I mesi dell'anno ebraico

Part 20

Chapter 203,611 wordsPublic domain

Per surrogarla vennero incaricati dei commissarii di fare la scelta delle più belle ragazze dello stato per essere inviate all’Arem reale di Susa. Fra le donzelle raccolte si trovava un’ebrea chiamata _Adassà_ (mirto) o _Ester_ (astro in lingua persiana). Rimasta orfana di padre e di madre era stata adottata a figlia da un suo cugino, certo Mardocheo della tribù di Beniamino, abitante in Susa. Ester presentata al re seppe conquistarne il cuore e fu assunta a regina nell’anno settimo del regno di Assuero: senza che questi pensasse neanche d’informarsi di quale famiglia essa si fosse, e a quale popolo appartenesse. Mardocheo, che sicuramente aveva un uffizio nel servizio del palazzo reale, potè scoprire una congiura che erasi ordita da due eunuchi contro la vita di Assuero: col mezzo di Ester il complotto fu sventato e puniti i colpevoli.

Più tardi avendo il re elevato un certo Amano alla più importante carica di Corte ordinò che i sudditi avessero ad inginocchiarsi al suo cospetto. Fosse per scrupoli religiosi o fosse per altri motivi, su cui tace il testo, Mardocheo non volle mai piegare il ginocchio quando gli avveniva d’incontrarlo. Il superbo Amano altamente indispettito risolse di perdere con lui tutta la nazione alla quale apparteneva. Presentatosi pertanto al re disse che come il popolo ebreo, era distinto da tutti gli altri per proprii costumi e leggi, così era insubbordinato verso i magistrati e trasgressore delle leggi del regno; e dando cattivo esempio agli altri popoli parevagli necessario di farlo totalmente distruggere. Il re senza informarsi di nulla diede il suo assenso, ed Amano giubilante estrasse colla sorte il giorno da stabilirsi per la distruzione degli Ebrei. Il numero estratto segnò il giorno tredicesimo del mese duodecimo.

Si capirà facilmente che la pubblicazione di tale decreto portò la costernazione fra gli Ebrei. Mardocheo ne trasmise copia alla regina Ester sollecitandola ad intercedere pel suo popolo presso il monarca. Ester esitò dapprima ad accettare tale incarico, temendo di esporsi a certa morte presentandosi non chiamata nell’appartamento particolare del re, ma poi vi accondiscese facendo ordinare agli Ebrei di Susa un digiuno di tre giorni. Al terzo giorno ella si presentò al re il quale l’accolse con tutti i segni del maggiore affetto, e con tutti i riguardi dovuti al suo grado. Ester lo pregò di accettare in compagnia di Amano un pranzo nel di lei appartamento in quello stesso giorno. Il re vi aderì; e a metà del banchetto domandò alla regina quale causa l’avesse decisa a quell’insolito invito. La regina rimandando al giorno seguente la manifestazione del suo desiderio, invitò nuovamente lui ed Amano a pranzo presso di lei. Amano fiero del grande onore ricevuto dalla regina, fu maggiormente ferito dal disdegno dimostratogli da Mardocheo che ebbe ad incontrare sui suoi passi; ed essendosene lagnato colla propria moglie, questa, gli suggerì di domandare al re l’autorizzazione di fare appiccare Mardocheo l’indomani, al quale uopo fu nella notte alzato un patibolo nel suo cortile istesso.

Ma arrivò che in quella stessa notte Assuero non potendo dormire, si fece leggere gli annali del suo regno; e ripresentatasi così l’occasione di richiamarsi alla memoria il benefizio ricevuto da Mardocheo, domandò se già gli fosse stato corrisposto il premio meritato. Alla risposta negativa Assuero si rivolse ad Amano che gli compariva in quel punto, e gli domanda: quale cosa dovessesi fare ad un uomo ch’egli desiderava onorare pubblicamente. Nel suo sterminato orgoglio Amano suppose che il re avesse l’intenzione di onorare lui stesso; epperciò lo consigliò di fare vestire quell’uomo del manto reale, di farlo montare sul cavallo che montò il re stesso il giorno della sua incoronazione, e farlo quindi girare per le vie della città col cavallo condotto a mano da un principe obbligato a gridare di tratto in tratto «così si fa all’uomo che il re desidera di onorare». Il consiglio piacque al re, il quale incaricò Amano stesso di eseguirlo alla lettera.

Questo fu il preludio della punizione dell’alterigia vincolata alla tristizia e il trionfo dell’innocenza. Eseguito quello per lui ben penoso incarico e intervenuto al festino della regina questa, lui presente, chiese grazie al re per sè e pel suo popolo. Si aggiunga poi che un eunuco certo _Hharvonà_, raccontò al re come Amano avesse fatto alzare nel suo cortile un patibolo per farvi appiccare Mardocheo. A quest’annunzio l’ira del re scoppiò terribile e ordinò che Amano venisse immediatamente appeso a quello stesso patibolo.

Conviene sapere che i decreti dei re Persiani non potevano venire revocati per niun motivo; epperciò Mardocheo chiamato dalla fiducia del re, a succedere nella carica d’Amano, con altro decreto reale dovette autorizzare gli Ebrei a prendere le armi per difendersi dai loro nemici nel giorno che era stato fissato pel loro eccidio. Con tale autorizzazione egli sperava probabilmente di intimorire i mali intenzionati e di risparmiare l’effusione del sangue; ma pochi nemici acerrimi degli Ebrei non avendo voluto desistere dai loro sanguinarii progetti a cui li autorizzava tuttavia il decreto d’Amano assalirono gli Ebrei. Ma questi aiutati dalle autorità, che dovevano prestare loro mano forte, li vinsero facilmente. Noi pensiamo che la cifra dei nemici uccisi dagli Ebrei nel giorno 13 e 14, registrata nel libro d’Ester sia stata esagerata: quantunque non si debba obbliare l’ampiezza del regno che constava, come dicemmo, di 127 provincie.

Questi due giorni miracolosamente cangiati, come si esprime il testo: «dall’afflizione al gaudio, dal lutto all’allegria» furono consacrati alla gioia da Mardocheo e da Ester per tutti gli Ebrei; raccomandando ai contemporanei e alla loro posterità di volerli solennizzare in ogni anno facendosi: «reciproci regali e largheggiando verso i poveri».

Archeologia.

_Rapporti esteriori—Guerra._

Completeremo il nostro studio sulle antichità politiche degli ebrei, trattando ora dei rapporti che essi ebbero colle nazioni straniere.

Abbiamo già parlato altrove del trattamento degli ebrei verso lo straniero.

La guerra, terribile necessità dei popoli, originata da contese tra gli individui, da lotte tra le tribù per la malaugurata avidità negli uni di usurpare quanto era di spettanza degli altri; flagello che disgraziatamente la civiltà non ha ancora potuto rendere impossibile per quanto ne abbia attenuati i disastrosi effetti, e che forse non isparirà completamente dalla terra se non nei tempi messianici vaticinati dai nostri profeti per un’êra di pace inalterata tra gli individui e fra le nazioni, perchè allora «tutta la terra sarà piena della conoscenza di Dio come il mare è pieno d’acque»; non poteva non richiamarsi alle umanissime sollecitudini del Legislatore ebreo.

Abbiamo già detto altrove, e ripetiamo ora, che Mosè non voleva che il suo popolo diventasse un popolo conquistatore: i limiti del territorio che doveva occupare erano stati segnati precedentemente dal Signore stesso. Dominato da tale lodevolissimo pensiero egli doveva mostrarsi, come si mostrò effettivamente, avverso alla guerra offensiva. Abbiamo già parlato sulla sorte riservata alle popolazioni della Palestina e dei proclami di Giosuè al suo ingresso in essa. Relativamente alle nazioni stabilite fuori di quel territorio egli le divise in diverse categorie. Agli Amaleciti guerra eterna perchè tanto codardi quanto scellerati, sorprendevano le donne e i fanciulli che nell’uscire dall’Egitto restavano alla coda del popolo, e li trucidavano senza misericordia. Ai Madianiti guerra d’esterminio, perchè colle loro infami astuzie spinsero gli Ebrei ad abbracciare il loro sozzo culto e causarono così la morte a ventiquattro mila persone. Agli Ammoniti e ai Moabiti nessuna guerra aggressiva, ma neppure nessuna alleanza, nessun rapporto d’amicizia perchè oltre al rifiutarsi di concedere agli ebrei il libero passaggio nel loro territorio per portarsi alle rive del Giordano, passaggio invocato da Mosè a titolo della parentela che esisteva tra le due nazioni, diedero prova di una straordinaria malvagità verso gli stessi ebrei perchè sibbene non minacciati da quelli, chiamarono presso di sè con larghe promesse di onori e di premii il mago Balaamo per farli maledire persuasi di poterli poscia combattere e vincere¹⁰³. Agli Idumei discendenti di Esaù, obblio intiero del rifiuto dato al richiesto passaggio sul loro territorio verso il Giordano. Lo stesso generoso obblio verso gli Egiziani; pel merito di aver ospitato la famiglia del patriarca Giacobbe. Riguardo poi altri popoli lasciò intera facoltà di fare guerra o conchiudere alleanze. Egli raccomanda però che qualora avessero dovuto attaccare una città fuori della Palestina si dovesse cominciare per offrire agli abitanti una capitolazione. Se la città si fosse resa volontariamente, gli ebrei dovevano contentarsi di renderla tributaria, ma costretti ad ottenerla colla forza, allora la legge li autorizzava ad uccidere gli uomini supposti di avere militato contro di loro, e di menare in ischiavitù le donne e i fanciulli¹⁰⁴.

¹⁰³ Fedeli al compito che ci siamo prefissi, di dare cioè quelle maggiori nozioni storiche che hanno una qualche relazione coi diversi argomenti che andiamo trattando, e tanto maggiormente poi quando tali fatti abbisognano di essere dilucidati; crediamo utile raccontare brevemente questo avvenimento, facendolo seguire dagli opportuni schiarimenti che ci vengono somministrati da commentatori tanto ortodossi quanto eruditi. Ecco il fatto. Dopochè Mosè ebbe vinto Sihhon re dell’Emoreo, e Og re del Bassan, il campo degli ebrei venne trasportato nelle pianure di Moab. Non era affatto nella intenzione di Mosè di aggredire Moab sia perchè gli era stato ciò espressamente proibito da Dio per la parentela del loro patriarca Loth con Abramo, e sia perchè il suo territorio non s’estendeva in tale direzione da impedirgli la sua marcia verso il Giordano. Ma per un sentimento d’invidia e di odio tanto più biasimevole perchè niun motivo serviva a giustificarlo, Moab desiderava l’eccidio del popolo ebreo. A questo intento e d’accordo colla tribù Madianita spedì un’ambasceria a Balaamo, ritenendo di una sicura validità tanto le sue maledizioni quanto le sue benedizioni, affine ch’egli si portasse presso di lui a maledire quel popolo numeroso e potente, onde poscia potesse combatterlo e vincere. Balaamo esultante in cuor suo per l’insigne onoranza che gli veniva impartita da un potente monarca, e perchè codesto invito gli porgeva la desiderata occasione di cooperare alla distruzione del popolo ebreo che egli odiava quanto altri mai, rispose agli ambasciatori: «che attendessero il mattino onde interrogare Dio nella notte sulla decisione da prendersi». Effettivamente Dio essendoglisi rivelato gli ingiunse di non _andarvi_. Al mattino gli ambasciatori vennero congedati, ma in modo da lasciare loro indovinare che il rifiuto era dato suo malgrado, e che forse vi avrebbe aderito sotto altre condizioni. Questo fu il motivo per cui gli venne spedita una seconda ambasceria composta di un maggior numero di individui, rivestiti delle più alte dignità e promettitori di ricompense ben più laute. Come la prima, anche questa ambasciata fu invitata da Balaamo a pernottare in casa sua in attesa del permesso divino. Nella notte Dio apparì di nuovo a Balaamo e gli permise di portarsi da Balak colla condizione di poi dire soltanto ciò che Egli, Dio, _gli avrebbe imposto_. Appena spuntata l’alba, Balaamo lietissimo monta sulla sua asina e in compagnia degli ambasciatori si dirige verso il paese di Moab. Un angelo inviato da Dio con una spada sfoderata in mano si presenta all’asina: la spaventa, e per tre volte la fa deviare dal retto sentiero. Balaamo sommamente indispettito batte tutte e tre le volte la sua montura, ma alla terza volta l’asina apre la bocca, e con parole esprime al suo cavalcatore le proprie lagnanze per le immeritate battiture che le vennero date, e lo interpella se mai fu abituata a comportarsi come in quel giorno.

Nel frattempo Dio permette che Balaamo vegga l’angelo, e riconoscendo il suo torto, e come sarebbe stato condotto a benedire Israele suo malgrado, propone di ritornarsene addietro. L’angelo vi si oppone e Balaamo giunto presso Balak, invece di maledire benedisse per tre volte Israele, motivo per cui fu costretto di ritornarsene frettolosamente al suo paese.

Due riflessioni si presentano spontanee alla nostra meditazione in questo fatto. Perchè Dio si rivelò ad un idolatra nemico del suo popolo?—Balaamo non era che un sedicente _profeta_, un _mago_ (_kossem_) pieno di vanagloria e di petulanza. Dio gli apparve in sogno, coll’ultimo grado della profezia e in quella sola occasione, per l’onore d’Israele e per umiliarlo agli occhi dei suoi stessi ammiratori: obbligandolo a proclamare eletto e protetto da Dio quel popolo che per odio e per interesse avrebbe volentieri annientato. S’egli fosse stato profeta, anzi se la sua indole orgogliosa e malvagia non l’avesse acciecato, egli avrebbe dovuto sapere che «Dio non è uomo da mentire, nè mortale suscettibile di pentimento»; e che avendo stretto un patto d’alleanza con Israele non l’avrebbe rotto giammai. Nè basta; che pel suo ardente desiderio di onori e di averi e per odio verso Israele, egli profanò Dio pubblicamente facendosi credere talmente nelle sue grazie da fargli cangiare di proposito, avendo taciuto la condizione sotto cui eragli stato concesso lo andarvi, poichè ove l’avesse manifestata non gli sarebbe sicuramente stata inviata la seconda ambasceria.

La seconda riflessione è la doppia concessione fatta all’asina, cioè la vista dell’angelo e la parola. Premettendo che Dio non dotò l’asina neanche momentaneamente della ragione, ma le permise di esprimere soltanto le fisiche dolorose sensazioni provate per le sofferte percosse, diremo che anche ciò avvenne appunto per castigare l’orgoglioso _mago_. Quale umiliazione maggiore per un uomo che osa qualificarsi «profeta ascoltante le parole di Dio, intendente la scienza dell’Altissimo, e veggente la visione dell’onnipotente» nel sentirsi rimproverare dalla sua stessa montura di ignorare che in quel momento succedeva qualcosa di straordinario che la faceva agire in modo cotanto per lei inusitato? Quale maggiore umiliazione di quella di sentire un’asinella a rimproverarlo della sua ingiustizia verso di lei, nel medesimo istante in cui egli si disponeva contro la volontà divina, a lanciare la maledizione sopra un popolo «santo regno di sacerdoti» di nulla colpevole verso di lui? Quale umiliazione maggiore di quella di sentire una sozza asinella, priva per natura del dono della parola, esporre giusti lagni al profeta che va a prostituire la parola, quel dono concesso da Dio all’uomo per istrumento di perfezione? Da quanto viene esposto in Giosuè risulta che codesto tristo _mago_ fu poi ucciso dagli ebrei colla spada.

¹⁰⁴ Forse potrà parere strano a qualche nostro lettore che noi stimiamo umana questa misura, ma trasportandoci col pensiero ai tempi di cui noi stiamo parlando, dovremo ammettere indubbiamente che in paragone delle barbarie che si usavano allora coi miseri vinti, tali prescrizioni segnavano già un immenso progresso. Si rammenti poi che in tempi assai posteriori a quelli, i Romani usavano ancora di massacrare freddamente uomini, donne e fanciulli e stimandosi tuttavia umani si lagnavano degli strazii che i Cartaginesi facevano soffrire ai loro prigionieri.

Organizzazione militare.

Dai tempi di Mosè sino a Saulle l’organizzazione militare dovette essere molto imperfetta; e sono assai poche le nozioni che a tale riguardo ci vengono somministrate dai libri santi. Sappiamo soltanto che erano sottoposti alla milizia tutti i maschi dall’età dei 20 anni in su; che la milizia non si componeva che di fanti; che tutti i militi di una stessa tribù marciavano uniti sotto lo stesso vessillo; che l’apertura della guerra si faceva allo suono di trombe; che i _sotérim_ facevano le proclamazioni da noi già sopra dette, prima dell’attacco, per fare sortire dalle file gli esentati dalla legge. Alcune disposizioni riguardanti la pulizia delle truppe dimostrano evidentemente che nel campo degli ebrei doveva regnare la proprietà e i buoni costumi.

Saulle fu il primo a dare l’esempio di truppe stanziali. Dopo la sua proclamazione a re d’Israele sul Ghilgál scelse tremila uomini: duemila li tenne sotto i suoi ordini immediati, e pose gli altri mille sotto gli ordini di Gionata suo primo figlio. I Filistei già prostrati da Samuele erano ridivenuti tanto insolenti, e facevano pesare sugli ebrei tale servaggio, da proibire loro la fabbricazione di qualunque specie di utensili di ferro: motivo per cui questi erano costretti a provvedersi presso i loro dominatori, persino gli strumenti agricoli. Ciò nullameno per un atto eroico di Gionata e del suo scudiero, Saulle ottenne su quelli una vittoria segnalatissima, che servì a consolidare il suo trono e ad umiliare la baldanza dei Filistei. Ma dovendosi aspettare improvvisi loro attacchi, quantunque la storia non ne faccia nissun cenno, dovette certo mettersi in misura di respingerli tenendo sotto le armi un buon numero di truppe sperimentate, sotto la direzione del valoroso Abner; poichè la storia c’informa ch’egli «combattè intorno contro tutti i suoi nemici in Moab, nei figli di Amon, in Edom, e nei re di Sovà, e nei Filistei, negli Amaleciti ed ogni dove si dirigeva egli dava sconfitte».

Davide, guerriero in tutto il senso della parola, chiamato a succedere a quel valoroso quanto infelice monarca, inebbriato dai suoi successi dimenticò che un re ebreo doveva limitarsi a conquistare e a difendere il territorio che Dio aveva assegnato al suo popolo, si lasciò dominare dall’ambizione e compose una vera armata regolare.

Cominciò col circondarsi di una numerosa guardia reale probabilmente composta di soldati stranieri; poscia compose un corpo di milizia di 285 mila soldati diviso in dodici corpi ciascuno di ventiquattromila uomini, che dovevano restare in servigio un mese dell’anno nei dintorni della Capitale. Queste truppe venivano esercitate per turno sotto gli occhi stessi del re da abili capitani, da lui nominati e scelti fra i suoi trenta eroi.

Salomone completò l’opera del padre colla formazione di un corpo di cavalleria, e colla provvista di carri da guerra, ch’egli distribuì in diverse piazze forti: non pare però ch’egli abbia dovuto servirsene, perchè il suo regno fu pacifico per eccellenza. Più tardi noi troviamo in ambidue i regni armate perfettamente organizzate, particolarmente sotto Assà, Giosafatte, Amasia, Ozia e Gioacaz. Nell’esercito si distinguevano tre divisioni principali: l’infanteria, la cavalleria e i carri. Questi portavano, oltre al conduttore, parecchi combattenti. L’armatura sola faceva certo distinguere il soldato dal semplice borghese, perchè noi non troviamo traccia di uniforme fra le truppe ebree. Ogni corpo d’armata si componeva, di parecchie legioni di mille uomini, suddivise in bande di cento e di cinquanta. Il generale in capo detto _sar ahháil_ o _sar assavà_, oppure il re quando prendeva il comando in persona, aveva sotto i suoi ordini i generali comandanti le divisioni, ed era seguito da uno scudiero o portatore d’armi detto _noscè chelim_. A quanto pare i carri formavano due divisioni, di cui ciascuna aveva il proprio capitano. Gli ufficiali superiori formavano un consiglio, che in tempo di guerra si erigeva a tribunale per giudicare gli accusati di delitto politico. Probabilmente fu un consimile tribunale che fece gettare Geremia in un pozzo contro il volere del re stesso, perchè predicava al popolo l’alleanza coi Caldei. Il mantenimento dei soldati era a carico delle loro proprie famiglie; e dal fatto di Barzilai bisogna convenire che i ricchi proprietarii erano larghi di provvisioni alle truppe che militavano presso i loro possedimenti.

Le armi che adoperavano gli ebrei erano come quelle degli altri popoli di due specie _difensive_ ed _offensive_. Quali armi difensive noi troviamo menzionate le seguenti: 1º Il _Sinnáh_ o il grande scudo, il quale probabilmente aveva la forma ovale e copriva tutto il corpo; 2º Il _maghén_, il piccolo scudo di forma tonda e che copriva il ventre. Quest’arma è molto più antica del _Sinnah_ perchè mentre questa la troviamo menzionata ai tempi di Abramo, non troviamo traccia dell’altra sino dopo l’epoca di Davide. Da un passaggio d’Ezechiele risulta, che queste armi erano in legno, coperte di una pelle che talvolta veniva unta d’olio. Ciò non toglieva però che se ne fabbricassero anche in rame, e che Salomone ne avesse parecchie d’oro sospese alle pareti del suo palazzo quali ornamenti. 3º Il _Kóvanh_ (elmo) ordinariamente di rame. 4º Il _Sirion_ corazza di rame fatta a scaglie. 5º Il _Mishhà_ gambale di rame menzionato una sola volta nella descrizione della armatura di Golia, epperciò forse non in uso fra gli ebrei.

Di armi offensive ne troviamo pure diverse: 1º Il _hhérev_ (coltello o spada) chiuso in una fodera _thàar_ e attaccato a una cintura particolare; 2º differenti specie di lancie, e di dardi designati colle parole: _rómahh_, _hhanid_, _hhídon_, _hhess_; di cui è difficile precisare le forme; 3º _Késced_ (arco) ordinariamente di rame, colle freccie che si portavano in un turcasso sulle spalle; 4º _Kélan_ (fionda), che era a dir vero un’arma pastorale, ma convien credere che se ne servissero anche nelle guerre perchè la Bibbia registra che la tribù di Beniamino contava «settecento giovani scelti mancini, i quali tutti miravano colla fionda ad un capello e non fallivano».

Per completare queste nostre nozioni, dovremmo discorrere delle macchine da guerra che erano di un’immensa importanza nello assedio delle città, e nella loro difesa. Ma sono pochissime le nozioni che ci sono somministrate dalla Scrittura a questo riguardo. Nel secondo libro dei Paralipòmeni leggiamo che Ocozia re di Giuda, fece fabbricare in Gerusalemme mai più vedute _hhissevonóth_, per metterle sulle torri e sugli angoli delle mura a lanciar dardi e grosse pietre. Ora tali macchine non potevano essere che catapulte e baliste e fors’anche arieti il cui nome proprio _carim_, e l’appellativo _mehhí kobél_ (percottente di faccia) sono adoperati in Ezechiele. Di fatti la catapulta era un grande arco che si stendeva e lanciava molto lontano freccie, giavellotti pesantissimi ed anche travi; e la balista teneva luogo di grande fionda gittando sassi a grandi distanze.

Ma le più micidiali fra tutte le macchine da guerra erano i così detti _carri falcati_, che la Scrittura distingue in due specie: gli uni servivano solamente per condurre i principi o generali; gli altri armati di ferro si spingevano contro la fanteria e menavano grande strage. I primi carri bellici di cui ci si parli, sono quelli condotti da Faraone contro gli ebrei dopo la loro uscita dell’Egitto, e che vennero sommersi nell’Eritreo in numero di sei cento: ma Mosè non dice se erano armati o semplici carri da corso. I Cananei, i Filistei e i Sirii ne facevano grande uso, perchè Sìssera si portò a combattere contro Debora con settecento carri di ferro, ma non scorgesi che i re ebrei siansene mai serviti.