Part 4
In quanto alla disposizione degli appartamenti, sembra che la maggior parte delle case grandi e ricche avessero quattro ale o divisioni formanti un cortile quadrato detto _toch abaiith_ (corte interiore), e precedute da un cortile esterno detto _hhasser_, destinato a ricevere le persone che ordinariamente non venivano ammesse nell’interno della casa. È molto probabile che il quartiere delle donne fosse collocato nella parte la più remota, poichè quando Davide volle significare come si manifesti la benedizione di Dio su d’un uomo pio, si servì della seguente espressione poetica:
«La tua moglie sarà quale feconda vite _beüarchethè bethécha_ (nella estremità della tua casa). I tuoi figli saranno quali giovani piante d’olivo, intorno al tuo desco»—Dalle profezie di Amos e di Geremia, si ricava che i ricchi avevano appartamenti distinti per l’estate e per l’inverno.
Il primo che abbia parlato di cucina propriamente detta, è il profeta Ezechiele.
Tanto le città quanto le case avevano porte _sáar_²⁴ di una o di due imposte. La porta formata di un’imposta sola si diceva _deleth_, e quella formata di due imposte _delathaim_. L’architrave si chiamava _mascof_ e gli stipiti _mezuzoth_. Certo si sa per insegnamento ricevuto sino dai più teneri anni, che questa parola fu traslativamente appropriata ad indicare un piccolo rotolo di carta pecora, rinchiusa in una canna o vetro, e contenente i due primi paragrafi del _Schemanh_ e che si pone nello stipite dell’uscio delle case dal lato diritto di chi vi entra. Sul di dietro di questa pergamena sta scritta la parola _sciaddaï_ che deriva dalla radice _sad_ mammella, e viene tradotta in italiano per: prima causa d’ogni cosa, onnipotente, provvidente²⁵.
²⁴ Questo vocabolo indica spesso il vuoto della porta e talora anche la città intiera o i cittadini o i magistrati suoi. Così il vocabolo _pedahh_ che preso da taluni nel senso dell’uscio, non ne indica che l’ingresso o il limitare.
²⁵ Questo precetto di Mosè parimenti a quello del _Sissith_ che doveva applicarsi ai quattro angoli degli abiti, e dei _Tefilin_ che si portavano al capo e al braccio sinistro tutto il giorno, e attualmente nel tempo della preghiera mattutina, hanno uno scopo solo: quello di mantenerci costantemente virtuosi impedendoci di dimenticare neppure un istante la presenza di Dio, e il dovere che abbiamo di non posporre all’interesse o ai diletti del senso i suoi sacrosanti ordini di lealtà e di purezza. Quanti peccati e diremo anche quanti delitti di meno avrebbe a deplorare la società qualora tutti gli uomini si ricordassero sempre ed ovunque che all’occhio di Dio nulla sfugge, e che per ripetere l’espressione di Davide, «le più fitte tenebre sono per lui luminose come il giorno!». Il timore di Dio purifica il cuore e lo fa forte contro le tentazioni. Non ci pare fuori di posto il seguente racconto:
Un dottore stava per morire. I suoi discepoli che muti e tristi ne circondavano il letto colsero un istante in cui pareva che i suoi dolori gli concedessero una tregua, e lo pregarono di volerli benedire. Voglia Dio, rispose il dottore, che il di lui timore sia nei vostri animi tanto efficace, quanto è efficace il timore di un uomo. A questa benedizione i discepoli fecero tali atti di stupore che non poterono sfuggire al moribondo, il quale soggiunse: O figli miei! Non vi paiano strane o prive di valore le mie parole. Ditemi in grazia! Qual’è il pensiero che più preoccupa un uomo quando sta per commettere un’azione riprovevole? Di non avere testimoni che possano accusarlo; pensiero che fu espresso da Giobbe colle parole: «e l’occhio del malfattore attende la notte dicendo fra se stesso: non mi potrà scorgere occhio umano». Ora, se il timore di Dio parlasse altrettanto forte nel suo pensiero si lascierebbe egli trascinare al peccato?
Le porte si chiudevano con _sbarra_ o _chiavistello_ detto _beriahh_. Quantunque nella Bibbia non si trovi una parola che si possa veramente tradurre per _serratura_ poichè la parola _manùl_ derivando da _naál_ (_calzare_, _chiudere_), probabilmente voleva indicare non una serratura ma un legaccio o una catena a cui si attaccava il _beriahh_; ciò nullameno rileviamo da Giuseppe che esse erano conosciute.
Ed a parere nostro è probabilissima tale opinione, poichè nel racconto della morte d’Eglone ucciso da Aód²⁶ si dice che i servi di questo principe presero un _mafteahh_ (chiave), per aprire l’uscio che s’era chiuso dietro di sè l’uccisore.
²⁶ Morto Giosuè e tutti i suoi coetanei, che erano stati testimoni dei grandi fatti operati da Dio in favore di Israello; sorse una nuova generazione la quale lasciandosi adescare dagli ignobili e sensuali allettamenti dei riti del paganesimo, abbandonò prestamente la legge di Mosè, e contrasse matrimonii con donne straniere.
In punizione della sua ingratitudine, Dio dava il suo popolo in balìa delle nazioni che Giosuè non ebbe tempo di vincere, e che ne facevano aspro governo. Ma quando angosciato e pentito, si rivolgeva a Dio supplicandolo di perdono e di soccorso; egli allora commovendosi alle sue miserie, inspirava qualche coraggioso cittadino a farsi suo difensore.
Questi uomini vengono distinti col nome di _sciofethim_ (giudici) quantunque fossero in fatto veri _dittatori_ nominati talvolta da una sola tribù e talvolta da tutto il popolo intiero. Il primo di tali _sciofethim_, che vinse Cussan re di Aram, fu certo Othniel il figlio di Chenaz fratello minore di Caleb. Ma dopo quarant’anni di pace, gli Ebrei ritornarono da capo ai loro traviamenti; e Dio permise che fossero di nuovo angariati per diciotto anni da certo Eglon re di Moab. In capo a questo tempo Iddio inspirò certo _Aód_ di salvare i suoi fratelli. Ed ecco come avvenne il fatto. Costui fu incaricato di portare al re un presente, che probabilmente non era altro che una quota di tributo. Compiuta la sua missione e congedato il suo seguito, disse al re di avergli a confidare qualcosa d’importanza. Il re fece allontanare immantinenti tutti i suoi servitori, e scese dal trono. Convien sapere che il re era assai pingue e Aód mancino. Quando questi due uomini si trovarono di fronte, con un rapido movimento Aód estrasse un lungo coltello che teneva celato dal lato destro, e lo conficcò sino al manico nel ventre del re che cadde al suolo esanime. Aód uscì dalla camera chiudendo l’uscio dietro di sè; e arrivato nel monte di Efraim raccolse alcune migliaia di soldati: affrontò i Moabiti che presi alla sprovvista e mancando di direzione, vennero trucidati in numero di dieci mila. Questa vittoria apportò ottant’anni di pace.
I mattoni sono designati nella Sacra Scrittura col vocabolo _levenim_ da _lavan_, bianco, perchè fatti di argilla bianca comunissima in Oriente. È singolare che il procedimento di formare e cuocere i mattoni, sia attualmente eguale alla breve descrizione dataci da Mosè nella Genesi.
I legni che venivano adoperati principalmente negli edifizii erano il sicomoro, l’acacia, il palmizio, l’abete e l’olivo. Il cedro molto più prezioso di tutti questi s’adoperava soltanto negli edifici sontuosi. Nella descrizione della balaustrata fatta costrurre da Salomone, e che dal suo palazzo conduceva al Tempio, si parla d’un legno detto _almugghim_ o _algummim_. Isaia parla pure del legno _teascur_, tradotto per _bosso_, ma che forse non era che una specie di cedro. Le case d’_avorio_ di cui si parla nel libro dei Re e nelle profezie di Amos, venivano così dette per la grande copia di lavori d’avorio che le decoravano.
§ 6.—_Mobili._
Le nozioni che ci vengono somministrate dalla Bibbia relativamente ai mobili sono assai scarse. Nella descrizione dei sacri arredi del Tabernacolo non troviamo menzionati che gli specchi _maròd_ (fatti con rame lucente), la tavola _sciulhhan_, le caldaie _assirod_, i bacini _mizrecód_, le forchette _mizlegod_, le palette _mahhtod_, la lampada a più becchi _menorà_, il bacile _kearà_, e la conca _chior_.
E così quando all’epoca dei re una signora di _Sunem_ propone al marito di fare allestire una camera appartata pel profeta Eliseo, non troviamo menzionata che una tavola, una menorà, una _mità_ (letto) e un _chissé_ (sedia). Ciò nullameno è indubitato che sino dai tempi di Abramo, i ricchi dovevano avere mobili quali potevano venire suggeriti dal bisogno e dal lusso, poichè le arti avevano già fatti progressi tali da occuparsi in oggetti di puro lusso per ornamento muliebre quali orecchini, anelli e smaniglie.
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SIVAN (_Maggio-Giugno_)
Coll’intervento divino manifestatosi coi grandi prodigi di cui noi parlammo nel mese di Nissan, Israele infrange le sue ritorte; con _mano alta_ esce da quella terra che fu tanto inumana per lui, e si accinge a conquistare il paese di Canaan promesso ai suoi antichi patriarchi, che già avevano avuto in esso lunga dimora.
Ma colla libertà è indispensabile a tutti i popoli una educazione religiosa, civile e politica atta ad illuminare la mente di ogni singolo cittadino, e a fortificarne il cuore: onde quella stessa libertà, ch’è il più caro tesoro dell’uomo, non degeneri in licenza alterando il morale equilibrio della società e preparandole spensieratamente disordine e rovina.
Egli è per questo che quasi appena data la libertà al suo popolo, Iddio stesso volle proclamare al suo cospetto, i principii fondamentali di quel codice eterno che col mezzo del suo servo fedele, Mosè, intendeva elargirgli.
Ed ecco come avvenne questo fatto grandioso.
Correva il terzo mese dacchè Israele era uscito dall’Egitto, ed era precisamente il giorno sesto di Sivan, quando frammezzo a spessa nuvola, preceduto ed accompagnato da spaventoso fragore di tuoni e da terribili lampi; Iddio stesso proclamava sul Sinai il Decalogo²⁷: compendio religioso-morale non solo d’Israele, ma della intiera umanità; inquantocchè esso racchiuda i principali e massimi doveri che la religione e la morale reclamano imperiosamente da ogni individuo. Il solo primo di questi precetti ha un carattere tutt’affatto speciale verso al popolo d’Israele; perchè con esso Iddio, si dichiara tale per lui, per averlo tratto dalla schiavitù d’Egitto.
²⁷ Decalogo è voce greca, che significa _dieci parole_ ed è la esatta traduzione dell’espressione ebraica _Ascered adevarim_ o _Ascered adiberoth_. I nostri dottori sempre solleciti a valersi di qualunque fatto da cui si potesse ricavare qualche morale insegnamento, fecero rimarcare la predilezione che ha Dio pei deboli e modesti dal fatto, che per dare la legge al suo popolo, Egli scelse il Sinai ch’è una delle più basse montagne dell’Arabia.
Preparato tre giorni innanzi a santo raccoglimento con corporali astinenze purificatrici del corpo e dello spirito, il popolo intiero, uomini, donne e fanciulli furono testimonii di questo grande avvenimento. «Domanda alle generazioni che furono, dice Mosè a Israele, dall’una all’altra estremità della terra, dal dì che Dio pose l’uomo sulla terra sino al giorno d’oggi, se mai abbia avuto luogo ciò che successe a te; che Dio stesso siasi rivelato ad un popolo intero circondato da un fuoco avvampante ed abbia proposto direttamente a lui le basi del suo patto!²⁸» È Dio stesso che col primo precetto abolisce in massima ogni sorta di schiavitù²⁹ e di caste³⁰; proclama colla sua Unità la eguaglianza fra tutti gli uomini componenti l’Assemblea di Giacobbe, perchè tutti indistintamente trasse dall’Egitto da casa di schiavi. «Presso di loro (gli Ebrei), dice a questo proposito l’abate Gúenée, nissuna di quelle ingiuriose distinzioni di casta stabilite presso gli Egiziani ed i Romani; nè quell’oltraggiante disdegno d’un ordine di cittadini per l’altro; nissuna di quelle barbare istituzioni che altrove riuniscono _in una parte_ della nazione i privilegi e l’autorità.... Tutto conduceva all’eguaglianza naturale». E D. Calmet diceva a questo proposito: «Tutta la legge è nell’interesse della nazione intiera, e non del tale o tal altro privato. Le distinzioni sociali non possono essere basate che sull’utilità comune».
²⁸ In altro luogo si troveranno schiarimenti su questa espressione, quantunque nel mese precedente a questo, abbiamo già riportato le parole di un nostro illustre filosofo su tali espressioni bibliche, che prese letteralmente parrebbero umanizzare Iddio, cosa questa che sarebbe in perfetta contradizione collo spirito che informa tutta la legislazione mosaica.
²⁹ Nelle nozioni archeologiche che daremo sulla famiglia saremo necessariamente portati a parlare della schiavitù presso gli antichi ebrei; e dalle nostre parole risulterà con evidenza che se Mosè non l’abolì pienamente di fatto, ciò fu per una concessione a certe idee o bisogni affatto temporanei come avvenne per la poligamia e pei sacrifici: ma che tale concessione fu da lui subordinata a tante restrizioni da renderne l’applicazione assai più apparente che reale.
³⁰ Naturale conseguenza della unità della razza umana proclamata dal Genesi e confermata dalle scoperte dei secoli posteriori. Perchè, domandano i nostri dottori, fu creato un sol uomo ad essere padre di tutte le generazioni della terra? Per darci due ammaestramenti. Il primo è che chi uccide un uomo è come distruggesse un mondo, e chi salva un uomo è come salvasse un mondo; il secondo è per mantenere la pace fra l’umana società, affinchè una generazione non possa dire all’altra: «il padre mio fu più grande del tuo».
Col secondo precetto Iddio raccomanda di non adorare idoli, di non fare immagini nè figure di qualunque oggetto esistente nel cielo, nella terra e nelle acque; poichè egli, Dio geloso, punisce i peccati dei padri sui figli sino alla terza e quarta generazione, ed usa con benevolenza coi suoi amici sino alla millesima generazione. Come! esclamarono in ogni tempo ed esclamano tuttavia i detrattori della Bibbia. Il Dio di Mosè partecipa dunque a tutte le umane passioni? Sente gelosia, serba rancore, prova il bisogno di vendetta? Nè basta ancora che punisce i figli per le colpe dei loro padri e dei loro avi?—Eppure niente di più erroneo di questo ragionamento. Dopo la fatta proibizione di tracciare immagini, che per le impressioni portate seco dall’Egitto e per l’esempio di tutte le nazioni da cui erano circondati sarebbero stati immancabilmente condotti ad adorarle; Iddio proclama una verità naturale, un fatto che si rinnova ogni giorno³¹. Daltronde la Bibbia intiera protesta contro una tale supposizione. Ne citeremo alcuni esempi: Tra i consigli e gli ordini che Mosè stesso impartisce ai giudici onde non si lascino influenzare da verun sentimento di debolezza verso il potente, di commiserazione verso il povero ecc.; troviamo la seguente raccomandazione: «Non saranno fatti morire i padri per i figli nè i figli per i padri: il colpevole solo sarà fatto morire». Ed è inspirato a questo principio di giustizia che Ezechiele rivolge le seguenti parole agli abitanti della terra d’Israele: «Che andate voi ripetendo questo proverbio: i padri mangiarono l’agresto e i denti dei figli sono allegati? L’uomo giusto vivrà; se il figlio è tristo, quel figlio morrà; se il figlio d’un uomo tristo non imita il padre vivrà sicuramente. La probità del giusto starà sopra di lui, e la malvagità dell’empio sopra di lui resterà. Quando il giusto si ritrarrà dalla sua probità e commetterà inique azioni, egli perirà a cagione di quelle. E quando l’empio si ritira dalle malvagità che commetteva e pratica giustizia ed umanità, egli si procura la vita».
³¹ La infinita misericordia di Dio si è rivelata, mediante questo testo all’umanità nel più sublime dei suoi aspetti. Niuna mente umana avrebbe potuto concepire ed esprimere la distinzione tra gli effetti del bene e quelli del male. Appena, adesso, dopo il tesoro raccolto di secolari minutissime osservazioni fisiologiche, morali e metafisiche, la scienza umana è giunta a constatare la verità di questa Bibblica dottrina, che, cioè, i risultati delle opere malvagie cessano prestamente alla terza e quarta generazione che vi perduri, perchè il male distrugge sè medesimo, ma il bene reca frutti perpetui che non cessano per volgere di secoli, e determinano il perfezionamento umano e la umana felicità.
_Mortara._ _La Religione Israelitica_, pag. 160.
Nel libro dei re vediamo l’adozione pratica di questa equa disposizione. Il cronista sacro dopo avere raccontato come il re Amassià abbia punito colla morte gli uccisori del proprio genitore; aggiunge la seguente considerazione: «E i figli degli uccisori non fece morire, uniformandosi a quanto sta scritto nel libro della legge di Mosè comandata da Dio: «Non saranno fatti morire i padri pei figli nè i figli pei padri: il solo colpevole subirà la morte».
Col terzo precetto si proibisce di proferire il nome del Signore per cose vane. Quel santo nome che ci richiama alla mente quell’Essere infinito centro di ogni perfezione, amore e delizia di ogni anima pia; non può e non deve venire pronunziato che nelle nostre preghiere e per motivi gravi, e con quel rispetto e con quella venerazione che per noi si può maggiore.
Col quarto ordina la santificazione del sabbato in memoria della creazione del mondo. Conviene però avvertire che la santificazione del sabbato non consiste unicamente nel riposo fisico, che anzi questo non deve servire se non quale mezzo onde elevare a Dio il nostro cuore e la nostra anima mercè la preghiera, la vita in famiglia e l’istruzione.
Nella stessa guisa che dopo sei giorni di lavoro attivo il corpo necessita di un giorno di riposo, così l’anima dopo i pensieri che la tennero più che occupata, diremo quasi totalmente assorbita, negli interessi materiali per tutta la settimana; ha bisogno di un giorno di riposo, onde poterlo dedicare al suo perfezionamento ed acquistare la cognizione esatta dei proprii doveri religiosi e morali. È questo appunto il doppio benefico fine dell’instituzione del sabbato, assai bene definito dai nostri dottori colle parole: _hhassì l’Adonai_ (metà a Dio per l’istruzione religioso-morale) _vehhassì lachem_ (e metà a voi pel riposo del corpo e pei leciti passatempi).
Gli altri sei non sono che principii di morale e di giustizia e quindi universali per tutti gli uomini. Onora tuo padre e tua madre; non commettere omicidio; non commettere adulterio; non rubare; non attestare il falso; non desiderare cosa alcuna che appartenga al tuo prossimo.
Questo decimo precetto, dice il Medrass, controbilancia tutti gli altri. Il desiderio delle cose altrui, l’avidità di possederle è la principale sorgente di tutti i misfatti. Non rivolgiamo mai la nostra bramosia su qualsiasi oggetto che appartenga al nostro prossimo, siamo moderati nei nostri desiderii i quali non debbono mai oltrepassare la nostra possibilità di appagarli; padroneggiamo le nostre passioni e non lasciamole mai sortire dai limiti consentiti dall’onestà e dal dovere; contentiamoci dello stato in cui ci pose la Provvidenza: e collo spirito calmo, col cuore soddisfatto riconosceremo allora la profonda sapienza che dettò ai nostri dottori il seguente aforisma: «Essere vero ricco colui che è contento del proprio stato».
Fu appunto per solennizzare questa divina rivelazione che venne instituita la festa del _mathan torà_ (proclamazione della legge) o _savuod_ (delle settimane), perchè accade sette settimane dopo il primo giorno di Pasqua. S’intitola pure, _iom abicurim_ (giorno delle primizie): poichè in tale giorno si rendevano a Dio solenni azioni di grazie per la messe con apposite offerte e sacrificii. Questa festa stabilita un sol giorno si portò a due pel motivo già indicato nella festa di Pasqua.
Società domestica presso gli antichi ebrei.
§ 1.—_Matrimonio._
«Corrotti i costumi, dice un giudizioso autore³², non v’ha più famiglia, non affetti domestici, non più pace e confidenza nel commercio della vita; ma solamente mistero e perfidia sotto il medesimo tetto paterno». Il matrimonio quale venne stabilito da Dio all’aurora del mondo, era naturalmente contrario ad ogni specie di disordine e di licenza: pure, malgrado il diluvio, la corruzione generale fece di bel nuovo sì rapidi progressi, che al tempo di Mosè non solamente si commettevano laidezze brutali, ma gli atti più osceni erano divenuti presso molti popoli parte essenziale del loro culto religioso.
³² _G. S. Cellèrier_, _Esprit de la legislations Mosaïque_.
Temendo Mosè che il popolo ch’egli voleva _santo_ e _modello_ a tutti gli altri tanto per civile e religiosa sapienza quanto per la purezza dei costumi, si lasciasse sedurre dallo esempio dei popoli vicini, non lasciò intentato nissun mezzo onde premunirlo contro la corruttella e la licenza dei costumi. Statuì il maggior riparo alla seduzione, prescrisse severissime pene per l’oltraggio al pudore, per l’infedeltà delle mogli e l’adulterio dei mariti. In più luoghi poi non cessa di ricordare che la distruzione totale dei Cananei, comandata da Dio, era appunto la punizione delle loro stomachevoli e laide azioni per le quali la terra stessa contaminata e polluta, ne li rigettava dal suo seno.
La monogamia, ovverosia l’unione di un solo uomo con una sola donna, è l’instituzione primitiva del matrimonio. Lamech fu il primo che contravvenne a questa disposizione sposandosi a due donne Adà e Sillà.
Quantunque Mosè non abbia abolito di fatto la poligamia, sia perchè vi trovò un ostacolo nel clima per cui quell’uso si era generalizzato (e dura tuttavia oggigiorno in quelle contrade), e sia per non dare accesso ad altri mali maggiori; nulladimeno ne dimostrò le fastidiose conseguenze con esempi pratici, e tentò di impedirla con savie disposizioni.
Egli ricordò: 1º che la monogamia era d’instituzione divina e che Noè e i suoi tre figli, i patriarchi³³, Giuseppe, lui stesso³⁴ ed Aronne suo fratello, erano monogami; 2º espose i disordini, le contese, le dissenzioni che spesso provengono dalla poligamia; 3º proibì ai monarchi futuri la grande copia di mogli onde «non abbiano a corrompere i loro cuori».
³³ Se Abramo tolse Agar, ciò fu per consiglio della stessa sua moglie Sara oltremodo addolorata di non avere prole; e se Giacobbe ebbe quattro mogli ciò è da attribuirsi intieramente alle circostanze speciali che ne lo obbligarono.
³⁴ Un passo del Pentateuco piuttosto oscuro lascierebbe supporre che precedentemente a Zeffora Mosè avesse sposato una donna mora _Cussid_. Più avanti nella vita di Mosè si troverà qualche schiarimento su questo fatto.
Da parecchi passi della scrittura si raccoglie che la richiesta in matrimonio era fatta dal padre stesso del giovine. È Abramo che manda Eliezer a chiedere Rebecca in moglie ad Isacco suo figlio. Sansone avendo vista in Timnà una ragazza Filistea che gli piacque, ne rese consapevoli i proprii genitori; e li pregò a volersi portare colà e richiederla per lui in moglie.