I miei racconti

Part 6

Chapter 63,873 wordsPublic domain

Della sua infanzia passata in riva al mare, aveva conservate certe canzonette malinconiche e la passione del bagno. Nei pomeriggi estivi, quasi ogni giorno, essa prendeva dalla guardaroba un lenzuolo bianchissimo, acconciandoselo al capo e traendoselo dietro come un manto da regina; e andava al lavatoio posto a settentrione dietro la casa, dietro gli alberi del giardino, e nascosto metà da questi, metà da una fila di vecchi giunchi piantati in riva all’acqua. Là si spogliava e si bagnava un’ora, come una ninfa antica, sicura e tranquilla del fatto suo. Intanto tutti gli uomini erano alle loro faccende; ma, dato ancora che qualcuno si trovasse per combinazione intorno a casa, a nessuno poteva venir l’idea indiscreta d’approssimarsi. Almeno questo era il convincimento di Luisa.

Una volta però, mentre faceva le viste di nuotare in quel brevissimo tratto d’acqua correndo col pensiero alla spiaggia dell’Adriatico, sentì nel prato vicino il galoppo di un cavallo che approssimava. Alzò un poco la testa e guardò fra i giunchi. Era Gyms, il capo _trainer_, che veniva innanzi diritto, proprio verso il lavatoio, galoppando con l’aria distratta. Si avvicinò tanto, che già Luisa vedeva la sua testa sormontare le cime dei giunchi. Allora mandò un grido. L’inglese le rispose con un — _oh!_ — che avrebbe potuto voler dire tante cose. Sferzò il cavallo a sinistra e si allontanò.

L’aveva egli veduta?...

Gyms era un giovanotto di media statura, di membra gagliarde, coi capelli biondi e sempre studiosamente pettinati, il viso freddo e gentile. Godeva già d’un bel nome nelle scuderie italiane; era stimato e temuto da tutto il personale di servizio come il padrone e forse più. Anche Luisa sentiva verso di lui una certa deferenza; ed era l’unica persona della famiglia con cui trattasse da pari a pari.

Quand’egli era fuori di casa, essa qualche volta entrava nella sua stanza e notava volentieri che non era ricca di mobili ed elegante come quella del padrone, ma pulita e propria, all’incirca, come quella dei forestieri. Sopra il capezzale ammirava una bella fotografia: il ritratto della madre di Gyms, che aveva tutta l’aria d’una vera signora inglese. Sul tavolino accanto al letto, stavano due grossi volumi rilegati in pelle scura e filetti d’oro. Erano il _Paradiso perduto_ e la _Bibbia_. Luisa non capiva naturalmente una parola d’inglese, ma si fermava qualche volta a sfogliare i volumi e a guardare le incisioni. E intanto con la mente giovanile fantasticava....

III.

Nemmeno la scuderia le era indifferente. Anzi, a forza di sentirne discorrere, aveva cominciato ad amare, a modo suo, lo _sport_ con le sue funzioni e attribuzioni. All’epoca delle corse attendeva con qualche ansietà; e gli annunzi delle vittorie le davano tanta allegrezza, che quella del padrone era diversa ma non maggiore.

Un giorno verso il tramonto, affidata la cura del desinare alla vecchia, era entrata nella scuderia dei puledri; a fare una visita, diceva essa, ai suoi _signorini_. Nella stalla non trovò alcuno. Il vasto locale era quasi buio e il silenzio profondo, solo interrotto ogni tanto da qualche brusco movimento o scalpitìo dei giovani animali. Luisa cominciò a passare lentamente dinanzi ai _boxes_, chiamando ogni puledro per il suo nome. Quando giunse dinanzi al suo puledro prediletto, questo, ricordandosi certo dei pezzetti di pane e di zuccaro avuti in regalo, guizzò le orecchie, nitrì allegramente e sporse il collo sopra il cancello. Allora Luisa si mise a lisciarlo con la palma della mano, dandogli dei nomi gentili come ad un bambino; e nel passare la mano su quel collo così liscio, morbido e caldo, e nell’adoperare quelle parole tenere e vezzeggianti, la giovane donna si sentiva invasa a poco a poco da un senso di intima e nuova tenerezza indicibile, nella quale s’insinuavano forse di nascosto il presentimento dolce e il desiderio della maternità....

All’improvviso la donna mandò un grido. La sua mano si era incontrata con un’altra mano piuttosto grossa e callosa, che insieme con la sua lisciava il collo del puledro.... Si voltò e conobbe nella oscurità Gyms, fermo in faccia a lei. — Che fate voi qui? — gli gridò la Luisa, colta da un subito istinto di diffidenza. Il _trainer_ per abitudine parlava pochissimo; quel giorno poi si sarebbe detto che aveva fatto sacramento d’essere muto.... Non ci furono quindi più parole fra i due; ma nell’ombra confusa le due figure s’agitarono in una fiera lotta, che per il maschio non dovette essere troppo fortunata, perchè, dopo alcuni minuti secondi, si sentì il picchio sonoro di un corpo fortemente sbattuto contro l’assito del _box_.... E la Luisa, lesta come una gatta, in due salti si trovò fuori dell’uscio della stalla.

Guardò intorno se vedeva alcuno; si rassettò con le mani i capelli alquanto scomposti e mosse verso la cucina, in apparenza tranquilla, ma con gli occhi che parevano più incassati del solito. Giunta sull’uscio, mormorò fra i denti:

— Cane d’un inglese! Bisognerà dunque che io tratti anche te come tutti gli altri....

Passò del tempo. Una mattina verso le nove, la Luisa, sentendo del tramestìo intorno a casa, guardò dalla finestra e vide due stallieri che venivano dalle praterie, portando sulle braccia Gyms con la testa fasciata. L’animoso giovane, volendo portare per forza un cavallo a superare l’ostacolo, aveva, come dicono nel gergo, fatto _panache_ ed era piombato a capofitto sul duro terreno. Il cavallo, anch’esso malconcio, lo seguiva lentamente zoppicando, condotto a mano.

Con questo semplice avvenimento, cominciò per la donna una vita del tutto nuova; quella dell’infermiera. Da prima s’erano temute per il _trainer_ le conseguenze d’una commozione cerebrale; ma il pericolo fu scongiurato ed egli potè cavarsela con un mese di letto e di cura rigorosa.

La Luisa ogni giorno passava delle lunghe ore nella stanza di Gyms; e in quella intimità da suora caritatevole col malato, i germi silenziosi dell’amore svilupparono. Ed ella dovette confessarlo a sè stessa.... Ahimè, ahimè! L’amore era finalmente venuto! L’amore non confortato da alcuna buona speranza! L’amore amareggiato, tormentato da ogni maniera di presentimenti sinistri....

Quando la malattia cominciò a volgere in bene, Gyms si professò grato alla Luisa, si comportò più delicato e affettuoso con lei.

Un giorno arrivò perfino a tradurle, nel suo italiano telegrafico, un lungo passo del secondo canto del _Paradiso Perduto_, dove descrive gli amori di Adamo e d’Eva. La povera ragazza incantata, a bocca aperta, ascoltava quelle frasi che le parlavano d’una felicità sovrumana; e pensava a un lieto paradiso intravvisto, anche da lei, un momento, in sogno, e subito, anche da lei, perduto financo nella speranza!... Che era essa infine per Gyms, il _trainer_ famoso? Una povera serva. Egli poi dal canto suo, anche in mezzo ai riguardi e alle gentilezze dell’animo grato, dimostrava abbastanza chiaramente che verso di lei non aveva mutati i suoi propositi; che era sempre l’uomo della scena brutale nella stalla.... No, no, no! Luisa era deliberata a morire di spasimo piuttosto che a diventare il suo trastullo.... il suo trastullo d’un mese, dinanzi a tutti quegli uomini, in mezzo ai quali aveva condotta la sua vita tranquilla, altera e rispettata per tre anni!

Una notte in cui non chiuse occhio, prese la risoluzione immutabile; e il domani a colazione annunziò che la famiglia, senza indugio, la richiamava al suo paese.

— Al padrone aveva già scritto in città. Sarebbe partita il giorno stesso.

La notizia fu accolta da tutti con vivo dispiacere; ma pel volto freddo e gentile di Gyms passò un’ombra di dispetto....

Verso le tre la Luisa, che aveva mandato innanzi la sua roba, s’incamminava a piedi verso la stazione ferroviaria, distante un paio di chilometri. Andava sotto il sole, accorata, tutta chiusa nel suo fazzoletto rosso, studiando il passo, senza guardare nè a destra nè a sinistra, contenta della strada solitaria e di quel gran silenzio....

Ma dopo dieci minuti di strada ella udì venire dai prati il galoppo di un cavallo. Sentì subito che _egli_ le veniva dietro; e che anche una prova dolorosa le era serbata!... Si fermò su due piedi; e mentre lo scalpito sempre più forte s’avvicinava a lei, ella portò istintivamente ambedue le mani alla testa in atto di difesa, come se cavallo e cavaliero stessero per ruinarle addosso....

Il cavallo si arrestò di botto. Ma prima d’ascoltare la voce di Gyms, la ragazza si mise a gridargli, con voce un po’ tremula, ma con accento risolutissimo:

— Lasciatemi andare! Lasciatemi andare!... Lasciatemi in pace!

E gli alzò in faccia i grandi occhi, che in quel momento riscintillarono di tutta la loro energia romagnola. Il giovane masticò qualche frase nella sua lingua; poi fece atto di stendere gentilmente la mano a Luisa. Ma essa era già lontana.

Galatea fuggiva ancora; e questa volta fuggiva per sempre.

AI PIEDI DELLA SANTA.

I.

Ricordo la prima visita che Luciano ed io facemmo alla chiesa di Santa Maria della Vittoria.

In quel pomeriggio tranquillo di una giornata di giugno, essendo già chiusa la porta maggiore, entrammo per la sagrestia. Un sagrestano o frate custode, in lunga tonaca nerastra, ci precedeva lento; ma appena entrati in chiesa, Luciano si staccò da noi a passi frettolosi, andò a piantarsi solo in mezzo all’ambiente vasto e fissò gli occhi all’ancòna sopra l’altar maggiore.

Egli pensava discorrendo ad alta voce: — Quella parete bianca egli doveva tutta colorarla, mutandola in una scena viva!... Il soggetto gli piaceva assai e gli dava da qualche giorno una forte smania di lavorare.... L’argomento era un episodio miracoloso delle guerre di religione in Germania; un bel miscuglio di chiesastico, di popolare e di soldatesco; una immagine della Madonna portata in trionfo da un frate sopra un cavallo bianco; e dinanzi alla Madonna, dei fieri lanzichenecchi con alabarde, picche, colubrine, trombe, tamburi e stendardi sventolanti; e ogni intorno preti e frati e una grossa folla devota, festante, variopinta....

Allora il custode, volto specialmente al pittore, si mise a fare davvero il cicerone. — Il titolo della chiesa era venuto appunto dal fatto che Luciano doveva rappresentare. Paolo V, il cardinale Scipione Borghese, Domenichino, Carlo Maratta.... e altri nomi pronunciò il frate, parlando con voce velata. Da ultimo, con un gesto più largo, accennò alla cappella di sinistra presso l’altare maggiore: — Santa Teresa di Dio, capolavoro in marmo di Carrara del cavaliere Bernini!

Ci voltammo a guardare il gruppo, che conoscevamo solo per qualche brutta stampa. Cogliemmo a volo, in quella gran massa marmorea, il volto resupino della Santa, la posa del corpo abbandonato entro il ricco volume delle pieghe bizzarre, e un piede nudo sporgente dalla tonaca. Guardammo anche l’Angelo che le vibra il dardo dell’amore divino, con un volto e un riso che a Luciano (mi disse) ricordavano certe ninfe del Correggio....

Poco dopo un bel raggio di sole vespertino, quasi purpureo, venne dall’alto sulla scultura, tagliandola per obliquo in due parti; e richiamò sovr’essa i nostri sguardi. Il sole illuminava il marmo fino al soggòlo della Santa; e pel riflesso il volto di lei sembrò vivo e tutto il gruppo subitamente animato. Il frate guardava noi e il marmo, visibilmente compiacendosi per la nostra rinnovata attenzione.

La sera, desinando noi insieme a una taverna fuori di porta Pia, Luciano mi parlò sempre del suo affresco e di qualche studio che aveva già fatto. — Ma tante cose gli abbisognavano!... Non sarebbe stato necessario un viaggio a Praga per rivelare l’aspetto della città, che doveva sorgere nel fondo? E le armi del tempo? E i costumi? E tutta quella accozzaglia di soldati, di chierici, di popolo, con una prevalenza naturale del tipo czeco?...

Io ridevo di quei suoi scrupoli d’artista.

Finito di mangiare, Luciano ebbe uno de’ suoi lunghi silenzi, tenendo una mano affondata nella massa nera dei capelli e con l’altra sbriciolando per la tovaglia i pezzi di pane rimasti. A un tratto con un ghigno amaro mi disse: — Quel Bernini, ti accerto, mi secca!... Hai sentito il sagrestano? Ogni giorno vanno molti visitatori ad ammirare il _cavalier_ Bernini!... Bel gusto deve essere il mio!... Ma io mi chiuderò bene dentro il mio ponte....

E gettò via una galla di mollica, come irritato. Io invece volevo che fosse di buon umore.

— Tu farai un grande affresco; tu supererai ogni altro tuo lavoro. E un giorno la gente andrà a Santa Maria della Vittoria per vedere il tuo affresco....

Luciano mi piantò in faccia due occhi scintillanti e capii che avevo colto nel segno. L’idea di intraprendere una gara vittoriosa forse gli era balenata prima; ma adesso, udendola suonare nelle mie parole, gli gonfiava il petto di una gioia superba.

Rientrammo in Roma a notte; e per via Venti Settembre gli domandai se la Gerolomina avanzava nello studio. Anche quella era un testo gradito per Luciano. Quella bimba doveva essere la sua migliore opera, diceva talvolta. E come si compiaceva a riprovare con essa _sul vivo_, diceva egli, le sue idee sulla educazione dell’arte! — Ti mostrerò presto alcuni suoi disegni; e ti persuaderai che per tornare allo schietto e al semplice non c’è bisogno della metafisica degli esteti e della falsariga dei prerafaellisti....

E prima di separarsi da me fece un gran gesto con cui pareva che volesse abbracciare il mondo:

— Bisogna tornare alla vita, mio caro! La vita, la vita come la sentiva Leonardo! — Poi lo vidi voltare per via Nazionale mandandosi con una mano nella nuca il largo cappello, come soleva quando era di umor lieto.

Tornato dopo qualche tempo a Roma, io domandai subito di Luciano e del suo lavoro; e nessuno seppe dirmene più che tanto. Parlavasi che da un paio di mesi egli s’era finalmente deciso ad alzare il suo ponte a Santa Maria della Vittoria, e che stava chiuso tutta la giornata lassù, impenetrabile perfino, dicevano, al principe romano committente dell’affresco. Difficile poi trovarlo di sera perchè non aveva osteria fissa per il pranzo. Si vedeva ora qua ora là, taciturno, con l’aria del viso più lunatica che mai, visibilmente disposto a evitare compagnia. Spesso era con lui la solita ragazzetta, che gli portava dietro dei gran rotoli di carta e degli album, e stava a guardarlo silenziosa mentr’egli mangiava. Prima delle nove rincasava sempre, come per il passato.

II.

Quando, un anno dopo, entrai nella stanza di Luciano infermo, oltre il suo aspetto assai miseramente mutato, due cose mi fermarono subito: Gerolomina seduta accanto al letto, sempre col suo visino di bimba malaticcia, immutata: e sulla parete, a destra dell’infermo, una fotografia Alinari piuttosto grande della Santa Teresa di Bernini. La bimba aveva un libro in mano e al mio giungere sospese la lettura.

La madre di Luciano mi aveva fatto entrare senza annunziarmi, tranne all’atto stesso d’aprire l’uscio, trattandomi con la confidenza di un vecchio compagno di scuola di suo figlio. Benchè mi avesse scritto d’andare a trovarlo, parvemi che la mia entrata improvvisa lo turbasse un poco.

Si levò a sedere sul letto e mi chiese: — Che tempo porti? — Avendogli detto che fuori faceva una pessima serata del nostro inverno settentrionale, si lasciò andare sotto le coperte brontolando: — L’ho sentito nelle ossa fin da stamane.... Oh che brutta idea è stata quella di farmi venire quaggiù! A Roma ora fa certo un tempo magnifico....

Intanto Gerolomina si era alzata e, posato il libro su la sedia, era uscita dalla stanza senza far rumore, come una piccola ombra.

Allora Luciano mi disse: — T’ho fatto chiamare perchè ho proprio bisogno di parlarti:... Hai visto? (E accennò col capo e con gli occhi la fotografia sulla parete). Già mi sono accorto che, appena entrato, vi hai fermato su lo sguardo.... Avresti mai pensato, quella sera che pranzammo fuori di Porta Pia, che essa mi avrebbe seguito fin qui? Oh!...

E con uno scatto nervoso si rimise a sedere sul letto.

— Sentimi, amico; ho acquistata ormai la certezza che il mio male è molto, molto più serio di quel che vogliano farmi credere.... Lasciami dire, che so quello che dico! Ma prima che accada di me quello che Dio vorrà, io ti voglio raccontare tutto.... Perchè ho io questo bisogno? E perchè raccontare proprio a te e non a un altro?... Non lo so. Forse perchè fu con te che io ebbi occasione di parlare di Lei la prima volta in vita mia.... Senti dunque. Una mattina stavo lavorando sul ponte, solo, come sempre, in mezzo a una quiete perfetta, la chiesa non essendo ancora aperta al pubblico.

— Ero sempre ai preparativi del dipinto, alle misure, ai cartoni, agli spolveri. Ma il disegnino della mia composizione era lì dinanzi a me, terminato; e ne ero contento; e guardandolo vedevo già l’opera mia compiuta. Poi levavo gli occhi alla gran curva dell’abside.... e quella parete vasta e grigia, tracciata qua e là da qualche segno di carbone, ora mi ispirava un vivo entusiasmo di lavoro, ora mi buttava giù, mi deprimeva la volontà, mi faceva provare qualche cosa di simile al senso pauroso del vuoto, quando guardiamo da una grande altezza.... Più volte ho cercato di ricordarmi bene tutte le altre più minute circostanze; ma non ci riesco. Questo ricordo bene che quel giorno, lassù, in mezzo a quel silenzio perfetto, la vasta sonorità del catino dell’ancòna si empì improvvisamente d’alcune parole uscite dalla mia bocca: _Aut pati, aut mori_.... E subito dopo mi meravigliai di averle pronunziate.... O di dove m’erano venute quelle parole latine?... Poco dopo aver formulata dentro la mia testa la domanda, mi ricordai di averle viste, qualche anno fa, scritte a grandi caratteri neri, sulla fronte di una chiesa barocca a Napoli e precisamente mentre attraversavo una piazzetta in carrozzella, accompagnando Matilde Serao e la Duse.... La evocazione del mio ricordo fu così nitida e piena, che mi parve anche di sentire distinto e dolce il suono della voce della grande attrice che, avendo letto con me, disse a noi due: _è la divisa di Santa Teresa di Dio_....

— Allora mi venne in mente di scostare un poco la tela con la quale mi chiudevo sul ponte; e guardai curiosamente giù in basso, verso la cappella a sinistra dell’altare maggiore.... Quello che vidi, alla prima, mi parve un fatto molto comune e senza significato. Il sagrestano frate, quello che aveva introdotti nella chiesa me e te la prima volta, era salito sull’altare e si moveva intorno al gruppo del Bernini.... Lo vedevo magro e piccolo nella sua tonaca nerastra, con un fazzoletto turchino girato intorno al collo, e tutto affaccendato a pulire la raggiera, l’Angelo e specialmente il corpo marmoreo di Santa Teresa. A poco a poco la mia attenzione si accrebbe; dimenticai l’affresco e mi posi a osservare minutamente ogni suo atto. Da prima adoperava un canavaccio ruvido e un piumaccio a manico lungo fatto con un fascio di penne, poi sottentrava con una pelle di camoscio a strofinare, insistendo con una accuratezza minuziosa e lenta.... Andava col suo lavoro da destra a sinistra, dal basso all’alto, mostrando la pratica dell’uomo avvezzo; e quando gli abbisognava di salire, metteva franco i piedi nelle parti sporgenti delle due figure, come su dei gradini noti, abbrancandosi qua e là e avendo ogni tanto dei movimenti vibrati e agili come di scimmia.... Nei momenti che stava fermo, mi diede anche l’immagine d’un grande pipistrello nereggiante sulla candidezza lucida del marmo.... Qualche volta poi lo vedevo affondare le mani in uno dei molti sottosquadri di quell’ampia tonaca di suora, e frugarvi dentro, quasi indugiando a cercare sotto gli indumenti le forme vere del corpo.... Da tutto quel lavoro non si levava polvere. Anche questo notai: e ne indussi che quella pulitura doveva essere molto frequente; forse quotidiana....

— Ma perchè stetti io tanto tempo guardando?... Te lo dico subito. Perchè tutto quello strofinare e lisciare e toccare del sagrestano e quel suo agile salire e scendere su quel corpo di bella donna svenuta, a poco a poco trasferirono in me un sentimento strano. Da prima avrei voluto semplicemente che smettesse presto. Ma poi che egli andava ancora in lungo, la mia insofferenza crebbe sino alla irritazione; e seguitando egli ancora, si mutò in rabbia vera e in tormento.... Dei momenti mi ritraevo a girare sbalordito per il ponte, sperando di non vederlo più; poi mi riaffacciavo; e quel torzone maledetto era sempre là affaccendato e instancabile.... Adesso aveva preso un fare più blando, quasi carezzevole. Passava delicatamente sul marmo con la sua pelle di camoscio, dando qua e là dei tocchi leggeri, simili a quelle ultime passate di rasoio che dà il barbiere ad una faccia, quando sta per finire di raderla....

— Finalmente vidi l’uomo scendere dall’altare. Prima si sedette su la predella ad arrotolare con cura la pelle di camoscio; poi s’alzò, si buttò il canavaccio su le spalle e col piumaccio in mano uscì lentamente dalla cappella. Quando si inginocchiò dinanzi all’altar maggiore togliendosi la callottola, gli vidi la faccia accesa e la testa calva lucente di sudore....

Che sforzo fu il mio a lasciar passare qualche minuto! Quando potei calcolare che il sagrestano era uscito dalla chiesa, calai rapidamente giù per la scala di legno, andai difilato alla cappella, presi in un canto lo sgabello che aveva servito a lui e mi trovai anch’io sull’altare in faccia a Santa Teresa.... Adesso, non ridere, sai!...

III.

Luciano tacque un poco, guardandosi fissamente le mani incrociate sotto il mento; le sue mani bellissime, che l’ozio e il male avevano rese più scarne e più bianche. Continuò:

— E nemmeno devi aspettarti che io ti faccia capire quello che accadde in me nel tempo che restai là sopra quell’altare. Anche se potessi farlo, assolutamente non vorrei.... Collocatomi lassù, fra l’Angelo che vibra il dardo e la Santa, io potei, per la prima volta, vederla intera.... Perchè devi persuaderti che coloro che la vedono solo dal pavimento della chiesa non potranno formarsi mai una idea vera di quella figura maravigliosa!... Finalmente anch’io potei abbracciarla tutta d’uno sguardo, come uscì dalle mani dell’artefice squisito, dello scultore ardente di estro e di passione.... E vista così, nel consenso armonioso di tutte le sue parti, quella figura acquistò subito per me un significato nuovo, come una eloquenza fulminea che mi andò all’anima, la occupò, la turbò, la sconvolse, caro mio, in una maniera.... Figurati solo questo: la leggera inclinazione della testa sulla spalla destra e quel braccio pendente e quel piede paffutello uscente dalla tonaca, che sono le parti viste e gustate da tutti, esprimono un abbandono e un languore di felicità che può avere, che anzi ha realmente alcun che di sensuale. Ma l’altra metà del volto e dell’atteggiamento, quella nascosta agli occhi di tutti, non solo completano la figura ma la trasformano in un senso di indicibile spiritualità.... Questo riesce molto difficile da spiegare.... Eppure è la verità!... Immagina una larga melodia che, svolgendosi, neutralizzi nell’anima di chi l’ascolta tutto quello che possa esservi di meno eletto e di meno delicato nel primo suo spunto; e la risolva una espressione nobilissima di rapimento ideale.... La mano specialmente! Se tu la vedessi quella mano celata, così leggermente contratta, con le belle dita affusolate e lunghe, quasi tremule e cercanti nel vuoto.... Ma no! Ecco che anche tu sorridi con malizia e caschi nel pregiudizio volgare!... Nel pregiudizio dei sagrestani e dei ciceroni, nel pregiudizio degli artisti sciocchi, degli inglesi sciocchi e di tutta quella canaglia che va a Santa Maria della Vittoria per vedere la grande isterica!... Io odio, vedi, tutti costoro e non sempre ho potuto nasconderlo. Ma odio sopratutto quell’infame frate sagrestano che conduce i visitatori; e che certamente si diverte — rospo! — e male dissimula un risolino, quando sente certi discorsi.... O povera, povera Santa di Dio!...