Part 3
¹⁵ Anche nel castigo meritato dai tristi geme la divina misericordia. Dissero i nostri Dottori che quando gli Egiziani stavano per essere sommersi nel mare Rosso gli angeli intuonarono il cantico. «Come! disse Iddio, le mie creature affogano nel mare e voi intuonate il cantico!».
Nella universale corruzione un uomo solo, Noè¹⁶, seppe mantenersi giusto e pio: e il Signore lo destinò a ripopolare la terra. Gli ordinò quindi di fabbricarsi un’arca ove riparare colla moglie, coi figli, e colle nuore, e con una coppia di ogni specie di animali, fatta eccezione pei quadrupedi ed uccelli puri¹⁷, dei quali doveva accoglierne sette coppie.
¹⁶ Si ricava dalla Bibbia che i nomi imposti in quei tempi ai bambini si riferivano o a qualche speciale incidente occorso alla madre prima o all’atto dello sgravio; o valevano a rappresentare qualcosa relativa al bambino stesso; o servivano a commemorare qualche luttuosa circostanza pubblica o privata o la speranza di vedere compiuto qualche desiderio. Egli è per questo che la nascita di quel bambino avvenuta in tempi assai tristi fu salutata dal padre, Lemehh, augurando agli uomini un più lieto e riposato vivere, epperció chiamò il suo nome _Noahh_ (da _nahhà_ riposare o da _nahham_ consolare) con dire: Questi ci sarà di conforto, in mezzo al nostro lavoro, ed al travaglio delle nostre mani, proveniente dal terreno che il Signore ha maledetto».
¹⁷ Mosè distingue gli animali in _puri_ ed in _impuri_. Sono da lui dichiarati puri quelli della cui carne ci è permesso di cibarci, impuri tutti gli altri. In quanto agli uccelli Mosè non ci somministra veruna indicazione per distinguere gli uni dagli altri, ma specifica nominatamente egli stesso gli impuri quali: l’aquila, il nibbio, il corvo, lo struzzo, il falcone, ecc.; in quanto ai quadrupedi dichiara soltanto puri quelli forniti di unghia fessa e che sono ruminanti: e in quanto ai pesci dichiara puri solamente quelli che hanno pinne e squamme.
I nostri Dottori dissero: che Iddio ordinò a Noè d’impiegare 120 anni nella costruzione dell’arca, nell’intento che venendo egli interrogato dell’uso a cui essa doveva servire; Noè predicesse loro la catastrofe che pendeva sui loro capi e li esortasse al ravvedimento. Noè s’uniformò all’ordine di Dio: ma la tradizione nota che le di lui esortazioni non solo riuscirono vane, ma anzi, trattato da quegli empi quale pazzo, non riceveva in ricambio che dileggi e scherni.
L’esposizione biblica ci dice che Noè aveva 600 anni allorchè entrato nell’arca coi membri della propria sua famiglia, con tutte le specie di animali e con grandi provviste di viveri, le acque cominciarono a cadere.
L’arca era un immenso rettangolo col coperchio curvo per lo scolo delle acque. Spalmata di pece dentro e fuori per meglio impedire all’acqua di penetrarvi, essa misurava 300 braccia di lunghezza, 50 di larghezza e 30 di altezza. Non v’ha dubbio che o l’uomo antidiluviano aveva uno sviluppo fisico proporzionato alla sua longevità¹⁸, e quindi assai superiore al nostro; o che il braccio che servì di misura all’arca dovette essere più lungo del braccio di un uomo comune. Altrimenti non si saprebbe comprendere come un’arca di così ristrette proporzioni abbia potuto contenere l’infinita varietà di animali che vi ebbero stanza, e l’immensa provvigione di viveri che Noè vi dovette introdurre, senza ricorrere al miracolo, comodo sistema, di alcuni commentatori per appianare qualunque difficoltà. Era pertanto il giorno diciasettesimo di Iiar quando le catteratte del cielo si aprirono; l’oceano furente uscì dal proprio letto e si riversò sulla terra; e un vento impetuoso che soffiò per 150 giorni, favorì il rigonfiarsi delle acque che superarono le cime dei più alti monti. Tutto fu distrutto: solo l’arca di Noè galleggiando sicura su quello sterminato oceano, portava nel suo seno i pochi avanzi della creazione. La colomba messa fuori da Noè; e a lui ritornata in sul far della sera portando in bocca una fresca foglia di olivo, lo avvertì essere la terra pressochè asciutta. È ammirabile l’insegnamento morale ricavato dai nostri dottori da questo fatto. Il corvo, spedito prima, tristo ed ingrato, abbandonò il suo benefattore, nè più ritornò nell’arca. La colomba innocente e pia vi faceva bensì ritorno, ma con una foglia di olivo in bocca. E perchè ella raccolse una foglia amara a preferenza di qualunque altra?—Per significare al suo ospite che per quanto ella fosse grata e sensibile ai benefizii che da lui riceveva con un vitto abbondante e gratuito, ad ogni modo vi preferiva di gran lunga un pane stentato e povero, ma fornitole dal proprio lavoro.
¹⁸ Quantunque non sia nostra intenzione di entrare in disquisizioni filosofiche o filologiche, che in questo lavoro sarebbero affatto inopportune, tuttavia noi teniamo a dare nel modo più semplice e breve, che per noi si possa, la ragione o la dilucidazione di alcuni pochi fatti o precetti, che giudicati superficialmente possono parere molto oscuri. Daremo ora pertanto alcuni schiarimenti sul fatto della longevità, constatata dal Pentateuco, di parecchi uomini antidiluviani e che fu oggetto di tante controversie tra i dotti.
Il celebre Maimonide nel summentovato _Morè nebohhim_, dopo d’avere dimostrato insussistente la teoria di quanti vollero sostenere, che gli anni d’allora fossero di una durata assai più breve degli attuali; stima che la longevità antidiluviana non fosse generale, ma individuale ai pochi uomini nominati nel Pentateuco: e ciò per divina parzialità verso di loro in premio del loro tenore di vita morigerato e virtuoso.
Abrabanel, seguendo l’opinione del Nahhmanide, respinge questa spiegazione. Ritiene invece generale la longevità negli uomini antidiluviani, attribuendola: 1º Alla differenza degli alimenti di cui si cibavano allora e che appartenevano esclusivamente al regno vegetale; 2º alla vita morigerata e virtuosa delle prime generazioni umane; 3º alla purezza e soavità dell’atmosfera straordinariamente alterata e guastata dal diluvio e dalle morbose esalazioni di tanti residui animali corrotti; 4º alla necessità di popolare la terra con maggiore sollecitudine; e finalmente al vantaggio che tale longevità procurava alle arti e alle scienze appena nascenti, poichè moltiplicava gli ammaestramenti della esperienza. In quanto al braccio che servì di misura per l’arca, lo stesso Abrabanel opina che effettivamente fosse più lungo del nostro, e che in media equivalesse a sei braccia di un uomo pos-diluviano.
Il di 27 dello stesso mese, in cui era entrato un anno prima, Noè e tutti gli animali abbandonarono l’arca. Quali sensazioni di sgomento, di stupore e di dolore non avrà provato quella famiglia ricalcando la terra! Più nulla dava indizio di vita. Case, uomini, animali, vegetabili tutto era intieramente sparito, cedendo il posto ad un vasto ed orrido deserto. Ma a tali sensazioni penosissime, succedette ben presto il sentimento del dovere.
Noè fabbricò sollecitamente un altare e offrì olocausti al Signore. Il Signore gradì la manifestazione della sua riconoscenza, e gli promise che mai più avrebbe mandato un diluvio a distruggere la terra. Poscia benedisse lui e i suoi figliuoli, e permettendo loro l’uso di cibi animali, loro proibiva formalmente il sangue¹⁹. Sono significanti le parole colle quali condanna il suicidio, perchè prova non dubbia dell’immortalità dell’anima, di cui ragioneremo più diffusamente altrove, e che sono le seguenti:
¹⁹ «Però fortemente, dice altrove il Legislatore, tu devi astenerti dal mangiare il sangue, perchè il sangue è elemento di vita: e tu non devi mangiare la vita (ciò che dà la vita) colla carne. Non devi mangiarlo, ma versarlo in terra come acqua. Non mangiarlo; e così, facendo cosa grata al Signore sarai felice, e lo (saranno) i figli tuoi dopo di te.
«Farommi poi rendere conto dell’omicidio che attenterete sulle vostre stesse persone; farommene rendere conto dall’anima sua immortale²⁰».
²⁰ Vedi traduzione e commento Reggio, e Dizionario Lib. sul vocabolo _hhaià_.
L’alleanza conchiusa tra Dio e Noè consistette nel dargli sette comandi, detti Noèchidi, e che sono puramente e semplicemente i più ovii principii della religione naturale. Eccoli quali ce li trasmise la tradizione: 1º Non professare un culto idolatra; 2º Non bestemmiare il santo nome di Dio; 3º Non commettere omicidio; 4º Non commettere adulterio; 5º Non commettere furti e rapine; 6º Osservare i principii fondamentali di giustizia; 7º Non cibarsi di un membro strappato o tagliato ad un animale vivo.
Censimento del popolo.
Fu pure nel primo giorno di questo secondo mese che Mosè, dietro ordine di Dio, invitava i capi delle dodici tribù d’Israele a fare il censimento degli uomini atti alle armi; vale a dire dagli anni 20 in su. Il risultato, esclusa la tribù di Levi, esente da pubblici carichi, fu di 603550. Quarant’anni dopo, nelle pianure di Moab presso alle rive del Giordano poco prima della sua morte, Mosè ordinò un secondo censimento che diede un totale di 601730. Non farà meraviglia alcuna la diminuzione nella cifra, se si considerano i disagi, le privazioni d’ogni specie sofferte dal popolo per tutto quel lungo lasso di tempo; e più di tutto per le mortalità che infierirono nel popolo per la deplorabile sedizione di Corahh, pel fatto degli esploratori, e per l’adorazione di Baal Peór. È antico assioma che la popolazione non aumenta che nella pace, nella prosperità e nell’abbondanza di ogni cosa.
E posciacchè parliamo di censimenti, non crediamo fuori proposito segnalare quello ordinato da Davide circa 500 anni dopo il summentovato. Dopo le tante guerre sostenute per la conquista del paese che Dio aveva promesso al suo popolo, Davide sedendo finalmente tranquillo e sicuro sul suo trono; inviò il suo fedele generale Gioab per tutto il regno, onde conoscere il numero totale degli uomini atti alle armi che risultò di 1300000: fatto che dimostra evidentemente come la monarchia d’Israele fosse allora la più possente dell’Asia. Ma il precipuo intendimento che ci fece citare questo fatto, non fu quello di dare il numero dei soldati di cui Davide poteva disporre o segnalarne la conseguente prosperità del popolo; ma per dilucidare il luttuoso avvenimento che contristò Davide e Israele in tale occasione. Fatto il censimento pel quale si impiegarono 9 mesi e 20 giorni, una terribile pestilenza infierì nel popolo d’Israele miettendo in brevissimo tempo ottanta mila vittime. Lo storico sacro, lascia supporre che tale avvenimento fosse un castigo mandato appunto da Dio in causa del fatto censimento. Ma perchè ricorrere al sovrannaturale quando si tratta di un fatto che si spiega naturalmente con tanta facilità? Per adempire all’incarico avuto, Gioab e i suoi coadiutori si stabilivano sicuramente nei capi luoghi di provincia, ove dovevano convenire tutti i capi di famiglia. Anche ammettendo che non si trasandassero, cosa abbastanza difficile, i precetti d’igiene, pure una tale agglomerazione d’individui in paesi tanto caldi, non può recare meraviglia che abbia favorito lo sviluppo di qualche malattia contaggiosa; come non può recare meraviglia che costernato alla notizia che la pestilenza si avvicinava alla Capitale, Davide propiziasse Dio onde vi mettesse un termine accusando se stesso il solo autore di tante sventure.
Conviene pure notare che alla narrazione del censimento, lo stesso storico fa precedere quale spiegazione l’avvertenza che Dio era adirato contro Israele per motivi che però non palesa, e che fu Davide stesso che scelse la pestilenza a preferenza della carestia o della rotta in guerra; onde, come disse egli, cadere nelle mani di Dio misericordioso, anzichè in quelle degli uomini. Ad ogni modo i due censimenti del popolo fatti eseguire da Mosè, per ordine espresso di Dio, dimostrano insussistente l’opinione che sia proibito di numerare il popolo sotto pena di pestilenza²¹.
²¹ Il su citato Abrabanel con chiare e convincentissime ragioni sostiene e dimostra la verità della su espressa opinione contro le argomentazioni di parecchi altri commentatori, i quali s’appoggiano oltre al fatto di Davide al primo paragrafo della lezione di _Chi tissà_, e col quale si obbligano i futuri numerandi del popolo a versare un mezzo siclo d’argento al tesoro del Tempio quale offerta di espiazione.
Fondazione e inaugurazione del Tempio di Salomone.
Un altro fatto della più alta importanza successe in questo mese. Resisi tributarii i più potenti popoli vicini, sin dagli ultimi anni del regno di Davide, Israele godeva di tutta quella prosperità materiale e morale, che può essere raggiunta da un popolo i cui destini sono confidati ad un re, che alla gloria delle armi seppe unire una sapiente amministrazione e una prudente politica. La Bibbia ci attesta che la pubblica ricchezza era salita a tale grado, che al tempo di Salomone l’argento aveva quasi perduto e pregio e valore. Davide che ad un animo religiosissimo univa le qualità di valentissimo musico e di altissimo poeta, non ancora soddisfatto delle lodevolissime disposizioni per le quali circondò di decoro e di ordine il Culto divino; manifestava un giorno al profeta Nathan il suo ardente desiderio di fabbricare una Casa degna del Dio d’Israele.
Ma Dio non gli permise d’incarnare il suo pensiero nobilissimo; inquantocchè le sue mani avessero versato molto sangue. Ed era giusto. Il Tempio che è legame di pace, di amore e di concordia tra Dio e l’uomo e tra l’uomo e l’uomo; il Tempio ch’è quel sacro luogo ove il nostro cuore sollevandosi a Dio mercè la preghiera s’inspira alla virtù, alla carità, alla purezza; non poteva essere l’opera di un re conquistatore, per quanto le guerre da lui intraprese avessero un fine nobilissimo: la redenzione del patrio suolo e la grandezza del proprio popolo.
Però per la sua predilezione per quest’uomo che fece tanto bene ad Israele, e che a fronte di alcune colpe da lui commesse aveva un cuore pio e santo, pieno di nobili e generose aspirazioni; Dio lo assicurava per bocca dello stesso profeta che suo figlio Salomone avrebbe effettuato il suo pio divisamento. Non erano infatti trascorsi che quattro anni dalla sua morte, quando nel secondo giorno di questo stesso mese di Iiar, Salomone valendosi degl’immensi tesori lasciatigli a tale uopo dal padre, pose le fondamenta del tempio i cui lavori ebbero la durata di sette anni e mezzo.
La festa inaugurale fatta dopo la solennità di Sucoth fu di una splendidezza affatto eccezionale. Vennero sacrificati 22000 buoi e 120000 pecore²². Immensa fu la gioia del popolo che in quel grandioso, ricchissimo ed imponente edificio, oltre al vedere soddisfatto un suo lungo desiderio religioso, vedeva una prova palmare della sua grandezza e potenza e la consacrazione della sua unità religiosa e politica.
²² Si vedrà più lungi che dopo di avere lasciato all’altare e ai sacerdoti la parte ad essi assegnata dalla legge sui sacrifizii; il resto, cioè il più, serviva ad alimentare le turbe.
La preghiera fatta da Salomone in tale occasione è degnissima di nota. Cominciò a ringraziare Iddio di tanti favori accordati al padre suo, e di quello poi insigne di avere reso lui stesso degno di dedicargli quella Casa; enumerò le diverse contingenze che avrebbero potuto condurre gli individui e il popolo intiero a versare la piena del loro dolore in quella Casa, da dove sarebbero usciti immancabilmente col cuore confortato; e finalmente con un sentimento di tolleranza tutt’altro che comune alle idee generali di quei tempi, così soggiunse: «E anche lo straniero non appartenente al tuo popolo che venisse a supplicarti in questa Casa, deh o Dio! ascolta la sua preghiera e compi i suoi voti; cosicchè tutte le nazioni, quanto il tuo popolo Israele, siano portati ad adorarti dalla cognizione della tua potenza e della tua bontà».
ANTICHITÀ DOMESTICHE
Abitazioni degli antichi Ebrei.
Fra le nozioni delle antichità sacre, le più importanti a conoscersi sono, a nostro avviso, quelle che riguardano la composizione della famiglia, le basi su cui essa era fondata e i reciproci rapporti che ne univano i componenti. Però sia per l’importanza che hanno le abitazioni sull’igiene e sui costumi della famiglia stessa, e sia perchè la cognizione delle medesime serve per comprendere parecchie descrizioni degli autori sacri; crediamo indispensabile farvi appunto precedere un breve cenno sulle primitive abitazioni degli uomini: vale a dire sulle caverne, sulle capanne e sulle tende, per poscia parlare dei villaggi, delle città e delle case.
§ 1.—_Delle Caverne._
In sulle rive del mare Rosso e del golfo Persico, nelle montagne dell’Armenia come nelle isole Baleari e nell’isola di Malta, alcuni popoli non avevano altra dimora che antri scavati nel sasso onde furono detti _Trogloditi_, parola che deriva dal greco e che significa: «quelli che s’ascondono nelle caverne²³». Le montagne dell’Arabia, della Giudea e della Fenicia, erano in gran parte piene di tali sorta di caverne; che per essere molto ampie potevano dar ricetto a buon numero di persone. Maundrel nel suo _Voyage de Jerusalem_ (pag. 198) ci da la descrizione d’una caverna scoperta nei dintorni di Sidone, e tanto ampia da essere divisa in circa dugento camere ciascuna di dodici piedi in quadrato. E la Bibbia ci porge anch’essa parecchi esempi di tali abitazioni: È in una caverna che Loth si rifugiò colle figlie onde scampare all’eccidio di Sodoma; è in una caverna che si rifugiarono i cinque re inseguiti dai soldati di Giosuè dopo la totale disfatta dei loro eserciti; sono pure caverne le abitazioni che si procurarono gli Ebrei angariati ed oppressi dai Madianiti affine di salvare sè stessi e nascondere i raccolti dei loro campi; e finalmente è in una caverna ove Davide riparò coi suoi quattrocento soldati per isfuggire dalle mani di Saulle. Queste caverne dopo d’avere servito di usuali abitazioni e di rifugio ai perseguitati, divennero in processo di tempo depositi di morti, e asilo dei ladri.
²³ Il vocabolo ebraico _Hhorì_ (libero) è indubitatamente adoperato per indicare una tribù _Troglodita_ inquantocchè la radice di questa parola sia _hhor_ che significa: _foro_, _caverna_.
§ 2.—_Le Capanne._
Per utili che fossero le caverne, presentavano però inconvenienti per molti riguardi; il principale dei quali era la difficoltà di ridurle accomodate ai bisogni della vita. Per questo motivo esse dovettero ben presto venire sostituite dalle capanne _sucoth_, le quali vennero riconosciute tanto comode e vantaggiose in quei paesi caldi, che non andarono affatto in disuso anche quando l’arte ebbe inventate abitazioni più perfette e più sicure.
§ 3.—_Le Tende._
Per l’inconveniente che presentavano le capanne di non potere essere trasportate con facilità dalle popolazioni nomade, si dovette ben presto pensare a sostituirvi le tende _hóel_, che serbando l’identica forma della capanna, presentavano il vantaggio di essere trasportabili. Primieramente le tende venivano fatte con pelli d’animali, ma poscia s’impiegarono per esse tessuti di lana o di tela che stendevansi su pertiche, tenacemente conficcate al suolo col _iadéth_ (cavicchio), affinchè potessero resistere all’impeto del vento. Quantunque la S. Scrittura ci faccia sapere che i patriarchi vivevano in tende, ci fornisce però pochissime nozioni su tal sorta di dimore. Dalle descrizioni che alcuni viaggiatori moderni ci fanno delle tende degli Arabi, che da quanto si può presumere sono modellate su quelle dei più antichi loro padri, pare che le grandi tende fossero divise in tre parti: La prima parte che si trova alla stessa entrata è occupata dagli schiavi; la seconda è assegnata agli uomini; e la terza che ne forma il fondo, è riserbata alle donne. Quest’ultima parte è detta dagli arabi _alcobbah_, che indubbiamente corrisponde al vocabolo _kubbà_ ebraico adoperato nel Pentateuco per designare la camera cubicolare. L’abitudine e l’amore alla indipendenza d’una vita errante e campestre, aveva reso tanto famigliare agli antichi questa maniera di vivere sotto le tende, che la continuarono ancora molti secoli dopo che l’arte aveva inventate le case. Così fece Abramo quando entrò nella terra di Canaan quantunque il paese fosse pieno di città; così fece Giacobbe al suo ritorno dalla Mesopotamia presso la città di Salem; così fecero gli Ebrei in Gàlgala dopo entrati nella terra promessa; e così fanno oggigiorno diversi popoli dell’Oriente.
§ 4.—_Villaggi e Città._
Essendo gli uomini socievoli per natura, non appena si moltiplicarono sulla terra dovettero provare un prepotente bisogno di abitare a poca distanza gli uni dagli altri, per potere più facilmente prestarsi mutuo soccorso nei loro reciproci bisogni. «O la società o la morte», disse il leggendario Onì.
La Bibbia ci somministra la prova di questo bisogno umano soddisfatto da Caino stesso, il quale fabbricò una città _ir_ o _kirià_ che chiamò _hhanoch_ dal nome del figlio. Subito dopo il diluvio, gli uomini si occuparono nuovamente a edificare diverse città fra le quali _Ressen_ la grande, che stava in mezzo alle altre due città Ninive e Cálahh.
Le descrizioni dei viaggi fatti dai patriarchi nella Palestina e nell’Egitto, ci fanno persuasi che esistevano in quei paesi molte città governate da capi detti _melech_ re, _aluf_ duce dominante, _nascì_ principe.
Gli esploratori andati a visitare la terra di Canaan assicurarono il popolo d’Israele di avere trovate città assai grandi e fortificate; prima di passare il Giordano le tribù di Gad e di Ruben edificarono città e fortezze a difesa delle loro famiglie che lasciarono al di qua di quel fiume.
Non mancavano sicuramente i villaggi o borgate distinti col nome di _migrasc_, _hhavà_, _chefar_.
Le città principali venivano possibilmente edificate su qualche altura, e spesso cinte da doppio e triplice ordine di mura. Il muro principale detto _hhomà_ era munito di tratto in tratto da alte torri, e aveva davanti un fosso profondo, oltre al quale era l’antimuro detto _hhel_.
Innanzi alle porte della città e talvolta anche nell’interno d’essa, esistevano piazze _rehhovód_, che servivano tanto ai pubblici mercati, quanto a luogo di residenza dei magistrati per l’amministrazione della giustizia. Mancando allora le botteghe, si capirà facilmente che le mercanzie si tenevano esposte all’aperto sotto tende o capanne.
§ 5.—_Le Case._
All’ingresso degli Ebrei nella Palestina pare che trovassero le case _baiith_ tutte di un solo piano, sormontante da un terrazzo che serviva non solamente per passeggiare e respirare aria più pura, ma ancora per farvi i pasti e passarvi le notti della state. Egli è per questo motivo che il legislatore ebreo, sollecito e tenero del bene del suo popolo, non trascurando neanche le cose di minor conto trattandosi di evitare loro un qualche pericolo, aveva imposto con prudente ordinazione di guernire l’orlo del tetto di un muricciuolo o parapetto _maaké_ alto abbastanza per impedire le cadute. In processo di tempo gli Ebrei seppero fabbricarsi case ampie e alte particolarmente nelle grandi città, e decorarle non solamente con molto buon gusto ma con molto sfarzo, come avremo a convincercene quando discorreremo delle arti coltivate dai medesimi.