I miei racconti

Part 5

Chapter 53,841 wordsPublic domain

I due non si movevano. Allora Lorenzetta raccolse di terra un sasso e fieramente inarcando la figura sottile lo scagliò con forza. Il sasso andò a battere nel tronco pochi palmi sopra la testa di Nina, che fece un gesto di paura, guardò verso le due donne e disse: — Vengo! — Il giovane intanto era già scomparso, dalla parte opposta dell’argine.

La nonna accolse la giovane con faccia burbera e cominciava ad amministrarle una delle sue solite lavate di capo. Ma la Nina l’interruppe con voce dolce e calma:

— Stai buona, nonna. M’ha promesso che, prima di sera, verrà a casa a domandare di sposarmi. Se sarete contenti, bene; se no smetteremo di parlarci ed egli andrà lontano a raggiungere suo padre!

La Nina era una bella ragazza florida, bionda e di forme piene. Un vero contrasto al morale e al fisico con la sorella minore. Parlava e si moveva lenta. Non s’adirava mai, se non di quelle cose che potevano alterare la sua quiete; ed erano poche. Si sapeva bella, si vedeva corteggiata e rideva volentieri coi giovani del dintorno; ma era arrivata ai venti anni e nessuno l’aveva vista ancora innamorata. Adesso Lodovico le piaceva e le conveniva per marito.

Nel ritorno, mentre la Nina e la vecchia camminavano lentamente, Lorenzetta era corsa innanzi tanto che l’avevano perduta di vista. La fanciulla strappava qua e là i ramoscelli sporgenti dalla siepe; piangeva delle lagrime mute; ma reprimeva il singhiozzo che le saliva alla gola dal petto ansante.

— Dunque non c’era più dubbio. Lodovico amava la Nina e voleva sposarla.... Una bella infamia però dopo che la aveva innamorata a quel modo con tante carezze, con tante paroline e regalucci, guardandola con quegli occhi da traditore. E anche dei baci.... Sicuro! Anche dei baci.... Che cosa era stato altro se non un vero bacio quello che le aveva dato Lodovico, l’ultima notte di carnevale tornando dalla festa da ballo del mugnaio?... Eh già!... Le sorelline minori fanno spesso questo buon giuoco alle ragazze grandi da marito. Adesso capiva tutto! Quelle dimostrazioni non erano state fatte che di riflesso e come un mezzo per accostarsi meglio alla Nina e farle la sua corte con comodo e piacerle. Lei infine che cos’era? Sempre una bimba! Una bimba che si bacia anche così per chiasso e per calcolo, senza conseguenze.... Ma lei se n’era innamorata per davvero di Lodovico!... Per davvero.... per davvero!... — E il singhiozzo lungamente contenuto scoppiò in un pianto di stizza e di dolore.

Quando giunse al fiume, non si ricordò nemmeno della storia, che la vecchia le aveva raccontato mezz’ora prima. Guardò quello specchio lucido e mobile sotto il sole, e, senza pensare, vi lanciò un sasso. Lo vide fare il rimbalzello sul pelo dell’acqua, senza provarne alcun piacere, benchè fosse quello il suo giuoco favorito nel quale era orgogliosa di venir a prova coi più esperti birichini del paese.

Allora pensò al nonno che lì si era annegato quando sua madre era incinta di lei. E si guardò intorno.... Come quella scena le pareva mutata! Gli alberi tranquilli della riva e le case brune del paese aggruppate un poco più lontano, presso alla strada provinciale; e il campo verde del granturco che confina tra la casa e il greto del fiume; e la chiesa di Sant’Andrea, con la facciata e il campanile che dal punto più alto della strada domina la piccola vallata; tutte queste cose pareva che con una fisonomia insolita guardassero lei, proprio lei, Lorenzetta, e la interrogassero. — Perchè aveva pianto?... Che cosa aveva?... — Lorenzetta, corrugando disugualmente le nere sopracciglia, lanciò per risposta una esclamazione violenta, che avrebbe anche potuto essere una bestemmia; troppo grande per quella piccola persona!...

Dopo si sentì meno agitata. Raggiunta dalla Nina e dalla nonna, tornò con loro a casa e discorse di cose indifferenti, facendo delle carezze a Remo, il vecchio cane pastore che era venuto ad incontrare le donne.

In casa, la domanda di Lodovico per molte ragioni non poteva che riuscire accetta. Bel giovane, aveva anche lui corsa la cavallina; ma ormai toccava i trent’anni e accennava alla vita seria. Forte e abile lavoratore. Mortagli la madre, suo padre se n’era andato in Sardegna a lavorare nelle costruzioni ferroviarie ed egli ora viveva solo. Chi meglio di lui poteva attuare il disegno vagheggiato dal padre della Nina di farsi “il genero in casa„? Il vecchio avrebbe badato alle fornaci e ai mattoni e il giovane alla lavorazione dei vasi e degli ornati di terra cotta, che abbisognava d’essere rimodernata e spinta innanzi con più d’energia. Fu anche stabilito che il matrimonio si farebbe al più presto.

Quando a Lorenzetta diedero la nuova che Lodovico sarebbe venuto a stare in casa con la Nina, disse che era quello che proprio lei voleva; e battè le mani e si mise a saltare in segno d’allegrezza.

Lodovico cominciò ad andare in famiglia con la frequenza regolare dei fidanzati. In quelle buone serate di maggio la famiglia si riuniva sotto il portichetto basso, che serve come d’atrio alla vecchia casa tutta annerita dal fumo delle fornaci vicine. La Nina, sicura d’essere amata, faceva la calza cantarellando e rispondeva con dei monosillabi o con una risatina ogni volta che Lodovico le si faceva vicino vicino, parlandole all’orecchio. La nonna filava e teneva d’occhio i due amorosi, mentre la madre era spesso in giro per qualche faccenda. Il padre, sdraiato sopra una panca, fumava nella sua pipa e scambiava qualche discorso d’affari col futuro genero. Ma presto gli venivano i _pisani_, augurava la buona notte e andava di sopra.

Con Lorenzetta, Lodovico era sempre pieno di amorevolezza. La accarezzava dolcemente e le chiedeva di fare “la faccia cattiva....„ Qualche volta anche si metteva a fare il chiasso come un monello e a correre con lei fuori del portico, per il prato, sparso qua e là di pezzi di cornici, di mensole, di orci, di olle, di vasi da giardino d’ogni grandezza. Tutto questo materiale era disposto nel vasto prato a mucchi, a piramidi, a gruppi irregolari e in file tortuose formanti come un piccolo labirinto.

Ma l’umore di Lorenzetta diventava triste e bisbetico ogni giorno peggio. Delle sere si accoccolava sola in un angolo buio del portico e non voleva parlare con nessuno. Oppure per un nonnulla attaccava brighe, specialmente con la sorella, dicendo che tutti la trattavano male e scagliando a tutti delle impertinenze che finivano quasi sempre in un gran pianto. E così piangendo o brontolando andava difilato nella sua stanza, senza dare nemmeno la buona notte.

— Che cosa ha la bimba? — si domandavano con inquietudine la nonna e la madre. Ma la Nina rideva volontieri di quelle bizze e anche della nonna e di sua madre, che mostravano di darvi importanza.

Una sera, quando il padre era già andato a letto, Lorenzetta, che era rimasta chiusa e dispettosa più del solito, uscì di sotto il portico e giunta in fondo al prato si mise a chiamare:

— Lodovico! Lodovico!...

Ma il giovane, occupato allora a decidere un piccolo malinteso fra lui e la sua innamorata, non badò. Trascorse un’ora. Accortisi della assenza di Lorenzetta, cominciarono a cercarla in camera sua e per la casa. La chiamarono ad alta voce dintorno a casa. Nessuno rispondeva. Lodovico la cercava intanto aggirandosi per tutti quei nascondigli del prato; e per un pezzo inutilmente. Ma passando vicino ad una grande olla, senti qualcosa muoversi là dentro. Si protese sull’orlo e abbassato il viso su quella piccola voragine buia, gli parve di scorgere la fanciulla seduta nel fondo.

— Ma che fai tu qui dentro?... Come diavolo hai fatto ad entrare?

Da prima non sentì, per risposta, che un singhiozzo. Poi la voce di Lorenzetta:

— Perchè non sei venuto quando ti ho chiamato?... Adesso voglio stare qui!...

La voce aveva un accento fra accorato e stizzoso; e in quell’ampia cavità di terra cotta, si ingrossava e veniva su dal fondo con un rombo lugubre. Lodovico la pigliò colle buone:

— Vieni via, Lorenzetta, spicciati, che in casa t’aspettano e sono stati in pena!

E intanto affondò nel vuoto il braccio vigoroso e si sentì subito afferrare la mano dalle due di lei. Le manine della bimba bruciavano. Aiutandosi anche coll’altro braccio, si diede a tirar su quel corpicciuolo che gli pareva d’un peso insolito, come gravato di volontario abbandono. Nel momento in cui la testa di lei usciva dall’olla, i due visi si trovarono tanto vicini che gli aliti si confusero. Poi a un tratto Lodovico si sentì piovere sulla faccia delle lagrime scottanti; e tutte le membra di Lorenzetta sentì trasalire fra le sue braccia e tremare.... Nel tornare verso la casa essa non ruppe il silenzio che per dirgli a bassa voce:

— O credi tu che la Nina ti voglia proprio bene?...

Lodovico, per la prima volta, sospettò nell’animo della fanciulla qualche cosa di triste. Ma non ci pensò più che tanto.

Il giorno del matrimonio, c’era tanto affaccendamento in casa che nessuno badò alla sorella minore.

Quando gli sposi erano già tornati dalla chiesa e mancava poco al pranzo, la madre, vedendola ancora tutta scarduffata e smessa, le comandò d’andarsi a vestire e pettinare. Essa ubbidì di mala voglia e si vestì alla peggio.

Il pranzo fu allegro e chiassoso, non disturbato dalla solita tristezza della vicina partenza. La figliuola restava in casa; tutti erano contenti. Anche Lorenzetta si sentì avvolta da quel calore di allegria comune. Chiacchierò molto, rise molto e bevve d’un fiato parecchi bicchierini di vino _santo_. Verso la fine del pranzo, spinse la sua petulanza fino a montare coi piedi sulla seggiola e scherzare colla chierica del giovane cappellano che le stava vicino. Ma quando il maestro di scuola lesse il brindisi in versi; e con un bel giro madrigalesco accennò ad una seconda visita che il “nume Imeneo„ doveva fare a quella casa, e capì che si parlava di lei e vide che tutti si voltavano verso di lei applaudendo, la povera ragazza si rannuvolò subitamente e aggrottò le sopracciglia in modo anche più fosco del solito.

— Faccia cattiva! — gridò la Nina ridendo e gettandole da lontano un confetto.

Lorenzetta, in risposta, saettò alla sposa una occhiata in cui tutto si sarebbe potuto leggere, tranne la benevolenza fraterna....

S’alzarono di tavola che già era buio; e appena bevuto il caffè si cominciò a ballare. Gli altri invitati intanto arrivavano. I due sposi aprirono il ballo. Poi Lodovico andò a prendere la cognatina; ma appena fatti tre giri per la stanza, essa accennò che era stanca e andò a sedersi presso la scala che conduce alle stanze di sopra.

Un’ora più tardi Lorenzetta, non vista, aveva infilata la scala, era entrata senza lume nella sua stanza e, trovato a tastoni il letto, vi s’era stesa sopra, senza spogliarsi.

Il ballo s’era sempre più animato; ed ella, nel buio, sentiva tremare tutta la vecchia casa al pesante cadenzare di tutta quella massa danzante. Venivano a lei i suoni acuti della monferrina e della polka, insieme al vocìo della gente. Qualche volta le pareva di distinguere le risate sonore della Nina, oppure la voce di Lodovico; poi tutto un coro confuso di voci allegre acclamanti a qualche incidente del ballo.

La fanciulla teneva i pugni serrati contro la bocca e si sentiva martellare le tempia. Dentro la testa non una idea chiara nè un proposito formato; solo una punta di spasimo acuto, indicibile. Così penò per delle ore con gli occhi spalancati. E il ballo durava sempre; e i suoni e le risa e le voci seguitavano a giungerle agli orecchi; e il tremito continuato della vecchia casa le dava un senso di turbinìo e di vertigine universale.... Poi quell’acuto spasimo fisico cominciò ad allentarsi e a svanire; ma intanto, a prendere il suo posto, entrava in lei uno sconforto profondo, una disperazione assoluta di tutto.

— Addio, addio! — ripeteva sommessamente, con un gemere da bambina malata. — Addio! Io sono una fanciulla disgraziata e cattiva.... Come vuoi che io faccia a vivere con te? Come vuoi che io ti veda tutti i giorni.... che parli con te, che scherzi con te, che mi metta a mangiare con te? Tutti i giorni! Tutti i giorni!... Come vuoi che io faccia?... Addio! Addio!...

E quel suo gemere pareva, a tratti, che si spegnesse in un subito esaurimento della vita; ma poi ripigliava come prima; ed erano sempre quelle medesime parole di lamento e di tenerezza.

Nella casa silenziosa, l’orologio a cucù dalla cucina aveva già suonato le tre ore. Lorenzetta intanto aveva sentito morire i suoni, finire il ballo, accomiatarsi e allontanarsi la gente chiacchierando e cantando. Aveva sentito salire la scala e andare nelle proprie stanze la nonna, il padre, la madre, i due sposi. Sentì anche pronunziare il suo nome e poi la voce della madre:

— Lorenzetta è andata a dormire da un pezzo!

Quando non intese più il minimo indizio di gente sveglia, s’alzò e scese chetamente la scala. Passando vicino all’uscio degli sposi, aveva accostato l’orecchio e aveva sentito che non dormivano ancora....

Tirò pian piano il catenaccio della porta e uscì. Un vecchio fornaciaio era già in piedi e stava ammucchiando delle fascine presso alla bocca d’una delle due fornaci. Lorenzetta lo evitò girando dietro la casa; e s’incamminò lungo la Savena.

La luna si vedeva già impallidire sopra Monte Donato, e sopra Monte Calvo albeggiava la prima luce del giorno. Entro la piccola vallata, anche tutta nell’ombra, non si udiva altro suono che quello, laggiù, della cascata del fiume. Lorenzetta, a cui i capelli s’erano sciolti nella lunga veglia, andava innanzi di buon passo senza guardare nè a destra nè a sinistra. A un punto le parve di sentirsi seguita e si voltò; era Remo, il vecchio cane pastore, che le teneva dietro a poca distanza. Si fermarono tutti e due. Remo puntava sulla fanciulla i suoi occhi umidi e grandi, come interrogandola.

— A casa! — disse lei con voce velata. Il cane non si moveva. — A casa! — ripetè più forte, e accompagnò la voce con un gesto di comando energico; e allora la bestia si incamminò lentamente verso le fornaci. Lorenzetta cominciò a correre; ma il cane, che intanto s’era voltato a guardare, si rimise a tenerle dietro di corsa anch’esso.

Quando giunse sull’orlo estremo del ciglione di tufo, Lorenzetta si buttò in ginocchio, rivolta verso il fiume, guardandolo con gli occhi fissi. Che vide ella mai? Nello specchio trasparente dell’acqua vide forse la faccia d’un bel vecchio che, sorridendo, le faceva cenno d’invito?... Oppure sentì ancora tra le canne la voce del vento: — vieni! vieni! vieni! — come quando sua nonna le raccontò la disgrazia del nonno?...

Dopo un poco, la fanciulla inginocchiata sull’orlo abbandonò la testa verso il vuoto; e il corpo leggero si capovolse.... Non giunse alla riva nemmeno il tonfo; ma solo il lieve crocchiare d’alcune canne scompigliate, che subito si rizzarono verdi e tranquille. Il cane si mise a urlare nel silenzio.

GALATEA.

I.

La carrozza, abbandonata la via maestra, s’era messa pel lungo stradone interno ombreggiato di pioppi altissimi, sussurranti appena nel placido meriggio. Già si vedevano i tetti della villa al di là degli alberi del giardino. A un tratto il proprietario, interrompendo il racconto sulle peripezie dell’ultima corsa al galoppo e puntando il dito, gridò ai suoi tre amici: ecco la Luisa! — Gli amici guardarono in direzione, ma fecero appena in tempo a vedere dietro la siepe una testa bionda di donna e due spalle coperte da un fazzoletto rosso, che si celavano fuggendo entro alla folta verdura. — Galatea! — esclamò ridendo uno dei quattro, che era addetto d’ambasciata. Non so se gli altri fossero in grado di cogliere il senso di questa allusione classica; però ridendo assentirono e ripeterono in coro:

— Galatea! Galatea!

La villa, pel nostro paese, aveva un aspetto insolito, e molto somigliava ad una fattoria inglese. Una casa padronale vasta, quadrata, pulitissima, senz’ombra d’ornamento esterno; poco lungi due altri fabbricati più bassi, di forme alquanto irregolari, puliti e nudi come il primo. Intorno alle case non viali imbrecciati, nè aiuole piene di fiori, nè vasi d’agrumi, nè piante esotiche. Appena dal lato di settentrione un gruppo di vecchi alberi, avanzo d’un vecchio parco, e alcune fila di vasi allineati accanto al muro della casa padronale, rimanevano ad attestare malinconicamente le sconfitte del giardinaggio, in quel luogo ove da più anni regnava, signore esclusivo, lo _Sport_.

Una siepe alta di biancospino circondava in quadrato la fabbrica e dava al prato interno l’aspetto taciturno di un cortile chiuso. Ma appena vi giunse la carrozza, due stallieri uscirono in fretta di sotto il portico d’una delle case basse, e con essi sbucò fuori una torma di cani saltellando ed abbaiando allegramente. Cani d’ogni razza, d’ogni grandezza, d’ogni pelo; dal mastino danese, enorme e fosco, al festoso e piccolo _terrier_, pezzato in color bianco e avana come i porcellini d’India. All’intorno i prati si estendevano largamente, quasi a perdita d’occhio; e la vasta monotonia del verde pallido era qua e là interrotta da palafitte, staccionate, fossi e rialzi di terreno. Qui passeggiavano e galoppavano i cavalli apparecchiandosi alle corse, mentre più lontano pascevano tranquillamente delle cavalle famose nelle genealogie dei corridori italiani.

A sedici miglia da Bologna, giù verso il Ferrarese, in questa campagna solitaria, in mezzo a cavalli, cani, _jockeys, trainer’s_, stallieri, scozzoni, cocchieri e cacciatori, la Luisa conduceva, a vent’anni, la sua vita.

Fra tante bestie e uomini, unica donna; a meno che non si volesse contare anche una vecchia più che settuagenaria, vedova dell’antico custode della villa, che si vedeva di solito seduta in un canto della cucina, a spennare le galline faraone e le anitre selvatiche.

La colazione del proprietario co’ suoi tre ospiti fu assai gaia. Concorsero l’ottima tavola e l’appetito, la gioventù dei commensali e il salotto allegro ed elegante al pian terreno, con la porta aperta sul prato, nel quale i quattro amici, quattro _sportmen_ appassionati, vedevano, come riunite in un quadro, tante cose, in armonia con la loro passione privilegiata.

Il caffè era già servito; gin e cognac s’alternavano nei bicchierini con rapida vicenda fraterna; e fraternamente confusi salivano al soffitto il fumo delle sigarette e il fumo delle pipe.

— Santa libertà dei campi! — esclamava l’addetto d’ambasciata, mettendo lentamente i piedi sopra la tavola sparecchiata. Ma intanto uno degli amici, sdraiato sul divano, apriva un numero del _Gil Blas_ e lo risospingeva in piena civiltà, leggendogli forte i passi più piccanti di un recentissimo scandalo parigino....

Il proprietario disse alcune parole al cameriere, che subito uscì dal salotto. Dopo cinque minuti l’uscio si spalancò in fretta, e, in mezzo al fumo delle sigarette e delle pipe, i quattro videro comparire la Luisa.

Le bellezze della ragazza avevano già una certa rinomanza nei circoli della città, perchè più di un visitatore della villa n’era ripartito entusiasta e ne aveva detto _mirabilia_. E quando il giovane proprietario annunziava di volersi ritirare per qualche tempo in campagna ad attendere in pace alle sue faccende, gli amici ridevano e le signore di sua conoscenza lo proverbiavano.... Pretta e gratuita malignità. Ad ogni modo, i tre forestieri si convinsero subito che, quanto alla bellezza della giovane, la fama non aveva esagerato il vero.

Era nata sul mare in un paesello di confine fra la Romagna e le Marche; e nel suo corpo parevano concordate e fuse mirabilmente le formosità dei due tipi muliebri. Un artista erudito avrebbe pensato contemplandola a Perugino insieme a Melozzo da Forlì. — Alcune fattezze del corpo, all’occhio di un raffinato, potevano apparire alquanto grosse, se non che riguadagnavano subito in eleganza considerate nell’altezza slanciata della taglia giovanile. Sulle larghe spalle campeggiava una testa relativamente piccola, ricchissima di capelli biondi traenti al castagno, pura e dolce nei contorni dell’ovale e del profilo. Ma quella pura dolcezza era temperata, come in certe teste romane, da due occhi fortemente incassati sotto l’osso frontale, e dallo sguardo naturalmente altero e tranquillo. In una figura del suo affresco _L’incendio di Borgo_, Raffaello ha saputo raggiungere anche questo tipo di bellezza femminile.

II.

Ferma in mezzo al salotto, Luisa guardò il padrone in atto d’aspettare un comando.

— Non ho bisogno di nulla, — questi le disse ridendo. — T’ho fatto chiamare perchè questi signori desideravano di vederti.

La giovane era abituata a quello scherzo; forse se lo aspettava e non ne parve punto turbata. Continuò a rimaner ferma, mostrando col sorriso i denti bianchissimi, e girando uno sguardo pacato sovra i tre forestieri.

I tre giovanotti avevano le facce alquanto accese e fissavano lei....

— Sai — proseguì il padrone — che questi signori ti chiamano Galatea?

— O che vuol dire?...

— Vuol dire — saltò su l’addetto d’ambasciata — che è inutile venire da lontano apposta per vederti; vuol dire che scappi sempre via e, quel che è peggio,... senza gittare la mela.

L’addetto era superbo d’avere così completata la sua citazione virgiliana. Gli amici diedero in un lungo scoppio di risa. La ragazza si sentì punzecchiata.

— Ma che mela mi va mai _melando_ lei!... Se vuol fare con me a’ proverbi, la metto subito in un sacco. Sa lei quello che dice l’acqua? “Se non corro sempre, mi ammalo.„

— Brava! — esclamarono in coro. E avrebbero ben voluto che il dialogo continuasse; ma la Luisa, come per dar ragione al suo denominatore, con una brusca voltata di spalle era già uscita dal salotto, rapida come v’era entrata....

E così, contenendosi in quella maniera, la Luisa era riuscita a farsi nella casa una condizione di vita, che poteva dirsi invidiabile. Tutti le volevano bene e la rispettavano; anche perchè, in origine, il primo pizzicotto datole a un braccio da uno stalliere era stato seguito subito da uno schiaffo formidabile....

Parlava e rideva con tutti; ma senza indugiarsi mai con alcuno dieci minuti di seguito. Volevano trattenerla con pettegolezzi di cucina e di scuderia o con propositi galanti? Senza dire neanche — scusate! — tirava diritto canterellando; e di lì a qualche minuto la sua voce argentina veniva giù da una stanza del secondo piano, o si udiva in lontananza dall’orto o dal lavatoio.

Come aveva imparato così bene a fuggir via colei?... Galatea!

S’alzava coll’alba, e tutto il giorno era infaticabile alle faccende di casa. La notte si coricava l’ultima e voleva che prima tutto fosse a posto. In mezzo a tutti quegli uomini, essa, unica donna, era la buona provvidenza, con l’ago e le cesoie per attributi; e a tutti rendeva servigi, non permettendo nemmeno che la ringraziassero. Avevano finito col temerla e obbedirla tutti senza accorgersene. Quella torma d’uomini e di bestie aveva trovato una padrona.

E Luisa era felice?... Aveva venti anni!... Qualche volta in mezzo alle sue faccende, anche lei, poveretta, si vedeva passare dinanzi agli occhi un sogno di giovinezza; e mentre la visione passava, si sentiva come lambire la fronte da una carezza leggera; e un soffio di vita calda e inquieta si sentiva scorrere per le floride membra. La sua gagliarda giovinezza espandeva in quell’ambiente tranquillo e uniforme le sue forze lussureggianti, come una pianta di limone che è messa a crescere in un vaso troppo piccolo, spinge le radici contro le pareti e pericola di spezzarle....

Ma in quei momenti Luisa raddoppiava il da fare e tagliava anche più di corto con la gente e fuggiva più lesta e cantava più forte.