Part 14
Ma v’ha dippiù. Nel Tabernacolo stesso egli fece porre due Cherubini che, come dicemmo altrove, coprivano l’Arca Santa colle loro ali: e noi sappiamo che nel Tempio di Salomone, oltre ai Cherubini, vi era il grande bacino che poggiava sopra dodici buoi; e nei piedestalli degli altri bacini si trovavano figure di buoi, di leoni, di fiori ecc. Nè si supponga che ciò possa essere stata un’infrazione alla legge, posciachè Salomone si attenne con tanto scrupolo alle prescrizioni mosaiche da non permettere che si adoperasse nè chiodo, nè martello, nè altro istrumento di ferro nell’interno dell’edificio stesso⁸³, perchè Mosè avea raccomandato di non frammischiare ferro nella fabbricazione dell’altare.
⁸³ Siamo persuasi di fare cosa sommamente grata ai nostri lettori inserendo qui la bizzarra «leggenda di Salomone» che si rapporta a questo fatto. Crediamo che non sarà difficile capirne l’allusione delli «versi strani»:
Il sapientissimo re al quale era stato affidato il glorioso incarico di fabbricare la Casa Sacra, turbato dall’ordine divino che il Sacro tempio non fosse tocco da ferro, non sapeva trovare modo di compire la grande impresa. Come infrangere enormi massi di marmo e fare a pezzi durissimi legni senza aiuto di ferro?
Chiamati a sè i suoi ministri ed esposta loro la cagione del suo turbamento, uno dei più sapienti così rispose: «Gran re! L’ultimo giorno della creazione in sull’imbrunire il Creatore, diede la vita ad un vermicello chiamato _shamir_, il quale possiede la singolare virtù di tagliare i marmi più duri col solo suo tocco. Dove questo vermicello annidi non seppe mai mente umana».
Ma il re sapientissimo, a cui era stata data piena signoria su tutti gli spiriti, chiamò a sè due _scedim_ (spiriti, che avevano molta affinità cogli uomini, perchè la credenza popolare riteneva che come questi si nutrissero, vestissero abiti e si propagassero ecc.) ed impose loro di indicargli il luogo ove il _shamir_ si nascondeva. Questi tremanti dichiararono che quel segreto era solamente noto al loro re Asmedai. Interrogati ove quel principe avesse sua dimora risposero: Egli abita sulla vetta di un monte di qui assai lontano, e dentro al monte egli ha scavato una profonda pozza che ha riempito d’acqua, e che chiuse con un gran masso attaccato al terreno colle impronte del suo suggello, e ogni mattina prima di salire al cielo ed ogni sera nello scendervi, esamina attentamente i noti segni, beve e riposa. Salomone licenziò gli spiriti e chiamò a sè il suo prode capitano Benajà; gli porse una catena con sopravi impresso il santo nome di Dio, e un gran numero di fiaschi di vino e lo incaricò di condurgli Asmedai.
Benajà si avviò alla grande opera e dopo molti giorni di viaggio arrivò al monte designato. Cominciò collo scavare un largo fosso ove fece scorrere tutta l’acqua della pozza, e poscia ne scavò un altro più sopra e pel quale versò nella pozza tutto il suo vino. Nel cadere della notte Asmedai, sceso dal cielo, si avvicinò alla pozza, ne esaminò il suggello e lo trovò intatto, sollevò il masso e vi sprofondò dentro. S’accorse del cambiamento e temendo di qualche insidia si propose di non bere, ma straziato da ardente sete tracannò ingordamente una quantità di vino e venne colto da profondo sonno.
Benajà che stava alle vedette si slanciò frettolosamente sul dormiente e gli girò intorno al collo la sacra catena. Asmedai si svegliò e accortosi della catena che lo serrava si dibattè disperatamente e mandò urli spaventevoli; ma poscia accorgendosi dell’inutilità d’ogni suo tentativo si acquetò e seguì Benajà.
Giunti alla presenza di Salomone questi gli fece manifesto il suo desiderio ed Asmedai così gli rispose: Il _shamir_ fu confidato al re del mare; e questi l’ha confidato al gallo selvatico, e col più terribile dei giuramenti l’ha stretto a conservarlo inviolato e sempre. E il gallo selvatico ha posto il suo nido in un alto monte nudo e deserto e mai se ne diparte che non porti seco il suo deposito.
Salomone chiamò di nuovo il suo fedele Benajà e lo mandò alla scoperta del gallo selvatico. Il prode guerriero s’avviò al disimpegno del suo incarico e dopo lungo cammino gli riescì di scoprire il nido del gallo selvatico. Attese che il gallo vi uscisse, chiuse il nido con una campana di vetro e poscia si nascose e aspettò.
Ritornò il gallo selvatico e corse al suo nido a portare l’imbeccata ai suoi pulcini; trovò il vetro e vi si arrestò sopra; girò intorno, sparnazzò colle ali, spinse e picchiò, ma invano. I pulcini intanto chiamavano e piangevano. Finalmente ricorse al prezioso deposito per infrangere il vetro; trasse di sotto le ali il _shamir_ e l’accostò.... Ma in quel punto Benajà uscì dal suo nascondiglio e mandò un grido terribile: il _shamir_ cadde a terra, e Benajà ebbro di gioia lo raccolse avidamente e fuggì.
Il povero gallo selvatico, disperato del violato giuramento si diede la morte.
Non paia strana questa raccomandazione. Chi studia con amore e con riflessione le istituzioni mosaiche deve restare convinto che, tranne pochissime il cui senso ci è ora impenetrabile per la grande distanza dei tempi ed enorme differenza dei costumi, tutte le altre sono inspirate da due fini ch’egli si prefisse di ottenere: 1º La salute del corpo, mercè assennatissime disposizioni sui cibi e sulla pulitezza, e mercè la moderazione nei piaceri; 2º il miglioramento dell’anima, mercè la pratica d’ogni virtù domestica e sociale. «Santi siate, raccomanda egli al suo popolo, che santo sono io, l’Eterno Dio vostro». Ecco ora l’interpretazione che danno i nostri Dottori di questo precetto: «L’altare, dicono essi, è ministro di pace tra l’uomo e Dio e tra l’uomo e l’uomo; e viceversa il ferro è ministro di morte. Ora l’istrumento di morte non può nè deve confondersi coll’istrumento di pace, di concordia e di amore».
Dilucidato questo punto ritorniamo alle nozioni d’archeologia che abbiamo interrotto.
I molti oggetti numerati nel Pentateuco e nei libri posteriori, dimostrano ad evidenza, che, in rapporto ai tempi, l’industria e le arti presso gli Ebrei non erano in uno stato inferiore a quello degli altri popoli. Si sapevano filare e tessere stoffe di lana, di lino, di cotone e di bisso (stoffa questa che certi dotti vogliono fosse una specie particolare di lino più fino e di una bianchezza più splendente del lino ordinario, e certi altri vogliono che fosse il cotone); si sapeva tingere in diversi colori quali il turchino, il cremisi, la porpora e il giallo.
Quando Mosè fece appello agli Ebrei invitandoli a portare offerte pel tabernacolo che intendeva erigere onde «Dio abitasse in mezzo a loro»; le donne industriose furono assai sollecite di filare lino finissimo e lana di capre, che nelle mani d’uomini abili furono trasformati in tappeti. Noi non descriveremo qui quel lavoro che dovette riescire di una eleganza ed imponenza severa e solenne, sia perchè ci obbligherebbe ad allungarci oltre al limite che ci siamo prefissi, sia perchè chi ne avesse vaghezza ne troverebbe la descrizione nell’Esodo capitolo 19 e seguenti. Diremo però che fu un’opera felicemente ideata ed eseguita con legno di _scithim_ (specie di acaccia); con pelli di montone e di tasso; con tappeti coperti o guerniti d’oro. I direttori di quei lavori, che erano certi _Bessalél_ figlio di Urì della tribù di Giuda, e _Aholiáb_ figlio di Ahhissamach della tribù di Dan, vengono dichiarati da Mosè «uomini pieni dello spirito di Dio in industria, in ingegno e in sapere; abili nel fare disegni da lavorare in oro, in argento e in rame, e nell’arte di pietre da legare ed in quella di lavorare in legno». Compiuto il lavoro e presentato a Mosè, questi ne passò in rassegna ogni singola parte e ne rimase talmente soddisfatto, che lo dichiarò eseguito secondo il comando di Dio, e impartì la sua benedizione a tutti quanti vi ebbero parte. Si noti che Mosè, il quale passò tutta la sua gioventù in mezzo alle grandezze e al lusso della Corte egiziana, non avrebbe certo potuto dichiararsi soddisfatto d’un lavoro dozzinale e grossolano.
Ai tempi di Davide e di Salomone, che segnarono la maggiore grandezza e prosperità del regno d’Israele, che era allora il più esteso, il più ricco e il più potente dell’Asia; si trovarono operai tanto abili ed intelligenti da costrurre quelle maraviglie dell’arte che furono il Tempio; il palazzo reale col ricco e splendido suo mobiglio; alcune città e fortezze fra cui la celebre _Tadmór_ (Palmira); il trono di Salomone tutto d’avorio incrostato d’oro, che la storia afferma «non essersene fabbricato l’eguale in nissun regno»; e che vi si arrivava per sei gradini ognuno dei quali portava un leone in ciascuna sua estremità.
È bensì vero, e noi lo constatiamo senza reticenze, che prima d’intraprendere i lavori del Tempio, Salomone inviò un messaggio al Re di Tiro, col quale ricordandogli l’antica amicizia che lo legava a Davide ed annunziandogli la sua intenzione di fabbricare un Tempio al Signore; lo invitò ad ordinare ai suoi servi di tagliare cedri dal Libano, perchè nessun individuo ebreo sapeva meglio dei Sidonii tagliare e fare viaggiare legnami da costruzione; ma conviene considerare che questo fatto non menoma per nissun modo l’importanza degli operai ebrei, perchè non riguardava che un ramo particolare d’industria dei Sidonii.
La stessa considerazione si deve fare rapporto ad Hhiram chiamato, come avemmo a dire altrove, a Gerusalemme a dirigere i lavori in rame.
A misura che la prosperità materiale del popolo aumentò mercè le relazioni commerciali contratte colle nazioni straniere, sparì bensì con essa la primitiva semplicità dei costumi, ma le arti e i mestieri ebbero largo campo ad esercitarsi e a perfezionarsi; poichè il giorno della caduta del regno fra dieci mila capi di famiglia _mille_ erano capi di officine.
I ricchi abitavano in case grandi e spaziose ornate d’oro e d’avorio, con sale particolari per festini e con appartamenti distinti per l’estate e per l’inverno.
È questo lusso che producendo la corruzione dei costumi, infiammò il petto dei veggenti d’Israele che lo biasimavano con veementi ed irose invettive ritenendolo, e non a torto, lo strumento che doveva portare la intiera rovina della nazione. Chi avesse vaghezza di conoscere specialmente gli abbigliamenti delle belle figlie di Sionne, li potrebbe riscontrare nel capitolo terzo d’Isaia, e dovrebbe conchiudere che nè pel numero (che è ventidue), nè per la qualità, nè per galanteria stavano al disotto di quanti ne offra la teletta di una ricca ed elegante signora dei nostri tempi.
A titolo di curiosità storica ne citeremo alcuni. Il primo a presentarsi è il _nézem_ (orecchino o pendente dell’orecchio) il quale si componeva di diverse parti quali: _aghil_ (rotondo) _netifód_ (goccie o perle). Viene in seguito una seconda specie di _nézem_, che era un pendente del naso. Anche oggi giorno le donne orientali portano quest’ornamento sospeso ad una della pinne del naso, che a quest’effetto si bucava come si bucano ora le orecchie⁸⁴; il _revid_ collana o catena sospesa attorno al collo e cadente sul seno, e alla quale venivano attaccati altri ornamenti detti _saaronim_, o _lehhascim_ (amuleti), o la _boat anéfesc_ (vasetti di odore); il _zamid_ o _esadà_ (braccialetto), il _tabàad_ (anello); il _realà_ (velo); la _hhagorà_ (cintura) e i _hharittim_ (borse eleganti) e finalmente gli stivaletti coi campanelli che porsero occasione allo stesso profeta di rimproverare le figlie di Sionne «di essersi fatte altere, di marciare colla gola tesa (scoperta), di fare cigolare i fermagli coi piedi».
⁸⁴ Salomone volendo rappresentare quel senso di disgusto e di ripugnanza che si prova nel vedere un oggetto prezioso e pregiato ornare una persona deforme, paragonò una donna bella e gentile ma priva di senno, a un _nézem_ d’oro pendente dal naso di un maiale.
La composizione degli olii odoriferi, degli unguenti e dei profumi sia per uso profano come pel servizio religioso; esigeva un’arte particolare che noi troviamo già ben conosciuta e coltivata ai tempi di Mosè. L’artista portava il nome di _rokeahh_.
L’olio santo che Mosè insegnò a preparare e col quale si consacrarono Aronne e i suoi figli, tutti gli oggetti del Tabernacolo, e che doveva servire di sacra unzione per tutti i secoli; si componeva di quattro specie d’aromi, aggiunti all’olio d’oliva fino, che doveva venire preparato appositamente dal sacerdote. Questi aromi erano i seguenti: 1º _morderór_ mirra semplice, ovverosia quella che colava spontaneamente senza bisogno d’incisione; 2º _kinamón_ cinamomo o canella odorosa; 3º _canè boscem_ canna odorosa; 4º _kidá_ cassia aromatica.
Il profumo per le fumigazioni del santuario si componeva altresì di quattro sostanze aromatiche. La prima era il _natáf_ gomma; la seconda lo _scehhéled_ storace liquida; la terza la _hhelbonà_ galbanum; la quarta la _levonà zacà_ incenso puro.
In questo articolo dovrebbero trovare posto, alcune nozioni sulle scienze coltivate dagli antichi ebrei, sulla lor lingua e poesia; ma sia che l’indole del nostro lavoro non ci permette di diffonderci in questo studio quanto sarebbe necessario e sia perchè esso potrebbe riescire poco dilettevole per quei lettori ai quali è specialmente destinato il nostro lavoro, preferiamo a non parlarne.
Abbiamo già accennato che gli ebrei erano assai appassionati per la musica colla quale rallegravano i loro festini e accompagnavano i sacri canti. Aggiungeremo ora che i Rabbini vogliono che tali strumenti allora conosciuti fossero in numero di trentaquattro. D. Calmet nella sua dissertazione sugli strumenti di musica, ammette bensì che gli strumenti musicali erano presso gli ebrei in numero assai maggiore che presso qualunque altro popolo antico, ma non ne accetta oltre a venti; intanto che il Ben Zeeb, nella sua prefazione al libro dei Salmi commentato dal Nahhmanide, ne enumera ventuno quali tipi primitivi dai quali ne fa originare altri nove. Da qualunque parte stia la ragione a noi poco importa. Ci basta notare che i padri nostri avevano avanzato anche in questa nobilissima fra le arti belle, tutti i popoli antichi. Gli strumenti musicali da loro usati erano di tre specie:
1ª Gli strumenti _a corda_ compresi sotto il nome generico di _neghinód_ i cui principali erano: il _nébel_ nabbo; il _assór_ decacordo e il _chinór_ chitarra.
2ª Gli strumenti _a fiato_ quali: il _ugáv_ organo; lo _sciofar_ del quale abbiamo parlato lungamente nei mesi precedenti; _aghil_ flauto; la _hhazozerà_ tromba.
3ª Gli strumenti _a percossione_ quali il _tof_; il _menanhém_; il _scialissím_ e il _selselim_ cembalo. Di questo strumento ne esistevano sicuramente due specie: una detta _silselè sámah_, e l’altra _silselè teruà_.
Come la musica e la poesia, anche la danza è un divertimento naturale all’uomo. Tutti gli scrittori ne attestano la sua antichità e universalità fin fra i popoli più barbari, presso i quali era anzi una ceremonia importantissima dello strano e sconcio loro culto.
Ammettendo che il vocabolo _mahhól_ abbia il significato che gli si attribuisce generalmente, si deve credere che la danza fosse praticata presso gli ebrei specialmente in occasione di pubblica esultanza: stante però le rare volte a cui vi si accenna, la poca sua consonanza colla gravità dei loro costumi e alla serietà del loro carattere, e alla massima facilità colla quale potevasi prestare alla leggerezza e all’incontinenza, ci è lecito supporre che fosse assai poco in uso.
CHISLEV (_Novembre-Dicembre_).
Due fatti della più alta importanza registra la nostra storia in questo mese. Il primo d’essi si rapporta ad una decisione presa da Esdra, e che per quanto la si debba giudicare crudele e dolorosa verso gli interessati, che erano in numero grandissimo, tuttavia era imperiosamente richiesta tanto dalla religione quanto dalla politica; poichè si trattava di estirpare uno sconcio che perpetuandosi minava senza via di scampo sino dalle radici l’esistenza religiosa e politica della nazione intiera. Questa misura consisteva nell’ottenere la separazione degli Ebrei da tutte le donne idolatre sposate nell’intervallo che passò tra la partenza della prima e della seconda colonia giudaica da Babilonia, per la loro antica patria.
Ecco la causa di questo sconcio e il riparo portatovi da un uomo che si acquistò tanti titoli alla benemerenza di Israele, che i Talmudisti lo paragonarono a Mosè. La prima colonia dei reduci da Babilonia era contornata da Moabiti, Ammoniti, Arabi, Samaritani, Fenicii, Siriaci e da altre nazioni che o parlavano una stessa lingua, o dialetti affini, quindi era impossibile ad evitarsi il contatto colle medesime. Si contrassero matrimonii scambievoli; gli Ebrei diedero le loro figlie agli stranieri, e presero mogli da loro. Ne ebbero figliuoli che formarono una razza ibrida non ben giudea, nè ben gentile, ma che per una conseguenza tutt’affatto naturale, partecipava più della madre, dalla quale riceveva col latte le prime nozioni religiose. Quella parte della nazione che era tuttavia attaccata sinceramente alla religione avita, vedeva con dolore questa contravvenzione al più necessario e reciso ordine di Mosè: ben a ragione temeva l’avveramento delle funeste conseguenze da lui pronosticate, tanto più poi perchè tale rilassatezza aveva preso proporzioni estese intaccando a guisa di contagio tutte le classi dei cittadini.
Per rimediarvi pare che questi zelanti patriotti chiamassero da Babilonia Esdra, sacerdote riputatissimo per dottrina e gravità di costumi. Egli discendeva da Zadoc, e perciò apparteneva alla casta dei Pontefici: era stimato il più profondo nella cognizione delle patrie leggi, e gli veniva dato il sopranome di _sofér maír_ (scriba perito), con cui si voleva indicare non pure la sua maestria nello scrivere, ma eziandio la singolare sua perizia nel leggere e spiegare le sacre Scritture⁸⁵.
⁸⁵ A quest’uomo che risuscitò la legge quando stava per estinguersi, si attribuisce la fondazione della _Chenesced Aghedolà_ (la grande Accademia o Sinagoga), cioè di una assemblea di Dottori della quale egli fu il primo Presidente e Simone il Giusto l’ultimo, i quali dovevano conservare e spiegare la legge e tramandarsi di uno in altro le tradizioni orali che la completavano. (Come diremo più estesamente altrove, queste tradizioni e spiegazioni furono poi raccolte dal Rabbino Giuda sopranominato _akadoss_ (il santo) nella _Misnà_, e dai due Dottori Ravà e Rav-Assè nel _Talmud_ o _Ghemarà_).
A lui si attribuisce l’invenzione dei punti vocali, degli accenti e della _màsora_ o critica filologica del testo biblico; a lui si attribuisce la compilazione delle orazioni quotidiane, e oltre al libro che porta il suo nome e che si crede scritto da lui, gli sono attribuiti anco i due libri de’ Paralipòmeni. Vuolsi pure che il libro di Malachia (l’ultimo dei profeti canonici) appartenga altresì a lui, e che abbia occultato il suo vero nome sotto questo, che vale _angelo_ o _messo_.
Esdra dunque venne a Gerusalemme l’anno primo di Artaserse Longimano, munito di un favorevole rescritto di questo principe che gli attribuiva tutti i poteri di un governatore: gli regalò eziandio cento talenti di argento e gli assegnò somministrazioni di grano, vino, olio e sale pei bisogni del Culto. Oltre a questi sussidii, Esdra raccolse dalla pietà degli Ebrei trans-Eufrateni altri cinquecentocinquanta talenti d’argento, cento d’oro, e molto vasellame di argento e d’oro; parte avuto in dono e parte di quello che trasportato da Gerusalemme non era ancora stato restituito e che a lui riuscì di ricuperare. Con lui si aggiunsero più di 1800 altri ebrei che vollero accompagnarlo, fra i quali alcuni sacerdoti, cantori, leviti e natinei⁸⁶. La carovana partì verso la metà di Nissan ed arrivò a Gerusalemme nel mese d’Ab. Esdra dopochè fu bene informato dello stato delle cose se nè mostrò scontentissimo, si stracciò le vesti, ed assunse tutti gli altri contrassegni del dolore e del lutto, onde i Giudei commossi dalla sua autorità, promisero di sottoporsi alle riforme che avrebbe voluto fare. Egli allora ordinò che tutti gli Ebrei, anche quelli della campagna si trovassero fra tre giorni, che veniva appunto ad essere il venti del mese di Chislev, a Gerusalemme. L’assemblea ebbe luogo infatti al giorno stabilito, e il popolo se ne stava trepidante e timoroso, per la suprema importanza delle decisioni che si dovevano prendere, sulla piazza che trovavasi innanzi al Tempio. E infatti il motivo era seriissimo, poichè, come già dicemmo, si trattava di giudicare tutti quelli che avevano menato mogli straniere, e fors’anco costringerli a separarsi da esse e dai figliuoli che avevano procreato. E costoro non erano pochi; vi erano sacerdoti, leviti e persone di alto e di basso stato; e si poteva presumere che non tutti sarebbero stati disposti ad accondiscendere al volere altrui in un negozio in cui erano interessate le affezioni più delicate del cuore; poichè sarebbe stato difficile il persuaderli che l’interesse generale dello Stato reclamava da loro un sacrifizio cotanto grave e penoso.
⁸⁶ _Natinei_ vale _dati_, _votati_, e probabilmente erano prigionieri di guerra che avevano adottato la religione di Mosè, e che secondo il libro d’Esdra furono consacrati da Davide e dai suoi Capitani al servizio dei leviti, ad imitazione di ciò che fece Giosuè dei Gabaoniti. Non crediamo fuori di luogo di raccontare questo brano di storia sulla conquista della Palestina, che servirà pure a ristabilire un fatto, che a torto viene interpretato in modo sfavorevole al popolo nostro.
Finito il lutto per la morte di Mosè, il popolo ebreo mosse verso il Giordano, che, come dicemmo altrove, passò a piedi asciutti. Pervenuta la notizia di questo fatto, della presa di Gerico città importantissima munita di alte mura e forti torri, della espugnazione di Ai alle orecchie dei Gabaoniti; questi nella speranza di stornare dal loro capo la sorte esiziale da cui erano minacciati ricorsero ad uno strattagemma. Scelti tra loro parecchi individui li ammaestrarono sul da farsi, li provvidero di indumenti vecchi e logori, di pane ammuffato, d’otri di vino secchi è screpolati dal tempo. Godesti uomini si portarono al campo degli Ebrei, si presentarono a Giosuè e agli anziani, si finsero venuti da paesi lontanissimi inviati dai loro anziani e concittadini a domandare la loro alleanza e ad implorarne l’amicizia, in causa dell’onnipotenza dimostrata dal loro Dio coi grandi miracoli operati in loro favore in Egitto e nel deserto. A conferma delle loro asserzioni presentarono il pane muffato e che assicurarono essersi preso dietro appena tolto dal forno; mostrarono gli abiti indossati, a loro dire, nuovi e logoratisi pel lungo cammino. Giosuè e i principi si lasciarono ingannare da tale racconto menzognero e senza consultare Iddio conchiusero seco loro l’invocata alleanza; ma dopo tre giorni si venne a conoscere la verità. Il popolo alzò gravi querimonie contro la precipitazione dei principi. Ma il fatto non potevasi oramai revocare, l’alleanza era stata giurata nel nome dell’Eterno e non si poteva violare; quindi Giosuè volendo dare soddisfazione al popolo e nello stesso tempo mantenere la fede giurata, destinò i cittadini di Gabaon ai grossi servizii del Tempio.