Part 5
Tra gli sponsali _eresc_, e la ceremonia delle nozze vi correvano per lo più, secondo quanto insegnano i Rabbini, sei mesi od un anno. Quest’opinione si fonda sulle parole che Labano rispose ad Eliezer dopo la conclusione degli sponsali tra la sua sorella Rebecca ed Isacco. Insistendo quegli per l’immediata partenza, Labano gli rispose: «Stia la ragazza presso di noi un anno o dieci mesi e poscia se ne andrà». Checchè ne sia, il matrimonio avevasi per conchiuso dal dì degli sponsali. Egli è perciò che qualora il fidanzato, dopo gli sponsali, si fosse rifiutato di contrarre matrimonio definitivo, era obbligato di dare lettera di divorzio alla sua fidanzata; e se per altra parte la fidanzata fosse caduta in fallo con altr’uomo, veniva trattata siccome adultera. La ragazza, raggiunta la sua età maggiorenne, 12 anni³⁵, non poteva in niun modo venire obbligata ad accettare uno sposo suo malgrado, e a sua istanza i tribunali annullavano qualunque impegno preso da suo padre anticipatamente. L’unico caso in cui la fanciulla non godeva piena libertà di sposarsi a chi meglio le talentava, era quando mancando di fratelli essa veniva dichiarata l’ereditiera del patrimonio paterno; perchè in questo caso la sua scelta doveva cadere su un giovine della stessa tribù, alla quale apparteneva ella stessa.
³⁵ È quasi superfluo che noi facciamo riflettere che in quel clima caldissimo lo sviluppo fisico dell’uomo era, ed è, assai più precoce che nei nostri paesi.
Da principio la celebrazione del matrimonio non era considerata che quale contratto puramente civile, epperciò spoglio di qualunque ceremonia religiosa. Il padre o il più autorevole dei parenti impalmava i giovani sposi, impartiva loro la benedizione nuziale, ed invocava su loro i favori divini. Ai giorni nostri è il rabbino quello che ordinariamente benedice la giovine coppia, e legge l’atto del contratto redatto in lingua rabbinica (ebraico-caldaica)³⁶ scritto sopra un foglio di pergamena e da consegnarsi poscia al padre della sposa.
³⁶ La formula di cotest’atto detto _chedubà_ (scrittura) è certamente dei tempi dei Talmudisti. Pensiamo non essere fuori di posto il darne qui la traduzione.
Il giorno..... della settimana, alli..... del mese... dell’anno... dalla creazione del mondo, in questa città..... posta presso al fiume..... Isacco figlio di..... disse a Rebecca figlia di..... sii mia sposa secondo la legge di Mosè e di Israele. E io prometto di provvedere ai tuoi materiali bisogni secondo l’uso dei mariti ebrei, che condegnamente provvedono i necessari alimenti ed indumenti alle loro mogli. Oltre a ciò ti prometto l’amicizia coniugale cosa comune a tutti i popoli della terra. Rebecca consente a divenire moglie d’Isacco e gli porta in dote la somma..... alla quale lo sposo aggiunge la somma... onde essa abbia in totale..... Questa dote e donazione lo sposo garantisce e assicura sui suoi beni presenti e futuri. E noi testimoni accertiamo ecc.
Sette erano i giorni dedicati a festeggiare gli sposi come pare che risulti dalle parole di Labano a Giacobbe, dalla storia di Sansone, e dall’uso costantemente mantenutosi sino ai giorni nostri. E non erano i soli parenti ed amici che partecipavano alla loro letizia, ma lo Stato medesimo prendeva sensibile interesse alle gioie degli sposi; poichè Mosè ordinò: «che qualunque novello sposo non fosse soggetto alla leva nè venisse sottoposto a verun carico pubblico per un anno intiero; onde se ne stesse a casa sua occupato a rallegrare la moglie che prese».
Il vocabolo _pileghesc_, che si trova tanto spesso nella scrittura, viene tradotto in italiano impropriamente per _concubina_ poichè il suo valore è tutt’altro. La _pileghesc_ era moglie legittima ma inferiore alla padrona di casa. Ciò che la distingueva dall’_Hissà_ (moglie), era la non celebrazione a di lei riguardo delle cerimonie di sposalizio.
§ 2.—_Levirato._
Il levirato, _Jibum_, è una legge in forza della quale il fratello doveva sposare la vedova del fratello rimasta tale senza prole; attribuire legalmente al defunto il primogenito dei figli che avrebbe procreato da quella donna, e trasmettergli la eredità dello stesso³⁷. Questa legge era antichissima poichè noi la troviamo già praticata da Giuda in favore di Thamar sua nuora. Mosè adottandola non ingiunse che venisse applicata inesorabilmente in tutti i casi.
³⁷ «Onde non venga cancellato il nome suo in Israele» dice il testo: ciò che prova che esistevano fra gli ebrei tavole genealogiche nelle quali s’inscrivevano tutti i padri di famiglia. Un regolamento particolare esentava il re dal dovere del levirato onde non esporlo alle umilianti conseguenze del rifiuto. Il sommo pontefice ne era escluso di diritto essendogli per legge proibito di sposare una vedova.
E ciò con molta ragione perchè se da un lato essa aveva per oggetto di procurare uno stato alla vedova, di trasmettere ai posteri il nome di un caro parente, di moltiplicare le famiglie e favorire l’accrescimento della popolazione; non v’ha dubbio che dall’altro lato essa poteva cagionare molestie ed inconvenienti: sia nuocendo alla libertà dei maritaggi, sia danneggiando gli interessi delle famiglie. Fu per quest’ultimo motivo appunto che Ruth venne rifiutata in moglie dal più prossimo di lei parente. Mosè lasciò pertanto piena libertà al cognato di rifiutarsi di contrarre tal legame, ma lo sottomise alla seguente cerimonia.
La donna presentavasi agli anziani della città ed esponeva loro il rifiuto avuto dal cognato colle seguenti parole: «Il mio cognato ricusa di far risorgere in Israele il nome di suo fratello, egli non vuole compiere verso di me il dovere di cognato». Gli anziani facevano venire quell’uomo alla loro presenza, e lo consigliavano ad adempiere al suo dovere, ma se egli persisteva nel suo rifiuto e ripeteva: «Non voglio pigliarla»; allora la sua cognata gli si appressava e in presenza degli anziani e di molti assistenti, gli levava la scarpa dal piede, gli sputava in faccia e gli diceva: «Così si fa all’uomo che non vuole edificare la casa del proprio fratello³⁸». Ed egli veniva chiamato in Israele: «La famiglia dello scalzato³⁹».
³⁸ Per farsi un’idea giusta di quest’atto che a molti parrà strano e spregevole, bisogna considerare che esso veniva compiuto da una donna che oltre all’affronto personale che riceveva con tale rifiuto, vedevasi tolta per esso la protezione e l’appoggio del fratello del proprio marito, vale a dire di colui che la natura e la legge avevano designato per primo suo amico e difensore.
³⁹ Opinano taluni commentatori, che l’uomo che si rifiutava a sposare la cognata e quindi a perpetuare il nome del fratello, perdeva il diritto di perpetuare il suo, che più non compariva nei registri: e la sua discendenza portava il nome non di famiglia del tale, ma sì di famiglia d’un anonimo, nota soltanto sotto l’ignominioso nome di: «scalzato».
Naturalmente si redigeva un atto col quale la donna era dichiarata libera di sposarsi ad altro uomo. Il Talmud ci trasmise copia di tale atto che noi non accenniamo per la sua lieve importanza.
§ 3.—_Moglie sospetta._
Dissero i nostri dottori: «L’adulterio genera la maledizione ai padri. La donna infedele allo sposo mentisce a lui e mentisce a Dio; perchè è il Signore che ha accolto il suo giuramento e le fa legge di osservarlo».
Per quanto Mosè non abbia trascurato veruna occasione per raccomandare la illibatezza dei costumi; per quanto egli ne abbia promossa la realizzazione con prescrizioni eccellenti; cionullameno ben prevedendo che non sarebbero bastate le persuasioni per impedire il mal fare per quelle perverse nature che non difettano mai, neanche nelle società le meglio ordinate, fece pure appello al rigore statuendo la morte per pena dell’adulterio. Ma come pur troppo può succedere che certe nature sospettose si lascino acciecare dalla passione, e sognino il male ove esso non esiste veramente; per questo Mosè nell’intendimento di sottrarre la moglie sospetta dall’ira del marito, la sottopose ad un rito che può appellarsi _giudizio di Dio_, poichè a lui solo _scrutatore delle reni e dei cuori_, se ne lasciava appunto la decisione.
Ed ecco in che consisteva questo rito.
La donna sospetta veniva condotta dal proprio marito al cospetto del sacerdote con un’offerta detta di _Gelosia_, e nella quale non mettevasi nè olio nè incenso come usavasi per le altre offerte. Il sacerdote poneva tale offerta tra le mani della donna: quindi dopo di avere preso in una delle sue proprie mani un vaso di terra con entro dell’acqua consacrata, rivolgeva la parola alla donna stessa e le presagiva i mali orribili che le avrebbe causata quell’acqua, qualora essa si fosse trovata colpevole. Scriveva in un _Sefer_ (libro) tali sue dichiarazioni, le cancellava nell’acqua⁴⁰, e poscia porgeva quell’acqua alla donna affinchè la bevesse.
⁴⁰ Vedete, dissero i dottori, quanto torni cara a Dio la concordia domestica, che per ricondurla in una famiglia permise che il santissimo suo nome fosse cancellato nell’acqua.
Lo scritto era del seguente tenore: «Se tu sei innocente e pura della colpa che si sospetta in te, sarai esente della malefica virtù di quest’acqua amara e maledetta; ma se invece sei colpevole, e tradisti la fede giurata a tuo marito, Iddio farà sì ch’essa ti apporti una morte pronta e crudele e la tua memoria resterà ignominiosa frammezzo al tuo popolo». La donna era obbligata a rispondere: «Amen, amen».
I talmudisti riferiscono che quest’uso venne abolito alcuni anni prima della distruzione del Tempio: poichè posta in dimenticanza la legge di Dio, corrotti i costumi e fattosi comune l’adulterio fra gli stessi mariti, Iddio aveva privato d’efficacia una simile prova.
§ 4.—_Divorzio._
«Allorquando il consorzio coniugale è ordinato, concorde e puro la divinità aleggia su di esso, se no se ne diparte lasciandovi lo spirito del male ad esercitare la sua triste influenza»⁴¹. Come nell’ordine fisico gli uomini diversificano l’uno dall’altro per la Conformazione delle membra e per la regolarità e venustà della loro disposizione, altrettanto avviene nell’ordine morale: differenziando essi l’uno dall’altro per istinti, per indole, per passioni, per coltura dell’ingegno e per la sensibilità dell’animo. Supponendo ora l’unione di due persone di sesso diverso e dotate di un carattere morale totalmente opposto, è cosa naturale la persuasione che si andrebbe incontro a tristi conseguenze, la minore delle quali consisterebbe nella infelicità di entrambi i coniugi, nel volerli tenere avvinti con un nodo indissolubile.
⁴¹ Sotà, cap. 2.
E fu appunto la possibilità, pur troppo, non rara di tale eventualità che consigliò a Mosè la instituzione del divorzio⁴². Secondo la legge era il marito solo che aveva il diritto di dare il divorzio alla moglie qualora avesse trovato in essa qualche _ervath davar_ (qualcosa di sconcio)⁴³. Era però permesso alla moglie di citare innanzi ai tribunali il marito qualora esso avesse mancato a qualche clausola del contratto matrimoniale; e dopo parecchie rimostranze persistendo esso nella sua sleale condotta verso la moglie, questa veniva dichiarata ripudiata di fatto e libera di sposarsi ad altr’uomo.
⁴² Il divorzio non viene ammesso dalle nazioni cattoliche perchè contrario ai loro principii religiosi. Vi fu solo introdotta _la separazione dei coniugi_. Non è nostra intenzione l’enumerare gli inconvenienti di tutt’altra specie, ma a parer nostro senza dubbio maggiori, che presenta questa legge su quella mosaica. Ci limiteremo solo a constatare che non solamente vi furono altravolta autorevoli giureconsulti e scrittori di vaglia che propugnarono la instituzione del Divorzio; ma che progetti di legge furono presentati in questi ultimi tempi alle assemblee nazionali di Francia e di Italia a tale scopo: e che in ambidue i paesi si tengono pubbliche conferenze per dimostrare che colla sua adozione non solamente sarebbero resi alla felicità molti sventurati, ma che sarebbe ridotto d’assai il contingente delle prigioni e dei bagni.
⁴³ È probabilissimo che nella mente di Mosè l’espressione _ervath davar_ stesse per qualificare l’adulterio. Certo nei tempi posteriori quando la religione, e con essa, la virtù perdettero d’efficacia e la licenza ebbe il sopravvento nel popolo, il divorzio prese maggior estensione. Si fu allora che le due scuole di Hillel e di Sciammaï disputavano sui motivi che potevano legittimare tale atto, patteggiando la prima anche per motivi meno gravi. Dobbiamo però affrettarci a soggiungere, che erano tanto complicate e minuziose le formalità che si richiedevano per quest’atto: erano tali i consigli che il magistrato era in dovere di porgere all’offeso marito, da disporlo sicuramente a più miti pensieri ove non fosse stato indotto a tal passo da motivi seriissimi, o da invincibile incompatibilità fisica o morale.
Pei due seguenti casi particolari il marito perdeva il diritto di ripudiare la moglie: 1º In caso di seduzione della sua propria moglie prima delle nozze; 2º Se dopo sposata l’avesse calunniosamente accusata d’impudicizia innanzi ai tribunali, o sottoposta alla prova delle acque amare. Nonostante il divorzio il marito poteva riconciliarsi colla moglie e riprenderla, semprechè essa non fosse passata ad altre nozze. Riguardo all’atto stesso del ripudio Mosè si limita a dire: «e scriverà a lei una carta di ripudio e gliela consegnerà in propria mano, e la manderà via di casa sua». I nostri Rabbini ci tramandarono la formula di tale carta di ripudio e concepita nei seguenti termini:
«Il giorno... della settimana... del mese... dell’anno... dalla creazione del mondo, in questa città... posta sul fiume... io... così chiamato figlio di... di mia propria volontà e senza esservi costretto in nissun modo, ho voluto rimandare e rimando te... figlia di... già mia moglie, e ti permetto di andare ove ti piacerà, di contrarre matrimonio con qualunque altro uomo senza che veruno possa impedirlo. In fede del che le ho rimesso la presente lettera di ripudio, polizza di rimando, certificato di divorzio secondo la legge di Mosè e d’Israele».
————
THAMUZ (_giugno-luglio_)
Verso la metà di questo mese cominciano i giorni nefasti ad Israele. Sei sono i digiuni stabiliti nel corso dell’anno. Quello della espiazione _chipur_ l’unico comandato da Mosè; quello di Ester il giorno precedente a Purim, istituito in commemorazione del digiuno raccomandato da quella Regina agli Ebrei di Susa, onde implorare da Dio la sua protezione prima di esporsi al pericolo di morte, presentandosi non chiamata ad Assuero; e quattro ordinati dai Profeti.
Il primo di questi quattro digiuni per ordine di tempo è quello che accade il giorno 17º di questo mese. In origine esso si faceva ai 9 di questo stesso mese, per commemorare il triste avvenimento della breccia aperta nelle mura di Gerusalemme, dalle armi di Nabucodonosorre re dell’Assiria; ma fu posteriormente trasportato ai 17 sia per commemorare l’altra breccia che in tale giorno fu aperta nelle medesime mura dai Romani, i quali in tale congiuntura si impadronirono della parte bassa della santa città; e sia per commemorare altri quattro luttuosi avvenimenti che si credono successi in tale giorno. Questo avvenimento fu il triste preludio della caduta di Gerusalemme, e dello sfacelo della politica esistenza della nazione di Israele che non tardò a verificarsi, e di cui tratteremo diffusamente nel mese venturo: e il principio per la nostra sventurata nazione di quella lunga serie di mali non ancora chiusa, pur troppo, in certe contrade dopo oltre 18 secoli.
§ 5.—_Fanciulli_.
L’onore attribuito alla fecondità e l’obbrobrio di cui erano coperti nell’opinione nazionale il celibato e la sterilità, influivano assai sull’accrescimento della popolazione degli Ebrei. La tradizione poi colle sue speranze e le sue promesse tendeva come le loro instituzioni a produrre questo effetto. La posterità di Abramo doveva essere numerosa come le stelle del cielo e come l’arena del mare; e nella benedizione del padre non mancava mai l’augurio di numerosa prole. «Non sarà in te nè uomo nè donna sterile, dice Mosè al popolo d’Israele, fra le promesse di premii, che fa loro per l’osservanza delle leggi di Dio». Era pertanto naturale che una famiglia numerosa fosse tenuta quale benefizio e benedizione di Dio ed un titolo di gloria in Israele, come la privazione di prole un castigo celeste ed una vergogna. «Oh dammi dei figli, esclama con amarezza la dolente Rachele a suo marito, altrimenti io mi muoio». E quando finalmente Dio esaudì le sue supplicazioni e le concesse il figlio tanto ardentemente desiderato, ella lo chiamò Giuseppe (aggiungerà), pregando Dio che gliene volesse concedere un secondo. «Oh questa volta io debbo ringraziare e lodare Iddio che mi concesse un quarto figliuolo», diceva lietissima la sua sorella Lia. E la povera Anna? Benchè teneramente amata dal marito, noi la troviamo ai piedi dell’altare di Dio supplicandolo a toglierla all’onta della sterilità, e promettendo di consacrare al suo servizio il figlio che sarebbe per concederle. E tanto profonda era l’amarezza del suo cuore, e così assorta essa era nel pregare da rimanere insensibile a quanto la circondava; sicchè il vecchio Elì ingannato la rampognava qualificandola ebbra.
«La moglie tua, dice Davide, sarà qual vite feconda nell’interno di tua casa, i figli tuoi quali rampolli d’olivo intorno alla tua mensa. Così è benedetto l’uomo temente Dio.... E tu vedi i figli dei figli tuoi, pace su Israele».
§ 6—_Circoncisione._
In origine pare che fosse la madre quella che designava il nome del figlio e che glielo si imponesse al momento della nascita. Così si rileva da diversi passi della Genesi. Però in seguito il nome si imponeva ai figli maschi all’atto della circoncisione, e si solennizzava tal giorno con un banchetto e con altri segni di giubilo: costume che si segue ancora oggigiorno ovunque.
Dio comandò ad Abramo di circoncidere ogni fanciullo maschio nel giorno ottavo dopo la sua nascita. Pertanto, la circoncisione, specie di suggello impresso sulla stessa nostra carne, era ed è destinata a distinguere il popolo d’Israele da ogni altra nazione e a ricordargli continuamente il patto conchiuso tra lui e Dio. Ma a questo motivo principale bisogna aggiungerne altri di minor importanza, quali sarebbero la preservazione di alcune malattie spesso mortali nei paesi caldi.
Nulla determina la legge nè sul ministro, nè sullo strumento della circoncisione. Zèfora moglie di Mosè, vedendo in pericolo la vita del marito nel loro viaggio verso l’Egitto per la trascuranza⁴⁴ di tale precetto, ella stessa circoncide suo figlio con una pietra affilata. Ed è pure con un tale strumento che appena passato il Giordano, Giosuè fece circoncidere tutti i maschi nati nei quarantanni che Israele errò nel deserto e che non vennero circoncisi. Secondo il Talmud è il padre stesso che dovrebbe circoncidere il figlio: ma richiedendosi per tale operazione speciali cognizioni e perizia, per schivare quei pericoli che potrebbero risultarne pel circonciso, essa viene praticata o da chirurghi o da persone che vi si dedicano dopo fatti gli studi necessari.
⁴⁴ Questa trascuranza non provenne sicuramente che dalla fretta di Mosè di adempire al mandato che ebbe da Dio di portarsi da Faraone o dal timore che il bambino avesse a correre qualche pericolo nel viaggio.
Fra tutti i popoli antichi il padre poteva trasferire i diritti di primogenitura, che erano immensi, su qualunque dei suoi figli. Mosè tolse ai padri questo diritto che era indubitabilmente fonte di ingiustizie, di discordie, e di delitti; e limitò il diritto del primogenito a una doppia parte nella eredità paterna sui fratelli. Il primogenito era pure l’erede presuntivo del trono paterno, quantunque la legge lasciasse in facoltà del padre di destinare qualunque altro figlio a suo successore.
§ 7.—_Educazione._
Gli studi dovevano avere per oggetto peculiarissimo la cognizione della legge di Dio: che secondo il Legislatore era per Israele un titolo di sapienza e di prudenza al cospetto delle nazioni, e la unica e immancabile sorgente della sua materiale e morale grandezza e felicità. I principi ed i grandi pare che avessero in casa maestri che educavano ed istruivano i loro fanciulli sotto i loro proprii occhi. In origine oltre alla legge di Dio, ai doveri e ai diritti del cittadino, l’educazione tendeva probabilmente all’agricoltura e alla guardia del gregge: ma coll’estendersi e prosperare del regno, i fanciulli venivano generalmente pure istruiti nelle arti, nei mestieri e nelle scienze. Nella Scrittura e nei libri posteriori non si scorge che vi fossero Scuole propriamente dette, prima della dipendenza politica degli Ebrei ai Romani (esclusa quella dei profeti che era diggià fiorente all’epoca di Samuele); poichè il primo che ne abbia instituito fu il figlio di Gamlà, la cui memoria ci fu perciò tramandata dai nostri dottori fregiata dal titolo di benemerito dell’istruzione.
Prima d’allora era il padre stesso che impartiva l’istruzione religiosa ai suoi figli, uniformandosi al precetto Mosaico che nel Semanh (che è un sublime compendio delle verità della nostra Religione) costituisce il padre maestro dei suoi figli: «Sulle cose ch’io ti comando oggi, dice egli, ragionane ai figli tuoi nello stare in casa, nello andare per la via, nel coricarti e nello alzarti».
Vi erano pure (nei sabbati) pubbliche accademie, ma il loro scopo era unicamente quello di trattare materie religiose e morali pel bene dello stato in generale.
L’educazione delle ragazze variava naturalmente secondo la condizione e la qualità delle persone. Erano però anche esse istrutte nella legge e nella letteratura, come ci attestano le ammirabili cantiche di Debora e di Anna. Però venivano precipuamente ammaestrate in ogni cura domestica.
Quanto potente fosse il sentimento della dignità che la educazione inspirava alle ragazze, e quale la purezza dei loro costumi possiamo argomentarlo dalle parole che Thamàr figlia di Davide rivolge al fratello Amnon che tentava di indurla a cosa disonesta: «Deh! o fratel mio non farmi ingiuria che tali cose non s’usano in Israele. Deh! non volere commettere una tale ignominia. Ove potrò io nascondere la mia vergogna? E tu potrai soffrire di venir considerato tanto vile in Israele?» Nè avrebbe potuto succedere diversamente quando la legge ordinava che una donna maritata convinta d’impudicizia prima delle sue nozze, venisse lapidata innanzi la porta della casa paterna per la colpa, dice la legge, «di aver fatto cosa laida in Israele.» Quale terribile minaccia si fa con tale disposizione alle ragazze, ma alle madri specialmente onde agli ammaestramenti e agli esempi accoppiassero un’indefessa ed oculata sorveglianza! Anche le ragazze di famiglie agiate non isdegnavano di occuparsi in ogni sorta di lavori campestri; poichè il Pentateuco ci rappresenta Rachele, Lia e le figlie di Ietro conducenti le greggie al pascolo colle loro secchie sulle spalle.
§ 8.—_Schiavi._