Part 2
La conclusione fu questa. A vedermi dinanzi, nella luce incerta, tutte quelle sorche nere, sbucanti d’ogni dove, brulicanti da per tutto, aggirantisi vicino e sopra quei corpi di addormentati, sempre più numerose, sempre più invadenti, odiose, cercatrici, forse fameliche — o ribrezzo o paura che fosse — io non potei assolutamente resistere.... Balzai in piedi come lanciato su da una molla, infilai l’uscio, mi trovai nell’androne, ove travidi due o tre custodi appisolati sulle sedie, e mi diressi a una delle porte grandi, che trovai socchiusa. La spinsi e uscii all’aperto.
Ci avevano ben avvisati che ogni tentativo di evasione del Lazzaretto costituiva, per legge, una mancanza gravissima, la quale avrebbe potuto persino giustificare un colpo di fucile da parte dei custodi!... Ma io non ebbi nemmeno l’idea del pericolo. Io non pensavo che a fuggire da quel luogo schifoso, da quell’afa opprimente, da quella moltitudine immonda. E respiravo con gran sollievo l’aria fredda della notte; e seguitavo ad andare sempre più lontano, verso l’interno della piccola isola.
* * *
Erano forse di tamerici gli alberelli bassi e radi fra i quali, andando sopra un terreno sabbioso, mi internavo nell’isola; o erano di una piccola palma di quei luoghi che ho vista poi illustrata dal La Marmora nella sua descrizione della Sardegna. Ben ricordo che andavo, andavo sempre; e che, le piante facendosi via via molto meno rade, finii per trovarmi entro una vera boscaglia nana. Qua e là vedevo anche alzarsi qualche bell’albero, e dense masse di grandi cespugli nereggiare dinanzi a me.
Vedevo, sulle prime, alla luce di un bellissimo cielo stellato. Forse la luna era tramontata da poco. Intorno a me una grande solitudine e quiete profonda.
L’aria non era punto rigida. Avevo come la sensazione di affondare e di perdermi in tutto quel silenzio, in mezzo a quella solitudine, in mezzo a quella ignoranza di luogo primitiva e selvaggia. Che m’era accaduto?... Che lasciavo io dietro di me?... Non so nella mia vita io sia mai pervenuto a provare un oblìo più completo di tutto, nel rapimento dilettoso di una libertà inaspettata e sconfinata....
Intanto s’era fatto giorno pieno da circa mezz’ora. Io guardavo innanzi a me alla distesa indefinita del piano boscoso; e m’allegrava la vista di tutta quella vegetazione ondeggiante nella luce vivida e nell’aria un po’ cruda della mattinata invernale. — A un tratto la mia solitudine cessò per una improvvisa apparizione.
Era formata da un gruppo d’uomini in piedi, bruni, barbuti e immantellati, che grandeggiavano pittorescamente in quella breve radura del bosco. Capii che mi osservavano; e subito mi avvicinai, dando ad essi il buon giorno e il buon anno! Quello che pareva il più vecchio, senza muoversi, guardandomi fisso, cominciò a interrogarmi; e alle prime domande mi pareva che parlasse latino.
— Sei tu continentale?
— Sì.
— Sei tu cristiano?...
Forse, per la singolarità della inchiesta, io tardai un poco a rispondere. Credo d’avere anche, senza malizia, sorriso. La faccia del vecchio allora si annuvolò:
— Voi altri continentali siete tutti diavoli!... Recita il _Pater noster_....
. . . . . . .
La mia stupenda visione, pur troppo, non durò un pezzo! Uno dei più giovani del gruppo mi stese gravemente la mano; e io vi deposi una lira d’argento.
Senza indugio mi offersero di cuocermi il _furia furia_, che è il cibo tradizionale sardo, tanto celebrato. Poichè erano nè più nè meno che dei buoni pastori positivi e moderni questi figliuoli dell’antica Ichnusa, che portavano la “mastruca„ sarda come un bel paludamento orientale e che un poco prima mi avevano fatto pensare a una composizione biblica di Gustavo Dorè....
Il giovane era andato al gregge, che pasceva poco distante dietro una macchia; e tornò subito con un capretto ucciso, che fu scuoiato e sventrato in mia presenza. Intanto un altro pastore tagliava dal cespuglio vicino, mondava dalle foglie e appuntava un lungo ramo di carubbo, a guisa di spiedo. Un terzo accese un fuoco di sarmenti secchi, che subito levarono una bellissima fiamma. Il capretto, legato bene con un giunco e ridotto a un globo di carne sanguinante, venne rapidamente infilato al ramo.
Allora il _furia furia_ cominciò nella sua forma di rito. Quello dei pastori che teneva il ramo si mise a girare rapidamente dintorno alla fiamma, ora accostandovi, ora allontanandone un poco il capretto; e molto abilmente voltandolo e rivoltandolo, per modo che sentisse da ogni parte l’azione del fuoco. Un altro pastore girava anch’esso dietro al primo; e ogni tanto gettava sulla carne qualche grano di sale e mormorava continuamente non so se una preghiera o delle parole cabalistiche... La scena bizzarra aveva un poco l’aspetto di una cerimonia mistica.... Sul fuoco erano buttati sempre nuovi sarmenti e le fiamme ondeggiavano all’aria crepitando. Dintorno si spandeva un forte aroma di mentastro, misto all’odore buono della carne arrostita.
Fu una faccenda di pochissimi minuti; e sovra una tovaglia grossolana ma pulita mi venne imbandito il piatto sardo, che trovai, allora e dopo, veramente gustoso.
Dopo venne la volta del latte fresco e del formaggio, con pane durissimo e nero, che il vecchio mi andava cavando fuori da un gran sacco di pelle; e aveva persino la bontà di affettarmelo con un suo coltellino. Dopo tante dolorose vicende di terra e di mare, il mio stomaco tornava a vivere!... Ed io dimostrai ai miei ospiti un appetito degno d’un convitato d’Agamennone.
Il vecchio pastore mi guardava mangiare, incoraggiandomi col suo riso di patriarca, che rilevava i suoi due zigomi sopra la barba fluente.... E ogni tanto mi tendeva ancora la mano.
Oh, furono veramente delle ore belle, delle indimenticabili ore di gioia quelle che io passai nell’isoletta di Santa Maddalena, insieme ai pastori, il primo giorno dell’anno mille e ottocento sessantasei!... Quante volte, errando pei facili meandri di quel piccolo bosco odoroso, in quella fresca e serena giornata, come il più libero degli uomini — insieme a Melibeo, a Titiro, a Menalca, a Corridone e compagni — io alzavo la faccia a consultare il sole; e avrei voluto inchiodarlo nella sua vôlta zodiacale!
* * *
Ma anche quella giornata volse al suo termine; e bisognò pensare al ritorno.
Come sarei stato accolto al Lazzaretto? Che s’era detto della mia scomparsa? Che ne aveva pensato il mio buon amico olandese Giovanni Opfer?.... Immaginando tutto quello che probabilmente mi aspettava, sentivo dentro una ripugnanza al ritorno, una inquietudine mortale.... Eppure bisognava ritornare!... Ripresi dunque la via per accostarmi all’orribile casaccia scoperchiata; e quando me la vidi a breve distanza grandeggiare sull’umile linea della spiaggia, provai un sentimento di vero odio, come se vedessi un nemico.
Ma poichè avevo cominciato con le buone sorprese, una seconda doveva io trovarne al ritorno; e la più allegra di tutte.
Giovanni Opfer mi venne incontro con in testa un bellissimo _fez_ rosso, che gli dava una fisonomia lieta e quasi trionfale:
— Buone nuove, mio caro! La nostra orribile prigionia è ormai finita!... Ma voi, che Dio vi benedica!... Dove siete stato?...
Gli raccontai la mia storia e gli domandai perdono d’averlo così egoisticamente abbandonato. Egli mi disse che aveva pensato di spiegare la mia scomparsa in modo da far credere che io — nella mia qualità di _professore_ — mi ero recato dal sotto-prefetto di Alghero a sollecitare la nostra liberazione. E m’assicurava che la sua storia non aveva trovato increduli!...
Gli risposi che avrei voluto essere il suo concittadino Rembrandt e fargli subito il ritratto, da conservare e tramandare ai miei figliuoli, quando ne avessi avuti.
Allorchè giungemmo alla spiaggia, tutti i passeggeri della _Sardegna_ erano all’aperto. Essi guardavano con lieta aspettazione verso il mare, a una barchetta che lentamente si accostava.
Dopo poco vidi mettere piede a terra un bel vecchietto, elegantemente vestito di nero, che seppi essere il medico primario di Alghero. Chiese che ci avvicinassimo. Quando ci ebbe visti bene allineati dinanzi a lui, mise l’occhialino e domandò sorridendo:
— Loro signori stanno tutti benissimo?...
— Tutti benissimo!
— In questo caso io li dichiaro liberi dalla quarantena; e possono passare meco in città.
Nel ritorno, più d’uno dei liberati volle congratularsi con me e ringraziarmi calorosamente.... Io me la cavai con delle interiezioni prudenti.
Finalmente entrammo nella vecchia Alghero — così cara a Carlo Quinto e così volentieri saccheggiata dai suoi lanzi — io e l’amico Giovanni Opfer, sopra una carrozzella molto sgangherata, ma soddisfatti e allegri proprio come se fosse quella la meta lungamente desiderata di un caro nostro pellegrinaggio.... Mentre stavamo fermi sulla porta per la visita dei doganieri, ricordo una vecchia giallognola e grinza, che ci fissava con due occhietti che parevano spiritati. Poi disse forte, in puro castigliano:
— _Que feos_ (brutti) _son, estos forasteros!_
E fu con questo saluto che io feci il mio ingresso nella bella isola del Giudice Nino e di Leonora d’Arborea.
DAL TACCUINO D’UN ASTEMIO.
Tre antichi cipressi, piantati a distanza eguale come per formare un triangolo, alti e nerissimi contro l’aria della notte, incoronano la cima. E giù per l’ampia distesa vagamente ondulata della collina, si svolge e si adagia la bella vigna, tutta lussurreggiante di tralci e di polloni, ricca per i suoi grappoli maturi che qua e là si travedono nel fogliame.
Il vecchio contadino, che sta a guardia dell’uva, siede innanzi alla capannuccia di frasche secche, con l’innocuo fucile appoggiato a uno dei cipressi, fumando la pipa.
La vigna discende giù fino al torrente fiancheggiato da vecchi alberi di giunco; poi risale e veste co’ bei filari allineati tutto il pendìo dell’altra collinetta che mi sta di faccia, terminata in alto da una folta siepe di biancospino.
Vanno per l’aria serena delle canzoni lente, amorose, con delle modulazioni e delle cadenze melanconiche. Di là da quella siepe i contadini, uomini e donne, seduti in largo semicerchio, sfogliano il frumentone e cantano e canteranno sempre fino a che il lavoro non sia finito.... Nei brevi intervalli del canto, mi giungono il fruscìo della sfogliatura e i colpi secchi delle pannocchie monde, che gli spannocchieri e le spannocchiatrici lanciano allegramente al di sopra delle foglie, ammucchiate dinanzi a loro. Le pannocchie vanno a cadere in mezzo all’aia pulita e vi disegnano un grand’arco giallo.
Per la vigna, in alto e in basso, ogni tanto passano come dei brividi d’aria fresca; i polloni più alti si dondolano sussurrando, i tralci si curvano uno verso l’altro, i grappoli si baciano fra loro; forse discorrono.... Guardo la Luna che vien su dalle alture di Ciagnano e di Settefonti. È la grande Luna rossa d’agosto, che illumina ancora le notti di settembre col suo disco enorme; e pare una faccia umana e animata; la Luna che su questi stessi colli, tanti secoli fa, gli Etruschi temettero e adorarono. I suoi primi raggi, interrotti ancora dalle forre della montagna, calano obliqui sulla vigna e gittano nella mobilità del largo fogliame delle chiazze luminose e tremolanti, variate e disfatte ogni momento da inquiete figure d’ombre che passano....
Il vento della notte si mette a soffiare più forte; e dai pali sbattuti, dalle viti piegate, dai tralci, dalle foglie, dai grappoli viene su un miscuglio di rumori, che a momenti paiono un tumulto lontano di voci vive, gridanti alla rinfusa.
.... Ancora pochi giorni, e per tutti questi bei filari passerà la vendemmia. I grappoli neri e bianchi verranno pigiati nei tini, il mosto fermentato entrerà nelle botti; poi il vino puro e generoso andrà per il mondo, entrerà nei corpi di tanta gente e il vapore salirà ai cervelli.... Chi può dire la potenza che adesso dorme silenziosa entro un grappolo d’alicanto o di moscato o di canajolo? — Nel mondo greco Giove avea vinto Saturno, ma dovette piegare dinanzi alla vittoria di Dioniso, il giovane Dio dal sorriso ambiguo, dai fianchi tondeggianti, dai capelli biondi e intrecciati come una femmina. Il flauto lidio ruppe le corde alla lira dorica e co’ suoi toni affascinanti dominò la religione nei misteri occulti, diresse le orgie esultanti sotto l’occhio del Sole. E una nuova poesia si sprigionò dai petti anelanti e un nuovo fervore scaldò le menti cercatrici della parola che viene dall’anima delle cose....
L’Ebrezza! Ma che cosa è mai questo nuovo e misterioso coefficiente che gli uomini hanno il potere di inocularsi volontariamente, aggiungendolo ai proprii sensi come una forza nuova di sensibilità, allacciandolo allo spirito come le due piccole ali che cingevano i piedi a Mercurio?... Guardate: essa è come un salto repentino con cui la Psiche umana balza in uno stato diverso dal consueto. Il senso intimo dell’essere, l’aspetto del mondo, la fisonomia e il valore della Vita cangiano a un tratto per il suo incantesimo. È ascensione o discesa? È forza o debolezza? È liberazione o servitù?... L’Ebrezza è forse come l’iride, che ha la tinta e la sfumatura di tutti i colori. — Dalla blanda caldezza cerebrale in cui lampeggiò l’estro divino d’un poeta, all’istupidimento del briaco che cade sotto la tavola: dalla incipiente e dolce eccitazione nervosa, che nella donna inspira la pietà e l’amore e nell’uomo la generosità e l’eroismo, al furore brutale che scatena l’orgia svergognata nei bordelli e fa trarre i coltelli nelle taverne: dai sogni pieni di brio confidente e di consolazione, vaporanti da un bicchiere prelibato, alle cupe visioni e agli atroci spasimi del delirio alcoolico, che tormenta e ammazza.... quale immensa distesa di episodi umani attraverso la vita, attraverso la storia, e tutti derivanti dal medesimo principio!... Nelle chiese e nelle reggie, dentro ai palazzi e dentro ai tuguri, per le piazze e per gli ospedali, nel consorzio e nella vita solinga, dovunque vive questa povera schiatta umana avida di sensazioni, bisognosa di sonno e di oblio, che diramazione smisurata e fantasticamente varia di effetti futuri! E come sono tutti collegati a questa pianta che ora verdeggia tranquilla sulla collina, a questi grappoli che ora finiscono di maturare in silenzio e brillano sotto la Luna!
E dopo tutto: quando è che può veramente dirsi degli uomini che essi sono bene in cervello? Chi ci porge la verità? È nella regola o nella eccezione che si trova la saggezza?... Salomone, il re savio, ha scritto: “date del vino a coloro che sono oppressi dalla fatica e a coloro che vivono nell’amaritudine del loro cuore.„
.... Il mio intanto è divorato da una lunga afflizione tormentosa!... Io guardo la bella vigna distesa sotto i miei occhi e penso che tutto un mondo di sensazioni e di energie, di eccitamenti, d’estri e di immagini, tutto uno stato dell’animo, tutto un aspetto della Vita e — chi sa?! — forse il più forte e il più felice, mi è duramente conteso da una curiosa condizione del mio organismo.
O bella baccante cantata da Euripide, che giaci seminuda col capo cinto di nebridi sacre, invano tu balzeresti da terra mandando il grido del Dio che ti possiede e m’inviteresti a seguirti alla montagna per mescolarmi con te alla festa di Bromio! Perchè dovrei io seguirti?... O allegri bevitori della taverna d’Averbach, cantati da Goethe, come brilla il vin del Reno nei vostri bicchieri e come sono pazze le vostre canzoni! Ben poterono Faust e Mefistofele sedersi invitati alla vostra tavola ospitale. Io no. Per voi, allegri bevitori renani, la mia calamità sarebbe considerata come un difetto spregevole. Sono un povero Astemio....
Ma perchè non posso anch’io bere del vino? Perchè questa “parte di Sole„ che scende a imprigionarsi nei grappoli, non può essere assimilata anche da me e circolare nel mio sangue e giocondarlo? Perchè esso, “la letizia degli uomini e di Dio„ com’è chiamato dal Salmista, — appena mi tocca le labbra, e le mie nari sentono il suo odore — un senso di dolorosa repugnanza si solleva da tutto il mio essere? Astemio!... Onesta parola mi suona come una umiliazione e una condanna; e io mi rodo dentro e provo un fremito di rivolta, figgendo gli occhi sulla vigna.
.... E su dal torrente, nell’aria interposta fra le due colline, si alzano e si muovono delle figure, confuse da prima, e che via via si rendono più distinte e chiare nel lume argenteo della Luna.... È una gran folla silenziosa, una folla varia e bizzarra di gente di tutte le epoche e di tutti i paesi, vestita di tutte le foggie. E vedo che tutti bevono facendo un gesto di beatitudine.... I sacerdoti nei camici bianchi e nelle lucenti dalmatiche alzano con solennità i calici d’oro; i poeti, con l’alloro in testa e gli occhi scintillanti, fanno il gesto di brindare in grandi nappi d’argento coronati di rose.... Ai sacerdoti, ai poeti, ai guerrieri de’ tempi andati veggo che si uniscono allegramente delle belle donnine, vestite all’ultima moda, eleganti e spigliate.... Esse si accostano ridendo agli uomini antichi; toccano i calici coi lunghi bicchieri spumanti, toccano le patere antiche, e gittano indietro le teste graziose come già prese da un principio di ebrietà.... Da tutte le parti il vino brilla, spuma, si riversa dagli orli spandendosi a torno in allegri zampilli.... Vino bianco, nero, color d’ambra, color di rubino, color d’ametista: vino, vino, vino dovunque si posano avidamente i miei occhi.... O Tantalo, Tantalo!... Dopo breve ora quella moltitudine comincia ad essere più animata, i volti più accesi, i gesti più audaci e più ditirambici.... Alcuni pochi, data un’ultima libazione, si lasciano andar giù come persone vinte dal sonno e scompaiono nel fondo; ma la gran massa è sempre più infervorata nel bere.... E il bere non le basta più. Principiano i corpi a dondolarsi e le gambe a muoversi ritmicamente. Un gran ballo incomincia.... Tutti si muovono, aerei e silenziosi, senza indizio di musica. Forse una musica c’è, ma non arriva al mio orecchio; forse il ritmo della danza l’ha ognuno nei nervi e nel sangue; un ritmo interiore che sempre cresce e rinforza, perchè i movimenti si fanno sempre più rapidi, sempre più concitati.... Come ondeggiano soavemente le moderne figure femminili! Che ardore, che gioia, che abbandono beato in quelle strane coppie danzanti!... Il cerchio del ballo di mano in mano si allarga, si allarga, avvicinandosi a me.... Ecco che nella sua grande orbita esso arriva quasi a lambire il ciglio delle due colline.... I danzatori mi passano sempre più vicino con rapidità vertiginosa; parmi di sentire il loro anelito caldo.... i capelli odorosi e svolazzanti delle donne quasi mi sfiorano il viso.... Alcune mi gittano passando una occhiata lucente.... Oh anch’io, anch’io!... Dovessi morire subito dopo, voglio per una volta sentire in me la divina Ebrezza, vivere un’ora entro questo circolo incantato, mescolarmi, e sia pure per un minuto solo, a questa danza felice!... Che è?... Mentre stavo per lanciarmi disperatamente in mezzo al vortice, vedo che alcune coppie si separano e si scompigliano;... la danza par che abbia trovato un intoppo; si arresta, si scioglie.... E io mi veggo dinanzi un argine di persone che mi sbarrano il passo e mi atterriscono. Tutti hanno il volto corrucciato e mi guardano con occhi ostili.... Le donne torcono la faccia disdegnando e sogghignando.... I sacerdoti protendono le braccia verso di me come in atto d’anatema. E per la prima volta da quella gran folla taciturna esce un coro di voci: _Via di qua l’Astemio!_... È terribile!... Poi delle braccia di bronzo mi urtano il petto; ed io cado riverso.
. . . . . . .
Sogno o visione, dev’essere durato un pezzo. Mi levo su da terra con le membra indolenzite pel freddo della notte. Non odo più il canto degli spannocchiatori; il guardiano dell’uva dorme; la Luna è prossima a tramontare.... La bella vigna, la vigna maledetta si adagia placidamente sulla collina; e i tre cipressi gittano la lunga ombra funerea sui tralci e i grappoli....
AL “LOHENGRIN.„
Chi l’ha visto e non se ne ricorda? La sala del Comunale di Bologna poco prima delle otto di sera si riempiva di gente sollecita, seria e quasi grave. Molti avevano sotto il braccio un grosso volume; una vera stranezza questa, nella nostra vita teatrale. Perfino le signore entravano nei loro palchetti e si assidevano sul davanti silenziose, con una certa aria composta ad aspettazione solenne. Platea, scanni, poltrone, palchi, “Barcacce„ tutto affollato. Ognuno era già al suo posto. Gli uomini quasi tutti in falda e cravatta bianca, le signore scollate e quasi tutte elegantissime.
In quei dieci minuti d’attesa, la sala del Bibbiena sonava d’un ronzio contenuto e profondo, che dava idea d’un gigantesco alveare. Su nell’alto loggione scappava ogni tanto un brontolìo più rude, una risata, un grido. Ma era l’affare d’un momento.
L’orologio del teatro segna in punto le otto; e nella sala s’è fatto subitamente un silenzio completo. Ecco: Angelo Mariani è salito al suo scanno di direttore; gira lentamente a destra e a sinistra la sua bella testa chiomata; accenna con un sorriso calmo a Camillo Casarini che dal suo palco sindacale gli risponde con un sorriso nervoso: e attacca in orchestra il preludio.... Un coro di angeli cala lentamente dagli alti cieli e restituisce alla terra la Coppa miracolosa in cui il Salvatore consacrò il vino nell’ultima cena con gli Apostoli....
Il sipario è già alzato. Enrico l’Uccellatore espone i motivi della sua venuta al popolo di Brabante, alle dame e ai baroni adunati sulle verdi sponde della Schelda.
La giovane contessa ***, bellezza bionda, passionata e superba, è nel suo palchetto di primo ordine, a sinistra, molto verso la bocca d’opera. Guarda la scena col _libretto_ in mano ed ha seduto in faccia un vecchio maestro di musica, tutto attento a voltare le pagine dello spartito collocato fra i due sul damasco del parapetto. Il marito non è con lei. Il marito era da un pezzo wagneriano convinto, ardente e battagliero; e si era apparecchiato a quella prima rappresentazione come ad un duello, passando sul pianoforte ogni giorno, per delle ore di seguito, lo spartito, discutendo al Club con gli amici per combattere e dissipare le prevenzioni sfavorevoli. La moglie, buona musicista anch’essa, lo seguiva in questo suo entusiasmo, ma non in tutto, com’egli avrebbe voluto.
La contessa si lagnava e s’impazientiva qualche volta delle frequenti astruserie e delle lungaggini dello spartito; aveva dei dubbi, faceva le sue riserve. In conclusione, aspettava d’assistere proprio alla esecuzione compiuta della scena e capiva che solamente allora si sarebbe sentita in grado di pronunciare il suo giudizio definitivo....
— Va bene, aspetta dunque d’aver sentita l’opera in teatro; ma bada di non perdere una nota. Almeno le prime sere bisognerebbe proibire le visite. Io, a buon conto, poichè non voglio nè distrarre nè essere distratto, ho già comprata una poltrona e sarò solo tutta la sera col mio spartito sulle ginocchia.
Difatti il conte sedeva in una poltrona verso il termine della fila, dal lato opposto al palco della moglie.
Intanto il primo atto dell’opera va innanzi. Telramondo ha finito il suo racconto calunnioso; Elsa chiamata a scolparsi dell’accusa di fratricidio, entra a passo lento tutta assorta nella sua visione e narra il sogno del suo bel campione consolatore. Il _Giudizio di Dio_ omai è deciso; e un araldo con voce tonante domanda se v’ha qualcuno che voglia entrare in campo per Elsa di Brabante, contro l’uomo che accusa. Dopo il primo appello, il secondo; e nessuno si presenta.... L’orchestra esprime i fremiti dell’angosciosa aspettazione. Elsa, nel fervore della sua fede, lancia una preghiera a cui si uniscono, inginocchiandosi, le donne con grida e gesti supplichevoli. A un tratto una luce meravigliosa tremula dal fondo e balena sulle acque del fiume, a cui tutti si voltano attoniti, estatici, atterriti, gridando al miracolo: