Part 15
Oltre alle precise istruzioni date da Mosè nel condurre l’assedio di città lontane o non appartenenti alle nazioni votate a morte pei loro peccati; oltre alle storiche assicurazioni che constatano come Davide e Salomone abbiano vinti e resi tributarii parecchi popoli senza distruggerli; l’esistenza stessa dei Natinei è una prova convincente che Mosè non aveva imposto agli Ebrei di sterminare senza pietà tutti i popoli della Palestina, come erroneamente o maliziosamente pretesero parecchi scrittori. La totale distruzione era stata decretata solamente per sette popoli o tribù le cui opere erano talmente nefande «che la terra, dice Mosè con una figura espressiva, stomacata e polluta li vomitava dal suo seno». Anzi i nostri Dottori dicono che prima di accingersi alla conquista della Terra Santa, Giosuè mandò nella Palestina tre proclami così concepiti: «1º Chi vuole sancire con noi un punto di pace sarà accettato; 2º Chi vuoi sottrarsi all’eccidio esca volontariamente dalla Palestina; 3º Chi vuole guerra avrà guerra».
I Gabaoniti accettarono il primo; la popolazione Gersunita si uniformò al secondo; 31 principi mossero guerra e soggiacquero.
Sembra quindi che l’assemblea sia stata tumultuosa, e che l’unione di tutta quella gente lungi dal contribuire al buon effetto della combinazione desiderata, lo contrariasse. Colta dunque l’opportunità che pioveva a dirotto, e che il popolo si trovava assai a disagio, l’assemblea fu congedata; e si credette più acconcia l’instituzione di un tribunale composto di Esdra e di alcuni uomini capi dei loro casati designati per nome, onde giudicare i refrattarii citandoli ad uno ad uno. Questo spediente riescì: la commissione lavorò tre mesi ad indurre colle buone o colle cattive gli ebrei a rompere quei matrimonii dichiarati illegali. Un gran numero vi acconsentì mandando via le mogli e i figliuoli, che furono pertanto costrette a ritirarsi alle rispettive nazioni a cui appartenevano; e questo affronto accrebbe contro gli ebrei il numero e l’odio dei nemici.
Tuttavia dobbiamo notare che la riforma non era stata generale: molti eziandio sacerdoti e leviti, anzi le persone più potenti, ricusarono di sottomettersi alla decisione di Esdra, e diedero origine ad una fazione contraria ai rigoristi (farisei)⁸⁷, ed unita d’interesse cogli stranieri e specialmente coi Samaritani e coi governatori persiani, che risiedevano a Samaria.
⁸⁷ L’epiteto _fariseo_ passò quale sinonimo di falso religioso, di vilissimo ipocrita, quantunque tale designazione non sia sempre assolutamente esatta. Egli è per questo che noi crediamo bene di trascrivere le seguenti linee del celebre S. D. Luzzato, nelle quali ci viene spiegata l’origine del fariseismo e il significato di tale denominazione.
«A Esdra tenne dietro gran numero di _soferim_. Dei più antichi non si conoscono i nomi, e questi innominati sono i veri fondatori del Rabbinismo, gli autori di tutte quelle instituzioni che diconsi _divrè soferim_, o parole degli scribi (il nome _sofer_ significò poscia anche maestro di scuola ed anche scrivano, copista). Col lasso del tempo vi furono dei falsi scribi, degli scribi ipocriti, come vi furono nel primo tempio i falsi sacerdoti o i falsi profeti. Questi falsi devoti furono detti per ischerno _farisei_, _astinenti_, _austeri_; e quando la tendenza liberale e grecizzante formò un partito sotto il nome di _Sadducei_, l’epiteto di farisei fu da questi dato indistintamente a tutti i rigoristi, attaccati alle istituzioni degli antichi scribi, sia che fossero veramente ipocriti, sia che fossero uomini d’una sincera pietà».
Il secondo avvenimento che ebbe luogo in questo mese fu di tale importanza e segna una pagina cotanto gloriosa nella nostra storia, che noi crediamo necessario fare una eccezione alla linea di condotta che ci siamo imposti, e svolgerlo con una certa ampiezza almeno nella sua prima fase: vale a dire sulle cause che determinarono la guerra d’insurrezione contro i Greci, sino alla totale liberazione dello suolo nazionale per opera di Giuda Macabeo.
I reduci da Babilonia nei primi tempi furono governati da capi ebrei nominati ordinariamente dai re di Persia; ma tale dipendenza si faceva sentire così poco da potere quasi dire che la Giudea formasse una specie di repubblica sotto l’alta sovranità di quei re. Il primo di tali capi fu Zerubabele, al quale vuolsi sia succeduto Mesciulla suo figliuolo e poscia Esdra e Neemia. Dopo quest’ultimo, pare che il governo inferiore sia passato nelle mani dei sommi sacerdoti, tanto per la parte religiosa quanto per la civile e politica; e ch’essi siano divenuti i soli intermediarii tra il popolo e i re stranieri di cui erano tributarii. Dobbiamo però notare che per soddisfare le favorevoli propensioni del popolo per la casa di Davide, si introdusse l’uso di nominare un Nassì (principe) tra i membri di quella casa; quantunque peraltro non gli si lasciasse esercitare veruna autorità di fatto.
Noi non ci occuperemo della successione di parecchi re di Persia perchè non fu portata per essi veruna sensibile alterazione nei loro rapporti con gli ebrei, se si escludono i mali che questi ultimi patirono per le guerre che ebbero luogo tra la Persia e l’Egitto: e verremo a parlare degli avvenimenti successi all’epoca in cui Alessandro il Macedone colle sue vittorie minacciava di prossima rovina l’impero di Dario. Trovandosi all’assedio di Tiro, Alessandro inviò una lettera a Iaddo sommo pontefice degli ebrei, che i nostri Dottori per uno strano equivoco confondono con Simeone il Giusto vissuto parecchi anni dopo questi avvenimenti; invitandolo a spedirgli soccorso d’uomini e di provvigioni, e a pagare a lui quel tributo che sino allora era stato pagato a Dario. Iaddo per non mancare al giuramento fatto al suo alleato si rifiutò di aderire a queste richieste, osando sfidare la collera del Macedone il quale giurò di trarre aspra vendetta degli ebrei. Presa Tiro, Alessandro mosse verso Gaza. Questa città gli oppose un’eroica resistenza, ma in capo a cinque mesi essa cadde in potere degli assedianti, e subì un trattamento feroce. Diecimila uomini vennero trucidati; e il resto della popolazione, uomini, donne e fanciulli, furono venduti per ischiavi. Una sorte eguale pareva riservata a Gerusalemme. Un miracolo poteva solo salvare la città santa: e questo miracolo ben meritato dai suoi abitanti in premio del coraggio e della devozione di cui diedero prova nel serbare la fede giurata, fu operato da Dio.
Giuseppe dice che una voce divina ordinò in sogno a Iaddo, di portarsi ad incontrare Alessandro seguito dai suoi sacerdoti. Iaddo ossequente a questa voce indossò gli abiti sacerdotali, e fatteli indossare agli altri sacerdoti e dando le opportune disposizioni onde la città venisse parata a festa, uscì processionalmente incontro al temuto conquistatore. Alessandro colpito da questo imponente spettacolo si avanzò verso il pontefice e inchinandoglisi innanzi lo salutò rispettosamente. Il suo amico Parmenione avendogli dimostrato lo stupore da cui era compreso per tali atti di rispetto tributati ad un nemico, Alessandro gli rispose che trovandosi tuttavia in Macedonia, una figura d’uomo vestito come quel pontefice gli era apparso in sogno e lo aveva incoraggiato a persistere nei suoi progetti di conquista, assicurandogli la vittoria sui Persiani. Strinse poscia la mano a Iaddo, entrò in Gerusalemme, visitò il tempio e vi offrì sacrifizii; e dietro domanda dello stesso pontefice, accordò agli ebrei l’esenzione dei tributi nell’anno sabbatico e la libertà di vivere ovunque secondo le loro leggi e i loro usi. Questa libertà estesa a quei giovani che avessero avuto il desiderio di militare sotto le sue bandiere, fece sì che molti ebrei s’iscrissero nelle file del suo esercito. Oltre a queste concessioni, al suo ritorno dall’Egitto volendo compensare gli ebrei della inalterata fedeltà che gli serbarono regalò loro una parte del territorio Samaritano⁸⁸.
⁸⁸ A titolo di curiosità storica e per gli eccellenti ammaestramenti morali che racchiudono, non vogliamo privare i nostri lettori delle principali fra le dieci domande, che al dire dei nostri Dottori, Alessandro Magno indirizzò ai sapienti d’Oriente e le risposte date dai medesimi: e di un apologo sui viaggi e sulla straordinaria avidità di conquista che teneva agitato lo spirito di quel monarca, e per la quale non si peritava a gettare intiere nazioni in braccio agli orrori di guerre funestissime.
Ecco le domande: «Misura forse maggiore distanza l’Oriente dall’occidente o il cielo dalla terra?» I pareri furono discordi: chi opinava la distanza essere pari e chi la voleva maggiore dall’Oriente all’Occidente. «Nella creazione del mondo quale delle due cose ebbe la precedenza tra il cielo e la terra?».—«Il cielo».—«Fu creata prima la luce o l’oscurità?». Questa interrogazione non ebbe una risposta sicura. Ma perchè obiettarono altri sapienti non gli si rispose «l’oscurità», poichè effettivamente risulta dal sacro libro che essa dominava l’abisso? A questa giusta osservazione venne risposto, che temendosi per parte di quel monarca altre interrogazioni insolubili sull’eternità di Dio e sulla fine del mondo, si preferì di interromperne il corso prendendo a pretesto l’insufficiente capacità di poter soddisfarne il desiderio». Qual uomo, ridomandò egli, puossi chiamare veramente sapiente?—«Il preveggente»—Quale veramente forte?—«Quello che sa vincere le proprie passioni»—Quale veramente ricco?—«Quello che è contento del proprio stato».
Ed ecco ora l’apologo:
Alessandro seguendo la sua insaziabile bramosia di grandezze e di regni, manifestò agli stessi sapienti il disegno di attraversare i monti delle tenebre, e chiese loro consiglio sui mezzi da impiegarsi per riuscirvi. Ottenutili e attraversati quegli orridi monti, giunse fino agli estremi confini dell’Asia, e si trovò presso il paese delle Amazzoni, ove le donne erano preposte al Governo, compievano gli uffizi guerreschi e combattevano invece degli uomini. Queste gli mandarono un’ambasciata di parecchie loro compagne, che gli tennero il seguente libero discorso: «Sire! Se mediti di moverci guerra, tu tenti una folle impresa. Se vinci, quale gloria d’avere vinto delle donne? Se sei vinto, quale disonore d’essere vinto da donne?»
Alessandro persuaso da tale giudizioso discorso abbandonò l’impresa, e dopo d’avere fatto incidere sovra un sasso queste parole: «Io Alessandro, fin qui stolto e vano, appresi senno dalle donne»; volse la sua marcia verso un paese dell’Africa. Il re di quello stato conscio della propria debolezza e della potenza di Alessandro, gli aperse la città e la reggia e lo invitò a pranzo. Tutto nella mensa era oro: pane, pietanze, frutti tutto era d’oro. Alessandro altamente stupito rivolgendosi al suo ospite gli chiese: «Che mangiate oro nel vostro paese?»—«Posso io credere, rispose esso, che tu mova così lontano per nutrirti, come gli altri uomini, dei prodotti del campo? Forsechè fanno essi difetto nel tuo paese? Io m’immaginai che tu volessi oro, e ti presentai dell’oro».
Ritornato in Asia, Alessandro camminava un giorno per lo mezzo di sterili deserti e d’inculti terreni, e capitò alfine presso un ruscelletto le cui acque scorrevano con un mormorio così dolce e tranquillo, che parevano invitare il passeggiero a sedersi sulle rive onde godervi riposo e pace. Alessandro aderì a questo tacito invito, si sedette, bevve di quell’acqua che trovò di un sapore delizioso, fece tuffare in essa alcuni pesci salati di cui era provvisto, e sentì che mandavano una fragranza soave. Fortemente maravigliato, gli balenò in mente il desiderio di cercare il paese fortunato da cui quel ruscello traeva la sorgente. A quell’uomo singolare bastava gli si suscitasse un desiderio nell’animo, per volerlo immediatamente compiuto.
Risalendo a ritroso dell’acqua giunse alla porta del Paradiso. Picchiò, ma gli venne negato l’accesso. Alessandro ripigliò colla sovrana alterigia del suo focoso carattere: «Apritemi, ch’io sono Alessandro il Grande conquistatore dell’Asia»—«No, gli fu risposto, questa è la porta del Signore; e qui non possono entrare che i soli giusti che seppero dominare le loro proprie passioni». Alessandro impiegò preghiere e minacce per esservi ammesso; ma accorgendosi che tutto era invano, così parlò al guardiano del Paradiso: «Dammi alcuna cosa che mostri al mondo com’io son venuto colà, ove nessun mortale giunse prima di me».
Una mano invisibile gettò allora disopra l’alta muraglia un piccolo involto, che venne a cadere ai piedi di Alessandro. Questi lo raccolse con avidità, e tornò frettolosamente alla sua tenda. Ma quale non fu il suo stupore, allorchè aperto l’involto, vi trovò racchiuso un occhio di morto. Furibondo lo gettò a terra. Ma un suo savio consigliere così gli favellò: «Gran re! Non disprezzare questo dono, perchè se tu lo libri coll’oro e coll’argento vi troverai in esso qualità straordinarie». Alessandro ordinò di provare immantinenti. Si recò una bilancia; la reliquia fu posta in un guscio, l’oro nell’altro; e con grande meraviglia di tutti per quanto oro vi si mettesse, l’occhio traboccava sempre. «Non v’è dunque contrappeso che valga a rimettere l’equilibrio, esclamò Alessandro?» Altro che! rispose il savio, voi vedrete che basta assai poca cosa»: e raccolto un tantino di terra ne coperse l’occhio, che subito si sollevò nel suo bacino. «Se il puoi, spiegami immantinenti questo fenomeno, gridò Alessandro»—«Eccomi a soddisfarti, rispose il savio vecchio. Quest’occhio rappresenta la cupidigia insaziabile del cuore umano. Finchè quell’occhio sta aperto non v’è nè oro, nè argento, nè ricchezza che basti a soddisfarlo. Ma chiuso e coperto di terra, allora si fa palese la vanità dei suoi ambiziosi progetti e dei suoi sconfinati desiderii; e dei grandi della terra non avanza che la memoria del bene o del male che fecero ai popoli confidati al loro governo.
Ma come si saprà dalla Storia Greca, Alessandro non ebbe il tempo di assodare le sue conquiste nei suoi figliuoli, e dopo la sua morte il suo impero fu diviso fra i suoi più illustri generali. Tolomeo figliuolo di Lago s’impadronì dell’Egitto e vi fondò la dinastia dei Tolomei, mentre che Seleuco Nicàtore ne fondò un’altra nella Siria. Queste due potenze furono quasi sempre in guerra fra di loro; e la Palestina posta nel mezzo e palleggiata più volte dall’uno all’altro dominio ebbe molto a soffrire, poichè il continuo succedersi di padroni, il cangiamento di governatori e di pontefici tutti egualmente assetati d’oro, dovevano fruttare contestazioni tra i cittadini, violenze e tumulti. L’esacerbazione degli ebrei trovò un’occasione a sfogarsi. Antioco Epifane aveva portato la guerra in Egitto contro Tolomeo Filomètore, che vinse e condusse prigione; ma prima che arrivassero queste notizie si era invece diffusa la voce che Antioco stesso era rimasto nonchè vinto ma pure ucciso: onde i Gerosolomitani ne fecero grandi feste congratulandosi di essere finalmente liberati di un infesto tiranno.
Antioco informato di questi avvenimenti, passò prestamente coll’esercito vittorioso in Giudea, assediò e prese di assalto Gerusalemme, e l’abbandonò al sacco e al furore dei soldati. In tre giorni furono massacrate ottantamila persone d’ogni età e sesso ed altrettante ne furono vendute. Quell’iniquo profanò il Tempio, vi fece sacrificare dei porci; ne portò via il candeliere, l’altare, la mensa, lo spogliò di ogni cosa preziosa, e ritornando in Antiochia carico di un immenso bottino lasciò per governatore della Giudea certo Filippo uomo crudo e severo.
Questo Antioco che si faceva chiamare Epífane o l’illustre e che il popolo per ischerzo chiamava Epímane o il pazzo, era veramente più degno di questo che del primo titolo. Come capitano, aveva rialzato il credito e la potenza della Monarchia avvilita dopo le sconfitte che i Romani diedero a suo padre, ma nel resto era un assai cattivo principe. Di volgari sentimenti, praticava colla plebe e si mischiava con essa; era stravagante, dissipatore, vizioso, prepotente, feroce e più tiranno che re. Abbenchè padrone di un vasto e ricco impero, era in bisogno perpetuo di danaro; e per arraffarne tutti i mezzi erano buoni per lui, anco i più impopolari e i più sacrileghi. Quindi gli Ebrei incorsi nello sdegno ornai inespiabile di un tale uomo, non potevano più aspettarsi che sciagure. Il loro spirito eccezionale, la singolarità dei loro costumi, la loro vita frugale ed industriosa e con essa e per essa la loro prosperità e le loro ricchezze, avevano concitato contro di essi l’odio e la gelosia di tutte le nazioni idolatre, che dopo le conquiste di Alessandro si erano stanziate nella Palestina e nelle regioni confinanti; e queste erano altrettanti mantici che soffiavano nelle orecchie di un re già malamente disposto.
Erano appena passati due anni dagli avvenimenti che abbiamo raccontato di sopra, quando Antioco obbligato dai Romani a sgomberare l’Egitto già fatto sua preda, si rivolse a sfogare i suoi rancori contro Gerusalemme. Forse egli temeva che gli Ebrei non si appigliassero al partito di darsi anch’essi ai Romani, come aveva fatto Tolomeo Filomètore; e per impedire questa sospettata diserzione, che lo avrebbe posto a gran pericolo, mandò quietamente a Gerusalemme Apollonio col funereo ordine di sterminare quella città. Apollonio vi entrò come amico, ed aspettato un giorno di sabbato quando tutti gli ebrei erano raccolti nelle sinagoghe, li fece assalire all’improvviso. Tutti gli uomini che non poterono fuggire furono massacrati, le donne e i fanciulli ridotti in servitù; e dopo il saccheggio la città fu abbandonata al ferro e al fuoco di una turba briaca di oro e di sangue, che nulla conservava di umano, forse neppure il volto, deturpato da selvaggie passioni. Una terribile cittadella detta l’Acra fu allora innalzata allo scopo di dominare il Tempio e munita di grosso presidio per impedire che i pochi superstiti vi accedessero, motivo per cui Gerusalemme rimase affatto deserta.
E quasi la feroce libidine di vendetta di quel mostro non si tenesse ancora soddisfatta, egli mandò nella Giudea un delegato, certo Ateneo Antiocheno, per fare eseguire una nuova sua legge per la quale si obbligavano tutti gli ebrei ad abbracciare la religione dei Greci. Con lui furono inviati missionari per predicare la nuova fede, e per convertire i non credenti: e un prete greco fu pure mandato a Gerusalemme a profanare il Tempio del vero Iddio e a introdurvi il culto di Giove Olimpico. In conseguenza di che furono proibiti sotto pena di estremo supplizio pei contravventori la circoncisione, l’astinenza dei cibi vietati, l’osservanza del sabbato e lo studio religioso. Il delegato regio disertò le sinagoghe, fece ardere le sacre scritture, e la statua del padre dei Numi Omerici fu piantata ove era l’altare degli olocausti. Cessarono i sacrifizi, i sacerdoti furono sterminati o dispersi, e se qualche pio ebbe tuttavia l’occulto coraggio di obbedire più alla sua coscienza che alla snaturata deformità della nuova legge non tardò guari a scontarne il fio. Un vecchio nonagenario, i cui residui di vita si poteano appena numerare per giorni o per ore, fu trascinato a crudele supplizio; due bambini nati da pochi giorni e circoncisi furono strangolati, i poveri cadaveri vennero appesi al collo delle loro infelici genitrici che con sì atroce apparato furono fatte passeggiare per la città, indi precipitate dall’alto; e furono altresì uccisi spietatamente quanti avevano prestato mano a quel religioso rito⁸⁹.
⁸⁹ Fu pure nel corso della persecuzione di questo tiranno, tanto tristo quanto dissennato, che successe quel pietosissimo caso di sette fratelli che subirono il martirio, piuttosto che cedere alla intimazione di cibarsi di carne porcina o di fare atto di ossequio alle divinità greche. Ecco come viene esposto nel Talmud questo fatto, che per una strana confusione di data, venne registrato tra i luttuosi avvenimenti successi all’epoca della distruzione del secondo Tempio.
Condotti questi sette fratelli al cospetto dell’Imperatore questi invitò il primo a fare atto di adorazione al simulacro del suo idolo. Il fanciullo rispose: Signore! Mi è impossibile ubbidirti, inquantochè sta scritto nel sacro libro della nostra religione: «lo sono l’Eterno Iddio tuo». Fu consegnato al carnefice e morì fra i tormenti. Venne introdotto il secondo e all’identico invito fatto al primo rispose: Sta scritto nella legge, «non sarà a te altro Dio al mio cospetto» e anche questo incontrò la sorte del fratello. Il terzo rifiutò di obbedire appoggiandosi al divino comando di «non inchinarsi a Dio straniero»; il quarto riferendosi alla minaccia «di scomunica» comminata «a colui che sacrifica a Dêi stranieri»; il quinto col proclamare l’unità di Dio espressa nel primo versetto del _Schemah_; il sesto col ripetere un versetto del Pentateuco concepito in questi termini: «E conoscerai oggi e serberai in cuore che l’Eterno è (l’unico) Iddio nel cielo disopra e nella terra dissotto e non ve n’ha altri» e come i due primi anche questi spirarono fra atroci tormenti. Venne la volta del settimo, la cui gioventù e bellezza disponendo in suo favore lo stesso tiranno, questi gli propose di gettare in terra il proprio anello ch’egli dovrebbe inchinarsi a raccogliere, lasciando supporre agli astanti un attestato di omaggio verso l’idolo la cui immagine stava scolpita sull’anello. Ma l’eroico fanciullo rifiutò con disdegno, e dichiarò attenersi strettamente vincolato dal patto conchiuso tra Israele e Dio e pel quale il primo prometteva di mantenersi fedele alla legge ricevuta, e il secondo di considerare perpetuamente Israele per suo popolo peculiare. Intanto che anch’esso era condotto a morte così pregò la povera madre; «Lasciate ch’io abbracci ancora una volta il mio povero figliuolo». Il figliuolo le si getta nelle braccia, e questa lo stringe teneramente al seno e lo bacia, e gli dice: «figliuoli miei! andate in pace, e dite al Signore che il patriarca Abramo erasi disposto a sacrificargli un solo figlio, ed io ne sacrificai sette per la gloria del suo nome». E in così dire scoppiandolesi il cuore per la insopportabile ambascia esalò l’eroica e desolata sua anima.
Con queste persecuzioni delle quali la storia degli ebrei non ne offriva esempio, l’insensato Antioco credeva di pervenire a distruggere la nazionalità Giudaica e a fare prevalere le ceremonie e le superstizioni pagane sul Culto antico e sulle sublimi dottrine di Mosè. Ma quando mai l’ignoranza potè avere una supremazia durevole sulla sapienza, le tenebre sulla luce, la menzogna sulla verità, il vizio e la corruzione sulla virtù e la purezza?