I miei racconti

Part 1

Chapter 13,789 wordsPublic domain

[Illustrazione: ENRICO PANZACCHI (dal quadro di Corcos).]

ENRICO PANZACCHI

I miei Racconti

_SESTA EDIZIONE AUMENTATA_.

MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI 1900.

PROPRIETÀ LETTERARIA

_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compreso il Regno di Svezia e di Norvegia._

Tip. Fratelli Treves.

AVVERTENZA.

_Sono raccolti in questo volume i pochi racconti, che io venni scrivendo e stampando qua e là: piccolo rigagnolo che mando a perdersi nel grosso fiume della letteratura narrativa contemporanea._

_Oggi si scrive e si legge in fretta, e anche più in fretta i lettori dimenticano. Ma se avvenga a qualcuno di rileggermi, ricordando abbastanza per instituire confronti, vedrà che io ho messo una certa cura nel correggere e talvolta anche nel rifondere quasi per intero questi brevi componimenti._

_I quali ho voluto intitolare_ I miei Racconti, _non certo per una esagerata affermazione di proprietà e di originalità. La ragione di quel loro pronome possessivo è solo in questo: che mentre alcuni di essi sono delle vere paginette autobiografiche, gli altri, generalmente, furono o pensati o scritti sulle rive amene della Savena, mentre io accoglievo nell’animo le memorie della mia fanciullezza e della mia prima giovinezza, e particolari vivi e fantasmi vaghi di fatti, di persone, di luoghi._

Gennaio 1900.

E. P.

PRIMO RICORDO.

Adesso io voglio risalire con la mente al primo ricordo preciso della mia vita. Più in là, per quanto io guardi, non veggo che ondeggiarmi dinnanzi qualche ombra vaga, perdentesi nei primissimi crepuscoli della mia memoria.

Ecco: io veggo ancora la casetta ove la mia famiglia passava gran parte dell’anno quand’ero bambino; bassa, bianca, con le finestre verdi, non circondata d’alberi, posta fra la strada maestra e il fiume Savena, a cinque chilometri da Bologna.

Doveva da poco essere incominciato il giorno, perchè, guardando dalla finestra, io vedevo il cielo da una parte tutto sparso di nubi rosse; un rosso vivissimo, come non ne ho visto di poi che assai rare volte, in qualche tramonto estivo.

Quantunque fosse così di buon’ora, nella casa era un tramestio insolito. Sentivo aprire e chiudere usci, sentivo passi affrettati e bisbigli.

Certo io non mi vestii e non scesi di letto senza aiuto; ma non mi posso ricordare di chi m’aiutasse. Veggo la fisonomia d’una ragazza di casa, l’Eugenia; ma quella fisonomia si mesce confusamente a quasi tutti i miei ricordi infantili.

Dopo, la mia memoria si perde per un certo tratto. C’è come uno strappo che non riesco a riunire.... Dove e come io abbia passato quella giornata non ricordo; un momento mi veggo in confuso a passeggiare con un grande cane pastore vicino al fiume, che cominciava ad ingrossare per una delle solite piene d’autunno.

Probabilmente mi avranno tenuto apposta fuori di casa, ove io non poteva che essere, molto male a proposito, tra i piedi alla gente. Ma più tardi, forse verso il tramonto, ecco ch’io sono ancora in casa mia e precisamente sulla breve scala che dalle stanze superiori mette nella loggia al pianterreno.

La porta è aperta spalancata; e veggo della gente che va e viene per la strada maestra. Nella loggia veggo tre o quattro persone intorno a un lettino collocato in faccia alla porta. Distinguo benissimo mia madre che sta in piedi accanto al lettino e di tanto in tanto si china sovr’esso con una grande espressione d’inquietudine, senza pronunziare parola....

In quella cuna agonizzava una mia sorellina di circa un anno e mezzo; e l’avevano portata dalla sua stanza nella loggia, vicino alla porta spalancata, a vedere se potesse meno penosamente respirare. Credo che la poverina morisse di difterite; ma allora i medici non avevano ancora messo in voga questa oscura parola.

La bimba era proprio agli estremi; ed io dalla scala, non osservato, stavo guardando la triste scena. Guardavo attentamente, senza rendermi ancora conto di ciò che accadeva; ma sentendo confusamente dentro di me che io mi trovava in presenza di una cosa arcana e terribile.

Il visino della bimba era tutto color di cera, fuor che dintorno alla bocca semi-aperta, ove quel pallore cereo si mutava in una tinta fra il nero e il violetto. I due braccini, fuori della coperta, stavano abbandonati e senza moto sul corpo inerte. Tutto il moto del corpo poi crasi limitato su su verso il collo e la bocca, negli ultimi sforzi della respirazione, che ad ogni minuto secondo s’andava affrettando penosamente, e come restringendo sempre di più il suo circolo breve.

Il respiro della creaturina somigliava nel suono a un lieve rantolo sibilante.

Ed io lo sentivo quel respiro di creatura moribonda; e tanto che mi rimarrà la memoria avrò viva e presente la grandissima pena che esso mi faceva. Sarà forse effetto d’immaginazione, ma adesso mi par certo che, sempre guardando dalla scala, anch’io allora respiravo con affanno; e seguivo e secondavo e in qualche modo avrei voluto aiutare quel ritmo doloroso....

A un tratto il sibilo prese a diminuire rapidamente fino a che non sentii più nulla. Allora il medico accese una candeletta e l’accostò alla bocca della bimba.... Quando sentii singhiozzare e piangere forte intorno a me, mi misi a piangere forte anch’io, così che l’Eugenia mi trasse di là e mi condusse fuori nel prato, ripetendomi spesso: _è andata in paradiso!_

Che cos’era per me il paradiso? Anche di questo mi parlò l’Eugenia; ma per quanto la descrizione fosse allegra, io seguitavo ad essere triste. E più d’una volta volli rivedere la bambina morta, già leggiadramente acconciata in mezzo a molti fiori nella sua cuna.

La sera del giorno dopo ebbe luogo il mortorio. Io ero sul ponte ad attenderlo; e non ricordo con chi. Ricordo invece benissimo che la piena del fiume era grandemente cresciuta dal giorno innanzi e che la corrente faceva sotto di noi un forte rombo precipitandosi dalla cascata e urtando contro i piloni degli archi. Ero seduto sulla spalletta del ponte e una mano mi teneva. Guardavo in giù nel buio, da cui saliva monotona e cupa la voce del fiume grosso. Intorno a me erano molti bimbi che, aspettando, facevano un chiasso allegro; ma io, dentro la mia testa, ascoltavo sempre il fiume; e associavo, non so come, a quel gran rumore delle acque una idea triste di fuga, di violenza, di rapina.

E anche quando si avvicinò la lunga fila dei ceri accesi dietro la piccola bara, che misero nell’aria piovigginosa e buia come un incendio giulivo, io non ristetti dal guardare a basso le acque torbide, le acque fuggenti sotto di me; e credetti un momento — laggiù fra i cavalloni e le spume e i tronchi d’alberi portati dalla piena — di veder passare la mia sorellina dentro la sua cuna; la mia sorellina morta, che il fiume mi portava via, lontano, per sempre, verso un luogo ignoto, e dove non pertanto avrei voluto seguirla e perdermi con lei....

LA MIA UNICA TRAVERSATA.

In questo mese, il molto discorrere dei giornali intorno alla Sardegna, mi ha fatto ripensare più volte il mio unico viaggio all’isola. Sono passati de’ begli anni! Ma parecchi dei miei ricordi sono sempre vivi e come di ieri.

La mia traversata fu più triste che lieta per lo stato del mio animo, per gli incidenti penosi e le contrarietà che non furono poche; senza contare il mal di mare, che mise in me un odio non ancora placato....

Oh, le mie lunghe ore di spasimi in quella eterna notte, entro quelle spaventevoli Bocche di San Bonifazio!

Io mi vedo ancora — al primo rompere dell’alba di una fredda e ventosa giornata, verso gli ultimi di dicembre 1865 — sopra una barchetta ballonzolante, che dal Molo di Livorno mise più di un’ora ad accostarmi alla scaletta della _Sardegna_; la quale era, credo, la peggiore fra le carcasse marittime che, a quel tempo, facevano il viaggio dal continente italiano all’isola, sotto gli ordini della Compagnia Rubattino. Arrivai sul cassero già tutto scombussolato dai marosi che per venti volte mi avevano avvicinato e respinto dalla nave; e mi bastò la nausea provata a respirare quell’aria sazia di olio rancido per convincermi che non entravo in un luogo di pace.... Il mio stomaco ebbe subito l’_intuito_ di tutte le sofferenze che l’aspettavano; e non si rassegnò, nè seppe armarsi di coraggio.

* * *

Quando fummo in vista dell’isola d’Elba, seppi da un servitore di bordo che la _Sardegna_ portava un carico di camorristi napoletani condannati a domicilio coatto. Erano tenuti chiusi giù presso la sentina. Cattiva zavorra!

Ma il mare non era ancora grosso e il male mi pareva tollerabile. Potevo dunque distrarmi, e guardare ai contorni alti e foschi dell’isola, che si mostravano tra la nebbia, e pensare a Napoleone I, alla sua fuga e ai suoi “cento giorni....„ Seppi che il capitano della nave si chiamava Garibaldi; un bel vecchiotto ligure di modi cortesi e di poche parole. A colazione, probabilmente in causa della mia faccia smorta, egli mi aveva augurato il buon appetito con un sorrisetto bonario nel quale era facile di scorgere una fede men che mediocre. Difatti, non ancora finito di mangiare un’acciuga, io mi ero già alzato, e barcollando mi allontanavo dalla mensa....

Verso sera mi parve di notare un certo rimescolio e qualche segno di inquietudine tra la gente di bordo. Io ero già divenuto molto egoista e guardavo con grande apatia le cose di questo mondo; ma senza domandare, imparai che, sotto coperta, le cose di questo mondo non procedevano troppo regolarmente. Giù nel loro camerotto i condannati tentavano una vera rivolta, che era cominciata con una rissa e con del sangue. S’intende che, malgrado tutte le perquisizioni, parecchi di essi avevano saputo portar con loro il coltello.... Cattiva zavorra! ripensai. — Intanto mi giungeva la voce secca del capitano che dava degli ordini in dialetto genovese. Poi me lo vidi passare innanzi rapido e tranquillo insieme a due carabinieri; e tutti e tre sparire sotto una specie di botola che si apriva vicino all’albero maestro....

Io non ricordo se fui attratto dalla calma risoluta di quel vecchio o se fui spinto istintivamente dal bisogno di trovar sollievo in una distrazione qualunque. Fatto è che andai dietro anch’io; e dopo una lunga discesa, attaccandomi ai piuoli di metallo d’una scala strettissima e buia, mi volsi a guardare in fondo.... Sotto di me il luogo era ben rischiarato da una piccola lanterna che uno dei carabinieri teneva in mano. Egli pure s’era fermato sui piuoli della scaletta e proiettava dall’alto i raggi sopra le figure del camerotto sinistro. I coatti non erano certo meno di venti e sedevano tutti per terra. Il capitano, ritto in mezzo ad essi, come un domatore nella gabbia delle fiere, faceva loro un discorsetto alla buona, senza gridare. Ma parlava con voce molto ferma; e capii che diceva, in sostanza: — Sulla nave, egli si sentiva “come un re di corona„; e al primo altro cenno d’insubordinazione, aveva stabilito di estrarre a sorte tre di loro e di farli impiccare subito ai cordami della nave....

Nessuno di quei seduti si mosse e nessuno parlò. Io dal mio posto vedevo le teste immobili, non i volti; tranne d’uno, che appoggiava le spalle e l’occipite alla parete e aveva sulla camicia bianca una larga macchia rossa; anch’esso perfettamente immobile, col suo viso giovanile, attento e composto....

* * *

O Enosigèo! o Posseidone! o divino Mare! Quando io ti amavo nei canti dei poeti, immaginandoti così bello nelle tue collere; quando invidiavo Ulisse sulla nave sbattuta dai marosi e minacciata dagli scogli, e, levata la faccia dal volume, respiravo a pieni polmoni, come se una poderosa aura di vita inondasse la mia cameretta e giocondasse la mia anima; — quando mirandoti dal lido, o placido o irato che tu fossi, ti celebravo e ti benedicevo, principio eterno e incorruttibile di forza, di salute e di giocondità; — o sposo di Anfitrite, o padrino di Venere, o Mare divino! — come mai avrei potuto immaginare che tu, la prima volta ch’io m’abbandonavo a te, mi avresti accolto con delle sofferenze così lunghe, così atroci e così miserabili?

. . . . . . .

Adesso voglio dire come feci la conoscenza del signor Giovanni Opfer, olandese.

Lo spaventevole rullìo che durava da un pezzo, aveva anche all’interno trabalzato e sconvolto ogni cosa. Il bastimento pareva accecato. Io giacevo nella mia cabina circondato dalla più trista e dalla più fetida delle oscurità, rotta ogni tanto da un po’ di luce livida e odiosa che entrava non so da che parte. Vicino a me una voce infantile strillava senza posa; e non udivo alcun’altra voce che lo confortasse o che almeno lo sgridasse.... Per quanto rinchiuso io fossi nella patologia del mio egotismo, quel continuo piangere di bambino abbandonato mi dava una pena indicibile. E non avevo nemmeno la forza di chiamarlo.... Ho detto che giacevo nella cabina; ma chi mi legge intenda. In una delle mie svariate violenze acrobatiche puntai i miei due piedi al soffitto della cabina e cominciai a spingere, a spingere.... A un tratto sentii che il soffitto cedeva; e quasi nello stesso tempo, come un’ombra nera, vidi passare di fianco a me un corpo umano, che pioveva dall’alto urlando; poi mi sentii premere sul petto da due grosse mani e udii delle parole in una lingua che non capivo, ma che certo avevano un tono tutt’altro che amichevole per me. Io risposi, senza muovermi:

— Se volete ammazzarmi....

Che suono avessero le mie parole io non saprei dire; ma produssero sicuramente un effetto di pacificazione. La stessa voce ripigliò con modo calmo e quasi flemmatico, in italiano:

— Aspettate che accenda un fiammifero....

Al chiarore della fiammella ci guardammo. Egli era un giovanotto alto, piuttosto tarchiato, piuttosto bello, biondo e roseo. Io dovevo aver una faccia da far paura o pietà; ma il mio sconosciuto preferì di ridere sonoramente, non sapevo se di me o del bizzarro caso che ci faceva conoscere a quel modo. E continuò a discorrere in buon italiano, con gaiezza amichevole:

— Sicuro! Quelle Bocche di San Bonifazio erano una gran noia per i viaggiatori; e in quel momento passavamo appunto il tratto più scabroso.... Ma egli non temeva il mare. Tutt’altro! In mare egli mangiava, beveva benissimo; fumava come un turco e ci dormiva dei sonni tranquillissimi.... Ah, se io non lo avessi svegliato a quel modo!

— Scusatemi! Le cose fatte coi piedi....

La sua grande indulgenza mi aveva dato perfino il coraggio di scherzare; e la sua vista, la sua voce e le sue buone parole mi rianimavano un poco. Finalmente egli si volle presentare in forma: — Si chiamava Giovanni Opfer, olandese; viaggiatore della Casa.... Come da dieci anni, faceva ora il suo solito viaggio in Sardegna ad acquistarvi delle pelli di capretto. — Io, oltre il mio nome, gli dissi che ero stato nominato da poco professore e che il Ministero mi mandava a fare la mia “prima tappa„ a Sassari, come insegnante di storia nel Regio Liceo Azuni.

* * *

A Porto Torres non ci vollero. Mentre la _Sardegna_ avanzava tranquillamente nelle acque del porto, vidi che cinque o sei barche le venivano incontro. Poi, come fu gettata l’àncora, una di esse venne sotto la nave, fin presso alla scala d’approdo; e il capitano discese a parlamento.... Che c’era di nuovo adesso?!... Il nostro Garibaldi per un poco alzò la voce, giurando in italiano e in genovese. Ma alla sua molte voci rispondevano dalla barca prossima, intanto che quelle rimaste indietro si avvicinavano e si collocavano dinanzi a noi, come una minuscola flottiglia.

Ogni barca era piena di gente; e vidi che tutti si volgevano verso di noi con delle faccie tutt’altro che amiche. Alcuni vociavano e gesticolavano; alcuni altri guardavano senza parlare nè muoversi, inalberando certi lunghi fucili, di forme, se vogliamo, antiquate, ma punto rassicuranti....

In sostanza, s’era a quei giorni parlato nei giornali di qualche caso di colera, non so in che luogo della penisola; e questa notizia era bastata perchè quei dell’isola non ci volessero a nessun patto, se prima non eravamo passati in quarantena. Era troppo recente il ricordo della epidemia del 1855, che per tutta la Sardegna, e specialmente a Sassari, aveva menato strage, fino a ridurre a metà la popolazione; e aveva lasciato negli animi un ricordo di orrore e di terrore.

Inutile dunque ogni resistenza. E dovemmo deciderci a riprendere il largo e a far rotta per Alghero, ove le delizie di una quarantena ci aspettavano. Vale a dire la bellezza di altre nove o dieci ore di mare, traversando tutto il golfo dell’Asinara e girando il Capo del Falcone e poi quello dell’Argentina, sino alla nuova meta. E per quanti giorni il Lazzaretto? Chi diceva per dieci, chi per venti, chi per quaranta giorni....

Le nostre benedizioni furono molte.... E dopo mezz’ora l’amico Posseidone cominciava a trattarmi come prima. Bontà sua!

* * *

Quando fummo in vista di Alghero, imparammo che il Lazzaretto non era presso la città ma in una piccola isola posta di faccia ad essa, e distante circa di mezz’ora.

Al mio amico Giovanni Opfer, che conosceva Alghero, questa parve una buona notizia, e voleva che me ne consolassi; ma io, che vedevo tutto in nero, gli rispondevo che questo moltiplicarsi di isole per me era tutt’altro che di buon augurio. M’avevano obbligato a muovermi da casa mia per approdare ad una sola; ed era anche troppo!....

. . . . . . .

Quando le fummo presso, diedi un’occhiata alla minuscola isoletta di Santa Maddalena; e mi venne in mente “l’isolotto funèbre„ descritto da Aleardo Aleardi. Non era la Meloria; ma per la mia fantasia doveva essere qualche cosa di ugualmente infausto e infame. Un marinaio dal bastimento mi segnò col dito una vecchia casa scoperchiata del tetto; e mi disse, — il Lazzaretto è quello! — Per tutta la spiaggia, e guardando oltre verso l’interno dell’isola, non si vedeva altra abitazione; nè una figura umana nè un albero.... Scendemmo a terra. La giornata invernale e nebbiosa stava per finire; ed io non ricordo d’avere mai visto scendere sul nostro globo un tramonto più brutto e più malinconico.

Tutta la vecchia casa scoperchiata si riduceva al pian terreno, con un androne in mezzo a due stanzoni bassi, nudi e sordidi. Unico mobiglio, qua e là dei mucchi di paglia e alcuni materassi, che un tempo saranno stati bianchi e che da più parti mostravano la imbottitura di stoppa.... Non proseguo nel descrivere, poichè, quando posso, io amo di attenermi alla massima di Ernesto Renan, che soltanto le cose belle dovrebbero essere assunte dagli scrittori all’onore di una descrizione....

Saremo stati circa una quarantina di infelici, d’ogni sesso, età e condizione. Delle separazioni personali una sola era possibile; quella degli uomini dalle donne; e fu effettuata, credo, con soddisfazione scambievole.

Dopo un paio d’ore, quelli dei nostri compagni di stanzone che appartenevano alla così detta plebe, già se la dormivano sdraiati sulla paglia e sui materassi. Parecchi russavano. Beati loro! Io e l’amico Opfer passeggiavamo infaticabilmente per tutto lo spazio libero, discorrendo e tempestando sulla triste ventura che ci era toccata. Io gridavo:

— Ma è mai possibile che possano lasciarci a lungo in questa abominevole condizione?!...

Il buon olandese continuava ad offrirmi ogni tanto dei cattivi sigari d’Amburgo; e visibilmente si ingegnava a cercare delle buone parole per sollevarmi un poco l’animo. E qualche volta ci riusciva:

— Domani voi scriverete al sotto-prefetto di Alghero; voi gli descriverete queste orribili cose; voi lo assicurerete che non proveniamo da luoghi infetti e domanderete la nostra immediata liberazione; voi vi firmerete col vostro titolo di _professore_, ed egli vi ascolterà.... Che diavolo!...

Così egli mi dava un’idea magnifica dell’autorità che dovrebbero godere i professori liceali in Olanda... Intanto le ore di quella notte passavano una dopo l’altra, lente, lunghe, opprimenti; e in noi si andavano accumulando una profonda stanchezza e un fastidio indicibile. I due sentimenti combattevano pro e contro la nostra gran voglia di sdraiarci, come gli altri, sulla paglia e dormire.

Delle poche lucerne attaccate ai muri del nostro stanzone, alcune erano ridotte al lumicino, altre si erano spente. Un forte odore di moccolaia errava nell’aria cortesemente e si aggiungeva a tutti gli altri odori del luogo....

Il buon olandese, dopo essere stato per tanto tempo il mio consolatore, appariva adesso più stanco e più abbattuto di me. Allora io mi posi a declamargli quel celebre Capitolo di Francesco Berni:

Udite, Fra Castoro, un caso strano,

che evoca e volge al riso tante immagini conformi al caso nostro. Tutto inutile!... Pareva che la stanchezza e la malinconia gli cominciassero dai capelli, i quali spiovevano nella loro biondezza cinerea sugli occhi appesantiti. La faccia era sempre paffutella e rosea ma appariva un po’ stirata agli angoli della bocca e come tutta mortificata da un malcontento infantile. Egli era comico e triste....

— Amico, se provassimo anche noi a stenderci un poco? _À la guerre comme à la guerre_....

— Avete ragione.... _À la guerre_....

E si lasciò andare come uno straccio sovra un mucchio di paglia. Dopo cinque minuti egli dormiva; e allora anch’io mi stesi vicino a lui ad aspettare il sonno. Intanto che aspettavo, mi sovvenne che quella era l’ultima notte dell’anno 1865; anzi, che essendo passata la mezzanotte da un pezzo, io ero già entrato nell’anno 1866....

Allora sentii qualche cosa dentro di me, come se il cuore improvvisamente mi si ingrossasse fino ad aprirsi, e ne uscissero i ricordi e gli auguri pieni di tristezza e di tenerezza, volando via come stormi di colombi viaggiatori. — “Buon anno! Buon anno! Buon anno!„ — E tenendo gli occhi chiusi, attraversavo il Mediterraneo e tutta Toscana, valicavo gli Appennini, andavo di filato a Bologna, entravo nella mia casa, passavo dall’una all’altra nelle stanze silenziose, ove quelli della mia famiglia forse a quell’ora dormivano e certo s’erano addormentati pensando a me. — “Buon anno! Buon anno! Buon anno!„.... — Avrei anche voluto che il mio vicino fosse sveglio; e mi doleva che, allo scoccar della mezzanotte, non avessimo pensato a scambiarci un augurio, serrandoci la mano, come due vecchi amici.

Poi volli distrarmi da tutta quella tenerezza; e ruminai di nuovo nella memoria il Capitolo di Francesco Berni:

O Muse, o Bacco, o Febo, o Agatirsi! Correte qua chè cosa sì crudele Senza l’aiuto vostro non può dirsi....

Ma che cosa accadeva nello stanzone dei dormienti? Che cosa si rimescolava a quell’ora, nella paglia e tra i materassi?... Ebbi da prima la apprensione vaga di tutta una animazione extra umana, che abitasse insieme con noi, respirasse e si movesse vicino a noi, secondo leggi, istinti e abitudini proprie.... Poi cominciai a cogliere, dai punti lontani dell’ambiente, qualche fruscìo, qualche rodìo e perfino dei lievissimi gridi che parevano sibili.... Mi posi sull’attento.... Non c’era dubbio; avevo ben visto qualche cosa balzare o guizzare per un momento vicino a me....

I topi?... Credo che avevamo già accennato ad essi, io o l’olandese, al nostro primo giungere, là dentro, come a nostri compagni inevitabili. Ero dunque prevenuto e rassegnato a sopportare, alla meglio, anche quella tra le tante altre forme di schifo che si accoglievano in quella trista dimora.... Ma altra cosa è udire, altra cosa vedere e quasi toccare con mano!