I mesi dell'anno ebraico

Part 1

Chapter 13,521 wordsPublic domain

Produced by Enrico Segre, Carlo Traverso and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net.

I MESI

*DELL’ANNO EBRAICO*

CON BREVI NOZIONI DI

ARCHEOLOGIA BIBLICA

*LETTURE* AD USO _DELLA GIOVENTÙ ISRAELITICA_ PER *BACHI FELICE* RABBINO

TORINO TIPOGRAFIA LOCATELLI E COMP. _nel R. Albergo di Virtù._ 1880.

ALLA SANTA MEMORIA

DI

SANSON LAZZARO _Rabbino_ E GÙTELA

MIEI GENITORI.

LETTERA.

_dell’Ecc.o Prof. Cav. _S. Ghiron_ Rabbino Maggiore_

————

*Egregio Signor Rabbino,*

_Con quella modestia, che La predistingue, La S. S. volle presentarmi la Sua Opera_ «*I mesi dell’anno Ebraico*» _affine di avere il mio avviso prima di pubblicarla. Io la lessi col maggior piacere, dacchè vi si comprendono nozioni storiche ed archeologiche sulle nostre solennità che indubbiamente si potranno leggere con grande utilità dalla gioventù israelitica, al cui insegnamento Ella ha dedicata la vita intiera. Se di vantaggio riescirebbe il di Lei lavoro in ogni tempo, opportunissimo mi pare che dovrà tornare ai giorni che corrono, in cui con minor fervore sono pur troppo coltivati gli studii sacri dai nostri giovanetti, mentre tanto bisogno dovrebbero sentire di premunirsi contro tante irreligiose tendenze._

_Faccio voti cordiali pertanto, affinchè il suo scritto, fatto di pubblica ragione, Le ottenga quel premio, che non dovrebbe mai fallire a chi dedica il suo tempo all’incremento della Virtù e della Fede: la ricompensa celeste e la pubblica approvazione._ Umsà hhén vescéchel tóv beené eloím veadám.

_Mi pregio di dichiararmi con predistinta considerazione_

_25 marzo 1880._

_Suo Devotissimo_

*S. GHIRON.*

LETTERA.

_dell’Ecc.o Dott. _M. Levi Ehrenreich_ Rabb. Magg.e_

————

Preg.mo Signore,

_Nel restituirle il lavoro sui_ *Mesi dell’anno israelitico* _non posso a meno di porgerle le più sincere congratulazioni per essere riuscito a condurre a termine un’opera molto pregevole, che arricchirà la nostra letteratura d’un libro per molti rapporti assai commendevole._

_Mi piacque anzitutto l’idea d’insegnare ai nostri giovani la nostra storia antica, le leggi, i riti e costumi sacri, prendendo occasione dalle feste, dalle commemorazioni e sacre pratiche, come si susseguono nei vari mesi dell’anno._

_Il suo libro mi piace inoltre, perchè attenendosi nell’esposizione delle dottrine e delle leggi alla pura ed inesausta fonte della Santa Scrittura, Ella non trascura di rendere all’antica Tradizione il riguardo e l’omaggio che le è dovuto; mi piace infine, perchè destinato ad erudire la nostra gioventù in ciò che nell’istruzione della medesima deve occupare il primo posto, il suo libro è adorno di quei pregi che a siffatti lavori non devono mancare, voglio dire la chiarezza, l’ordine, forma attraente ed estensione e profondità d’insegnamenti proporzionati allo scopo che veggo essere quello di far conoscere, apprezzare ed amare ai giovani israeliti le nostre antichità, la nostra Religione e le sacre pratiche che da essa traggono origine._

_Mi abbia, Egregio Signore, quale sono con distinta stima_

_23 ottobre 1879._

_Devot. Amico e Servo_

*M. LEVI EHRENREICH.*

INTRODUZIONE

*Ai buoni e cari fanciulli Israeliti.*

Col mio _libro di Morale pratica_, intesi proporre alla vostra meditazione una raccolta di atti nobili e generosi narrati nella Bibbia e nei libri Talmudici, dandovi altresì un saggio del sapere dei nostri antichi Dottori, mediante svariati assiomi ed apoftemi morali applicabili alle contingenze della vita domestica e sociale.

Quel mio lavoro fu assai modesto; ed ora un secondo ne intraprendo, e per darvi ragione e di quello e di questo, vi dirò che mi vi indusse la decadenza fra noi dello studio della lingua ebraica e relativa letteratura. Un secolo addietro, lavori di gran lunga superiori ai miei, ed i miei in conseguenza, sarebbero stati inutili e totalmente incurati; ritenuto che non fossevi Israelita, che di poco si levasse dalla mediocrità, a cui non fossero famigliari i libri talmudici, o per lo meno le raccolte aneddotiche e morali da essi estratte e proposte a studio scolastico.

Oggidì la bisogna corre assai diversa; la lingua sacra è più che trascurata....; e se voi arrivate a leggere una lezione del Pentateuco, anche senza capirne il senso, credete, o vi fanno credere, abbiate fatto abbastanza per l’educazione vostra religiosa.

Egli è per questo motivo che noi preposti alla vostra educazione sentiamo il bisogno, il dovere d’iniziarvi nelle cose giudaiche: di farvi conoscere la storia del popolo nostro, i suoi usi, i suoi costumi, i passi da lui fatti nel cammino delle scienze; affinchè cresciuti negli anni, anzichè arrossire, come molti pur troppo fanno per insipienza, del nome d’Israelita, possiate portare alta la fronte e dire e ripetere ai nemici e disprezzatori del nome d’Israelita: Noi apparteniamo ad un popolo il quale oltre di avere tenuta viva in terra la fiaccola del vero religioso, di molti rami dello scibile fu iniziatore e di altri molti coltivatore a nessuno fu secondo.

Il codice civile e criminale israelitico ha nulla ad invidiare al romano, o a qualunque altro dei popoli i meglio inciviliti: ed anzi in molti punti, massime nella parte criminale, li supera. In quanto ad astronomia e medicina, nel medio evo ancora, allorchè il nome d’Israelita era colpito d’immeritato obbrobrio, era affidata ad Ebrei la salute di re e principi, e persino quella dei papi: e furono Ebrei quelli che emendarono gli errori astronomici del calendario Giuliano, e collaborarono alla compilazione delle tavole Alfonsine e calendario Gregoriano.

Ma io m’accorgo di escire dal seminato e di essere già ito assai oltre di quanto conveniva per la introduzione del modesto mio lavoro che intitolo: _I mesi dell’anno Ebraico_; essendo mio scopo segnarvi i fatti più memorabili avvenuti al popolo nostro in ciascun mese, e dei quali come ne serbarono memoria i nostri maggiori, così conviene la serbiamo noi. A complemento poi di questi fatti ho creduto bene di dare alcune fra le più importanti nozioni di Archeologia biblica, distribuendole alla fine di ciascun mese. Vi riescano utili queste letture e valgano ad inspirarvi amore pel giudaismo, ed io mi terrò appieno compensato.

NOZIONI PRELIMINARI

DIVISIONE DEL TEMPO

§ 1.—*Stagioni.*

A differenza degli Europei che divisero l’anno in quattro stagioni, gli Orientali usavano dividerlo in sei parti che noi distingueremo col titolo di _epoche_, poichè pare che tale divisione fosse stata addottata anche presso gli antichi ebrei. Probabilmente essi la fondavano sopra un versetto del Pentateuco che ora noi andremo a citare. Dopo il diluvio, quando Dio strinse l’alleanza con Noè e gli promise che non avrebbe più mandato il diluvio a distruggere la terra, perchè la tentazione del cuore umano è cattiva dalla sua gioventù; soggiunse: «Per tutta la durata della terra la seminagione (_I_) e la mietitura (_II_), l’inverno (_III_), e l’estate (_IV_), la primavera (_V_) e l’autunno (_VI_), il giorno e la notte non cesseranno».

Esaminiamo dunque brevemente queste sei epoche dell’anno ebraico.

L’epoca prima, quella della mietitura, comincia alla metà di aprile per finire alla metà di giugno (secondo e terzo mese dell’anno ebraico). Per tutto questo tempo il cielo ordinariamente è sereno; ma ai primi giorni d’aprile l’aria comincia a farsi calda.

L’epoca seconda è la stagione dei frutti e dura dalla metà di giugno alla metà di agosto (quarto e quinto mese). Il calore comincia ad ingagliardire tanto che gli abitanti dormono spesso sui terrazzi¹ a cielo scoperto.

¹ In Oriente, come diremo altrove, le case erano ordinariamente e sono tuttavia in gran parte di un sol piano oltre il piano terreno; e sono coperte non da tetti a tegole come da noi, ma bensì da terrazzi di cui spiegheremo l’uso a suo tempo.

L’epoca terza, segna il tempo del gran caldo che si fa sentire eccessivo dalla metà di agosto alla metà di ottobre (6º e 7º mese), e per la sua ardenza i ruscelli si asciugano e la terra si screpola. Le pioggie sono bensì rarissime dalla metà di aprile alla metà di settembre, ma in compenso cade abbondante la rugiada a ristorare la campagna.

L’epoca quarta è quella della seminagione, e dura dalla metà di ottobre fino alla metà di dicembre (8º e 9º mese). La temperatura è varia; sopravvengono pioggie, brine, nebbie, ecc. Il più spesso verso la fine d’ottobre cominciano a cadere le prime pioggie d’autunno, indicate nella Bibbia col nome di _iorè_ e tanto necessarie ai campi per la germolazione del seminato.

L’epoca quinta segna l’inverno, e comincia alla metà di dicembre per finire alla metà di febbraio (10º e 11º mese). La neve cade talvolta anche nel piano, ma è raro che duri un giorno intiero, ed il ghiaccio sempre sottilissimo si strugge ai primi raggi del sole. I lampi, il tuono e la grandine vengono molto frequenti. Verso la fine di gennaio, i prati cominciano ad abbellirsi di fiori, i maggesi inverdiscono, gli alberi si rivestono di foglie.

L’epoca sesta, che corre dalla metà di febbraio alla metà di aprile (mesi 12º e 1º), è la stagione del freddo. La temperatura che nel principio di quest’epoca si mantiene tuttavia freddetta va riscaldandosi a gradi. Nel principio del mese di aprile cadono le ultime pioggie indicate nella Bibbia col nome di _malcosc_, per le quali si facevano pubbliche preghiere e voti ardenti, essendo esse assai necessarie per la fecondazione dei campi.

§ 2.—L’anno.

Non è probabile che i primi uomini abbiano determinato la durata dell’anno e regolatone il corso secondo il cammino del sole; imperocchè sarebbero loro bisognate cognizioni astronomiche, che solamente più tardi potettero acquistare; epperò è molto più verosimile che essi abbiano preso per norma la state e il maturare dei frutti della terra. Osservando infatti che la state e la maturità dei frutti ritornavano, nei principii, dopo dodici lunazioni circa, composero l’anno di dodici mesi lunari, onde nelle età primitive l’anno ebbe solamente 354 giorni.

Ma come dopo un certo numero d’anni così computati, lo stesso mese aveva finito per ricondurre stagioni opposte, si sentì la necessità di conciliare l’anno lunare col solare. Difatti dalla narrazione della grande catastrofe diluviana si rileva come fosse già stabilito l’anno di dodici mesi a giorni 30 caduno. Mosè prescrisse agli Ebrei l’anno lunare: ma affinchè fosse sempre in armonia col solare, comandò di offerire a Dio nel secondo giorno di Pasqua, vale a dire nel giorno sedicesimo dopo la neomenia del mese di Nissan, un manipolo di spighe mature (_ómer_): così se le messi non erano ancora giunte a maturanza i sacerdoti dovevano aggiungere un mese. Questa cosa dovevano farla quasi ogni tre anni, giacchè gli undici giorni di differenza che passano annualmente tra l’anno lunare e il solare, componevano in tre anni più di un mese intiero. Questo mese aggiunto si chiamava _Veadar_.

Gli Ebrei avevano un doppio cominciamento d’anno, il sacro d’instituzione mosaica, secondo cui regolavano le feste, i digiuni e tutto quanto si riferiva alla religione; ed il civile, d’instituzione rabbinica, e di cui si valevano per gli affari e le cronache civili. L’anno sacro cominciava in primavera alla neomenia del mese di _nissan_, l’anno civile cominciava in autunno alla neomenia del mese di _tisrì_.

§ 3.—Del giorno e del mese.

Sulla durata del giorno furono e sono varie le usanze dei diversi popoli. I Babilonesi contavano i loro giorni da un levare all’altro del sole; gli italiani all’incontro da un cadere ad un altro; gli Ebrei invece da un tramonto ad un altro del sole. Lo spazio d’un giorno intiero, cioè di 24 ore, viene designato nella Bibbia colle parole: _sera_ e _mattina_ oppure _meèrev ad èrev_ (da una sera all’altra).

Un’indicazione affatto naturale divide il giorno in tre parti, vale a dire il mattino, quando il sole nel suo mo movimento apparente, s’alza sopra l’orizzonte; il mezzodì, quando il sole giunto alla maggiore altezza è a metà del suo corso; la sera quando esso tramonta e si cela al nostro sguardo. Sono appunto questi i tre tempi del giorno in cui il fedele Israelita deve volgere il suo pensiero e la sua adorazione a Dio. Però, come fanno ancora tuttodì gli Arabi, gli Ebrei dividevano il giorno in sei parti ineguali, ed erano: 1º _sciahhar_ (ricercare, considerare quanto ne circonda) l’aurora; 2º _boker_ (riconoscimento degli oggetti) mattino; 3º _hhom aiom_ (riscaldamento del giorno) le ore prossime al meriggio; 4º _ssahoraïm_ (le due luci) il tempo medio del giorno, cioè il fine della prima metà e il principio della seconda; 5º _ruahh aiom_ l’ora del vento (che nelle contrade Orientali spira ogni giorno) sul cadere del giorno; 6º _érev_ (confusione) sera. Il tempo che comincia col tramontare del sole e finisce al momento che le tenebre coprono la terra, viene pure detto: _ben-aarbaim_, e la notte viene designata col nome di _laila_.

Quantunque non trovisi menzione delle ore, come l’intendiamo noi, nè nei libri santi, nè negli scritti caldaici² tuttavia è probabile che gli ebrei conoscessero la divisione del giorno in 24 ore; e ciò lo possiamo argomentare dal quadrante d’Ezechia diviso in gradi _maalód_, e dalla cognizione che avevano gli Egiziani delle clessidre, inventate, dicevano essi, da Mercurio.

² Le parole _saà_ e _sanhtà_ interpretate nei libri rabbinici per _ora_, probabilmente non furono in principio adoperate se non nel senso di _momento_, _istante_, derivando esse dal verbo _saà_ che vale: gettare uno sguardo.

Trovasi la parola _regan_ per significare il minuto.

La settimana veniva indicata col nome _ssavuan_ (giro di sette giorni da _ssevan_, _ssivñhà_). I giorni non avevano nomi peculiari, ma s’indicavano numericamente 1º, 2º, 3º ecc. Essendo il sabbato il dì principale della settimana, perciò si dava anche alla settimana intiera il nome di sabbato.

Oltre le settimane di sette giorni si avevano ancora: 1º Le ebdòmade di settimane, cioè i quarantanove giorni che correvano dalla festa di Pasqua alla festa di _Savuód_; 2º Le ebdòmade d’anni, dei quali il settimo si chiamava anno sabbatico _senad assemità_; 3º Le ebdòmade di anni sabbatici, cioè i periodi di quarantanove anni chiusi dall’anno del giubileo _iovel_, che cadeva nell’anno cinquantesimo. Lo storico Giuseppe Flavio fa anche menzione di un periodo di dodici anni giubilari, cioè di seicento anni: ma i libri santi non parlano in verun modo di tale divisione.

Non v’ha dubbio che le varie fasi della luna abbiano fornito occasione ai primi uomini di determinare i mesi. Quando videro che dopo ventinove giorni e mezzo la luna ricominciava la sua carriera, era cosa naturale che, mossi da tale regolarità, avvertissero questo periodo di tempo, in cui poscia inchiusero il mese. Difatti i vocaboli ebraici adoperati ad indicare il mese sono: _ierahh_ (da _iareahh_ luna); _hhodess_ (da _hhadass_ nuovo ovvero novilunio).

I mesi, tranne pochissimi, venivano anch’essi indicati numericamente 1º, 2º ecc. Durante la schiavitù babilonese gli ebrei adottarono i nomi dei mesi babilonesi e i nomi degli angeli³. I mesi stabilmente prescritti colla compilazione del Talmud sono i 13 seguenti: 1º _Nissan_ indicato nel Pentateuco col nome di _abib_ (maturazione); 2º _Iiar_ (_ziv_ bellezza, decoro per l’abbondanza dei frutti e dei fiori); 3º _Ssivan_; 4º _Thamuz_; 5º _Ab_; 6º _Elul_; 7º _Tisrì_ designato nella Bibbia col nome di _ierahh aedanim_⁴; 8º _Merhhasvan_ (bul); 9º _Chisslev_; 10º _Theved_; 11º _Ssevath_; 12º _Adar_; 13º _Veadar_ o _Adar_ secondo.

³ Prima della schiavitù babilonese non si trova nei libri santi veruna menzione di nomi speciali dati ad angeli, ma bensì il nome generico di _malach_ adoperato indistintamente per significare: _angelo_, _messaggiere_, _inviato_. Difatti con questo vocabolo troviamo designati i messaggieri che Giacobbe inviò ad incontrare il fratello Esaù; l’angelo che impedì ad Abramo di sacrificare il figlio Isacco; l’uomo apparso a Gedeone per consigliarlo ed incoraggiarlo a prendere le armi per liberare la sua patria gemente sotto l’oppressione straniera; Mosè redentore d’Israele; gli uomini mandati da Mosè al re di Edom ecc. Invece in Daniele, che scrisse all’epoca della schiavitù Babilonese, gli angeli assumono nomi proprii: Michæl che sta alla destra dell’Eterno, Gabriele che sta alla sinistra di lui, Raffaele, Uriele ecc.; e Schammaele, e Sàtana quali angeli cattivi.

⁴ Questo vocabolo viene dai commentatori diversamente interpretato, perchè, come vedremo in seguito, ricorrono in tale mese gli anniversarii di parecchi fatti importantissimi: quali quello della creazione del mondo, quello della nascita dei patriarchi, quello della nascita di Samuele ecc. Però il suo significato più probabile e letterale è la sua derivazione dalla radice _adà_ venire, essendo il mese in cui si raccoglievano nei granai tutte le specie dei prodotti campestri. (Lib. vocabolo _Edan_).

NISSAN (_Marzo-Aprile_).

Come s’apre splendido e nobile l’anno ebraico! Con quanta ragione Mosè potè rivolgere al popolo che stava per redimere le seguenti parole: «Questo mese è a voi il capo dei mesi: il primo sia per voi dei mesi dell’anno»; poichè fu in esso che quello stesso popolo scosse il lungo giogo di dura oppressione, cominciò ad avere vita politica, ad essere nazione. Riassumiamo questo principale avvenimento della storia del nostro popolo.

Dopo ventidue anni dacchè Giacobbe piangeva perduto il suo amato Giuseppe, appena lo sa vivo spinto dall’ardente desiderio di abbracciarlo ancora una volta prima di morire, non esita neppure un istante ad aderire all’invito di lui, e portasi in Egitto con tutta la sua famiglia composta di settanta persone. Passato poco meno d’un secolo, e morto Giuseppe e tutti i suoi fratelli, sorge a re d’Egitto un uomo, che agitato dalla paura e guidato da una politica iniqua, infrange ogni legge di lealtà; e dimentico degli immensi benefizii fatti da Giuseppe all’Egitto, a quella famiglia venuta colà ad ospitare fiduciosa, e fattasi in quel frattempo un popolo numeroso, impose dapprima enormi gravami e poscia nell’intento di estinguerla totalmente decretò: che ogni neonato maschio di essa, venisse violentemente strappato dalle braccia materne e affogato nel Nilo. Ma se Dio pei suoi imperscrutabili disegni permetteva che questa famiglia scelta a ricevere e spandere la sua eterna volontà fra tutte le nazioni della terra, fosse nei suoi primordi oppressa da dura schiavitù, vegliava nullameno su d’essa con particolare affetto.

Ad una madre, Iochebed figlia di Levi, non resse il cuore di lasciarsi strappare il suo nato dagli sgherri di Faraone. Le riuscì di nasconderlo. Ma non potendo celarlo oltre a tre mesi, lo espose alle rive del Nilo fidente nel divino aiuto, e quasi presaga di quanto doveva succedere. Iddio, che con segni straordinarii, come ci afferma la tradizione, aveva palesato la grandezza avvenire di quel bambino sino dal suo nascere, dispose che raccolto dalla figlia di Faraone e da quella, stupita dalla sua maravigliosa bellezza, addottato a figlio e chiamato Mosè; venisse condotto alla reggia e quivi educato dai sacerdoti d’Osiride in tutta la scienza del paese.

Però nè le seduzioni della sapienza, nè quelle della Corte, fecero dimenticare a Mosè i suoi fratelli oppressi. Dopo luminose vittorie, che a capo degli stessi Egizii che avevano dovuto proclamarlo loro capitano, ottenne sugli Etiopi che avevano invaso e volevano sottomettere l’Egitto⁵; egli ebbe a provare la più nera ingratitudine. Esigliato per essersi levato in difesa di un suo fratello ingiustamente maltrattato da uno di quegli aguzzini, che strumenti di tirannia, pare che si facciano una legge e trovino una dolce voluttà nell’aspreggiare vilmente i miseri pazienti sottoposti ai loro ordini; dovette riparare in Madian ove trovò cortese ospitalità presso un certo Ietro sacerdote di quel paese e del quale ne sposò poscia la figlia Zéfora.

⁵ Nelle sue antichità giudaiche, Giuseppe Flavio racconta alcune curiose particolarità su Mosè, che noi crediamo utile di riportare compendiandole; poichè nel Pentateuco si riscontrano effettivamente nella vita di Mosè certe lacune o allusioni a fatti che non vennero in esso registrati, perchè onninamente personali al suo autore e non richiesti da nissun vero interesse storico.

Dopo di avere quindi descritto le doti fisiche di cui Mosè era ornato e dettolo di una bellezza mirabile e divina, nota che la sua intelligenza era talmente sviluppata e superiore alla sua età, che la sua madre addottiva Thermutis, che i nostri dottori cambiarono in Bitià, presa per lui di un’affezione talmente viva, all’età di tre anni lo presentò al proprio padre onde volesse dichiararlo suo erede presuntivo qualora non fosse favorito di prole maschile. Espone in seguito come gli Egiziani atterriti da un’invasione di Etiopi furono costretti a nominare Mosè loro capitano, malgrado le vivissime opposizioni di molti suoi nemici e particolarmente di quelle che gli venivano fatte dai Sacerdoti; i quali invidiosi della sua straordinaria sapienza paventavano che la corona dei Faraoni dovesse veramente cingere la fronte di uno straniero. Mosè preso dunque il comando diede battaglia ai nemici del suo re, li ruppe completamente: anzi assediò e prese Saba (Méroé) loro capitale, e sposò Tharbis (forse la donna mora, _Cussid_, accennata nel Pentateuco e che diede motivo a mormorazioni contro Mosè per parte di Aronne e Marianna?) figlia del re che erasi perdutamente invaghita di lui.

Racconta poscia un breve episodio il quale quantunque concordi nel fondo coll’esposizione fattane pure dai nostri dottori, ciò non pertanto diversificando nei particolari, noi crediamo bene di attenerci a questa seconda: e tanto maggiormente perchè essa serve a dare una ragione plausibile di un difetto organico di Mosè. Ecco il fatto:

Un giorno che Faraone teneva nelle sue ginocchia il bambino Mosè, questi gli tolse la corona dal capo e se la cinse egli stesso. I maghi di Faraone, che avevano già in lui pronosticato un futuro salvatore d’Israele, dissero a Faraone: «Bada che costui non abbia ad essere il tuo nemico e rivale: mandalo a morte».

Ietro, presente a quel barbaro consiglio, s’interpose a favore del bambino, dimostrando che il solo lucicare delle pietre preziose lo avevano allettato ad afferrare la corona; e per meglio persuadere i suoi opponenti propose la seguente prova: «Si presenti, disse egli, a questo bambino un bacile con sopravi la corona e una brace ardente; e si esperimenti se è la vivacità della luce o un interno presentimento di futura grandezza che lo abbia spinto a quell’atto.»—La prova è accettata: il bambino ha davanti agli occhi una brace lucidissima e una corona. Senza esitare egli stende la mano alla corona; ma un angelo scende dal cielo gli sospinge la mano a dar di piglio alla brace.

Il bambino mette un grido, porta alla bocca la mano e il fuoco, la lingua ne fu scottata, rimase balbuziente, ma fu salvo.