I mesi dell'anno ebraico

Part 18

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I nomi adoperati dagli Ebrei per indicare il re sono: _adón_ (signore) _mélech_ (re) _mescíahh adonai_ (l’unto dell’Eterno). Dovendogli dirigere il discorso lo si appellava semplicemente: _o re, il re_, oppure _mio signore, il re_. Nulla si trova nella Bibbia relativamente al trattamento o agli uffizi dei diversi membri della famiglia reale, tranne due passi: il primo dei quali in Samuele che appella _Coaním_ (capi, ufficiali) i figli di Davide, e il secondo nei Paralipòmeni nel quale si legge: «che i figli di Davide erano i primi a fianco del re». Nella Bibbia non troviamo nulla di preciso sull’appanaggio del re, ma combinando tra loro certi passaggi, è facile capire che le loro rendite fossero assai considerevoli, e che derivassero dai cespiti seguenti: 1º I doni volontarii dei sudditi; 2º Le greggie e le produzioni dei campi, dei giardini, ecc. di loro esclusiva proprietà e che aumentavansi continuamente per le conquiste e per le confische nei delitti di stato; 3º Un tributo che esigevano; 4º Le spoglie più preziose dei popoli vinti e i tributi loro imposti; 5º I diritti esatti sui negozianti indigeni e stranieri.

I re portavano vestimenti particolari che li distinguevano da tutte le altre persone. Sulla mitra adattavano il loro diadema detto _nézer_ che vale segno di distinzione, e la _atarà_ (ornamento cingente o corona) che portavano in ogni tempo unitamente alla collana e ai braccialetti. Il trono _chissé_ aveva precisamente la forma di un seggiolone, ma alto in modo che i piedi bisognavano di un appoggio che chiamavasi _adóm_ (sgabello); lo scettro _scéveth_ (verga o bastone), viene spesso adoperato dagli autori sacri per simbolo della dignità reale o dell’esercizio del potere supremo.

§ 6—_Del Senato o Sinedrio._

«Fammi radunare settanta uomini tra i più vecchi d’Israele, i quali tu conosci che potranno essere gli anziani del popolo ed i suoi soterim, disse Dio a Mosè, ed io separerò una porzione dello spirito ch’è sopra di te; e lo compartirò sopra loro, così essi correranno teco a portare il carico del popolo, e non avrai a portarlo tu solo». Al tempo dei Maccabei questo supremo tribunale della nazione sedente in Gerusalemme fu appellato _Sanedrím_ (sinedrio) dal Greco _Synedrion_ che significa un’assemblea di gente assisa.

Secondo i dottori l’assemblea eleggeva il suo membro più autorevole per innalzarlo alla presidenza. Egli rappresentava Mosè. Alla sua destra eravi l’ab-beth-din, e alla sua sinistra siedeva una specie di vice-presidente detto _Ehhahham_ (il sapiente). Gli altri senatori si siedevano in semicircolo secondo l’ordine della loro nomina. Gli scribi o segretarii avevano i loro posti particolari.

I voti venivano raccolti talvolta dal presidente e talvolta dal membro più giovane, nell’intento che nessun senatore avesse ad influenzare sui voti che dovevano essere motivati.

Per le quistioni di pubblico interesse richiedevasi l’unanimità dei voti, ma per le quistioni secondarie bastava la maggioranza d’un voto solo.

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SCEVATH (_Gennaio-Febbraio_).

Questo mese non presenta alla nostra meditazione oltre a due episodii e di una semplice importanza morale. Il primo si rapporta a una visione del profeta Zaccaria avuta verso la fine dei settant’anni della cattività babilonese. Egli racconta di avere udito un angelo che indirizzava a Dio una pietosa interrogazione sul quando egli si moverebbe a misericordia degli infelici ebrei, già da circa settant’anni gementi in terra estrania; e sin quando la loro antica patria resterebbe covo di animali selvaggi. Iddio risponde all’angelo «parole buone, parole di conforto». Egli si dice pieno di tenerezza verso il suo popolo sconsolato, e fortemente adirato contro quelle nazioni che fatte ministre di sue vendette oltrepassarono la misura del male. Che però era appunto arrivato il tempo della redenzione d’Israele, e l’epoca da lui stabilita per la riedificazione della sua casa in Gerusalemme, città di sua eterna predilezione.

Il secondo episodio è quello della ripetizione della legge fatta da Mosè stesso. Era il primo giorno dell’undicesimo mese dell’anno quarantesimo, dall’uscita d’Egitto: il popolo d’Israele trova vasi nel paese conquistato a Moab vicino al Giordano allorchè Mosè «si compiacque di spiegare (ripetere) tutti i principali avvenimenti loro successi dalla proclamazione del Decalogo, sino a quel giorno, e pressochè tutte le prescrizioni e i riti i meglio importanti contenuti nei quattro libri precedenti». Tale riassunto forma l’ultimo dei cinque libri di Mosè e viene chiamato _séfer adevarím_ (Deuteronomio).

E posciachè l’argomento ce ne porge l’opportunità noi ci fermeremo talpoco ad esaminare le varie parti di cui si compone la Bibbia e daremo un brevissimo cenno sulla compilazione della Misnà e della Ghemarà di cui ebbimo occasione di parlare tante volte in questo nostro lavoro.

La Bibbia si divide in tre grandi parti che sono: 1º La legge di Dio (Thorà); 2º I profeti primi e secondi (Neviim); 3º Gli _Agiografi_ (Cheduvim).

La _Thorà_ è divisa in cinque libri. Il primo è chiamato Genesi (_Berescid_) principio. In esso si racconta la storia della creazione del mondo, quella dei primi uomini, delle prime invenzioni, dei primi abitatori della Cananea, sino alla morte del patriarca Giacobbe avvenuta in Egitto ove erasi recato colla famiglia⁹⁹.

⁹⁹ «Una delle maggiori meraviglie a chi legge la Genesi, dice C. Cantù, è la sua concordanza coi più recenti acquisti della scienza».

«Tutte le scoperte umane, disse Herschel, paiono fatte solo allo scopo di meglio confermare le verità chiuse nei libri di Mosè».

Il sommo Gioberti nella sua Teorica del sovranaturale così ragiona delle tre classi in cui distingue i geologi odierni: «Gli uni si studiano di conciliare la scienza della terra colle tradizioni mosaiche, mediante una vasta e profonda cognizione dell’una e delle altre; e questi sono degni di grandissima lode. Gli altri si restringono fra i soli termini della geologia ecc. Ma vi sono alcuni terzi (pochi per buona ventura), che senza forse sapere di geologia più che tanto, spacciano Mosè per un favolatore solenne, e un parabolano; dei quali non si può dir altro, se non che scambiano il millesimo corrente col passato, quando essi intendano di far ridere alle spese della religione ecc.».

«Nella Genesi Mosè è lo storico della creazione, il sopranaturale rivelatore di tutte le origini. La creazione della luce, la formazione del mattino, della sera, della notte, l’ampiezza delle acque incarcerate in profondi abissi, la terra che vestesi d’erbe e di piante, il sole posto nel centro dell’azzurro firmamento, la luna e le stelle obbedienti alla voce che segna loro il cammino attraverso lo spazio; gli animali che in loro infinita varietà, piglian possesso dei mari, dei monti e delle pianure; infine l’uomo, l’ultima e più bella opera di Dio, il quale nel: bel mezzo del giovine universo, ne vien per così dire fatto Sovrano... Mosè ci spiega in tre pagine l’universo e l’uomo. Sulle grandi cose da Mosè dette in tre pagine vi furono migliaia e migliaia di libri in ogni secolo e presso tutte le nazioni antiche e moderne; ma non fu vero se non ciò che trovossi conforme alla testimonianza di Mosè. Gli sforzi del genio in quaranta secoli, le profonde investigazioni nelle viscere della terra, nelle più disparate regioni, e le indagini fatte nelle più tenebrose memorie del genere umano, non fecero che dare solenne ragione alla mosaica cosmogonia....».

«Se nella Genesi non vi fosse il soffio di Dio, se non la fosse che pura opera umana, non vi sarebbero lingue bastevolmente eloquenti ad ammirare l’Ebreo legislatore. Il Decalogo in paragone del quale le antiche leggi di Persia, d’India, d’Egitto, di Grecia e di Roma non sono che immagini grossolane e rozze invenzioni, e che divenuto suprema guida del genere umano; la morale politica e religiosa organizzazione di una nuova nazione che tutto abbraccia a forza di profonda saviezza, giustizia e provvidenza; quelle regole, quelle prescrizioni, quelle massime espresse con mirabile semplicità, hanno per noi l’aspetto della verità che discende dal cielo in terra a visitare l’uomo».

_Poujoulat_—_Histoire de Jerusalem._

Il secondo libro viene detto _scemod_ (Esodo o uscita). I principali fatti che si narrano in questo libro sono: la schiavitù d’Egitto, la liberazione d’Israele e la proclamazione del Sinai.

Il terzo _vaikrà_ o Levitico viene così chiamato perchè contiene più particolarmente le attribuzioni dei sacerdoti e dei leviti, e le norme relative ai sacrifizii.

Il quarto _Bamidbár_ (numeri) viene così chiamato perchè comincia coll’ordine dato da Dio a Mosè nell’anno secondo dopo l’uscita d’Egitto di numerare il popolo che risultò composto di 603,550 uomini capaci alle armi, ossia dalla età di 20 anni in su. In questo calcolo non venne compresa la tribù di Levi esente dal servigio militare perchè, come dicemmo, particolarmente dedicata al servizio del Tempio e all’istruzione del popolo. Numerata pertanto separatamente essa diede la cifra di 22 mila maschi da un mese in su. Questo libro finisce colla esposizione delle vittorie riportate da Mosè sui Moabiti e Madianiti i cui paesi confinavano col Giordano, e che oltre al negargli il chiesto passaggio attraverso il loro territorio, colla seduzione delle loro donne avevano indotto molti Ebrei ad abbracciare lo strano e sconcio culto di _Baal peór_ che causò la morte a 22 mila persone.

Il quinto ed ultimo libro è appunto il Deuteronomio che finisce colla benedizione di Mosè.

I _neviím_ comprendono tutta l’epoca storica del popolo nostro, dalla morte di Mosè all’esilio babilonese; e constano del libro di Giosuè, di quello dei giudici, dei due libri di Samuele, dei due Re, degli immortali scritti dei tre profeti maggiori Isaia, Geremia ed Ezechiele vissuti alla fine del primo Tempio e al principio della cattività babilonese, e dei frammenti rimastici di dodici profeti minori (così chiamati per distinguerli dai primi).

I _Cheduvím_ (agiografi o scritti santi) comprendono: 1º I salmi di Davide che oltre alla sublimità poetica che raggiungono molti d’essi, inspirano tutti tanto viva ed efficace pietà religiosa, contengono in sì grande copia precetti morali che giustamente vennero adottati a far parte di alcune nostre preghiere, sia nelle liete come nelle luttuose circostanze; 2º I proverbi di Salomone che sono una raccolta di ammaestramenti esposti ai giovani con singolare semplicità e maestria, e che dipingono con una ammirabile fedeltà e vivezza i danni della ignoranza e di una sregolata condotta: e viceversa i pregi della sapienza e i beni ch’essa procura a coloro che l’amano. Questo libro finisce colla descrizione della donna forte (_ésced hhail_) che per una pia usanza si canta tuttora nelle famiglie al venerdì sera al ritorno dal Tempio; 3º Il libro di Giobbe stupendo lavoro che in seguito a intelligentissimi studii venne attribuito a Mosè; 4º Il Cantico dei Cantici _scir ascirím_ di Salomone, nel quale molti commentatori credettero di trovarvi simboleggiato Dio (lo sposo) e la nazione d’Israele (la sposa), che si esprimono la loro ardente e reciproca tenerezza; 5º Un frammento storico del Tempo dei Giudici (_Ruth_) che ci descrive i pietosi avvenimenti della virtuosa e pia bisavola di Davide e dichiarato da Goeth il più bell’idilio che esista scritto; 6º L’Ecclesiaste attribuito a Salomone, esame a tinte oscure, e fors’anco esagerate in parte, dei diletti materiali e delle improbe fatiche che sostiene l’uomo per procurarseli, per quanto in realtà siano tutte vanità delle vanità; 7º La storia d’Ester di cui parleremo nel mese venturo; 8º I treni innarrivabile lavoro del profeta Geremia che piange sulle fumanti rovine della sua patria; 9º I preziosi frammenti storici di Daniele, di Esdra e di Neemia contemporanei della schiavitù babilonese, e come dicemmo altrove i due ultimi d’essi strenui propugnatori della riedificazione del secondo Tempio; 10º I due libri delle cronache (_divrè aiamím_) rapido riassunto di tutti i libri santi.

Non v’ha dubbio che molti nostri scritti dovettero andare smarriti sia per l’incendio ordinato dal dissennato Califfo, della famosa biblioteca di Alessandria, e sia per le tante peripezie sofferte dal popolo nostro, posciachè nella Bibbia noi troviamo menzionate parecchie opere che non possediamo. Si parla a mò d’esempio d’un libro intitolato «delle guerre di Dio»; d’un altro delle «cronache dei re di Giuda e d’Israele»; di un terzo intitolato «della rettitudine» che non è certo il libro che nella letteratura nostra si conosce sotto tale titolo, e finalmente di tre importantissimi lavori del re Salomone, il primo dei quali era una diffusa storia sui regni animale e vegetale, il secondo una cantica di mille e cinque (soggetti o capitoli), e il terzo una raccolta di tre mila proverbi o favole.

La legge orale (_torà scebèal-pè_) non è che una spiegazione, un commento, un’amplificazione alla legge scritta; e in molti casi incontestabilmente necessaria per la retta intelligenza di molti riti involti in una certa oscurità o appena in quella accennati¹⁰⁰.

¹⁰⁰ I Karaiti, setta ebraica naturalmente posteriore alla pubblicazione della Misnà, e ridotta ora a pochi gregarii sparsi nella Russia, che respinsero appunto ogni rabbinico insegnamento per mantenere alla lettera tutti i riti mosaici; ci sono testimoni viventi della stranezza di certi usi.

Così a cagione d’esempio essi usano, di non sortire affatto di casa al sabbato e di non farvi accendere fuoco nelle loro abitazioni; di portare il zizid nell’abito; di legare i Tefilim sulla mano; di non praticare la visita nei visceri degli animali, nè ucciderli col nostro sistema ecc.

Secondo la tradizione, questa spiegazione della legge scritta fu da Mosè stesso insegnata oralmente a Giosuè, il quale, a sua volta, la trasmise agli anziani. Questi poi la insegnarono ai profeti, e da questi venne trasmessa ai membri della grande Assemblea. Il provvido e coraggioso Rabbì Jeudà, chiamato per antonomasia «Rabenu akadoss» (il nostro Maestro santo), nell’anno 180 dell’êra volgare la raccolse in un volume detto Misnà (ripetizione o studio), poichè per la perdita della politica indipendenza, per la dispersione d’Israele nei quattro angoli della terra, e pel conseguente decadimento della letteratura nazionale, entrò nell’animo degli uomini religiosi e pii la tema che col volgere degli anni potesse andare alterata o dimenticata.

Il Talmud o Ghemarà diviso come la Misnà in sei trattati, oltre alle sentenze, ai racconti, alle leggende religioso-morali che contiene in gran copia; oltre alle preziose nozioni di storia contemporanea e scene della vita domestica e sociale tanto del popolo nostro quanto delle altre nazioni con cui avevano relazioni; è poi un diffuso e minutissimo commentario della Misnà. In esso vengono scrupolosamente registrate tutte le discussioni, che si può dire sopra ogni articolo della Misnà, fecero le più famose accademie di Terra Santa e di Babilonia fino al secolo V. Questa raccolta immensa fu compilata dai Rabbini Ravena e Rav-assè.

*Archeologia.*

Termineremo ora la nostra breve rassegna delle leggi giudiziarie mosaiche col ragionare delle leggi penali e della loro pratica applicazione.

Le leggi penali di Mosè hanno per carattere generale l’_espiazione_ e il _compenso_. Un dotto rabbino diceva, che il mondo poggia su tre basi: la verità, la giustizia e la pace. È per questa ragione che un delitto di qualunque specie esso sia intacca l’equilibrio _morale_ del civile consorzio, il quale non può essere ristabilito che in seguito a una condegna riparazione data alla società offesa mercè la _giustizia_, il cui còmpito è appunto quello di ricondurre la pace ove fu turbata. Ma posciachè non tutti i delitti portano un uguale sconcerto nell’armonia del sociale consorzio, ne deve conseguire che la riparazione va graduata al male fatto. La suprema riparazione reclamata dalla società terribilmente offesa da un suo membro, è quella di respingerlo assolutamente dal suo seno condannandolo alla _morte_. Nella legislazione mosaica la morte veniva applicata in tre modi diversi: 1º Colla _lapidazione_ (_sekilà_), che secondo la tradizione consisteva nel gettare il paziente dall’altezza di un palco che distava da terra l’altezza di due uomini, e poscia soffocarlo sotto un mucchio di pietre che gli venivano gettate addosso; 2º Coll’_abbruciamento_ (_serefá_) sull’applicazione del quale son diverse le opinioni. Taluni vogliono che tale abbruciamento si consumasse sul cadavere dopo la lapidazione, e altri credono che si strangolasse il paziente con un drappo, e poi gli si colasse in gola del piombo fuso che gli bruciava gli intestini. Secondo Giuseppe parrebbe che il paziente si abbruciasse vivo, perchè egli sostiene che una figlia di Sacerdote che avesse mancato ai suoi doveri d’innocenza, veniva abbruciata viva; 3º Colla _spada_ (_éreg_) la cui applicazione ci è affatto ignota. I nostri Dottori ne aggiungono una quarta, la _strangolazione_ (_hhenek_) della quale non ne troviamo traccia nella Bibbia.

Dopo la pena di morte viene il così detto _Careth_ (distruzione o stralciamento). La massima parte dei commentatori, ritengono che questa pena non consistesse che in una divina minaccia, di colpire con una morte immatura il trasgressore di qualcuna fra le leggi cerimoniali. Altri ritengono invece che si sott’intendesse una specie di morte civile, vale a dire la privazione dei diritti di cittadino per un tempo determinato.

Vengono in terza linea le _pene corporali_, consistenti in colpi di bastone che il paziente riceveva disteso boccone in terra. Tali pene, che nelle nostre contrade vennero abolite ovunque (tranne in Inghilterra per l’indisciplina militare), perchè ripugnanti alla nostra indole; non avevano invece nulla d’umiliante presso gli antichi Ebrei, poichè secondo i Rabbini lo stesso pontefice dopo d’avere ricevuta una di tali pene per la sua trasgressione di qualche legge cerimoniale, rientrava nelle sue altissime funzioni senza che la sua dignità ne soffrisse minimamente.

Un’altra specie di pena viene da taluni classificata, impropriamente, in questa categoria. Tale pena sarebbe quella risultante dal così detto: _diritto del talione_, che preso alla lettera, consisterebbe effettivamente nel fare subire al colpevole la mutilazione di quel membro che deliberatamente troncò o rese inservibile al suo simile. Ma tale interpretazione è insussistente affatto, perchè i nostri Dottori affermano concordemente, che il legislatore non volle indicare per nissun modo una vera amputazione nel corpo del delinquente, cosa questa che non avrebbe avuto altro effetto oltre quella di dare una barbara soddisfazione, ove fosse stato capace di provarla, al povero mutilato; ma vi sott’intese invece un risarcimento materiale del danno presuntivamente risultato, ciò che doveva recare al danneggiato una soddisfazione di ben diversa natura!

Vengono poscia _l’ammenda_, che serviva all’espiazione di certi delitti involontarii; e che variava secondo la loro gravita: e i _sacrifizii d’espiazione_, che non erano altro che pene disciplinari ecclesiastiche, a cui veniva sottomesso colui i cui peccati non erano di competenza giuridica¹⁰¹.

¹⁰¹ I sacrifizii di cui le vittime non potevano essere scelte che nelle seguenti specie di animali domestici, vale a dire: buoi, montoni, agnelli, colombe e tortore, erano di diversa specie: 1º La _Olà_ (olocausto) parola derivante dal Greco _olos_ (tutto) e _kaio_ (bruccio) che veniva offerta quale sacrifizio quotidiano del mattino e della sera, quale sacrifizio addizionale della festa, e talvolta anche quale sacrifizio di privato. La vittima si abbruciava totalmente tranne la pelle che apparteneva ai sacerdoti.

2º Il _Hhatath_ (sacrifizio per lo peccato), e l’_Assam_ (sacrifizio per la colpa) che si portavano per diversi peccati volontarii od involontarii specificati dalla legge, nei quali potevano incorrere tutti i fedeli, compresi il Principe e il Pontefice.—L’infallibilità non è dote dell’uomo. Tutti possono errare perchè tutti sottoposti alle stesse passioni e agitati da consimili desiderii. Dio solo è perfetto, epperciò lui solo infallibile.—Di questa specie di sacrifizii si abbruciavano le sole parti grasse destinate all’altare, e il resto apparteneva esclusivamente ai sacerdoti.

3º Il _Zìbahh asselamém_ (sacrifizio pacifico o di riconoscenza). Il titolo stesso ne indica lo scopo. Erano sacrifizii che si portavano per ricorrenze festive e in rendimento di grazie al Signore per benefizii da lui ricevuti. Abbruciate le parti grasse in onore di Dio, il resto veniva diviso tra i sacerdoti e gli offerenti. I poveri e i forestieri erano quasi sempre invitati a parteciparne.

Oltre a tali sacrifizii ve n’erano alcuni altri che chiameremo circostanziali, quali sarebbero quelli pei peccati d’ignoranza del popolo nelle varie feste dell’anno; quelli dei Nazireni inavvertitamente resi impuri; quelli che portavano le persone guarite dalla lebbra, ecc. Di questa specie di sacrifizii i due seguenti meritano particolare menzione. Il primo è quello che veniva immolato nel caso in cui si trovasse una persona assassinata in mezzo ai campi senza che si fosse potuto scoprirne l’uccisore.

La legge ordinava che dato questo caso gli anziani e i giudici sedenti in Gerusalemme, si portassero nel luogo ove era stato consumato il reato e misurassero quale città fra quelle che circondavano il cadavere, ne fosse la più vicina. Gli anziani della città indicata, dovevano prendere una giovenca che non fosse stata adoperata al lavoro, e che non avesse mai tirato al giogo. Dovevano quindi condurla in una valle sassosa, non coltivata, nè seminata, ed ivi ucciderla. Ciò fatto tutti gli anziani di quella città dovevano lavarsi le mani nel sangue di quella giovenca e dire: «Le mani nostre non versarono questo sangue e gli occhi nostri non videro (chi lo versò)». E i sacerdoti e i leviti dicevano: «Deh o Signore! perdona al popolo tuo Israele che liberasti (dalla schiavitù egizia) e non porre in mezzo al tuo popolo Israele (la colpa, la responsabilità del versato) sangue innocente».

Questa prescrizione fu probabilmente inspirata da due motivi: Il primo valeva a raffermare la pena di morte di cui si era reso meritevole l’assassino, il secondo serviva a mantenere negli animi il dovuto orrore pel sangue versalo.

Il 2º era quello della così detta _vacca rossa_, perchè la scelta della vacca la cui cenere doveva servire per la purificazione di certe impurità, come quella di aver toccato un cadavere ecc. doveva cadere su d’una che fosse totalmente rossa, senza difetti e che non avesse mai portato giogo. Vogliono i commentatori che questa disposizione, di cui non ci si dà il più piccolo schiarimento, fosse consigliata a Mosè dal pensiero di espellere onninamente dal cuore del popolo la tendenza all’adorazione della vacca, che come si sa, era il principale oggetto del Culto degli Egiziani.