua moglie e due altri signori ben vestiti stavano intorno a quel povero diavolo scalzo, lacero, infangato, col viso cadaverico e gli occhi stravolti, parlandogli con dolcezza, quasi con rispetto e in atto di servirlo. Uno lo esortava a mangiare, un altro gli mesceva il vino e gli chiedeva se avesse qualche commissione, qualche ambasciata, che tutto sarebbe stato puntualmente eseguito. Istintivamente si andava formando dintorno all’uomo quell’atmosfera di deferenze delicate e di riguardi pietosi che sogliono sempre circondare le espiazioni e le disgrazie supreme. — Io intanto, dietro la inferriata della finestra, vedeva muoversi lente due grandi _lucerne_, appartenenti senza dubbio a due carabinieri del papa che aspettavano di fuori.

Guermanetto mangiava con l’avidità di un famelico e parlava sempre. Parlava affollato e convulso intaccando spesso nelle parole, perchè una piccolissima balbuzie che aveva fin da ragazzo gli era cresciuta stranamente in quei quindici giorni.

Diceva d’aver deliberato di costituirsi, perchè proprio non ne poteva più. La sua vita di quelle due settimane era stata una vita da non augurarsi nemmeno a un cane arrabbiato. Che giorni! E che notti!... Un paio di queste notti egli le aveva passate a Monte Donato entro una profonda cava di gesso abbandonata. Era abbastanza riparato dal freddo e al sicuro; ma giù in fondo fra i crepacci colava gorgogliando una maledetta acqua lamentosa, in cui parevagli di sentire dei _de profundis_ e dei rantoli di gente scannata.... Un’altra notte egli l’aveva passata lungo il Rio Stregone, nei prati della Bora. Quel rio che scende da Monte Paderno, famoso fino dai tempi medievali pei convegni delle streghe, quei prati paurosi dove i contadini dicono che s’incontra di notte uno stendardo nero, il quale sta ritto e si muove senza che si veda mai alcuno che lo porti, guidando una processione invisibile di anime in pena.... E Guermanetto, balbettando, giurava di averlo veduto coi suoi occhi quell’orribile stendardo nero; ed era caduto in deliquio per la gran paura e non si era riavuto che a giorno alto, coi raggi del sole sulla fronte.

E concluse così il suo lungo discorso:

— Meglio la galera che quell’inferno di vita! In fondo, di che possono incolparmi!... Credevo si trattasse d’una buona bastonatura e ho dato io la prima bastonata per far piacere al mugnaio.... In tutto il resto non c’entro e non ci voglio entrare!

Tutti gli astanti assentirono alle sue parole; e rassicurarono che guai troppo seri egli non aveva a temerne.

Ma quando si fu al momento della partenza, la commozione prese visibilmente l’animo di tutti; e tutti, compresa la moglie del medico, vollero abbracciare Guermanetto, il quale lasciava fare più che non corrispondesse, coll’aria di un bimbo carezzato e complimentato il giorno della sua cresima.

Salì insieme coi carabinieri sulla vecchia carrozza sconquassata, che noi seguimmo sempre cogli occhi fino a che la perdemmo di vista, in quella pallida allegrezza di una serena mattinata d’inverno, rimanendo poi tutti costernati e lungamente silenziosi. La moglie del medico fu prima a rompere il silenzio:

— Povero Guermanetto!... Sento che non lo rivedremo più....

E davvero il povero Guermanetto non l’abbiamo mai più riveduto. Erano venuti da poco gli Austriaci con la famosa _legge stataria_; e in materia di sentenze capitali tiravano a far presto, per infondere, dicevasi, un salutare timore. Interrogato se egli aveva menato il primo colpo nell’omicidio di Giacomo della Zena, detto il _Signorone_, rispose di sì.... Chi sa che nell’animo suo non abbia potuto, anche una volta, perfino più che l’istinto della difesa della vita, la soggezione di Andrea il mugnaio, che gli sedeva legato al fianco e gli andava parlando sottovoce?... Fatto sta che, insieme con costui, Guermanetto venne condannato a morte; e lo fucilarono pochi giorni dopo nei prati di Caprara.

Alcuni del paese che venivano dall’aver assistito all’esecuzione, assicurarono che gli Austriaci avevano fucilato un uomo già morto di paura.

INFEDELTÀ.

I.

Quando il signor Carlo uscì dal cancello della villa, s’accorse che la notte era già molto avanti perchè la luna s’era nascosta dietro la collina e il buio nella strada, sotto i grandi alberi d’acacia, era così fitto, che a stento potè trovare il marciapiede di sasso vivo per discendere senza intoppi verso la città.

Aveva dunque prolungata più del solito la sua visita in casa Luigiani.... Come mai non se n’era accorto? Ma altre e più gravi interrogazioni si movevano nella mente del signor Carlo. La serata era trascorsa, in apparenza, come le altre. Fin verso le undici il signor Luigiani, sua moglie, la zia Teresa e il fattore avevano giocata la partita. Di prima sera, alcuni vicini di villa avevano fatta una breve fermata e s’erano ritirati presto perchè per la mattina appresso avevano stabilita, in gran comitiva, una gita a Monte Paderno.

Egli e la signora Giulia.... Egli e Giulia, nella quieta luce del salotto, seduti sul divano posto fra il muro e la vasta tavola di noce, avevano passato il tempo ora guardando un giornale illustrato e sfogliando qualche libro, ora prendendo parte per ischerzo alle contese frequenti dei giuocatori; e il più del tempo parlando fra loro due a bassa voce. Ma quella sera Giulia aveva qualcosa in lei di nuovo e d’inquietante, che egli non era riuscito a penetrare. Al suo primo ingresso nel salotto, s’era accorto che ella era un poco pallida; le aveva chiesto subito in presenza degli altri se non si sentisse poco bene, e lei aveva risposto che stava benissimo.... Ma allora perchè la sua voce non aveva il suono delle altre sere, e pareva come velata da un’interna stanchezza? E tutto il suo contegno con lui per tutta la sera?... Strano!... Una certa riserva che si sarebbe potuta pigliare per un principio di diffidenza; uno studio palese a impedire che la loro conversazione si lasciasse andare a quel tono di appassionata intimità, che da un pezzo, tutte le altre sere, fosse pure solo per un minuto, lo rendeva sempre tanto felice!... E in mezzo a tutto questo, delle occhiate come al signor Carlo pareva di non ne avere avute mai; delle occhiate lunghe, intense, addolorate, che per tre o quattro volte, a un tratto, si erano posate sopra di lui, come per avvolgerlo tutto; e lo avevano fatto tremare di commozione insieme e di sospetto....

Una volta egli le aveva detto piano all’orecchio:

— Confessami la verità, Giulia; tu non sei del tuo solito umore.... Stassera c’è qualche cosa....

Ma Giulia lo aveva interrotto seccamente:

— No! No!...

Bisognò cambiare discorso:

— Ora dovresti metterti al pianoforte e farmi ancora sentire la _Primavera_ di Gounod: così come iersera, cantando ed accompagnandoti a bassa voce; proprio per noi due soli....

La Giulia girò lentamente gli occhi sopra il pianoforte chiuso; li girò verso le finestre del salotto che guardavano sulla strada, e si scusò con tanta svogliatezza, ch’egli non ebbe più la forza di insistere.

E il contegno della madre era poco strano? Essa, la donna apatica, che non s’occupava mai della figliola, se non quando era in campo la sua vanità materna, quella sera era stata tutta attenzioni per lei. Si distraeva dal giuoco per guardarla e interrogarla con un accento di tenerezza insolita. Una volta perfino, fra un giro e l’altro del _mediatore_, s’era alzata dal tavolino e fermatasi dinanzi alla figliuola seduta, s’era curvata sopra di lei baciandola affettuosamente nelle due guancie e sussurrandole all’orecchio alcune parole. La Giulia aveva risposto alla madre con un lungo bacio....

Insomma qualche novità era nell’aria. Il signor Carlo n’era convinto; lo sentiva; e sentiva pure che questa novità, qualunque fosse, toccava anche lui in ciò che aveva di più caro nella vita: l’amore di quella donna! Intanto aveva sempre vivo nella mano il senso della stretta vivace con cui ella, ferma sul piano della scala, gli aveva dato la buona notte; sentiva nel cervello come il calore della sua ultima occhiata e lo accompagnava nell’aria il profumo sottile che per tutta la sera aveva odorato dalle vesti e dai capelli di lei.

In questo stato d’animo, il signor Carlo scese dalla collina, entrò in città e s’incamminò verso casa rapidamente, come un uomo che abbia fretta di trovarsi chiuso e solo....

Quando fu nella sua stanza, si sentì affaticato, avvilito, triste. Spogliandosi, mirò nello specchio grande dell’armadio e si vide brutto e vecchio. I suoi quarant’anni spiccavano negli occhi pesti e in qualche ruga dura del volto; e la sua testa nera gli apparve più brizzolata del solito.

Quando fu in letto, si mise a guardare un quadro, nella parete a destra, entro il quale, sotto un cristallo, erano incorniciate molte fotografie. Parevano messe là alla rinfusa, come una folla di persone, che si pigiano per mettere ognuna il viso fuori d’una finestra. Ma una fotografia usciva tutta intera dal gruppo e si faceva guardare per la prima. Era il ritratto di lei, bella, sorridente, coll’abito un po’ scollato....

Il signor Carlo ora guardava attento quel ritratto che, attraverso i riflessi del cristallo sembrava animarsi e muoversi; ora chiudeva gli occhi abbandonando le braccia e corrugando la fronte. Aveva dei tremiti improvvisi e dei sospiri profondi. Certo una grande inquietudine ricercava tutto il suo essere; e impeti d’ira e di tenerezza, di fede e di scoramento, vi si alternavano con procellosa rapidità. A un tratto si levò sul cubito e afferrò con la mano un grosso volume che era sul tavolino accanto al letto. Aveva il volto alterato e la guardatura strana, quasi feroce. Che gli passava per la testa? Forse il proposito d’avventare il volume contro il quadro e colpire quella fotografia che pareva guardarlo sorridendo?...

Credeva di conoscerla, la sua passione; ma in quella notte s’accorse, sotto il pungolo del dubbio e dinanzi alla paura dell’ignoto, che aveva delle profondità in cui egli non era ancora disceso.

Finalmente s’addormentò. La mattina appresso, svegliandosi tardi, ebbe la sorpresa di sentirsi abbastanza sollevato e presso che calmo. S’era vestito e stava per uscire, quando la sua vecchia fantesca gli portò una lettera “di premura„.

Corse palpitando con gli occhi alla sopraccarta.

Non era il carattere di Giulia, ma quello di sua madre.

“Venite — scriveva — appena avrete letto. Io e Giulia abbiamo bisogno di voi.„

Il signor Carlo discese in fretta le scale. Si fece condurre in fiacre fino al principio della collina, poi si mise a salire la strada erta per la quale era disceso la notte innanzi in preda a tanta agitazione. Ora invece aveva il viso animato, sereno, quasi baldanzoso, perchè un senso di confidenza, non precisata da alcuna idea ma viva e confortante, gli riempiva l’animo e pareva che gli dilatasse i polmoni nella ripida salita. La giornata era bellissima; gli uccelli cantavano allegramente sugli alberi e tutta la distesa dei colli pareva inondata di una tranquilla letizia nella luce e nel calore di quel meriggio autunnale.

II.

La signora Marianna lo aspettava nel salotto, sola, seduta sul divano. Il signor Carlo le si sedette accanto, nel posto stesso ove era stata Giulia conversando con lui poche ore prima.

Il discorso della vecchia entrò subito in materia: — Il Conte parla di riunirsi con mia figlia, e questa volta sembra che dica per davvero. Io lo spero, e, come potete ben credere, lo desidero ardentemente. Giulia è un po’ inquieta e diffida di quella testa balzana. Non posso darle torto, dopo tutto quello che le ha fatto passare; ma in fondo anch’ella desidera di riunirsi.... Il papà e la mamma non sono eterni. Che posizione è la sua nel mondo? Quale diverrebbe domani se noi le dovessimo mancare?... Malgrado che da quattro anni ella viva qui sempre con noi, come una bambina, non sono mancate e non mancano le male lingue....

Il signor Carlo interruppe con voce velata:

— Dov’è Giulia?

— Oh, figuratevi! Questa mattina, alla levata del sole, le ragazze Belloni sono venute a gittare dei sassi contro la sua finestra. Non c’è stato verso! Ha dovuto alzarsi e affacciarsi. E allora: “Venga! Venga, signora Giulia! C’è una bellissima comitiva, il marchesino Ludolfi, la signora Rhester, il tale, la tale. Si farà colazione sull’erba, andremo a vedere le Grotte. Abbiamo fatto sellare un bel somarello anche per lei. Venga! Venga!„ — Insomma la Giulia ha dovuto arrendersi; ma non ha voluto saperne di montare un somarello. S’è vestita l’amazzone, ha fatto sellare la baia stanca e io l’ho vista dopo dieci minuti passare sotto la mia finestra, che andava come il vento, innanzi a tutta la carovana. Poi che fanno colazione lassù, io non li aspetto di ritorno se non verso le tre.... Ma ciò adesso poco importa.... Vi dicevo adunque, caro Carlo, che le male lingue non mancano.... E ora, ecco il piacere ch’io vi domando, in nome della vecchia amicizia che avete per noi.... e per Giulia.... Voi dovete mettervi in mezzo per questa riconciliazione.

— Io?...

E il volto del signor Carlo dovette certo pigliare una espressione poco allegra, perchè la signora Marianna rimase per un poco sconcertata. Ma continuò:

— Sì, voi; ma non mi spaventate!... Anzitutto, come avvocato e amico della famiglia, voi siete la persona che ci abbisogna per comporre certe differenze d’interesse tra noi e il nostro carissimo genero, il quale — sia detto fra noi due e in tutta confidenza — deve avere degli impicci e non pochi.... Ma pazienza! Egli aveva la nobiltà, noi i quattrini; e ci piacque che nostra figlia fosse contessa.... L’abbiamo pagata un po’ cara; e ora a pentirsi non c’è più costrutto!... In secondo luogo....

Qui la voce della signora Marianna si abbassò di tono, e continuò, facendosi più vicina al suo interlocutore:

— In secondo luogo, voi non ignorate certo che si è notata la vostra assiduità in questa casa e che s’è malignato e si maligna sulla stima.... sull’amicizia, e sulla simpatia che la Giulia vi ha sempre dimostrato.... Infamie! Figuratevi se non ne sono convinta io, che v’ho sempre accolto in casa come un amico, starei quasi per dire come un figlio! Ma come si fa a tener la lingua ai maldicenti?... Qualche voce so che è arrivata anche all’orecchio del marito di Giulia, con quale effetto lo ignoro. Ma figuratevi! È capacissimo, ora che gli torna, di fare l’indifferente; ma dopo, chi m’assicura che non tirerà fuori queste vecchie storie per tormentare ancora quella disgraziata?... Non ho bisogno d’imparare a conoscerlo il mio caro genero!... Adunque — per tagliar corto e per sempre ad ogni malignità — il mezzo migliore è che voi, voi stesso, vi intromettiate con affetto d’amico vero e disinteressato a questa riconciliazione.... Fatelo, fatelo, Carlo! Oltre che compirete una buona azione e proprio degna d’un uomo come voi, vi assicurerete la eterna gratitudine di noi tutti.... e seguiterete ad essere di casa nostra, come il più buono dei nostri amici....

La donna apatica aveva vuotato il sacco. Si chetò e rimase con l’aria stanca ad attendere risposta al suo lungo discorso. Il signor Carlo, mentre ella parlava, s’era sentito come a rompere dentro qualche cosa, che gli dava un dolore indicibile. Cercò in fretta nelle sue idee, ma erano troppo sconvolte. Che rispondere?... Di primo moto volle ricusare; ma gli balenò la tema d’essere come tagliato fuori del tutto, di non poter più vedere Giulia e parlarle e avere una presa qualunque sulla sua deliberazione. Un senso acuto di egoismo, una speranza vaga, un bisogno irresistibile di continuare ad essere in qualche guisa unito a quella donna, si accumularono sulla sua volontà e lo forzarono a consentire.

La signora Marianna lo ringraziò e disse che non s’aspettava di meno da lui.

Nell’uscire, sulla loggia d’ingresso il signor Carlo vide il padre di Giulia disteso sopra una lunga sedia di vimini all’indiana. Leggeva un romanzo di Paolo di Kock. Il vecchio posò il volume, gli andò incontro, e gli porse tutte due le mani:

— Marianna le avrà già parlato.... Mi raccomando a lei! Siamo nelle sue braccia!... Noi due poveri vecchi non abbiamo altro a cuore che la felicità di questa figliuola.... Ci raccomandiamo a lei!

E negli occhi del vecchio, dietro gli occhiali, brillavano due lagrimette. Il signor Carlo gli strinse le mani balbettando qualche parola di promessa, ed uscì. Il vecchio mise un sospiro di sollievo e ripigliò la lettura del suo romanzo.

III.

Quando uscì, il cielo era sempre sereno, gli uccelli cantavano allegramente sugli alberi, sorrideva per le colline la tranquilla letizia autunnale. Ma dentro di lui che misero mutamento! Andava innanzi come istupidito. Non ostante, rispose con bontà al saluto di un contadino e gli chiese com’erano contenti della vendemmia. Poi pigliò lentamente, non la strada per la quale era venuto, ma un viottolo solitario che con più lungo giro conduce anch’esso ai viali di circonvallazione nella parte più a levante della città.

Cominciò dentro di lui il tormentoso soliloquio. Niente di vago e d’indeterminato e di fantastico era nella sua niente; invece tutto ora gli si poneva chiaro dinanzi agli occhi con una cruda e tagliente precisione di contorni. Escluse anzitutto l’ipotesi che la vecchia avesse mentito e che Giulia ignorasse l’idea del marito e della famiglia. Ella sapeva ogni cosa; e n’era prova troppo evidente il suo contegno della sera innanzi. Quel contegno gli scomponeva dentro la bella, intera e ideale figura di Giulia, mutandola in un’altra di cui non sapeva più rendersi conto, a cui non poteva ancora aggiustare una fisonomia precisa, ma che lo turbava e gli dava dolore.

E quel suo arrendersi all’invito della passeggiata?... Una leggerezza insieme e una crudeltà! Essa lo sapeva bene che in quella stessa giornata, poche ore dopo, un dolore immenso si sarebbe avventato sopra di lui, avrebbe fatto strazio di lui.... E dunque, come mai essa, di una sensibilità così fine, essa che lo amava, che tante altre volte aveva mostrato di comprenderlo, che aveva avuto riguardi e previdenze delicatissime per risparmiargli anche un piccolo dispiacere, come mai ora non aveva capito che quel suo mescolarsi intanto a un frivolo passatempo avrebbe avuto il significato di una noncuranza atroce per lui?...

Ma lo amava ella veramente?

Si buttò sull’erba e pianse. L’uomo si ritrovava debole contro a quel primo e violento urto di un dolore che lo coglieva impreparato. Anche nei giorni della felicità, alla sua mente talvolta era venuta l’idea di un grande e finale sacrificio; ed egli, anzichè respingerla, l’aveva accolta e guardata in faccia con una forte e quasi serena rassegnazione. — Ma quello non era, no, il sacrificio com’egli l’aveva immaginato!... La sua mano nella mano di Giulia, i suoi occhi fissi negli occhi di lei, i due cuori gonfi di angoscia, ma insieme confortati da una completa reciprocanza d’affetti e di propositi.... Il sacrificio, insomma, egli lo aveva sempre immaginato e previsto come un supremo argomento d’amore in faccia a qualche imperioso dovere della vita. Ma non così, non così come se lo vedeva ora a un tratto venire dinnanzi!... Mentre era solo a soffrire e lei, la donna sua adorata, invece d’esserle vicina, proprio quel giorno, svagolava per le colline in mezzo ad una brigata di donnine allegre e di giovinotti eleganti....

Dopo avere camminato un pezzo senza termine fisso, il signor Carlo giunse ad uno degli ingressi secondari del nuovo Giardino Pubblico ed entrò. L’occhio poteva allora spaziare senza ostacolo per quei piani dolcemente ondulati e seguire le curve dei bianchi viali costruiti di fresco e fiancheggiati d’alberelli giovani, a cui l’autunno aveva già ingiallite e scemate le poche foglie.

La gente, scarsa in quell’ora, passeggiava qua e là con aria sfaccendata e tranquilla. I vecchi, che d’autunno cominciano a godersi il sole, sedevano sulle panche chiacchierando. Il signor Carlo notò un gruppo di ufficiali a cavallo che venivano galoppando verso di lui. Quando gli passarono accanto, s’avvide che un bel giovane in abito borghese era in mezzo a loro; e riconobbe subito il marito di Giulia.... Si sentì una stretta viva al cuore, come alla vista di un nemico vittorioso. Ebbe subito voglia d’essere lontano da quei luoghi e andò per un viale di scorciatoia verso il centro del giardino lontano dai grandi viali; e sedette sotto un gruppo di salici vicino al lago. Di là istintivamente seguiva con gli occhi la figura del Conte, che vedeva caracollare e gestire vivacemente insieme ai suoi amici.

Tutt’a un tratto dei suoni rauchi, che avrebbero voluto essere degli squilli di tromba, vennero a distrarlo da quell’attenzione; ed egli si volse verso l’ingresso principale del giardino da porta Santo Stefano.

In quel momento, preceduta dal trombettiere, entrava in disordine una numerosa “somarata„. Erano i villeggianti di cui aveva parlato la signora Marianna. Finita la colazione a Monte Paderno, avevano presa nel ritorno la via pittoresca di Monte Donato, mettendo capo alla strada di Pianoro. Ed ora risalivano alla collina, verso casa, attraversando il Giardino Pubblico. Pel viale grande, battuto da tante zampe ferrate di somarelli, si levava già nell’aria luminosa una nube di polvere insieme a un coro confuso di grida e di risate. Le signore avevano il viso rosso e i gesti spigliati; i giovani s’alzavano sulle staffe, si chiamavano per nome e si rincorrevano, battendo a furia le povere bestie. In mezzo a quella squadriglia disordinata, su quelle umili teste orecchiute, su quei cappelli di paglia, su quelle vesti e quei veli variopinti e ondeggianti, dominava sull’alto cavallo la bella figura di Giulia, nel suo nero costume d’amazzone, con le ricche treccie bionde dorate dal sole e un poco allentate sulla nuca. Era vivace, imperiosa, elegantissima. Entro quella nube di polvere, aveva una grande aria di principessa; una principessa dei racconti fantastici guidante una carovana di zingari.

Da tutte le parti del Giardino correva intanto la gente al passaggio dello spettacolo inaspettato; e anche il signor Carlo, quasi senza avvedersene, si trovò dietro una siepe di curiosi. Giulia passò innanzi senza accorgersi di lui. Ma più oltre, dove il viale grande si biforca, il Conte con gli ufficiali stava fermo sul principio del piazzale attendendo anch’esso il passaggio; e quando sua moglie non era ancora giunta di fronte a lui, si cavò vistosamente il cappello. Giulia rispose al saluto sorridendo e chinando il capo fin dietro la testa del cavallo, forse per nascondere un vivo rossore che si sentiva salire improvvisamente alla faccia.... Il signor Carlo notò quel saluto, quel sorriso, quel rossore.... Alla pallidezza del suo volto e al tetro lampo degli occhi, un curioso avrebbe potuto crederlo il marito, che studiava, non visto, l’incontro di sua moglie con un giovane che gli era causa di sospetti....

IV.

E il male era che il signor Carlo, dentro l’animo, _si sentiva_ infatti d’esser egli il marito di Giulia.

Non glie l’aveva essa detto tante volte? Non glie l’aveva anche scritto? “Lo sa Dio, che mi vede il cuore, se avrei voluto essere una moglie incolpabile e non amare che l’uomo che m’avevano destinato!... Se il voto sincero della mia anima non potè avere adempimento, la colpa non fu mia; ed io ora, come posso, lo adempio. Ora sei tu, sei tu solo il mio marito unico e vero; e sento che sarò fedele a te per tutta la mia vita; e sento di esserti unita con un nodo non meno sacro, non meno indissolubile ed eterno solo perchè gli uomini e le loro leggi non lo possono o non lo vogliono riconoscere....„ Queste parole erano incise una dopo l’altra nella mente del signor Carlo; ed egli aveva creduto in esse come nella verità immutabile; e dal canto suo aveva posto fuori d’ogni dubbio che la sua vita fosse legata per sempre alla vita di Giulia.