Part 2
Nella solitudine del deserto di Sinai presso cui pascolava le pecore dello suocero, invigorendo il suo nobile e magnanimo cuore maturò il sublime proposito di tornare in libertà i suoi fratelli e di farne un popolo segnalato fra le nazioni. Certo dell’appoggio divino che nel roveto ardente vinceva le estreme sue riluttanze, inspirate dalla sua modestia e dalla gravezza dell’incarico che stava per assumersi⁶, va in Egitto: e col fratello Aronne arringa il popolo d’Israele, e lo persuade che il Dio giusto e forte dei suoi padri conobbe i suoi dolori, vide l’angoscia del suo animo; e lo trarrà da quella vita di avvilimento e di patimenti e lo condurrà in una terra beata promessa ad Abramo, Isacco e Giacobbe, e da loro già abitata. Portatosi poscia al cospetto di Faraone gli domanda la libertà del popolo primogenito di Dio in nome di quell’Essere che fu, è, e sarà⁷. Faraone con un’alterigia dissennata, non si soddisfa di rispondere con un rifiuto dicendo di non avere cognizione di tale Iddio; ma con una iniqua disposizione impone sul popolo un nuovo gravame, attribuendo la domanda fatta da Mosè unica conseguenza della loro pigrizia. Ma coll’opera di mirabili prodigi, detti le dieci piaghe d’Egitto, Mosè rende manifesta a tutto l’Egitto la onnipotenza del vero Iddio, e libera Israele arricchito delle spoglie dei suoi oppressori⁸ che prima eransi arricchiti del suo lavoro di oltre due secoli⁹.
⁶ Nelle riluttanze spiegate da Mosè nell’Oreb, quando a più riprese cercò di sottrarsi a tale missione altissima, giustificando il suo rifiuto colla tardità di sua favella, dice a Dio: «anche da quando tu parlasti al tuo servo». In tali parole i nostri Dottori trovarono una prova che già precedentemente a quell’avvenimento Iddio aveva parlato a Mosè su tale proposito.
⁷ La rivelazione, che contiene tutta la filosofia, e più che la filosofia, così espresse la definizione di Dio: «Io sono colui che sono». Definizione stupenda, che quando fu promulgata non sarebbe potuta essere trovata dal discorso degli uomini, e che congiuntamente alle altre dottrine dei libri mosaici, non potendo aversi per un parto naturale di quei tempi, accusa un’origine divina.
_Gioberti_, _Teorica del Sopran._
⁸ Nel nostro libro di Morale pratica, pag. 89, abbiamo inserito una quistione storico-politica ricavata dal Talmud e suscitatasi tra gli Ebrei e gli Egiziani all’epoca in cui Alessandro Magno vinto Dario re di Persia aveva esteso il suo dominio in gran parte dell’Asia e dell’Egitto, e la quale serve a spiegare questo fatto che da troppi scrittori venne preso a pretesto di ignobili accuse e basse insinuazioni contro l’onestà di carattere del popolo nostro.
⁹ L’Egitto fioriva da antichissimo d’una prosperità materiale, e consideravasi come il paese della ricchezza e della scienza. Colà viaggiò Abramo spintovi dalla carestia; e i libri sacri, come vanto della sapienza di Salomone, dicono che vinceva quella degli Orientali e degli Egizii.
_C. Cantù_, _Docum. alla sua St. Un._
Pare essere destino dei tiranni di non volere o potere mai cedere alla ragione acciecati dalle loro prave passioni. Cuocendo al Faraone di avere permesso a tanti uomini di sottrarsi al suo giogo, e non potendo comportare che quel popolo che per tanti anni aveva dovuto curvare il capo alla sua verga se ne andasse libero; raccoglie in fretta il suo esercito e si pone ed inseguirlo, onde ritornarlo di nuovo alla sua soggezione. Ma allora appunto lo aspettava una terribile punizione che tardi o tosto colpisce sempre l’ostinato ed inumano oppressore. Breve strada disgiunge l’Istmo di Suez dalla terra che Dio aveva promessa agli Ebrei; ma siccome questi avrebbero incontrato prontamente i Filistini, e siccome il dovere subito combatterli avrebbe in essi risuscitato il desiderio di tornare in Egitto, perchè una secolare schiavitù ne aveva avvilito il cuore e domato il coraggio, Mosè fece loro prendere la via del deserto.
È assai difficile il precisare oggi le posizioni, a cagione dei grandi cambiamenti che una lunga serie di secoli, fece subire alle spiaggie del Mare Rosso. La prima tappa fu fatta in un luogo detto _Sucoth_ (tende) probabilmente a causa delle tende colà rizzate; la seconda ad _Etan_. Però affine d’ingannare il re d’Egitto, facendogli credere di essersi smarrito in quelle inospiti e sconosciute solitudini, Mosè fece accampare il popolo con una marcia retrograda tra _Migdol_ e il mare dirimpetto a _Baal-Sefon_.
Era il sesto giorno dall’uscita d’Egitto, e il popolo alzando gli occhi videsi vicino la formidabile oste di Faraone. Smarrito, grida al suo conduttore: «Ecchè! non eranvi forse sepolcri in Egitto, che ci conducesti a perire in questo deserto? Perchè ne traesti dall’Egitto?» Mosè, avvisato da Dio del grande fatto che stava per succedere, li conforta con queste parole: «Non temete! Oggi per l’ultima volta voi vedrete gli Egizii. È l’Eterno che combatterà in vostra difesa». Sorge l’alba del settimo giorno, e dietro l’ordine di Dio, Mosè batte colla sua verga i procellosi flutti del mare: ed oh prodigio! le acque si dividono, e schiudono nel loro seno un ampio passaggio ad Israele che lieto vi si precipita, onde frapporre il mare tra sè e l’inimico. Acciecato dal desiderio di vendetta, Faraone ordina al suo esercito d’inseguire i fuggenti, che già toccavano l’altra sponda. I soldati accortisi, ma troppo tardi, dell’estremo pericolo che loro sovrastava affannosamente gridavano: «Fuggiamo, fuggiamo da Israele, poichè Iddio combatte per lui contro l’Egitto». Intanto Israele esce festosamente dal mare, e Mosè batte di nuovo colla sua verga le acque, le quali con immenso fragore ripigliano il loro corso ordinario, e seppelliscono nei loro abissi quegli ostinati oppressori. Un sublime cantico, la lirica più antica giunta insino a noi, venne composto da Mosè; e coll’accompagnamento di strumenti musicali venne cantato dal popolo ad onore di quel Dio, che si dimostrò tanto buono e potente in suo favore.
Ecco il grande avvenimento che diede origine alla instituzione della festa di Pasqua o delle azzime _Pessahh_ o _hhag amassod_, che noi celebriamo nel plenilunio di Nissan, cioè dai 15 ai 22 di questo mese. La doppia denominazione con cui viene designata questa festa avviene da ciò, che colla parola _Pessahh_ (che significa _transito_, _salto_) si vuole commemorare l’incolumità serbata ai primogeniti ebrei quando l’angelo di Dio uscendo per l’Egitto ad uccidere indistintamente i primogeniti degli uomini e delle bestie, _saltava_ le abitazioni degli Ebrei frammischiate a quelle degli Egiziani; e coll’altra denominazione di _hhag amassod_ si vuole ricordare il comando dato da Mosè, e costantemente quanto scrupolosamente osservato dal popolo ebreo, di cibarsi d’azzime per tutto il tempo della sua durata.
Quantunque sia forse cosa superflua, pure ricordiamo, che lo scopo di questa ordinazione fu quello di volere commemorare il pane _dell’afflizione_ che mangiarono gli Ebrei nella loro precipitosa uscita dall’Egitto; inquantochè fu talmente forte lo spavento provato da Faraone e da tutti gli Egiziani, vedendo istantaneamente cadere esanimi i loro primogeniti, e non trovarsi casa ove non vi fossero morti; che raccoltisi frettolosamente presso Mosè ed Aronne li stimolarono, li obbligarono ad allontanarsi immediatamente dal loro paese, pregandoli pure a volerli benedire prima della partenza, onde non avessero ad incontrare anch’essi la sorte dei loro primogeniti. Gli Ebrei dovettero pertanto caricarsi sulle spalle la pasta che con prudente disposizione Mosè aveva fatta loro preparare pel viaggio, e farla cuocere con sollecitudine in focaccie non fermentate appena fuori della città.
E qui cade acconcia una osservazione. Tanto questa solennità come quelle di _Savuóth_ e di _Sucóth_, noi le prolunghiamo di un giorno oltre al numero fissato da Mosè, e in opposizione a quanto anco attualmente si segue in Gerusalemme. Ecco il motivo di tale differenza. In Gerusalemme ove risiedeva il Sinedrio che formava il Senato della nazione, e di cui noi parleremo in seguito, si stabiliva il primo giorno del mese dietro le deposizioni di testimonii irrecusabili di avere veduto la luna nuova: e di questa decisione se ne rendevano partecipi le provincie con fuochi accesi convenzionalmente sopra certe montagne. Ma dopo la distruzione del Tempio e il trasporto del _Beth Din_ in Iabnè, sul dubbio che l’annunzio del vero primo giorno del mese arrivasse in tempo nei luoghi lontani, si decise che si prolungasse di un giorno la festa; e la Pasqua si festeggiava nei dì 15 e 16 per cui il 7º e 8º giorno della festa venivano a cadere nei dì 21 e 22 del mese. Questo giorno fu chiamato il _iom tov scenì scel galuiod_ (secondo giorno festivo della dispersione). E quantunque sia ora impossibile il cadere nell’errore che si temeva dai nostri antenati, nullameno si persiste a seguire tale uso quasi universalmente.
Inaugurazione del Tabernacolo.
Fu pure nel primo giorno di questo mese nel secondo anno dall’uscita d’Egitto, che fu inaugurato il tabernacolo fatto fabbricare da Mosè nel deserto. Noi ommettiamo la descrizione di tale solennità, sia perchè essa riescirebbe troppo lunga e sia per essere cosa di mediocre importanza storica. Nelle nozioni di Archeologia, avremo però occasione di parlare del pregio artistico di quei lavori. Non dobbiamo però passare sotto silenzio, essere stato tale l’entusiasmo del popolo nell’offrire preziosi oggetti per erigere ed arredare quella prima casa d’orazione consacrata al vero Iddio; che Mosè fu costretto «a fare passare una voce nell’accampamento onde raccomandarne l’astensione, essendone già provvisto oltre al bisogno». I direttori dei lavori furono due artisti di genio designati da Dio stesso, e che si chiamavano Bessalel e Oliab.
Sollevazione del popolo.
Essendo destino dell’umanità che al bene debba trovarsi sempre mescolato il male, in maggiore o minore proporzione, dopo i due fatti precedenti di cui uno glorioso e l’altro onorevole pel popolo nostro; noi siamo costretti di presentare ai nostri lettori un fatto deplorevole sia per se stesso e sia per le sue conseguenze, avvenuto nel deserto di Sin.—Poco tempo dopo la morte di Marianna, sorella di Mosè, venendo a mancare l’acqua¹⁰, il popolo si sollevò contro Mosè rimproverandolo di averlo tratto dall’Egitto per condurlo in luoghi ove difettava persino l’acqua. Come sempre, Mosè si rivolse a Dio: e neppure questa volta gli venne meno il suo soccorso in favore di quel popolo protervo, che malgrado tanti miracoli, ad ogni minimo ostacolo che incontrava, perdeva ogni fiducia nella provvidenza. Mosè ed Aronne fecero radunare il popolo presso una rupe indicata da Dio, e dalla quale sgorgò un rivo d’acqua limpidissima. Ma in questo fatto i due grandi personaggi commisero tale atto di mancanza verso Dio, (atto che noi avremo occasione di dilucidare in seguito), che furono anch’essi condannati a morire nel deserto.
¹⁰ Dissero i nostri Dottori che il sasso prodigioso che forniva acqua al popolo nel deserto era merito speciale di Marianna: per cui essa morta, cessò il prodigio.
Passaggio del Giordano.
Ultimo fatto importante successo in questo mese fu il passaggio del Giordano. Il Giordano era quel fiume che separava i paesi di Sihhon e Og dalla terra santa. Morto Mosè dopo d’avere combattuto e vinto i re di quei due paesi, perchè si rifiutarono a concedergli il chiesto passaggio attraverso ai loro stati, e concessone il territorio in eredità alle due tribù di Gad e di Ruben e alla metà della tribù di Manasse¹¹, Iddio avvertì Giosuè, che nella stessa guisa che il mar Rosso aveva aperto un varco asciutto al popolo d’Israele, altrettanto avrebbe fatto il Giordano. Quel giorno memorando fu il decimo del mese di Nissan, epoca in cui il fiume era straordinariamente ingrossato. Giosuè ordinò ai sacerdoti portatori dell’Arca santa di porsi alla testa del popolo per passare il Giordano, e appena i loro piedi ne toccarono le acque, queste arrestarono immediatamente il loro corso impetuoso, si ammucchiarono ai due lati, ed aprirono al popolo un libero passaggio. Ad eternare la memoria di quel fatto che, unito ai tanti altri prodigi operati da Dio in favore d’Israele, finì per gettare lo spavento nel cuore degli abitanti di Canaan, Giosuè fece innalzare nel Ghilgal un monumento di dodici pietre levate appositamente dal letto del Giordano, e rispondenti alle dodici tribù d’Israele.
¹¹ Furono gli stessi componenti le suddette tribù che trovandosi possessori di numerose greggie, e riconoscendo come quel paese presentava grassi pascoli, pregarono Mosè di concederglielo loro in eredità. Mosè aderì alla loro domanda colla condizione che tutti gli uomini atti alle armi passassero il Giordano, e aiutassero i loro fratelli a conquistare la terra che Dio aveva loro promessa.
Questa condizione fu scrupolosamente osservata. Fabbricate fortezze a difesa delle loro donne e dei loro figli, tutti gli adulti si portarono col resto del popolo al di là del Giordano; e non ritornarono in seno alle loro famiglie se non quando vennero congedati e benedetti da Giosuè stesso, dopo le vittorie da lui riportate sui 31 re che dovette combattere.
ARCHEOLOGIA BIBLICA
Della Palestina.
§ 1.—_Limiti, montagne e fertilità della Palestina._
La Palestina è una piccola contrada della Siria in Asia. La parola Palestina, presa nel suo senso ristretto, significa il paese dei Filistini o Filistei, che stendesi lungo il mare mediterraneo da Gazza al sud, fino a Lidda, al nord. In un senso più esteso, s’applica a tutto il paese di Canaan detto anche terra promessa o terra d’Israele, situata fra il mediterraneo, chiamato nella Bibbia _iam agadol_ (mare grande), il mare morto _iam amelahh_, ed il Giordano.
Quando Abramo entrò nel paese di Canaan, lo trovò abitato da dieci popoli che traevano il loro nome dagli undici figli di Chanaam figlio di Hham.
La Palestina è paese montuoso; due catene di montagne l’una al di qua del Giordano, l’altra al di là di questo fiume, stendonvisi per traverso dalla Siria all’Arabia, e sono interrotte da molti piani.
Le principali montagne della Palestina sono:
1º Il _Libano_, che si compone di due catene nel cui mezzo sta la gran valle detta dagli antichi _Celesiria_. Egli è su questa montagna che una volta crescevano in abbondanza i magnifici cedri tanto celebrati nella storia, e più particolarmente nella Sacra Scrittura.
2º Il _Carmelo_, catena di monti coperti da boschi di quercie e di abeti. Le valli che vi stanno frammezzo ombreggiate da lauri ed olivi ed irrigate da molti ruscelli, formano un paese deliziosissimo¹².
¹² Un viaggiatore così termina la sua breve descrizione delle valli del Carmelo nella _Revue britannique_: «Codesto quadro, malgrado la sua tristezza, non risponde all’idea che si fa della desolante sterilità della Palestina. Alla ricchezza della vegetazione si può giudicare che se questa terra fosse coltivata con cura, essa sarebbe come altra volta il giardino del Signore».
3º Il _Thaborre_, monte rotondo e sublime nella Galilea. Fu su questo monte che la profetessa Debora levatasi, come Ella stessa dice nel suo stupendo canto, a madre d’Israele, eccitò _Barak_ a raccogliere un dieci mila uomini della tribù di Naftali e di Zebulun; e messasi ella stessa alla loro testa sfidò e vinse Sissera generale del re Iavin che da vent’anni opprimeva Israele.
4º Le _montagne d’Israele_ dette anche _monti di Efraim_, catena aspra ed ineguale che sta in faccia alle montagne di Giuda, il cui suolo invece è molto fertile. Nel Deuteronomio ed in Giosuè si fa menzione dei monti _Ebal_ e _Garizim_, posti l’uno al nord, l’altro al mezzodì di Sichem.
A queste montagne bisogna riferire il famoso monte _Moria_ ove Abramo erasi portato per sacrificare l’unico suo figlio, ed ove Salomone fece erigere il più maestoso Tempio, che l’uomo abbia innalzato ad onore dell’unico vero Iddio; e il monte _Sion_ ove era la città di Davide.
5º _Le montagne di Galaad_, poste al di là del Giordano. A questa lunga catena appartiene il monte Nebo ove salì Mosè per contemplare la terra promessa avendogliene Dio impedito, colla morte, di entrarvi. Il Sinai e l’Oreb, il primo famoso perchè fu su d’esso che Dio proclamò il Decalogo: il secondo perchè fu su d’esso che Dio apparve a Mosè nel roveto ardente, e lo decise alla grande impresa della redenzione d’Israele; si trovano nell’Arabia Petrea fuori della Palestina.
Capitale del regno sotto Davide e Salomone, del regno di Giuda dopo il distacco delle dieci tribù dalla dinastia davidica, e di tutto il lungo periodo che durò il secondo Tempio, fu Gerusalemme. Più avanti si troverà la descrizione di questa città cotanto celebrata nella storia e la descrizione del tempio di Salomone. Non taceremo che vi furono alcuni scrittori, i quali, giudicando lo stato antico della Palestina da quello che presenta attualmente, dissero: che Mosè ingannò gli Ebrei quando promise loro un paese «colante latte e miele, e prodigiosamente fornito di ogni cosa per trarre la vita in continua abbondanza»; per poi dare loro un paese montuoso ed arido. Ma così non è: poichè, oltre alla storia biblica che ad ogni passo ci fa fede della prodigiosa fertilità di quel paese, come proveremo innanzi, abbiamo pure la testimonianza degli storici profani, quali Ecateo contemporaneo di Alessandro il Grande, Tacito, Ammiano, Marcellino e Plinio.
Se ora quel paese è sterile, ne sono causa le devastazioni successive dei Babilonesi, Egiziani, Sirii, Romani, Saraceni, Arabi¹³, ecc. e l’attuale mancanza di coltura.
¹³ Gerusalemme fu presa e saccheggiata 17 volte, dice Chateaubriand: nessun’altra città provò simile sorte.... Quella contrada divenuta preda del ferro e del fuoco, i campi inculti perdettero la fertilità ecc.
_Itineraire_, tom. 2.
§ 2.—_Dell’agricoltura e suoi Strumenti._
La pastorizia e l’agricoltura, furono i due rami d’industria ai quali primamente si dedicarono gli uomini, chiamativi dalla necessità di soddisfare i materiali loro bisogni. Iddio pose Adamo nell’Eden, non perchè vi conducesse una vita di contemplazione oziosa, ma affinchè _lo custodisse e lo lavorasse_. I due figli che egli procreò dopo il suo fallo, si dedicarono appunto uno alla pastorizia, l’altro all’agricoltura: e all’agricoltura troviamo dedicato Noè appena uscito dall’arca. Desiderando Mosè che il suo popolo si dedicasse particolarmente all’agricoltura, la favorì in tutti i modi. Nel corso di questo lavoro, noi avremo occasione di parlare di parecchie sue opportune e savissime disposizioni prese a tale riguardo, fra le quali primeggiano quella della partizione del territorio nazionale, e quella dell’anno sabbatico. Riserbandoci di esaminare i diversi motivi che dettarono queste due disposizioni, diremo intanto che la prima tendeva a riparare diverse piaghe dell’agricoltura che si possono riassumere nelle tre seguenti: 1º Le grandi proprietà, che in mano di uomini potenti e sensuali sono cariche di sontuosi edifizi, di eleganti giardini, di deliziosi boschetti. 2º Il continuo succedersi dei coloni. La mancanza di una cognizione vera ed esatta del terreno che si deve coltivare ha un’importanza massima sul successo dei ricolti. 3º Le spese e i lavori ai quali si è spesso obbligati per migliorare il terreno, e a cui difficilmente vi si assoggetta, colui a cui manca la sicurezza di un lungo possesso.
Gli strumenti che in principio si adoperavano per arare i campi, dovettero essere molto semplici, consistendo probabilmente in soli bastoni aguzzi. Nel Deuteronomio si parla d’uno strumento, con cui gli ebrei dovevano fare un buco nel terreno fuori del campo pei loro bisogni naturali; e questo arnese detto _Iathed_ probabilmente era una specie di vanga o di pala che serviva anche ai lavori di terra. Però nel primo libro di Samuele si fa menzione di vari strumenti aratorii, quali sono: _mahharesced_ vomere, _eth_ zappone, _kardom_ scure, _mahharesciâ_ sarchiello. Il _malmed_ era lo stimolo dei buoi.
§ 3.—_Suoi Prodotti._
Sono menzionati nella Bibbia i seguenti cereali: _dagan_ grano, _hhittà_ frumento, _nisman dohhan_ miglio, _cussémed_ spelta, _seorà_ orzo.
I legumi od erbaggi venivano detti con nome generico _jarak_ (da _ierek_ verde) od _oróth_. Erano tali: il _pol_ fava, gli _adascím_ lenti, i _kisciuím_ cetriuoli, gli _abbatihhím_ poponi, i _bessalím_ cipolle, il _hassir_ porro, lo _scum_ aglio.
S’incontrano pure i nomi di parecchi fiori e di molte specie di alberi fruttiferi ed infruttiferi. Lo _sciuscian_ viene interpretato pel giglio, la _hhabasseleth_ per rosa. Il vocabolo _dudaim_, col quale si sottintende il frutto della mandrágola, probabilmente era qualche fiore d’amore derivando dal vocabolo _dud_. Il _karkom_ indica lo zafferano, la _laanà_, l’assenzio, e l’_ezov_ trovandosi spesso contrapposto all’_erez_, cedro, fa credere che fosse una pianta piccolissima.
Fra gli alberi fruttiferi sono nominati il _thappuahh_ melo, il _thamar_ palmizio, il _rimon_ melagrano, il _theenà_ fico, il _zaid_ olivo, il _sciacked_ o _luz_ mandorlo, e l’_egoz_ noce.
La vite _ghefen_ fu in ogni tempo coltivata con grandissima cura. Molte viti avevano il loro ceppo abbastanza alto perchè si potesse starvi sotto comodamente, onde la frase che s’incontra spesso nella scrittura: _essere assiso sotto la sua vite e sotto il suo fico_, per significare il godimento di una vita fortunata e tranquilla.
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IIAR (_Aprile-Maggio_).
«Ed il Signore si pentì d’aver fatto l’uomo in terra e ne ebbe il cuore addolorato¹⁴». Con queste parole, premesse alla narrazione del diluvio universale, Mosè fece manifesto il corruccio provato da Dio nel riconoscere come quella creatura fatta a sua immagine e somiglianza s’ingolfasse in ogni sorta di brutture; contaminasse nel fango di ignobili passioni la sua anima immortale; e costringesse Lui, il sommo bene e la somma misericordia, a dovere usare il massimo rigore annientandola¹⁵.
¹⁴ Il Celeberrimo Maimonide nel suo _Morè nebohhim_ dimostra luminosamente come questa e tantissime altre consimili espressioni bibliche quali: _il braccio dell’Eterno_; _odorò Iddio_; _discese Iddio per vedere_, non intendano di materializzare Iddio in nissun modo; ma siano adoperate esclusivamente per addattarsi al nostro intendimento. La parola dell’uomo si trova impotente a esprimere convenientemente gli ineffabili attributi di Dio, e le inesplicabili vie per le quali si conduce colla umanità; per darne un’idea si è costretti a servirsi delle espressioni con cui si rappresentano le cose materiali e i loro attributi.
Non possiamo astenerci di rapportare il seguente aneddoto Talmudico relativo al soggetto di cui stiamo intrattenendoci:
Un ateo s’imbattè un giorno in un Rabbino e gli disse: «Nella vostra legge si nega la previdenza al vostro Dio: poichè nel fatto del diluvio sta scritto: «e il suo cuore ne fu addolorato» Perchè creare l’uomo per poscia pentirsene e addolorarsene?».
«Mio caro, rispose il dotto rabbino: Non fosti mai padre?»—«Si»—«Ebbene! non sapevi che tuo figlio dovrà sostenere fatiche e dolori per poscia morire? Perchè il procreasti e festeggiasti la sua nascita?»—«Penso e spero che potrà anche essere felice, darmi care soddisfazioni ed essere il sostegno e il conforto di mia vecchiaia»—«Così Iddio che creò l’uomo per la felicità, ritiene che mercè la carità e la giustizia, potrà raggiungere quella mêta assegnatagli malgrado la veemenza delle sue passioni che spesso lo fanno deviare dalla virtù e dalla rettitudine».