Part 3
_Chi vien? Chi vien? Quale arcano portento!_
Finalmente Egli giunge, ritto sulla navicella tirata dal candido cigno, e indi a poco si mostra sulla verde sponda del fiume tutto chiuso nella sua bella armatura d’argento; giunge l’invocato, l’atteso, il cavaliero del San Gral, splendido e tranquillo come una apparizione celeste!
La musica saliva per tutti i gradi della potenza descrittiva e appassionante, e pareva che imprimesse una strana, una fulminea forza di ascensione all’anime degli spettatori. La sala era come piena di lampeggiamenti elettrici. Quelli del pubblico che stavano seduti si trovarono in piedi di scatto senza avvedersene; e da tutte le parti del teatro scoppiò un plauso, un grido continuato e insistente, col quale tutti, artisti e profani, wagneriani e anti-wagneriani, esprimevano e mescolavano nella stessa dilettosa corrente lo stupore e l’ammirazione....
Angelo Mariani marcò l’ultima battuta del pezzo, crollando fieramente il capo come un leone vittorioso; poi si voltò, pallido e sorridente, a ringraziare il pubblico.
Non è a dire se il conte wagneriano era rapito dalla musica e lieto del successo. Tutte le sue facoltà nuotavano come in un fluido di appagamenti deliziosi. Quel trionfo di Wagner e degli interpreti era un poco anche trionfo suo. Lo sentiva e n’era beato. — Che gioia incontrarsi dopo due ore al Club, faccia a faccia cogli increduli, coi diffidenti, cogli oppositori, e poterli confondere con la eloquenza di un semplice: ebbene?!...
Quando in fondo alla scena comparve Lohengrin, gli sembrò che tutta l’anima gli si condensasse negli orecchi e negli occhi. Eppure un pensiero venne subitamente a mettersi come di traverso a quella sua attenzione così intensa; e si voltò per vedere sua moglie. Quante volte, discorrendo dell’opera o passando al pianoforte lo spartito, le aveva ripetuto: — Sentirai a questo punto! O bisogna essere dei cretini, o bisogna urlare. — Lo vinse quindi una voglia irresistibile di leggere sul volto della bella contessa le commozioni tante volte pronosticate.
Guardò sua moglie, ma essa non guardava la scena.... Strano! Non guardava nemmeno allo spartito.... La contessa era sempre seduta di fronte alla bocca d’opera, ma piegava recisamente tutta la testa e la voltava in su, arrotondando un poco il collo candido e slanciato. I grandi occhi neri erano anch’essi voltati in su e guardavano fissamente, dando a tutta la faccia l’espressione elegante e spirituale di certe teste femminili di Guido. Era pallida, immobile; salvo che il petto, nettamente contornato dal _corsage_ di velluto nero guernito di trine, si vedeva mosso da un respiro frequente e vivace.... Il marito volle cogliere la direzione di quello sguardo e gli parve di verificare che andava diritto, come un filo luminoso, a finire in terz’ordine, tra il palco n. 16, e il palco n. 18. I tre palchi occupati dalla “Barcaccia„ di cui egli era socio....
Si sentì correre per le vene un rimescolamento sinistro. Perchè, mentre duemila teste erano tutte intente verso la scena, solo la testa di sua moglie era voltata altrove?... Chi guardava? Chi poteva attrarla così, in quel momento solenne dell’opera?... Chi era più potente di Wagner, della musica, della curiosità femminile?... A chi _sacrificava tutto questo_, in quel punto, sua moglie?... Spinse gli occhi avidamente verso la “Barcaccia„ ma per la posizione in cui era non potè vedere alcuno. Vide appena le due lenti di un binoccolo sporto un poco avanti e puntato verso il palco della contessa.... Inutile pensare a collocarsi più oltre per veder meglio. Con quel po’ po’ di piena il conte si vedeva serrato nella sua poltrona come una pipa nel suo astuccio. E dovè rassegnarsi ad attendere.
Ma appena terminato l’atto, si precipitò nel palchetto e gittò al terz’ordine un’occhiata da falco. La “Barcaccia„ era vuota. I soci, come al solito, s’erano sparsi per i palchi o si erano ritirati nella retrosala a fumare e a far commenti sullo spettacolo e sul pubblico. Allora, sempre ritto in piedi, guardò sua moglie, che, levando verso di lui la sua bella faccia stanca, gli ripeteva con voce fioca e carezzevole: — Immenso! Immenso!
— E l’arrivo del Cigno?
— Immenso!
Il conte si morse il labbro inferiore; poi s’abbandonò a sedere vicino a lei, com’uomo stanco e sbalordito d’entusiasmo musicale.
Durante il resto dell’opera, la contessa *** fu attentissima. Leggeva il libretto, riscontrava col vecchio maestro i punti più singolari della musica sullo spartito, esclamava, applaudiva.
Invece il conte nella sua poltrona tutta la sera non fu più visto voltare una pagina dello spartito e guardava innanzi a sè con occhi da smemorato. Un forte armeggio facevano i pensieri dentro il suo cervello; gli pulsavano le tempie e tratto tratto si sentiva la faccia fredda di sudore.
Che era avvenuto? Sua moglie non era più quella di prima?...
Dopo un primo mulinello confuso d’idee, d’ipotesi e di congetture, la mente diede luogo ad un lavoro un po’ più ordinato.
E cominciò la ricerca dell’_uomo_. Il conte passò ad uno ad uno in rassegna i suoi amici, i suoi conoscenti, gli amici e i conoscenti della moglie, le amiche, le case delle amiche, i viaggi fatti insieme, le assenze sue da Bologna.... Nulla che dèsse presa ad un sospetto ragionevole! La contessa aveva sempre condotto una vita irreprensibile; e mai l’ombra di un sospetto era passata sopra la loro felicità. Appena ella mostrava di compiacersi degli omaggi resi alla sua bellezza; e s’anche non fosse stata virtuosa, la sua alterezza aristocratica avrebbe fatto la guardia alla sua virtù. Un tempo, quando era ragazza, s’era bisbigliato di una passioncella romantica per il figlio minore del marchese D***, un amico d’infanzia; ma furono voci vaghe e senza costrutto. L’amico d’infanzia da parecchi anni era andato ufficiale di marina e non s’erano quasi più visti. E poi dov’era ora l’amico d’infanzia? A Bologna no certo. Forse al Chilì!...
Ad onta di tutte queste considerazioni rassicuranti, il conte aveva sempre dinanzi alla fantasia la testa e gli occhi di sua moglie voltati in su, verso la “Barcaccia„ e proprio al momento dell’arrivo del Cigno....
All’uscire di teatro, l’aria fresca della notte lo riscosse un poco; e gli parve di sentirsi più tranquillo. Aiutò la contessa a salire in carrozza e le disse, ridendo, che passava al Club, a fumare uno sigaro e “a godere del suo trionfo.„ Quando entrò, la sala era piena di soci che parlavano a quattro, a sei alla volta, commentando lo spettacolo, disputando sull’opera e pronunciando i soliti apoftegmi musicali. Appena lo videro gli furono intorno in dieci o dodici. Qualcuno gli espresse il suo entusiasmo, qualcuno si diede per vinto, qualcuno sottilizzò in distinzioni per coprire la propria disfatta.
Tutta l’anima del conte s’espandeva nel suo wagneriano trionfo. Dopo dieci minuti egli aveva riconquistata la sua gaiezza, il suo brio, la sua formidabile parlantina di polemista musicomane.... All’improvviso sente una voce: — Non mi conosci più? — Si volta, e squadra da capo a piedi un giovanotto alto con la cèra abbronzata, la barba a ventaglio, gli occhi scintillanti e assai distinto nella eleganza del suo abito da società. Era “l’amico d’infanzia!„
L’amico d’infanzia che non era altrimenti al Chilì, ma invece a Napoli; che non aveva voluto mancare alla prima del _Lohengrin_ e si proponeva finalmente di passare a casa sua un due mesi e mezzo di permesso....
Le chiacchiere per Bologna dopo un mese furono molte. Si disse perfino che il conte li aveva sorpresi _in flagrante_ ed ucciso senz’altro l’ufficiale di marina. Poi si parlò di un duello all’americana, poi di separazioni e d’altre cose simili. Finalmente un bel giorno si seppe che il conte e la contessa erano partiti insieme per un lungo viaggio. Non ritornarono che dopo due anni, in apparenza benissimo fra loro; ma fu subito notato che ognuno conduceva la vita per conto suo, il più allegramente che poteva.
_(17 novembre 1882)_
Il _Lohengrin_ si ridà al Comunale. Ma sono trascorsi undici anni ed è passata di molt’acqua sotto ai ponti. È morto Camillo Casarini, è morto Angiolo Mariani, è morto il giovane uffiziale di marina. Anche la nostra giovinezza è morta.
Non sono ancora le otto, e il teatro è già pieno e quasi affollato come undici anni fa. Arrivano le signore, ma sono meno silenziose. La contessa *** è nel suo solito palco seduta in faccia alla bocca d’opera. Suo marito non lo vedo in palco e nemmeno nella fila delle poltrone. Molti sostengono che la contessa è ancora una bella donna, e parecchi giovinetti le fanno vistosamente la corte; ma sono trascorsi undici anni ed è passata di molt’acqua sotto ai ponti....
Seduto in “Barcaccia„ io mi diverto a guardarla, riandando in fantasia i tempi e i casi trascorsi. Sono curioso di vedere se, all’arrivo del Cigno, la potenza di un ricordo la indurrà a voltare la testa in su, verso di noi.... Ma no. Quando balena la luce nel fondo e le prime sezioni del coro cominciano a cantare:
_Chi vien? Chi vien? Qual arcano portento!_
ella reclina la testa come gravata di subita stanchezza; e rimane così fino al termine dell’atto.
Vi ricordate, signora, vi ricordate?
OMBRA MESTA.
Mentre salivamo lo scalone, il signor Antonio, ansando un poco, mi diceva:
— La casa dove entriamo, caro maestro, è come un sepolcro.
La contessa morì a trentaquattro anni. Un fiore di bellezza, un angelo di bontà, mio caro! Il vecchio conte, malato e imbecillito da un pezzo, non esce mai dalle sue stanze, ov’è tenuto d’occhio dai servitori perchè di tanto in tanto è preso da un certo furore malinconico.... Il figlio va da anni per il mondo e ne fa, dicono, d’ogni colore. Quando gli morì la madre, aveva otto anni; dopo, gli ammattì il padre.
Anche prima che uscisse di minorità, il consiglio di famiglia lo lasciava fare a suo modo.... Che si poteva aspettare di buono da un ragazzo venuto su a quella maniera e con una vena di pazzo nel cervello, per giunta?
Debiti il padre ne aveva già fatti parecchi; e col figliuolo cominciò a piovere sul bagnato. Ma che dico a piovere? Grandine secca, mio caro! Per modo ch’io non so più a che santi raccomandarmi. Il contino non fa che scrivermi: _vendete!_... Si fa presto a dirlo. I poderi, a buon conto, no, almeno fin che campa il vecchio. Bisognò quindi buttarsi alla roba di casa; arazzi, pizzi, quadri, mobiglie antiche, manoscritti e libri rari della biblioteca, avorii, bronzi, maioliche.... Questa casa era piena come un uovo e gli inglesi venivano a visitarla con la _Guida_ in mano; ma oramai di tante belle cose stampate sulla _Guida_ non rimarrà da mostrare più che le stanze nude e gli scaffali vuoti!... Finora ero riuscito a conservare intatto il salotto della contessa. Ma che! M’aspetto che un giorno o l’altro bisognerà vendere anche il monumento di famiglia che è alla Certosa. È un precipizio, uno sterminio addirittura!... Sapete quel che hanno avuto il coraggio d’offrirmi per quei due specchi grandi di Boemia? Seicento lire!... Ora voi mi direte quanto posso sperare, a pronti contanti, dalla vendita del pianoforte.... Il pianoforte della povera contessa!...
Intanto un servitore ci aveva introdotti nell’appartamento nobile, e, precedendoci per le vaste camere, spalancava le finestre.
Entrammo nel salotto della contessa, ove dopo la sua morte, mi diceva il signor intendente, non era più entrato alcuno, da esso in fuori, che due volte ogni anno ci viene con un servo a dar aria, a spolverare, a vedere se ogni cosa è al suo posto. Poi richiude le finestre e cala le pesanti cortine di damasco rosso cupo.
L’ampio salotto non aveva l’aspetto di quelli che ora la moda predilige: coi mobili che paiono, più che messi, gettati là di sghembo e ad angoli eterocliti; con tutto un alto e basso di poltrone e poltroncine e seggiole e _puff_ e divani di forme disparate, coperti di stoffe a tinte diverse.
L’occhio avrebbe cercato invano i frequenti riflessi, autentici o no, delle vecchie ceramiche italiane vicine a delle lacche giapponesi e a delle terre cotte di fornace modernissima; e non si perdeva, errando vagamente, sovra una moltitudine di ninnoli di ogni materia e d’ogni foggia, profusi in ogni angolo con eleganze civettuole di studiato disordine, e mescolati agli acquarelli, alle fotografie, alle caricature, ai pezzi di tessuti rari, alle piante esotiche, formanti tutt’insieme uno scompigliato _bric-à-brac_ di sagome e di colori; in mezzo al quale si può egualmente immaginare la dama vera e la dama di princisbecco, senza che, per questa ultima ipotesi, l’ambiente stoni.
In quel salotto, invece, molto ricco e molto elegante ma aristocratico, serio e quasi contegnoso per la compostezza geometrica nella quale era ordinato, non si poteva pensare che ad una vera signora, sovrana amabile e rispettata là dentro, in mezzo a gente degna di lei.
Il signor Antonio mi fece notare sovra un tavolino di mogano un piccolo telaio col ricamo appena cominciato; e un volume della _Matilde_ di Eugenio Sue, lasciato aperto all’ultima pagina letta — tant’anni fa — dalla povera contessa.
Poi mi avvicinai al piano, che già io conoscevo di fama. Era un bellissimo Erard a coda, dei primi venuti da Parigi allorchè i pianoforti di questa fabbrica cominciavano a trionfare dei Bessendorf, dei Graf e degli altri di fabbriche germaniche, allora le più reputate. — Quando arrivò a Bologna, fu oggetto d’invidia a molte signore e formò le delizie dei maestri e dei dilettanti che frequentavano la casa.
Il mio compagno, cavando dal petto un forte sospiro, alzò la mano ad un ritratto appeso alla parete sovra il pianoforte, lo sollevò dalla parte inferiore della cornice e trasse di sotto una piccola chiave. Quello era il ritratto della contessa morta. Una dolce fisonomia di donna bionda, che pareva guardarci co’ suoi due grandi occhi pieni di mestizia pacata; e come il quadro mosso continuava a ondeggiare lentamente, quegli occhi e tutta la fisonomia pareva che si animassero e prendessero una espressione di vivace diniego. Volevano dire che non era bene ciò che noi stavamo per fare?...
La mia testa cominciò a riscaldarsi un poco.
— Prima che apriate, — disse allora il signor Antonio con voce grave e mostrandomi la chiave stretta fra l’indice e il pollice, — prima che apriate il pianoforte, voglio che sappiate che esso venne chiuso or sono ventisei anni e non fu riaperto più mai. Io ricordo la triste notte in cui fu chiuso l’ultima volta.
La contessa amava suo marito. Dopo parecchi anni di vita condotta sempre insieme, continuava ad amarlo come al tempo della luna di miele e forse più. Il tempo, le distrazioni del mondo, gli urti frequenti con l’indole aspra e difficile di quell’uomo, nulla era valso a scemare in lei la passione ardente e la devozione senza limiti. L’amava e n’era gelosa.... Ed egli? Un tempo, certo, il conte aveva amato con trasporto sua moglie; ma negli ultimi anni io, vivendo nell’interno della casa e tenendo gli occhi aperti, cominciai ad accorgermi che il carattere e la condotta del conte mutavano in peggio.
Era giovane, ricco, istruito, e piaceva molto alle donne con quella sua aria d’uomo strano.
La contessa aveva di tanto in tanto delle giornate fosche e una triste inquietudine che le si leggeva negli occhi. “Hai i nervi, Elena?„ le diceva il conte, scherzando e carezzandola. Allora lei si lasciava fare; e finiva sempre col tornar tranquilla come una buona bambina....
Il diavolo fece capitare a Bologna la signora H***, una bella danese coi capelli color di cenere, che, appena arrivata, cominciò ad attirare gli sguardi di tutti e a dar materia di discorsi in tutte le conversazioni. Vestiva con eleganza originale, montava a cavallo benissimo, cantava, pattinava e faceva molte altre cose con una disinvoltura, dicono, insuperabile.
Sulle prime, il conte non volle inchinarsi all’idolo di moda; anzi ostentava per la forestiera una certa indifferenza sprezzante.
Gli uomini!... Un giorno, alla passeggiata, il conte era a piedi e la signora H*** gli cavalcava poco lontano. A un tratto, essendosi allentata la cinghia della sella, la bella danese accennava a cadere. Il conte accorse, l’aiutò a scendere, le aggiustò la cinghia e la rimise in sella. Pare che la signora sapesse ringraziarlo con tanta amabilità, che il giorno dopo il fiero conte era in casa di lei a farsi ripetere i ringraziamenti! Dopo quindici giorni, la forestiera faceva visita alla contessa; e da allora in poi non tralasciò mai di venire ogni martedì sera alla conversazione della sua nuova amica.
Io non pronosticava nulla di buono.
Il conte, bravo dilettante con bella voce di baritono, dopo che aveva fatto conoscenza con la Danese, s’era rimesso a cantare con passione; e la contessa si divertiva moltissimo ad accompagnarli al piano quando eseguivano insieme dei duetti. Gli invitati applaudivano, sino a rompersi i guanti ed esclamavano che un terzetto meglio assortito era impossibile trovarlo!...
Un martedì notte di quaresima, il ricevimento della contessa era riuscito numeroso ed allegro come al solito. Il conte e la Danese, accompagnati sempre dalla contessa, avevano cantato benissimo.
Verso le due, le signore erano già partite; dei pochi invitati rimasti, alcuni stavano nella sala del _buffet_ fumando e sorseggiando il _bischof_; altri sedevano qua e là nell’appartamento, in crocchi, discorrendo. In questo salotto non erano rimasti che la signora H***, il conte e la contessa, tutti e tre qui al piano, a studiare un duetto nuovo che si proponevano di eseguire il martedì venturo.... Io ero nella stanza qui accanto e ascoltavo. Da prima sentivo la contessa che col suo tocco elegante sonava una frase; poi la voce del conte, poi quella della Danese, poi le due voci insieme. Spesso uno dei due sbagliava la nota o il tempo, e bisognava tornare da capo. Il conte s’impazientiva, le signore ridevano.... Quando, a un tratto, che avvenne?... Io sentii un grido soffocato, che mi parve della contessa; poi silenzio; poi un gran colpo nel pianoforte. In due passi fui lì su quella porta e guardai.... La contessa, in piedi, turbata, pallidissima, voleva chiudere il piano e stava girando con mano convulsa la chiave nella serratura. Il conte, seduto su quel divano là, pareva molto impacciato. Di faccia a lui la signora H***, messosi l’occhialino al naso, avea l’aria di guardare con molta curiosità il dipinto del soffitto....
Capii ogni cosa. Nei due che stavano dietro a lei, certamente la povera contessa aveva sorpreso una parola, un gesto, un bacio, che so io?... Qualche cosa che, in un attimo, convertiva in certezza un sospetto, un dubbio, un tormento serbati dentro da un pezzo e combattuti chi sa con quali sforzi dell’animo!...
Da quel momento cominciò il precipizio di questa casa. Con quello finirono per sempre i ricevimenti della contessa, la quale si chiuse nel suo gran dolore e, gracile come era, dopo due anni morì. Il conte la pianse al suo capezzale di morte e la pianse dopo; poi, rimasto senza alcun freno e messosi allo sbaraglio, si diede a spendere e straviziare, fin che lo dovettero rinchiudere come pazzo.
Il figliuolo, voi lo vedete, sta ora compiendo questa opera di maledizione.
Io aprii il piano, non senza prima avere armeggiato un po’ di tempo nella serratura arrugginita.
Tra il leggìo e la tastiera, erano parecchi fogli di musica manoscritta, accartocciati e spiegazzati in più versi, come buttati là con mal garbo e schiacciati nel rinchiudere in fretta l’istrumento. Quei vecchi fogli, rivedendo la luce dopo tanto tempo, parve che mandassero un leggero fruscìo di allegrezza. Li acconciai e distesi sul leggio alla meglio. Era un duettino, nuovo per me, di Simone Mayer, musicato sovra una anacreontica del Vittorelli.
Mi venne voglia di passare il duetto e cominciai a ricercare la tastiera.... Il povero vecchio Erard aveva molto sofferto a restare tanto tempo serrato e inoperoso; a qualche tasto le corde non rispondevano affatto, le altre davano un suono incerto, frizzante e nasale. Ebbi la impressione di sonare un cembalo del secolo passato. Il duettino cominciava:
Non t’accostare all’urna Che il cener mio rinserra; Questa pietosa terra È sacra al mio dolor.
Le due voci successivamente cantavano su questi versi un bell’_andante_ patetico, poi s’intrecciavano con accordi e imitazioni nella strofa seguente:
Disprezzo i doni tuoi, Ricuso i tuoi giacinti: Che valgono agli estinti Due lagrime, due fior?
Il duetto, ripeto, era nuovo per me, e mi piaceva e m’attraeva per la sua purezza melodica e la dotta semplicità della sua armonizzazione. Ci sentivo dentro la buona vena dell’autore della _Saffo_. Cominciai a cantarlo a voce spiegata, accompagnandomi e sforzando il vecchio istrumento a rendere tutte le sonorità che gli erano ancora rimaste nelle corde e nella cassa armonica. Cantando guardavo istintivamente il ritratto della contessa ridivenuto immobile, guardavo i suoi occhi grandi e mesti, voltati verso di me.... Mi pareva di risvegliare, per forza, delle voci di gente morta. A quando a quando sentivo dei brividi per la vita e avevo dell’incertezza nella voce.... Il duetto concludeva:
A che d’inutil pianto Assordi la foresta? Rispetta un’ombra mesta E lasciala dormir!
Io non saprei dire quanto tempo abbia messo a decifrare e cantare quel pezzo di musica, nè mi curai di osservare l’effetto che il mio canto produceva nel signor Antonio, fermo in piedi alla mia destra. So che, mentre ripetevo l’ultima frase:
Rispetta un’ombra mesta....
che moriva flebile in un _diminuendo_, sentii che il signor Antonio mi toccò sulla spalla, reprimendo a mezzo una esclamazione di spavento. Alzai gli occhi di sopra il leggio, e sulla porta di faccia vidi la figura del conte, che guardava e ascoltava, immobile.
Confesso che ebbi paura. Mi alzai di soprassalto, ritirandomi di qualche passo indietro dal pianoforte; e anch’io mi misi a guardare il conte. Indossava una sopravvesta gialla, aveva la barba e i capelli piuttosto lunghi, ben pettinati, evidentemente ritinti. Entro tutto quel nero artificiale, spiccavano il pallore giallognolo della sua faccia smunta, con gli zigomi cascanti e gli occhi dilatati, in cui rutilavano due lagrime grosse....
Quando mi vide allontanato dal piano, si fece innanzi nel salotto, con quel passo incerto e sollevato a scatti, che è proprio dei malati alla spina dorsale.... Con un gran colpo energico richiuse il piano, schiacciando di nuovo insieme al leggìo i poveri fogli del duetto; si mise la chiavetta in tasca, e senza rivolgere a noi nè un’occhiata nè una parola, scomparve come un triste fantasma per la porta ond’era venuto; e che subito qualcheduno richiuse dietro di lui....
Noi due, senza metter tempo in mezzo, uscimmo dal salotto muti, circospetti e credo in punta di piedi.... Io per il primo, chè il signor Antonio rimase un poco indietro a chiudere le finestre e calare le tendine.
E dopo quel giorno non mi fece mai più parola di vendere il pianoforte della povera contessa.
COI SORDINI.
I.
Accadde ben presto quello che il vecchio Petronio aveva preveduto e temuto; e, caldo ancora del rabbuffo che aveva toccato dalla signora contessa, entrò nella stanza del giovinotto.
— Mio caro, non sono io stato indovino? Il vostro strumento mi tira addosso de’ guai. Scendo adesso dal quartiere della signora che m’ha parlato chiaro: o smettere di sonare o uscire subito da questa casa!...
Il giovine prima terminò la sua frase, posò l’arco attraverso il leggìo, posò il violino sulle sue ginocchia, poi guardò il vecchio portiere con un viso contrariato, come chi è distolto bruscamente da un pensiero piacevole:
— Uscire da questa casa, voi dite?... O dove volete ch’io vada? Aspetterete almeno, m’immagino, che arrivi la fine del mese. E intanto pretendereste voi altri ch’io non sonassi più? È impossibile!