Part 7
Luciano, a questo punto, piegò la testa dalla parte della fotografia e rimase qualche tempo silenzioso. Io non vedevo il suo viso, ma un tremito leggero, quasi una vibrazione ai nervi del suo collo. Poi si volse ancora verso di me:
— Il mio destino fu deciso così.... Uno strano destino, sai!... Che è stata la donna per me, durante la mia vita? Che è stato l’amore?... Ero giovane e ardente, come sai........ Ebbene l’amore io non l’ho sentito che nell’arte.... Figurati che una volta ho avuto perfino l’idea d’innamorarmi di Gerolomina.... Niente affatto!... In quella bimba non ho mai potuto trovare altro che le compiacenze della mia predilezione d’artista e di maestro.... Un antico, nel caso mio, avrebbe pensato a una vendetta di Venere _verticordia_.... Conosci il quadro di Dante Gabriele Rossetti? Lo dicono assai bello.... A me intanto la vista e la vicinanza della Santa erano divenute un conforto e una ispirazione. Poi si mutarono in un vero bisogno.... Ogni tanto guardavo dal ponte e se non vedevo visitatori dinanzi alla cappella, ero tutto contento e mi mettevo più alacre al mio lavoro. Se invece vedevo i soliti curiosi m’entrava un umore nero, una inquietudine cupa e inerte.... Non ti parlo di quando mi accorgevo che il frate sagrestano era intento alla sua solita occupazione di pulire il gruppo.... Più d’una volta, lavorando, egli deve avermi udito bestemmiare....
— Intanto io sentiva di non essere più solo a pensare e ad eseguire l’affresco. Che cosa saliva di laggiù verso di me? Era come un soffio ora caldo ora freddo che mi avvolgeva e si convertiva dentro di me in un impulso patetico. Molte volte anche, dipingendo, m’accorgevo di piangere silenziosamente; e quella tenerezza invece di indebolirmi mi dava una operosità tranquilla, sicura e tanto spontanea che si sarebbe potuto dire incosciente.... E a giornata compiuta, stupivo vedendo il gran cammino che, in quelle poche ore, aveva fatto il mio dipinto.... Allora mi ricordavo la leggenda di quel Santo pittore tedesco, che un angelo aiutò nel condurre a termine in brevissimo tempo le grandi vetrate di una cattedrale.... Chi me lo avesse detto quando cominciai!... Te lo ricordi il mio discorso a pranzo, dopo la nostra visita?...
— Una mattina salii sul ponte con l’animo pieno d’una soddisfazione tranquilla, che non avevo provata da un pezzo. Guardai il mio affresco e mi convinsi che, — dopo circa otto mesi di lavoro, — molto poco io potevo aggiungere senza pericolo di guastare.
— Allora il mio proposito fu subito fissato: potevo finire in quello stesso giorno: dunque non doveva smettere di lavorare fin che avessi finito. Era terminato il mese di giugno; e così avrei compiuto il lavoro in un anno circa da quando per la prima volta avevo messi i piedi nella chiesa.... Che fatica fu la mia, in quella calda giornata! Non ricordo d’aver toccato la colazione che di solito portavo con me; non ricordo d’essermi riposato mai; non mi ricordo di nulla, tranne che due o tre volte nella giornata sentii alla mia nuca una forte sensazione di brivido come se un vento gelato soffiasse subitamente, per l’ampio vano della chiesa, dietro di me.... Poi mi pareva come se le tavole del ponte sparissero sotto i miei piedi ed io rimanessi campato in aria, in una altezza grandissima, ma niente affatto paurosa. Mi sentivo leggero insieme ed enorme e sicuro in ogni mio movimento.... Quando mi colsero le prime ombre della sera, non mi diedi per vinto.... Accesi un pezzo di candela e continuai a dare delle pennellate decise in alcune parti dell’affresco ove qualche cosa era anche da aggiungere. Finalmente sentii che avevo terminato. L’opera viveva intera dinanzi a me e sopra il mio capo.... Ma io non la vedevo più!... La candela s’era consumata.... Allora mi levai la sopravveste di tela, presi il cappello e la giacca, infilai la lunga scala e scesi al buio la lunga fila degli scalini, come un sonnambulo. Mi trovai nel pavimento della chiesa, avvolto dalla gran notte silenziosa.... Invece di muovere a mano sinistra per trovare l’uscio della sagrestia, e poi, valendomi di una chiave che avevo sempre con me, uscire all’aperto, mi volsi alla mia destra andando nell’oscurità, senza esitare.... Poi ricordo che ebbi la sensazione di non essere più solo.... Ero salito, chi sa come, sull’altare e mi trovavo vicino a Lei. Ne ero ben sicuro perchè, malgrado la stanchezza e l’oscurità e tutto il resto, io avevo dentro di me un istinto preciso e rapido che dirigeva nella tenebra i miei movimenti in una maniera infallibile....
— Sì, ero vicino a Lei. La sentivo prima d’averla toccata. Ma dopo un poco reclinai la fronte e sentii una freschezza di marmo che si comunicò rapidamente per tutto il corpo. La commozione deve essere stata tanto forte, che dopo quella rapida percezione di freddo io ho come un intervallo oscuro nel mio ricordo.... Che è avvenuto in me subito dopo? Fu un turbamento nervoso, fu deliquio, fu estasi?... E quanto tempo rimasi io in quello stato? Non potrei dirlo.... Ma la mia memoria torna lentamente a ricompormi i fatti accaduti in quella notte.... Mi vedo di nuovo, ricordo di nuovo. Ero ai piedi di Santa Teresa di Dio.... Un po’ di luce doveva essere entrata dagli alti finestroni nella chiesa di Santa Maria della Vittoria, perchè vedevo vicino a me un candeliere dell’altare capovolto sulla predella. Colla testa ero appoggiato agli ultimi lembi della tonaca e con le due mani tenevo stretto il piede pendulo della Santa. Lo tenevo stretto e come fasciato amorosamente con le mie due mani.... Sentivo la forma affusolata delle cinque dita, sentivo la curva gentile del piccolo metatarso, su, fino al principio del malleolo, come se fossero di carne viva; e mi pareva che fossero riscaldati e palpitanti sotto la mia lunga pressione.... Io non pensavo — forse non osavo — alzare di più gli occhi, ma sentivo il contatto di tutta una persona vivente e agente sopra tutto l’esser mio.... Intanto la mia bocca articolava un discorso continuato, il quale durava chi sa da quanto tempo!... Il discorso era fatto di parole tenerissime, di frasi tenerissime, non legate fra loro che da un filo intimo e inavvertito, quasi ruscello mormorante che mi sgorgasse dall’anima per la bocca.... E ricordo che, come una nota insistente, mi tornavano sempre le frasi: _Fammi patire!... Fammi morire!..._
— Tutto a un tratto mi arrivò un suono di voce umana.... una voce che mi fece l’effetto di un coltello sui tendini della nuca:
“Che diavolo fate, signor Luciano!„
— Mi volsi; vidi il sagrestano innanzi all’altare con le braccia incrociate e in atto di contemplarmi.... Sorrideva; e gli vedeva nelle sottili labbra contratte e negli occhietti semichiusi quella espressione di malizia odiosa che avevo notata altre volte. Fu un momento orribile.... Mi rizzai sull’altare, scesi d’un salto e mi buttai addosso all’uomo, il quale, fatto un movimento per cansarmi, mi ghermì alla schiena con una forza straordinaria; e tenutomi sospeso un poco, sì ch’io non cadessi boccone per l’impeto col quale mi ero avventato, mi sibilò all’orecchio:
“Andatevene subito o che chiamo gente! E sarà peggio per voi!...„
— Quelle parole e il modo con cui furono dette, mi rovesciarono l’animo. Ebbi una improvvisa intuizione della mia demenza, a cui s’unì un vago orrore di colpa sacrilega, di punizione, di scandalo.... Che cosa avevo fatto? Da che mondo uscivo io?... Non trovai la forza di rispondere e nemmeno quella di guardare in faccia l’uomo detestato.... Corsi via; corsi a testa bassa, tremando e rabbrividendo....
— Giunto fuori della chiesa, seguitai a correre; e andai così non so per dove nè per quanto tempo.... Ricordo d’esser passato per via dei Due Macelli e di non essermi fermato che in Piazza di Spagna. Là provai un qualche sollievo posando gli occhi sull’acqua limpida, nella vasca della fontana che è sotto la scalea di Trinità dei Monti....
— Quando giunsi a casa sentii che avevo appena la forza di svestirmi e mettermi a letto, ove mi cominciò un attacco furioso del male che ho portato dalla nascita.... E t’accerto io che questa volta dico per davvero!... Il dottore conforta mia madre e assicura me che potrò guarire.... Ci credi tu, Enrico?... Io no. Questa volta non ho più speranza.... Tanto fa!...
IV.
La voce di Luciano si era subitamente indebolita. Egli s’era abbassato allungandosi tutto nel letto e teneva gli occhi chiusi. Il volto profilato, magro e pallidissimo, aveva un’espressione di stanchezza estrema che mi diede l’idea della morte....
Stetti un poco a sentirlo respirare e dubitai che volesse dormire. Allora presi piano dalla sedia il libro aperto lasciato dalla ragazzetta e lo accostai al lume che era sul tavolino da notte. Il libro era una vecchia edizione tradotta delle lettere di Santa Teresa di Dio, annotate da monsignor Palafox.... Nella pagina che Gerolomina leggeva quando entrai, erano citati in nota, e mi caddero sotto gli occhi, due versi di un celebre sonetto della Santa a Gesù Cristo:
_Io ti temerei anche se tu non avessi creato l’Inferno; e anche senza il tuo Paradiso io ti amerei!.........._
POVERO GUERMANETTO!
I.
Mi ricordo bene di lui, quantunque dall’ultima volta che lo vidi sieno passati dei lustri, ahimè parecchi! e io fossi molto ragazzo.
Era un bel giovinotto con una campanella d’oro ai due orecchi, come ancora usava nelle nostre campagne; era alto, svelto, biondo e ricciuto. Aveva gli occhi d’un turchino chiaro, sempre un po’ spiritati e mobilissimi. Alla mobilità degli occhi rispondeva tutta la persona. Non aveva posa mai ed era sempre in giro ora per questo ora per quello, comandato da tutti, pronto, obbediente, sottomesso agli ordini di tutti.
Nella vecchia osteria del Palazzaccio faceva, occorrendo, ogni sorta di mestieri. Era cuoco, guattero, tavoleggiante, stalliere, cocchiere. Con la stessa buona voglia e la stessa pazienza, vegliava per lunghe ore i bambini della ostessa o scozzonava un cavallaccio viziato o seguiva i cacciatori del paese portando i fucili, le munizioni e la sporta per la colazione. Coi cacciatori faceva anche da cane; e correva come un bracco tutta una mattinata su e giù pei boschi e per le forre di Sabbiuno e di Roncrio aiutando a levare un branco di pernici o a trovare la pesta di una lepre. Circa alla mercede egli si rimetteva sempre; e se dopo tante fatiche, invece di mancie, erano contumelie o burle scellerate, non si ribellava mai. Accettava tutto dalla mano di Dio e degli uomini, come se quello fosse un destino a cui egli doveva rassegnarsi! Tutt’al più se ne lagnava qualche volta da sè solo piagnucolando e picchiandosi coi pugni la testa, a guisa di un bimbo stizzito e malcontento di sè.
Ma al primo comando era di nuovo in gamba, lesto come un capriolo e contento, a vederlo, come una pasqua.
In sostanza Guermanetto era un pover’uomo, nato per servire. Il senso della soggezione e della sottomissione lo dominava in modo che ogni forza della sua volontà ne rimaneva annichilita. Avvezzo fino da ragazzo ad essere comandato da tutti, a tutte l’ore e in ogni maniera di servizi, s’era per tempo assuefatto a vedere un padrone in ognuno.
Non tutti però erano padroni a un modo per lui. Vivevano due persone che a’ suoi occhi rappresentavano tutto quello che può avere di più temuto l’autorità umana; ed erano Andrea il mugnaio del Pero e Annibalino il proprietario del vasto e vecchio caseggiato che conteneva l’osteria e le dava il nome. Per costoro, due capi scarichi, abbastanza danarosi, bevitori celebri, bastonatori insigni e, a tempo avanzato, dilettanti di contrabbando sul confine toscano, per costoro, dico, la servitù di Guermanetto non aveva limiti. Essa pigliava, nella umiltà dell’animo suo, tutte le forme possibili; andava dalla paura vilissima alla tenerezza e all’entusiasmo devoto. Bastava che uno dei due lo guardasse un po’ di traverso e gli dicesse una parolaccia per fargli perdere la testa e riempirlo di sgomento; ma se gli facevano il viso allegro o gli allungavano un bicchiere di vino accompagnato da un cenno benevolo, a Guermanetto pareva di toccare il cielo. Diventava allegro, burlone, spavaldo e, piacendo a que’ due, perfino coraggioso.
Sì, Guermanetto diventava anche coraggioso; o meglio, in virtù di quello stimolo esterno, si risvegliava dentro di lui un senso di coraggio vero, che era in lui per natura e che le sue consuetudini servili tenevano addormentato. Egli, a un tratto, tirava fuori il suo coraggio come un soldato sguaina la sua spada al comando del superiore.
Fatto sta che i due sozi se l’erano preso a compagno in più d’una rissa ed egli aveva sempre ricambiato quell’onore, grande ed ambito, attaccando il primo, ritirandosi l’ultimo, e menando le mani come un paladino. Essi poi in premio lo regalavano di qualche misurata parola d’encomio e lo conducevano con loro a cena, dove in ultimo gli mettevano del sale nel vino, causa di una sbornia che gli durava due giorni.
Gliene facevano d’ogni colore. Un giorno il mugnaio Andrea e Annibalino il proprietario lo fecero salire con loro in barroccino e s’avviarono di buon trotto verso il confine toscano, senza dirgli parola nè della meta nè della ragione del viaggio. Giunti un paio di miglia sopra Pianoro, ordinarono a Guermanetto di scendere e di sedersi sulla spalletta di un piccolo ponte. Allora Andrea, con quell’accento imperioso che non ammetteva replica:
— Bada, Guermanetto; tu devi rimanere qui seduto ad aspettarci fino al nostro ritorno, che non sappiamo se sarà presto o tardi. Guai a te se ti muovi!
Guermanetto accennò di sì col capo, e i due sozi via di carriera. Andavano per un piccolo contrabbando di cappelli di paglia di Firenze, e sapendo che da Pianoro a Bologna la strada provinciale era meno sicura per la vigilanza dei finanzieri, divisavano, al ritorno, di levare il contrabbando dal barroccino, caricarlo sulle spalle di Guermanetto e così per le scorciatoie interne, farlo giungere in luogo sicuro verso la città. Ma al contrabbando si opposero ostacoli impreveduti e bisognò rinunziarvi. I due sozi allora, tanto per non aver fatto il viaggio inutilmente, proseguirono fino all’osteria delle Filigare e là, trovato il crocchio solito degli amici, si misero a bere e a giocare.
Bevi e gioca, le ore passarono allegramente e non fu più discorso di ritornare se non il giorno dopo. — Intanto Guermanetto seduto sulla spalletta del ponte aspettava. Aspettava silenzioso ed immobile, con gli occhi sempre fermi alla voltata della strada onde doveva spuntare la testa del cavallo d’Andrea. Ma le ore passavano e quella benedetta testa non si vedeva. Venne la fame co’ suoi tormenti; calò la notte colla sua tristezza, il freddo, la stanchezza, il dormiveglia tormentoso, la paura orribile dei morti; sull’alba un pesante acquazzone di maggio lo investì, lo inzuppò, finì d’assiderarlo e d’estenuarlo. Ma Guermanetto fermo al suo posto. _Guai a te se ti muovi_! gli aveva detto Andrea; ed egli ripensava il volto, l’occhiata e il tono di voce che avevano accompagnato le parole. Si sentiva la forza di morire, non quella di muoversi di lì.... I due amici, ritornando la sera dopo, sul tardi, allegrissimi per il vino bevuto e per i denari vinti, trovarono Guermanetto disteso come un povero cane sulla spalletta del ponte, più morto che vivo. — Lo caricarono attraverso il barroccino, e giunti al Palazzaccio, a stento, con minestre e vino caldo poterono farlo rinvenire.
II.
E con tutto questo egli era sempre povero in canna, mal pagato, mal nutrito e vestito così male che a vederlo faceva compassione.
Suo padre, — Giannone il cenciaiuolo, che camminava dondolandosi dietro il suo asino, a cui confidava ad alta voce tutti i suoi pensieri, — ogni volta che s’imbatteva nel figliuolo per la strada o davanti all’osteria, gli dava del minchione; e ricordandogli i servizi mal pagati e gli ultimi scherni patiti, gli diceva piano: “Imparerai a tue spese, imparerai!„ Il figliuolo scrollava la testa senza rispondere; e Giannone tirava innanzi dondolandosi e ripetendo forte al suo asino: “Te lo dico io, che imparerà a sue spese!„
A ogni modo, il triste fatto che seguì dopo alcun tempo, nessuno lo avrebbe mai preveduto.
Era vecchia lite fra Andrea il mugnaio del Pero e Giacomo il mugnaio della Zena, detto il _Signorone_. Dapprima fu una quistione di acque; poi col tempo pare che ci si mescolasse anche la donna. Gli amici di qua e di là avevano compita l’opera, e l’odio bolliva oramai dalle due parti maligno e implacabile.
Eravamo nell’estate dell’anno 1849. Per le strade di Bologna, in pieno meriggio, accoltellavano i cittadini come se nulla fosse. Anche fuori per le campagne, e massime nelle grosse borgate più vicine alla città, serpeggiava uno spirito inquieto e torbido. Si sarebbe detto che rincrudiva nella gente una torva propensione ai delitti di sangue, e che ogni uomo il quale avesse avuto un rancore da sfogare e una vendetta da compiere era indotto, in quei giorni, a pensarci più spesso, con stimoli più vivi e con propositi più audaci.
Una sera, in una stanza appartata nell’osteria del Palazzaccio, sedevano intorno alla tavola, dinanzi a un doppio boccale di vino bianco, Andrea, Annibalino e Guermanetto. A quest’ultimo era offerto da bere con insolita frequenza, ed egli, al solito, non si faceva pregare. I due sozi tenevano fra loro un discorso tutto a gergo e a sottintesi, lasciando spesso una frase in tronco, come gente che sa di che si tratta ed è pienamente d’accordo sulla massima. Guermanetto badava a bere e canticchiava un vecchio stornello dei tempi di Napoleone con ritornello di tirolese “alla postigliona„.
Dopo mezz’ora Annibalino augurò la buona notte ed uscì. Andrea, rimasto solo col giovinotto, prese a ragionargli della vecchia ruggine che egli aveva col _Signorone_; dei gravi torti di questo verso di lui; del bisogno prepotente che sentiva di farglieli scontare di santa ragione. Guermanetto, già un poco brillo, gongolava dentro per l’onore di queste confidenze e, se non lo avesse trattenuto il rispetto, sarebbe saltato al collo del suo interlocutore “.... È un Sansone colui!„ disse a un certo punto Andrea, con un accento di rabbia contenuta. “Ma io non ho paura di nessuno al mondo!„ replicò subito Guermanetto; e prese l’aria di uno che si profferisca.
— Nemmeno se ti scontrassi solo con lui?
— O chi è lui? Sant’Antonio?...
— No, senti, Guermanetto....
E qui, Andrea, fattoglisi più vicino, si mise a discorrere a bassa voce, come se parlasse ad un suo uguale, come se parlasse allo stesso Annibalino, mettendogli tratto tratto una mano sulla spalla e coll’altra mescendogli da bere....
Dopo mezz’ora i due uscivano insieme dall’osteria e s’incamminavano per la strada provinciale verso Pian di Macine. Avevano combinato tutto per bene. Guermanetto non avrebbe affrontato solo il Signorone; anche Andrea sarebbe stato lì pronto a dargli una mano, ma voleva che egli assestasse la prima bastonata, egli che aveva il colpo così forte e sicuro. — Non si sa mai! Colui aveva l’abitudine d’andare armato di giorno e di notte, mentre egli, Andrea, non avrebbe, per cosa al mondo, pensato mai a vendicarsi con del sangue; e non voleva saperne d’armi traditrici....
Suonarono le undici di notte all’orologio di Rastignano, e la luna, sormontata di poco la cima di Monte Calvo, illuminava dolcemente tutta la vallata di Savena, lunga e ristretta fra le colline, e in particolar modo la piccola corrente del fiume, che levava tra i sassi bianchissimi un rumore sommesso, quasi carezzevole in quel silenzio. Andrea si era calcato un poco il cappello sugli occhi e aveva l’andare d’uomo circospetto. Invece Guermanetto procedeva nella notte serena con la testa in aria, il cappello sulla nuca, movendo a molinello il suo bastone. Era anche vestito meno male del solito, con un mazzolino di fiori all’orecchio, come se andasse ad una festa di ballo da qualche mezzadra del contorno. A un punto della strada, lanciando gli acuti più allegri della sua voce di tenore, riprese a cantare il suo stornello napoleonico:
Napoleone, guarda quel che fai! La bella gioventù per te la vuoi, E le ragazze....
“Sta zitto„ gli susurrò amichevolmente Andrea. “Ecco il posto.„ S’appostarono difatti entro un gruppo folto di piante di sambuco nel lato interno della strada, la quale dall’altro lato dava quasi a picco sul fiume scoscendendosi in un burrone di parecchi metri.
Aspettavano almeno da mezz’ora, quando sentirono il rumore di un veicolo che si approssimava. Era il _Signorone_ che veniva a piccolo trotto sul barroccino tirato da un muletto nero; e dalle redini molto allentate e dal capo inclinato e un po’ dondolante, si capiva che l’uomo dormicchiava.
Quando fu rimpetto al gruppo dei sambuchi, si udì la voce di Guermanetto: “_To’, boia!_„ e con quella un colpo di bastone che dovette essere ben forte, perchè il _Signorone_, mandando un urlo, cadde rovescio sulla strada e non si mosse.... Allora Guermanetto vide una cosa orribile e inaspettata. Vide Andrea il mugnaio uscire di dietro a lui, lanciarsi sul caduto con un lungo coltello nella mano destra, afferrarlo colla sinistra pei capelli e, puntandogli un ginocchio sulla pancia, menar colpi sopra colpi al petto, al collo, alla faccia, mugghiando e ruggendo come un’anima dannata.... Il _Signorone_ non disse verbo, ma Guermanetto intese il gorgoglìo del sangue che usciva dalle canne tagliate di quella gola.... Gli si rizzarono i capelli sulla testa, il bastone gli cadde di mano e rimase immobile con gli occhi sbarrati.... Lo riscosse un forte urto ed una voce:
— Tu va subito a letto e alzati domattina per tempo. Se qualcheduno ti domanderà di me, risponderai che m’hai accompagnato per un pezzo di strada verso Bologna, e che io t’ho detto che andavo a dormire in città per trovarmi domattina, che è sabato, in piazza prestissimo. Se parli, guai a te!
E Andrea dileguò come un lampo. Anche Guermanetto si mise a fuggire a rotta di collo, urlando, piangendo, chiamando la Madonna e tutti i santi del paradiso. Corse in qua e in là senza saper dove e nemmeno pensando un momento a ricoverarsi in casa. A un certo punto si trovò in mezzo al fiume coll’acqua fin quasi ai ginocchi; un’altra volta, dopo lunghissimi giri, si ritrovò di nuovo a pochi passi dagli alberi di sambuco; e vide il corpo dello scannato accanto al suo barroccino; e il muletto nero, immobile....
Mentre spuntava l’alba, Guermanetto si arrampicava ansando per un’erta boscosa al di sopra di Monte Paderno, rinomata dimora di pernici e di lepri, ov’egli tante volte allegramente aveva corso come un bracco per contentare Annibalino il proprietario e Andrea il mugnaio del Pero.
Il giorno dopo, coll’annunzio dell’orribile delitto, si sparse subito la voce de’ suoi autori. Erano stati visti andare insieme dall’osteria del Palazzaccio verso Pian di Macine; e accanto al cadavere del _Signorone_ si era trovato il randello ben noto di Guermanetto.
Dopo un paio di giorni Andrea fu arrestato. Guermanetto potè per due settimane circa battere la montagna; ma un giorno mandò a pregare il medico condotto di avvertire il brigadiere che egli si voleva costituire. E la notte stessa venne a picchiare all’uscio della casa del medico.
III.
Ricordo ancora tutti i particolari di quella mattina. Nella stanza da pranzo della casa del medico a pian terreno, Guermanetto sedeva dinanzi a una tavola apparecchiata e faceva colazione.