I mesi dell'anno ebraico

Part 19

Chapter 193,743 wordsPublic domain

V’era pure la _minhhà_ (offerta) che per lo più si componeva di fior di farina di frumento e d’olio d’oliva. Tale offerta era per lo più accessoria delle vittime dei sacrifizii, ma pel povero sostituiva le vittime stesse. Talvolta si offriva la farina pura, versandovi entro dell’olio e mettendovi incenso, e talvolta se ne facevano schiacciate azzime unte d’olio e cotte al forno o in su una tegghia. Era obbligatorio mettervi sale quale segno di un’alleanza durevole con Dio, detta _berith mélahh_, e proibito di mescolarvi lievito o miele.

Quantunque dalla storia di Giuseppe risulti chiaramente che in Egitto erano in uso le prigioni quale pena afflittiva, ciò non pertanto in tutta la legislazione penale mosaica non ne troviamo fatto cenno, forse perchè esse presentavano due gravi ostacoli per una nazione eminentemente agricola quale era l’ebraica. Il primo era l’area occupata da quei luoghi di pena, che veniva sottratta al lavoro e per conseguenza al comune interesse; il secondo era la spesa ingente richiesta per la custodia e pel vitto dei detenuti. Si riscontrano però nel Pentateuco due esempii di detenzione preventiva: il primo in odio di un individuo della tribù di Dan, nato da un’ebrea ammogliatasi ad un egiziano, che litigando con altro ebreo aveva bestemmiato e maledetto il santissimo nome di Dio; e il secondo verso di un altro che profanò il sabbato portandosi a raccogliere legna; ma si capisce facilmente che ciò avvenne nel solo intendimento di sapere da Dio, quale doveva essere il castigo proporzionato alla loro diversa prevaricazione.

In processo di tempo essendosi fatta strada la corruzione e con essa i delitti, che ne sono la conseguenza diretta, anche le prigioni trovarono il loro posto come si può riconoscere dal fatto di Acabbo, il quale stando per intraprendere una guerra, ordinò di incarcerare il profeta che gli predisse la sua morte sulle alture di Galaad, luogo ove aveva fatto assassinare l’innocente Naboth; e dalla storia di Geremia tenuto in prigione perchè consigliava al popolo l’alleanza col re d’Assiria, contro la volontà dei grandi dignitarii dello stato.

Non è nostro intendimento di passare in rassegna tutto il sistema penale mosaico, perchè ci obbligherebbe ad allungarci oltre al nostro proposito. Daremo soltanto alcune considerazioni generali che secondo noi basteranno a dimostrare con esuberanza, che se tale sistema era giustamente severo era però ben lontano di essere inumano come si pretese da taluni, che lieti di poter affilare le loro armi contro Mosè, si fermarono all’apparenza e trovando spesso ripetute le parole di _morte_, di _sarà tagliato_ da mezzo il suo popolo, gridarono alla barbarie.

Faremo notare anzitutto, che il parricidio non fu previsto da Mosè sia perchè un delitto cotanto snaturato gli pareva forse impossibile, e sia perchè aveva già stabilito la pena di morte per colui che avesse soltanto battuto uno dei genitori.

La pena di morte era stabilita, come dicemmo, per l’idolatria; per chi si dava alla negromanzia; pei violatori del sabbato; per l’omicida; per chi commetteva certi atti contro natura; per chi rubava un uomo e lo vendeva per ischiavo e per quel giovane che manifestava istinti cotanto malvagi, da costringere i suoi stessi genitori di deferirlo ai tribunali.

Quando un uomo veniva condannato a morte per omicidio nissun asilo serviva a sottrarlo al rigore delle leggi. Ecco come si esprime la legge stessa a questo proposito: «Quando un uomo avrà ucciso con premeditazione un suo simile, da sopra il mio stesso altare lo prenderai per farlo morire, perchè la terra contaminata dal sangue (innocente) versato su d’essa, non può essere perdonata (purificarsi) se non col sangue di chi lo versò».

Ma la lodevole severità della legge verso quei feroci che per malvagio istinto si bruttavano le mani nel sangue dei loro simili, non escludeva tutte quelle garanzie che reclama da un lato l’umanità, e dall’altro la facilità di essere tratto in errore da una prima dolorosa impressione di una sventura irreparabile, o dall’orrore istintivo che si prova all’annunzio di una morte violenta. Un malaugurato accidente non può forse cangiare in omicida l’uomo dotato di un cuore il più sensibile e il più nobile? Ecco un esempio con cui Mosè dimostra la possibilità di tale evento deplorevole: «Può succedere, dice egli, che un uomo si porti alla selva per tagliare legna. Alza con forza la scure contro l’albero, ma il ferro gli sfugge sventuratamente dalla mano e va a colpire un suo compagno e lo uccide. Costui non può ritenersi reo di omicidio perchè Dio stesso permise che tale morte avvenisse per sua mano». Ed ecco il provvedimento col quale egli viene in soccorso dell’omicida involontario.

Conviene sapere che ai tempi di cui parliamo esisteva, ed esiste tuttavia presso gli Arabi, e presso parecchi altri popoli Orientali, un uso che obbligava il parente d’un assassinato a vendicarne il sangue uccidendo a sua volta l’assassino. Il parente su cui incombeva tale dovere, nella Bibbia viene designato col nome di _goel adam_ (redentore o vendicatore del sangue): e qualora vi avesse derogato veniva ritenuto come un uomo senza onore.

Non potendo forse abolire quest’uso inveterato e universalmente praticato, Mosè ne prevenne saggiamente i molti abusi a cui poteva dare luogo. Egli stabilì sei città (tre per caduna estremità dello stato) che chiamò _aré amiclath_ (città di rifugio), onde accogliere l’omicida supposto involontario e proteggerlo contro il _goel adam_. Tutte le città del regno dovevano avere una strada che tendesse ad una d’esse. L’omicida veniva poscia deferito ai tribunali: se risultava colpevole veniva consegnato nelle mani del _goel adam_ onde gli desse la morte; ma se risultava innocente doveva restarsene nell’asilo che la legge gli assegnava, sino alla morte del sommo sacerdote allora in uffizio; trascorso il qual tempo egli poteva ritornare alla sua città in tutta sicurezza, perchè il _goel_ aveva perduto ogni suo diritto.

Amministrazione della giustizia.

Dal sin qui detto noi abbiamo potuto convincerci tanto della semplicità quanto della eccellenza del sistema giudizionario organizzato da Mosè. Esso era infatti fondato sulle seguenti basi: 1ª sulla pubblicità dei dibattimenti che è la più sicura garanzia della equità ed imparzialità dei giudizii; 2ª sulla maggiore possibile libertà concessa al prevenuto onde avesse mezzo di produrre qualunque prova a sua discolpa. Si noti che presso gli Ebrei, come fors’anco presso gli altri popoli antichi, non esisteva come nelle legislazioni Europee attuali un magistrato colla missione (strana davvero) d’insinuare nei giudici la persuasione della colpevolezza del pregiudicato; nè l’altro individuo quasi sempre sconosciuto al colpevole colla missione (ancora più strana) di servirsi d’ogni argomento oratorio onde pervenire ad ottenere lo scopo diametralmente opposto, ovverossia persuadere i giudici dell’innocenza di colui che si macchiò di delitti orrendi o almeno di attenuarne gli effetti; 3ª sulla sincerità delle deposizioni dei testimonii sia mediante l’applicazione al testimone falso della stessa pena di cui sarebbe stato meritevole l’incriminato, e sia col costringerli ad essere i primi a gettare le pietre contro il condannato. Questa disposizione fu senza dubbio il motivo per cui le donne non potevano deporre in tribunale; ed è un omaggio che la legge fa alla sensibilità e gentilezza femminile, esonerandole da un dovere che avrebbe ripugnato al loro carattere mite e dolce.

Esaminiamo ora come si procedeva in un giudizio di pena capitale.

Al giorno del giudizio si faceva comparire l’accusato, gli si leggeva l’atto d’accusa, e i testimonii accusatori venivano successivamente chiamati a deporre.

Ecco la stupenda ammonizione che il Presidente rivolgeva a ciascuno di questi ultimi: «Bada! che noi non ti domandiamo che tu deponga nè su conghietture, nè sulle pubbliche voci corse sull’accusato. Pensa che pesa su te una responsabilità tremenda. L’affare di cui si tratta non è affare di danaro pel quale si potrebbe sempre in qualche modo trovare un risarcimento. Se tu fai condannare un uomo innocente il suo sangue e il sangue della posterità ch’egli potrebbe dare alla patria, peserebbe su te; e Dio te ne domanderebbe conto, come domandò conto a Caino del sangue di Abele e del sangue dei figli che avrebbe generato».

Oltre alle donne non potevano attestare i fanciulli, gli schiavi, gli uomini di cattiva riputazione, coloro che non erano in piena facoltà mentale, nè coloro che erano stati condannati a pene corporali prima che avessero subita la loro pena.

I testimonii dovevano certificare l’identità della persona, deporre sul giorno, sull’ora e sulle circostanze del delitto. La menoma discordanza tra i testimonii ne annullava pienamente il valore.

Dopo i testimonii a carico si sentivano i testimonii in favore. Finiti gli interrogatorii si facevano allontanare tutti gli assistenti. Due segretarii raccoglievano i voti: l’uno i favorevoli, l’altro i contrarii. Se la maggioranza dei voti risultava favorevole l’accusato veniva dichiarato innocente e rimesso immediatamente in libertà; se invece la maggioranza gli era contraria, la seduta si dichiarava sospesa, e differita al posdomani la lettura della sentenza.

I giudici dovevano occupare il giorno intermedio nel discutere tra loro quella causa, e astenersi dai liquori e da cibo abbondante onde il loro spirito si mantenesse libero e sereno. Al mattino del terzo giorno i giudici dovevano raccogliersi nel tribunale e addivenire a nuova votazione con questa clausola pietosa. Il giudice che aveva votato per l’assoluzione non poteva darlo per la condanna; ma quello che viceversa l’aveva dato per la condanna poteva ritirarlo e darlo per l’assoluzione.

Letta la sentenza di condanna due magistrati accompagnavano il condannato al supplizio e i giudici se ne stavano in seduta permanente.

Un uffiziale con un drappo in mano stava all’entrata del tribunale, mentrechè un altro uffiziale con un consimile drappo in mano, seguiva a cavallo il condannato; e di tratto in tratto si rivolgeva verso il primo. Se in questo frattempo qualcuno si fosse portato in tribunale a deporre in favore del condannato, il primo agitava il suo drappo e il condannato veniva ricondotto indietro fino alla quinta volta. Un araldo precedeva pure il convoglio e di tratto in tratto gridava al popolo: «Quest’uomo (tale figlio del tale) viene condotto al supplizio pel tale delitto. I testimonii che deposero contro di lui sono i tali. Se qualcuno ha qualche schiarimento a dare in di lui favore si affretti». I magistrati che accompagnavano il paziente lo consigliavano a confessare il suo delitto, e a poca distanza dal luogo del supplizio, gli somministravano un beveraggio stupefattivo onde rendergli meno spaventevole l’avvicinarsi della morte.

Dopo l’esecuzione, il cadavere veniva tolto alla vista del pubblico e reso ai suoi parenti, onde provvedessero alla sua sepoltura. Questi ne potevano deplorare la perdita, ma senza quei segni pubblici di dolore, da noi già notati, che si facevano per gli altri defunti. Anzi a pubblica dimostrazione di omaggio al pronunciato del tribunale, alla inconcussa fede nella onestà e sapienza dei giudici; la prima volta che i parenti del giustiziato s’imbattevano nei giudici e nei testimoni dovevano precedere a salutarli e dirigere loro le seguenti parole: «Noi non conserviamo verso di voi verun risentimento; sappiamo che voi avete agito lealmente secondo il diritto».

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ADAR (_Febbraio-Marzo_).

Due avvenimenti importantissimi registra la storia nostra in questo ultimo mese dell’anno: uno decisamente nefasto, e l’altro, quantunque minacciasse di irreparabile rovina il popolo nostro, la Provvidenza che in ogni tempo vegliò e veglia con particolare sollecitudine ed amore alla sua esistenza; sventò i consigli dei suoi nemici, e facendo trionfare la verità e la giustizia lo cangiò in una lieta e festiva commemorazione. Consiste il primo nella ricorrenza della morte di Mosè, avvenuta (secondo quanto ci insegna la tradizione) il sette Adar, il giorno anniversario della sua nascita, quarantanni dopo l’uscita d’Egitto e centoventesimo della sua età.

Dalle sue stesse affermazioni noi siamo informati quanto fosse vivo il suo desiderio di condurre egli stesso il popolo che tanto amava alla conquista della Palestina; e quante preghiere indirizzasse a Dio a tale uopo. Ma pei suoi imperscrutabili decreti Dio rimase inflessibile, e: «Ti basti, gli disse, non mi parlare più intorno a questa cosa; perocchè non passerai questo Giordano». Volendo però soddisfare, in parte, il nobilissimo desiderio del suo servo fedele lo invitò a portarsi alla cima della collina, da dove per una virtù prodigiosa concessa alla sua vista, gli sarebbe stato possibile di vedere «la terra buona che estendevasi al di là del Giordano, il monte bello e il Libano». Quando Mosè si convinse della inutilità delle sue istanze si rassegnò ai divini voleri, impose le sue mani sul capo di Giosuè costituendolo suo successore, salì sulla vetta del Nebo da dove potè effettivamente ammirare la terra in cui sperava il suo popolo lungamente felice, e che non v’ha dubbio lo sarebbe stato, se avesse meglio custodito la sua legge. Finalmente fece radunare tutto il popolo e dopo di averlo consigliato a mantenersi fedele a Dio, e presentato alla sua perpetua meditazione una cantica sublime (_aasínu_) che secondo il suo detto «non avrebbe dovuto venire mai dimenticata dalla bocca della sua posterità», perchè era una «testimonianza» delle promesse fatte e mantenute da Dio di condurlo ad ereditare la terra di Canaan, e del dovere che imprescindibile incombeva su lui di restare fedele al patto conchiuso su tale base tra lui e Dio, benedisse particolarmente ogni tribù; e «senza che il suo occhio si fosse minimamente offuscato, nè diminuiti i suoi umori vitali» rese l’anima a Dio. Gli ebrei fecero un lutto di trenta giorni. L’elogio funebre che per bocca di Dio si scrisse Mosè di suo vivente, secondo il Nacmanide, o che come credono altri aggiunse il suo successore negli ultimi versetti del Pentateuco, è un brevissimo compendio delle sublimi sue gesta. Eccolo nella sua semplicità ammirabile: «E non surse in Israele un profeta come Mosè, col quale il Signore trattava faccia faccia. (Nessuno l’eguagliò), in quanto a tutti i segni e miracoli, che lo mandò Iddio a operare nella terra d’Egitto a Faraone ed a tutti i suoi servi, a tutto il suo paese. E in quanto a tutti gli atti di potente mano ed a tutte le cose grandemente terribili, che Mosè fece alla vista di tutto Israele».

Iddio stesso raccolse quell’anima santa e fece sparire i purissimi resti mortali di quell’uomo maraviglioso¹⁰².

¹⁰² I nostri Dottori, che nei loro studi sulla Bibbia non si lasciarono sfuggire nessun precetto e nessun avvenimento senza farne risaltare il concetto morale che ne poteva provenire, si fermarono appunto su questo fatto; e constatarono come la legge divina abbia principio da un’opera di misericordia, praticata da Dio stesso verso Adamo ed Eva col coprirne la nudità con tuniche di pelle allorchè li scacciò dal Paradiso terrestre; e termini con un’altra opera di misericordia compiuta parimenti da Dio verso Mosè col seppellirne il cadavere.

Noi crederemmo di fare un grave torto ai nostri giovani lettori, privandoli del racconto leggendario che sulla morte di Mosè trovasi in un antico libro di parafrasi al Pentateuco, chiamato _medrass rabà_ (grande commento), e di un aneddoto «sul sepolcro di Mosè» registrato nel Talmud. Ecco il primo:

Tutto intento a scrivere le ultime parole della sacra legge, Mosè erasi arrestato alla scrittura del nome infallibile di Dio, e in quel punto del tempo era giunto il momento designato alla sua morte.

Il Signore chiama a sè l’angelo Gabriele, e così gli dice: «Va e porta in cielo l’anima di Mosè».

E l’angelo attonito risponde: «Signore! Signore! Come oserò io dare la morte all’uomo di cui tutte le umane generazioni non vantano pari?»

E il Signore chiama a sè l’angelo Michele: «Va e porta in cielo l’anima di Mosè».

E l’angelo atterrito risponde: «Signore! Signore! Io gli fui maestro: ei mi fu discepolo dilettissimo. Non mi basta il cuore di vederne la morte».

E il Signore chiama a sè Samaele, l’angelo della distruzione e della morte, e gli dice: «Va e porta in cielo l’anima di Mosè».

L’angelo della morte esultante di una gioia che non sa nascondere si veste d’ira, e tutto chiuso nelle sue armi sanguigne piomba ratto qual folgore innanzi all’uomo santo e trovandolo coll’ineffabile nome divino sotto la penna trema in tutta la persona. Lo guarda, e il raggio di divina luce che sfavilla sul volto di Mosè lo abbarbaglia, e gli fa torcere il guardo truce. Ei pensa tra sè: «È un angelo costui, e niuno degli angeli potrà dargli la morte».

Intanto Mosè si accorse di aversi un testimonio innanzi e a lui rivolgendosi gli grida: «Che vuoi tu, che cosa cerchi qui?»

«Io son mandato per darti la morte, risponde l’angelo ancora tutto tremante. Tutti i mortali sono soggetti al mio impero».

«Tutti gli altri mortali sì, risponde Mosè sicuro di se stesso, ma non io. Consacrato prima di nascere, ministro dei portenti celesti, banditore a tutta la terra della legge della verità, io non affiderò mai a te l’anima mia».

Samaele tutto confuso rivolò in cielo.

Ma una voce misteriosa allora suono dall’alto, e diceva: «Mosè, Mosè; la tua ora è giunta, tu devi morire».

«Signore! Signore! gridava Mosè piangendo, io fui accolto nelle celesti sfere da te, io fui altre volte ammesso al tuo bacio divino, perchè vorrai affidare l’anima mia all’angelo della morte?»

E la voce, gli rispose: «Datti pace, io stesso adempierò all’ufficio della tua morte e della tua sepoltura».

E allora Mosè si prepara a morire puro come un Serafino, e il Signore scende dagli altissimi cieli, e tre angeli, Michele, Gabriele, Zagaele, gli fanno corona.

L’angelo Michele scava la tomba, Gabriele stende un bianchissimo lino al capo, e Zagaele ai piedi, e l’angelo Michele sta immoto da un lato a Mosè, e l’angelo Gabriele immoto dall’altro lato.

E il Signore dice a Mosè: «chiudi le pupille,» e Mosè le chiudeva, «stringi le mani al cuore,» e Mosè stringeva al cuore la mano, «accosta i piedi» e Mosè accostava i piedi.

«Anima santa! fanciulla mia! diceva il Signore: da cento vent’anni tu animi questa creta intemerata. Ma è giunta l’ora, esci e vola in cielo».

E l’anima tutta dolorosa rispondeva: «Su questo corpo intemerato e puro io ho posto tutto il mio amore, e non ho il coraggio d’abbandonarlo».

«Fanciulla mia! esci. Io ti accoglierò negli altissimi cieli, sotto al mio trono immortale, coi Serafini e Cherubini».

E l’anima esitava.

Il Signore allora impresse un bacio sulla fronte a Mosè e con quel bacio l’anima volò in cielo.

E una nube di mestizia velava il cielo dove suonavano, queste parole: «Chi resta ora a combattere l’empietà e l’errore?»

E una voce rispondeva; «Egual profeta non sorse mai».

E la terra piangeva: «Ho perduto il santo». E Israele piangeva: «Abbiamo perduto il pastore». E gli angeli in coro cantavano: «Venga il santo, venga in pace all’amplesso divino».

Il sepolcro di Mosè.

Fu consiglio di divina provvidenza il nascondere ad ogni occhio mortale il sepolcro dell’uomo di Dio.

La rovina del sacro tempio, il lungo esilio d’Israello stavano già innanzi d’allora, al previdente consiglio di Dio.

Quando Israele prostrato sul sepolcro di Mosè, e bagnando di pianto quelle sacre zolle, avesse supplice invocata la potente intercessione del santo uomo presso la Divina Giustizia, affinchè il tremendo destino fosse mutato, come avrebbe potuto la stessa Divina Giustizia respingere quel santo intercessore?

Quando sul popolo errante nel deserto, la vendetta Divina aveva decretato l’abbandono e la morte, solo Mosè bastò a disarmarne la collera.

E i giusti, cari a Dio in vita, gli sono doppiamente cari in morte.

L’empio impero persiano volle un giorno scoprire il sepolcro del grande Legislatore.

Una numerosa schiera dei suoi satelliti si reca al monte cerca, fruga, sale, discende, e lo percorre da tutti i lati.

Fuvvi un momento in cui, giunti al culmine del monte e gettando in giù lo sguardo, s’immaginarono d’avere laggiù in fondo scoperto il cercato sepolcro.

Si slanciano precipitosi alle falde del monte, girano lo sguardo intorno, sollevano lo sguardo in alto. O stupore! il sepolcro di Mosè si presenta ai loro occhi in sull’alta vetta.

Confusi, sbalorditi, si dividono in due schiere, di cui l’una si ferma ai piedi, l’altra alla cima del colle.

«Eccolo, gridano dall’alto, eccolo, l’avete a voi vicino». Perocchè il sepolcro di Mosè si presentava agli occhi loro presso la schiera disotto.

«È trovato, è trovato, gridava questa invece alla compagna; voi ci siete presso». Perocchè il sepolcro di Mosè si presentava ai loro occhi presso la schiera che era in alto.

E il sepolcro non fu trovato mai.

Il secondo avvenimento di cui dobbiamo parlare è quello che diede origine alla festa di _Purim_ (delle sorti), festa dedicata intieramente all’allegria e al piacere. Ecco in breve il riassunto storico di tale avvenimento.

Noi abbiamo già avuto occasione di parlare del profeta Neemia e della parte importantissima da lui avuta nella rifabbricazione del secondo tempio, come ebbimo pure a parlare di Alessandro Magno, delle sue vittorie in Asia, della sua entrata in Gerusalemme e delle sue larghezze usate verso gli Ebrei sia per esser stato colpito di rispettosa venerazione al cospetto del loro Pontefice che si portò ad incontrarlo, e sia per compensarli della loro fedeltà. Or bene tra la morte del primo alle conquiste del secondo passò un periodo di circa un secolo; nel corso del quale probabilmente non avvenne nulla di notevole agli ebrei; perchè tanto in Flavio quanto nei libri santi esiste un’ampia lacuna, se si esclude la così detta _meghilà_ (storia) di Ester.

Chi fosse l’Assuero (_Ahhassveross_ nome indubbiamente persiano) di cui si parla in questo libro è disputa fra gli eruditi. Nella Scrittura troviamo dato questo nome ad un re che è sicuramente Cambise, ad un altro che debb’essere Astiage ed all’Assuero di Ester che non può essere nè l’uno nè l’altro di quei due re. Giuseppe crede che fosse Artaserse Longimano, altri, e sono i più, credono riscontrare molte somiglianze fra il carattere di Assuero e quello di Xerse celebre per l’infelice esito della sua spedizione nella Grecia, altri ritengono che fosse un re dei Medii, ed altri ancora, fra cui il celebre I. S. Reggio, ritengono che fosse Dario Istaspe.

Chiunque fosse questo Assuero sappiamo che aveva il dominio su uno esteso impero di centoventisette provincie, cioè da _Oddu_ (l’India) sino a _Cuss_ (l’Etiopia). Nel terzo anno del suo regno diede ai grandi della sua corte una serie di festini per cento ottanta giorni consecutivi, chiusa da sette altri giorni di festini continui dati a tutti gli abitanti della Capitale (Susa).

Or avvenne che nel giorno settimo in cui il re aveva bevuto oltre il convenevole, volendo presentare all’ammirazione dei suoi cortigiani la regina Vasti, dotata, secondo lui, di maravigliosa bellezza, mandò ad invitarla al festino.

Non si sa per qual motivo, ma probabilmente per un naturale e lodevole sentimento di pudore, la regina rifiutò d’intervenirvi. Il re oltremodo adirato, chiese ai sette suoi principali ministri che lo circondavano quale pena era dovuta alla regina per la sua disobbedienza, e dietro la proposta di un certo Memuhhan, Vasti _fu tolta da regina_ (uccisa o relegata nell’Arem).